La consapevolezza della propria identità nella rete 26


Dove invece chiudo con il discorso pratico sulle nuvole e chiudo anche a malincuore il flusso di post per questa blogoclasse, molto insoddisfatto per non essere riuscito a fare tutto quello che volevo.

Aggiornamento 23 febbraio: questo NON è un post su Facebook, che ho preso ad esempio solo perché ben noto ai più; le considerazioni svolte riguardano invece TUTTI i servizi Web in qualche modo “social”: GoogleTutto, Twitter, Linkedin, eccetera.


Fotografia di foglie di leccio dove si mostra l'identità (fatta verde) di una di queste (fatte grige)

Una foglia di un leccio in una piazza di Firenze

Avrebbero mai potuto immaginare Marlowe, Goethe o Thomas Mann, che quel tema a cui si erano appassionati così tanto avrebbe riguardato l’uomo comune, anziché scienziati, filosofi, artisti? Come avrebbero potuto immaginare che quegli uomini che loro vedevano tribolare per la sopravvivenza quotidiana, oppure che vedevano completamente assorbiti dalle loro esistenze piccolo borghesi, si sarebbero trovati, un giorno nemmeno troppo lontano, a negoziare lo stesso diabolico patto, come loro avevano immaginato che solo uomini di scienza o artisti potessero fare? Certo, non che oggi la grande massa sia consapevole di trovarsi nel bel mezzo di un tale grave frangente, tutt’altro, ma è proprio questo il punto: rendersi consapevoli.

È diabolica la lusinga innocente, complice anche l’ignoranza e la sottovalutazione dei fenomeni che hanno luogo nel cyberspazio: – Eh ma la vita reale è qua! Quella virtuale è fittizia…
Niente affatto amici, la vita reale è di qua e di là. Perché gli innumerevoli servizi e benefici che tutti danno ormai per scontati, nativi digitali, immigrati digitali e anche non-digitali, nascono di qua, ma poi in qualche forma passano di là, nel cyberspazio dove vengono accelerati e potenziati, per poi tornare a sostanziarsi di qua, in quello che chiamiamo mondo reale.

È diabolica la lusinga nella sua semplicità: – Guarda ho scoperto un servizio incredibile e non costa nulla! Basta una semplice iscrizione… – ed è vero, non costano nulla tutte queste meraviglie, e salvo alcune eccezioni, che comunque sono marginali, non si riducono al solito trucchetto con il quale ti si fa abituare ad una cosa gratis e poi, quando ti sembra di non poterne fare più a meno, si inizia a fartela pagare. No, sono sempre gratis e il bello è che migliorano tutti i giorni, quello che ieri non si poteva fare oggi si può, anzi, si può fare anche meglio di quello che ieri avremmo potuto immaginare di chiedere, quasi un po’ imbarazzati: – Non è che potrei fare anche questo … ? – certo che puoi, anzi di più!

Miracoli della tecnica? Meravigliose ricadute collaterali della conoscenza scientifica che cresce a perdiesponenziale? – Ah sarà un bel sollazzo! ne vedremo ancora delle belle! Qua ce n’è per tutti ragazzi! – è vero, ce n’è per tutti, ma c’è anche dell’altro. Prendiamo Facebook – giusto a titolo d’esempio.

Per iscriversi ci vogliono pochi secondi e non si paga nulla. Con questo semplice atto ci troviamo un paese popolato da 850 milioni di persone. Se non si va troppo per il sottile nell’accettare nuove amicizie, in quattro e quattr’otto ci si ritrova con qualche centinaio di contatti. Si possono condividere pensieri, immagini, video, ci si può scrivere privatamente, si possono formare gruppi per lavorare su obiettivi comuni, vi si posso sviluppare applicazioni e tante altre cose. Virtualmente, grazie alla legge dei 6 gradi di libertà, in pochi colpi puoi raggiungere uno qualsiasi degli altri 850 milioni di iscritti. Ci ritrovi tutte le persone che hai incontrato in giro per il mondo, ritrovi anche il fratello emigrato in Canada con il quale non ti parlavi più da vent’anni – magari per scoprire che era meglio non ritrovarlo. Scopri diverse iniziative interessanti e perfino lodevoli, ma ti rendi conto che si tratta prevalentemente di una mostruosa happy hour. Tu puoi reagire con maggiore o minore entusiasmo, magari con fastidio, ma certo non ti sfugge l’enorme facilità con cui questa semplice mostruosità ti facilita i contatti con il prossimo. Poi cosa siano i contatti per davvero è un’altra storia ma non hai nemmeno tempo per pensarci, sei ubriacato dalla quantità, dalla contattabilità a gogò. Ti può piacere o non ti può piacere, ma riconosci che è tanta roba che ti viene data per niente, per una mera iscrizione.

