Sofferenza 10

Questo non è un post inserito nel flusso della blogoclasse, anche se ovviamente può essere letto da chiunque, tanto più che l’argomento concerne la scuola. Scrivo due righe subito nella speranza che così facendo riesca a dissipare l’inquietudine che mi sta impedendo di lavorare serenamente, come sempre succede quando, per motivi contingenti, non posso fare a meno di osservare gli eventi da dentro la vita delle famiglie.

Io vedo un’alleanza perversa fra famiglia e scuola, con la quale in sostanza si sdogana il concetto che le cose debbano “figurare” come fatte, anche se il più delle volte a tali azioni non corrisponde alcuna crescita reale.

Ecco quindi che l’esecuzione dei compiti diviene uno stress famigliare, nel quale si finisce con il premiare un risultato apparente, il voto più o meno occasionalmente buono, con un prezzo che mi sembra devastante.

Il prezzo di non trasformare sistematicamente ogni atto scolastico in un episodio nel quale una rappresentazione del mondo, più o meno astratta, viene effettivamente confermata nella mente dello studente, con gli strumenti che sono alla sua portata.

Tutto ciò che va al di là di tale portata si trasforma in frustrazione se il carattere è debole, ipocrisia se il carattere è solido.

E mi ritrovo a rimpiangere tempi più rudi e semplici, dove per esempio, tornato dall’esame di laurea, fatto senza nessuna celebrazione e completamente da solo, come tutto il resto degli studi non sempre privi di inciampi, il babbo semplicemente mi chiese – Com’è andata? – Bene – risposi – Bravo – e ci si mise a mangiare la minestra.

Grazie babbo, per avermi consentito di giocare da solo le mie carte.

10 comments

  1. Sfumerei un filino. È vero che il sostegno ai compiti, chiunque lo faccia, funziona soltanto se è l’allievo a volerlo, perché gli è sfuggito qualcosa in classe. Però si possono anche fare compromessi con la riuscita di una prova. Ho fatto sostegno d’inglese alla figlia di un’amica per qualche tempo. Il suo docente aderiva alla scuola delle prove con trabocchetti pignoli, tipo eccezioni alle eccezioni alle eccezioni nel uso dei tempi semplici o dei gerundi delle nomenclature grammaticali dell’inglese fatte da stranieri. Gli inglesi stessi a queste cose non credono: dicono che la grammatica dell’inglese, come il (mal di) fegato, li hanno inventati i francesi.
    Quindi la ragazza ed io avevamo stabilito un programma bifido: ripasso di ciò che non aveva capito in classe normalmente, e “cramming” (studio intensivo a pappagallo) delle regole grammaticali prima delle prove scritte, perché doveva pure ottenere la media in inglese per non essere bocciata. Ha funzionato bene, in modo molto rilassato.
    Però certo, quando quel sostegno viene impartito in famiglia, lo stress aumenta notevolmente. Però si può ovviare invitando un compagno del figlio che incontra difficoltà nella stessa materia.

  2. Grazie alibianchi :-)

    Laura, sì. Frugo nel profondo di questo blog, e recupero qualcosa dove si vede cosa ne pensa Temple .

    Perdonate la mia rude conclusione, in quel post. Da mezzo paesano maremmano e mezzo montanaro svizzero, viene un cocktail poco gentile. Ma credo che voi a questo punto abbiate capito che io amo l’idea di scuola, ma tanto, troppo per essere indifferente.

  3. una rappresentazione del mondo dove tutto ha un prezzo, e dove le “cose appaiono come devono apparire”…
    E’ da tanto che mi interrogo sulla scuola, sia come insegnante che come genitore; ma non sono ancora riuscita a rispondere a mio figlio, dieci anni, che dopo aver seguito un servizio su S. Jobs mi ha chiesto come mai uno che il mondo considera un genio, andava male a scuola.
    Forse si annoiava anche lui, ha aggiunto. Prima di tornare a fare i compiti, ovviamente.

  4. i figli sono lo specchio dei genitori. un giudizio emesso dai genitori nei confronti della scuola, delle insegnanti diventa inevitabilmente un giudizio dei nostri alunni. se il giudizio è positivo,tutto va bene, ma se il giudizio è negativo allora il nostro canale di comunicazione con gli alunni è gravemente minato. se un giorno decidi di non lavorare sul quaderno, ma svolgere attività orali di condivisione, di collaborazione,di confronto, in piccolo o grande gruppo, allora per alcune famiglie, che si aspettano un voto alla fine dell’attività, non hai fatto nulla a scuola. se decidi di fare un’attività non convenzionale, subito arrivano critiche, attraverso i figli; “ma che cos’è?” “a che vi serve?”, e arrivano giustifiche per il compito che non è stato svolto, perchè… “mamma non l’ha capito”.
    per noi insegnanti è importante avere quest'”alleanza” con le famiglie, perchè i bambini vedono un legame di cui hanno bisogno, per crescere, per osare in cose nuove, per non fare domande, ma di lanciarsi e fidarsi di ciò che si è e che si sa fare, o che non si sa fare. ma purtroppo c’è troppa protezione da parte delle famiglie nei confronti nei loro figli, che fanno fatica a staccarsi. io chiedo sempre alle mamme di lasciare che i loro figli facciano i loro errori, perchè solo così sono in grado di acquisire maggiore controllo sulle loro azioni.
    l’autonomia è una conquista difficile da raggiungere soprattutto quando si è circondati da persone che, per un finto/sbagliato voler bene, fanno le cose al posto tuo.

  5. “Se mi vuoi bene, dimmi di no” è il titolo di un libro interessante. Nella nostra esperienza di educatori, invece, vediamo bene quanti “sì” dicano troppi genitori e con quanta enfasi celebrino trionfalmente i propri figli per ogni nonnulla. Un aspetto importante dell’opera educativa che è quello di trasmettere il senso del limite viene completamente meno, in tal modo, ma il limite è un aspetto peculiare della vita che prima o poi (più prima che poi) sarà lì a disorientarli in tutta la sua evidenza.

  6. Sai anche io faccio come il tuo babbo Andreas, proprio oggi il mio bimbo appena tornato da scuola mi ha detto: mamma ho preso nove +, nella verifica di storia – io ho detto: bravo – , e sono andata a stendere i panni.
    Su quel che rigurda l’esecuzione dei compiti, io per esempio a scuola non dò mai “I COMPITI”, nel senso non dico cè da studiare da pag. a pag.
    Però interrogo ogni volta che ho lezione, chi studia bene, chi non studia sono sicura che lo farà la prossima volta, d’altro canto, penso che il nostro compito, sia quello di inserire i ragazzi nel mondo di responsabilizzarli, un mondo spesso ingiusto con chi fa le cose giuste. Un mondo purtroppo che almeno per quanto riguarda l’Italia, è sempre peggio. Nel senso che le colpe di scelte sbagliate cadono sempre su chi in tali scelte, non ha avuto voce.
    Comunque fin quando ci saranno persone che credono in quel che fanno, come noi, almeno una speranza di far “crescere” i nostri ragazzi, ci sarà.

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