Ma che c’entra il diavolo con tutto questo? Stiamo parlando di una mera applicazione tecnologica, in fin dei conti, no? No, stiamo parlando di una transazione di natura economica fra due soggetti che si accordano su di uno scambio di valori, uno ben consapevole di stare facendo un gran business, l’altro che si concede un piacevole sollazzo, ma del tutto ignaro del patto che va stringendo con il diavolo. Perché il diavolo? Come perché? E che si è sempre venduto al diavolo se non l’anima, se non se stessi? Ecco, ora lo potete fare, lo passiamo fare, lo faccio anch’io, e reiterate volte, magari con la scusa che devo perlustrare nuovi territori, anche quelli occupati dal nemico, ma lo faccio, ovvero li abito. Li abitiamo tutti quanti.

Vendere se stessi vuol dire qui vendere la propria identità, e anche questo può parere esagerato: – In fin dei conti ho dato un nome di login e una password, e poi nome e cognome. Sennò come fanno a trovarmi gli amici? Ma insomma, non ho poi dato così tante informazioni. In fin dei conti il mio nome e cognome si trova anche sull’elenco telefonico, forse da una quarantina d’anni!
Vediamole un po’ più da vicino queste informazioni.

Innanzitutto il “sistema dall’altra parte” individua il numero IP del mio computer, e quindi la mia localizzazione geografica. Poi identifica i cookie presenti sul mio computer, ovvero quei pezzetti di codice, che i siti web lasciano sui computer dei visitatori, come molliche di Pollicino, per ritrovare la strada nelle informazioni che consentono di svolgere il servizio verso ciascun utente. Poi prende nota del sistema operativo e del browser che sto usando, quindi traccia tutti i miei click e le relative destinazioni, accumulando una mappa delle mie preferenze e dei miei contatti. Tutte queste informazioni vengono condensate e associate ad un codice alfanumerico che mi viene appioppato. Tutto ciò che farò successivamente verrà similmente agganciato a quel numero che mi identifica in modo univoco nel mondo degli utenti di quel servizio, nel mondo degli 850 milioni di utenti di Facebook per esempio.

È così che quando faccio un nuovo account, io baratto la mia identità a fronte di un certo numero di servizi. Un’identità che all’inizio è composta da un numero relativamente modesto di informazioni, anche se magari piuttosto rilevanti, quali nome e cognome, ma che con il passare del tempo va arricchendosi costruendo un profilo che mi identifica sempre più accuratamente.

Ma cosa potrà valere mai la mia identità, uomo comune, privo di particolari attrattive, non povero ma nemmeno ricco, privo di informazioni critiche o strategiche, uno come tanti? Non tanto, quasi nulla effettivamente, ma qualcosa. Facciamo i conti. Pare ormai certo che prossimamente Facebook verrà quotata in borsa, si dice in primavera o in estate. Le stime che circolano parlano di una capitalizzazione dell’ordine di 100 milliardi di dollari. Prendiamola per buona, se poi saranno 50 o 150 la sostanza non cambia. Se gli utenti sono 850 milioni, allora ciascuno di essi “vale” 118 dollari. Vale perché Facebook non ha che le loro identità. Non ha fabbriche che producono scarpe, o montature per occhiali. Non ha stabilimenti nei quali entrano materie prime e escono prodotti, o parti di prodotti. Non ha camion, navi o aerei che trasportano prodotti. Non ha niente. Sì, ha dei capannoni pieni di server, o li affitta da altri. Ma non ha niente altro. Possiede solo le nostre identità, ed ognuna di queste vale 118 dollari, in media. Se andiamo a prendere i dati di fatturato e di utile, ebbene allora scopriamo che ciascuno di noi, in media, contribuisce al fatturato di Facebook con 5 dollari e produce un dollaro di utile all’anno, una miseria. È una situazione incredibile: Facebook siamo noi e solo noi! Senza quegli 850 milioni di manciate di informazioni da 118 dollari l’una, svanirebbe come una bolla di sapone, anzi rimarrebbe un considerevole buco sotto forma di server e infrastrutture inutili. Ciascuno di noi conta pressocché zero ma tutti insieme diventiamo un business colossale, uno dei più grandi business che si siano visti sul pianeta. Una genialata.

Il motivo per cui si genera tutto questo valore è semplice: chiunque voglia mettere sul mercato prodotti o servizi ha grande interesse in qualsiasi mappatura delle preferenze, magari messa in relazione con riferimenti geografici, sociali, anagrafici, professionali, solo per menzionarne alcuni. La pubblicità è l’anima del commercio, ma la pubblicità ideale è quella che consente a me venditore di concentrare il messaggio pubblicitario su chi è più maturo per recepirlo. Facebook vende esattamente questa roba.

E io, povero individuo, di quali opzioni dispongo in questo gioco, inizialmente innocente e un po’ trendy, ma poi inquietante mostruosità? Proviamo a individuarne alcune, graduandole in base alle possibili inclinazioni dell’utente.

  1. Non ne voglio sapere niente. È molto semplice: non mi sono mai iscritto e non mi iscriverò mai. Vivo benissimo senza, dicono che pago il prezzo di essere fuori dal mondo. Non so che farmene di quel mondo, non mi interessa quell’oceano di banalità.
  2. Ormai mi sono iscritto, ma poi mi sono accorto di una serie di cose che non mi piacciono per niente. A un certo punto ho cancellato il mio account con tutte le informazioni che ci avevo messo, e ho provato come un sollievo per essermi ritirato da una cosa che non mi interessa e anzi mi sembra preoccupante. Poi un giorno, ho appreso da un articolo sul giornale che sì, avevo cancellato tutti i miei dati ma solo per me! Facebook li conserva tutti e li conserverà finché esisterà, magari più a lungo di me! Mi posso consolare con l’idea che quel pezzetto di identità venduta sia rimasta lì, congelata, e che essa sia minima rispetto a quella che sarebbe potuta diventare se fossi rimasto dentro al sistema. Rimango tuttavia disturbato dall’irreversibilità del baratto, effettivamente un po’ diabolico.
  3. Mi sono iscritto e ho dato vita a un’iniziativa interessante e utile: ho creato un gruppo di collegamento con i miei compagni di corso al I anno del corso di laurea. Siamo più di trecento e l’organizzazione dell’università non è il massimo. Il gruppo si è rivelato utilissimo per lo scambio dei materiali didattici, per l’ottimizzazione dei gruppi nei laboratori, per la diffusione delle informazioni sugli appelli d’esame e varie altre cose. Un amico geek mi aveva detto che tutte queste cose si potevano organizzare tecnicamente anche in altri modi, ma io, che devo anche studiare e non è che posso fare l’amministratore di un sistema informatico a tempo pieno, grazie a Facebook ho potuto contattare e coinvolgere in pochissimo tempo quasi tutti i compagni di corso. Mi sono poi accorto di vari aspetti negativi del social network che non mi piacciono per niente e questo mi ha messo in difficoltà. Per ora ho risolto il problema usando Facebook solo per il gruppo, trascurando tutto il resto. In questo modo limito l’espansione incontrollata della mia identità digitale, limitandola agli aspetti connessi con la vita del gruppo di coordinamento degli studenti.
  4. ekkeppalle siete vekki vekki solo problemi vedete problemi problemi ma mai ke 1 cs vi piace
    quello di informatica peggio di tutti fa lo ye ye e poi riski qua riski la vekkio bacucco anke lui
    ma kissenemporta fb fa le buke e c s diverte appalla

Questi atteggiamenti esemplificano quattro possibili livelli di partecipazione, aventi valore diverso dalla media di 118 dollari che abbiamo calcolato poc’anzi. Tirando un po’ a indovinare e scartando ovviamente i non-utenti del tipo 1, gli utenti del tipo 2 potrebbero ad esempio valere 10 dollari, quelli del tipo 3 120 e quelli del tipo 4 1000, o qualcosa del genere.

Non c’è quindi una ricetta ideale. Tutto quello che si può fare è determinare il compromesso fra l’estremo Non Ne Voglio Sapere Niente all’altro Ma Ke Vuoi Ke Succede. Concludo con un elenco minimo di consigli, ricordando che ho utilizzato il riferimento a Facebook solo a titolo di esempio.

  • Evitare di fornire tutti i dati facoltativi.
  • Non inserire dati su famigliari e soprattutto minori. Questo non significa non narrare fatti occorsi realmente, ma abbiate cura di decontestualizzare e di usare pseudonimi.
  • Limitare l’inserimento di preferenze personali.
  • Ricordarsi che questi siti mantengono le vostre informazioni anche se voi le cancellate.
  • Se accade qualcosa di strano al vostro account, contattate il servizio clienti – questo nel caso di Facebook; e qui ci sono le istruzioni per recuperare fare un download dei propri dati.
  • La rete è piena di informazioni a riguardo, ma segnalo agli insegnanti le slide che Caterina Policaro ha pubblicato recentemente nel suo blog sul tema dei giovani e dei social network. Nello stesso blog potete trovare anche molte altre informazioni utili sull’impiego degli strumenti 2.0.

26 comments

  1. Quando domina un pensiero prevalente, o meglio, un’inconsapevolezza prevalente, occorrono immagini forti per bilanciare, o perlomeno scuotere il pensiero. Poi quanto sia o non sia di fatto come vendere l’anima al diavolo poco importa. Importa capire che aderendo si stabilisce un patto con una controparte molto più forte che stabilisce le regole. Poi ognuno si posiziona come preferisce, ma almeno si posiziona, invece di fare il sughero preda delle correnti. Oppure fa il sughero ma conscio di fare il sughero. C’è differenza.

  2. La ringrazio per avermi fatto capire perchè il mio computer è in grado di
    capire i miei gusti personali rifilandomi alcune pubblicità al posto di altre,
    me lo chidevo da un pò sinceramente… però non sono daccordo
    sulla visione “diabolica” del web, ok bisogna fare attenzione,
    ma non è proprio come vendere l’anima al diavolo…

  3. Pingback: Startup corso informatica per Medicina « Insegnare Apprendere Mutare

  4. Andreas, così mi fai venire qualche lacrimuccia…
    Ma sappi una cosa, da qualche mese sono tecnologica. Posso leggere i tuoi post in tram, in metro, seduta sul divano di casa mia, durante la pausa pranzo, ovunque! Quindi, sappi che non ti libererai facilmente di me :-)
    You are welcome!

  5. @Andreas. A mio figlio che naviga in questo mare digitale, gli ho fatto le stesse tue raccomandazioni di non registrarsi a niente che chieda dati sensibili.
    Ma per esempio i miei alunni sono tutti iscritti a fb qualcuno a twitter e scambiano foto, video a volte purtroppo anche insulti. E quindi i social network a volte sono anche delle piazze dove non solo ci si incontra ma ci si scontra. :-)

  6. @Andreas: grazie ancora!

    @Benedetta : interessante l’idea “Dalla Piazza vera, alla Piazza Facebook” – però se usate tutti un unico account Facebook (ho capito bene?), state violando le condizioni di utilizzo di Facebook che, sotto “4. Registrazione e sicurezza dell’account”, dicono: “… Per quanto riguarda la registrazione e al fine di garantire la sicurezza del proprio account, l’utente si impegna a: (…) 8. Non condividere la propria password (…), né consentire ad altri di accedere al proprio account.”

    Nel 2001 Catherine Bourquin, che insegnava italiano in una scuola media di Saignelégier ed io, che insegnavo francese in una di Bellinzona ci eravamo imbattute in un problema simile: avevamo organizzato uno scambio di corrispondenza tra i nostri allievi da un po’ di anni: prima per posta lumaca, poi usando allegati e-mail. Ma ci sembrava più comodo e divertente usare una comunità MSN.

    Il problema era l’identità MSN: i nostri allievi avevano tutti più di 13 anni – l’età richiesta da MSN per crearsene una – però quelle identità creavano anche un account hotmail, e hotmail veniva regolarmente spammato con cose spesso disdicevoli. Quindi avevamo consultato le nostre autorità educative rispettive. Allora, però, né gli esperti di informatica né i giuristi dei nostri dipartimenti dell’educazione rispettivi avevano mai sentito parlare del web interattivo. Quindi Catherine ed io abbiamo tradotto in francese e italiano le sterminate condizioni d’uso, stampato e spedito alle famiglie la traduzione pertinente assieme a un formulario dove i genitori dovevano dichiarare di aver letto e capito le condizioni di uso, e di autorizzare i figli a crearsi un’identità MSN. Ma intanto Catherine ed io utilizzavamo due “identità di classe”, di cui cambiavamo la password dopo ogni uso in classe. Mi pare di ricordare che avevamo chiesto il permesso a MSN, ma non sono sicura.

    Paradosso: 2 anni dopo, un corso di formazione per docenti ticinesi raccomandava l’uso delle comunità MSN o Yahoo come piattaforme collaborative. Solo che nel frattempo, gli amministratori del server cantonale ne avevano bloccato l’uso su tutti i computer dell’amministrazione, quindi anche su quelli delle scuole…

  7. E chissà quale balocco nuovo o innovato farà uscire Andreas…
    Intanto rivedo come un film tutto il lavoro fatto che mi sembra davvero ragguardevole.

    Dissento quando Andreas dice: “…molto insoddisfatto per non essere riuscito a fare tutto quello che volevo”.
    Io penso che chi insegna con testa e con cuore riesce sempre a far passare di più di quello che crede.
    La Blogclasse di Andreas, a mio modesto parere, ne è un esempio.

    Un’idea che ha preso forma,
    forme che hanno creato figure,
    figure che hanno scritto le storie di ognuno.
    Non mi sembra poco, condito con l’editing che da ostico è diventato comprensibile grazie alle parole acCULTURAte e mixate di attualità tecnologica che Andreas ha saputo dosare e spargere sapientemente.

    Grazie, Andreas!

    E grazie a tutti quelli che Andreas ha saputo trascinare a sè fra gli intricati fili del cyberspazio.

    Per quanto riguarda “i servizi Web in qualche modo “social”: GoogleTutto, Twitter, Linkedin, eccetera”, io non appartengo a nessuno dei tipi elencati, perchè non mi sono iscritta, ma chiedo ospitalità ai miei amici, così chattiamo a più mani all’interno di Facebook.
    La nostra idea si chiama: “Dalla Piazza vera, alla Piazza Facebook” perchè in 5-6 persone ci riuniamo a casa di qualcuno e ci divertiamo a chattare con la Piazza virtuale.
    Naturalmente, seguendo i buoni consigli di Andreas: decontestualizzazione e uso di pseudonimi.

    Interessanti gli articoli su questo link del Ilsole24ore“Il sole 24 Ore”

    Un grazie ancora a tutti e un arrivederci sulla rete.

    Benedetta

  8. La blogoclasse chiude nel senso che iniziano gli appelli d'”esame” la settimana prossima e il 5 di marzo inizia il corso di informatica per gli studenti di medicina. In realtà alcune delle cose che avrei voluto affrontare appariranno successivamente, anche se in tempi più dilazionati.

    Questo blog è diventato un mezzo con il quale dialogo con una vasta comunità che cangia di volta in volta colore, a seconda del corso che sto seguendo. Una sorta di caleidoscopio dove preponderano ora certe figure e poi altre ma senza suddivisioni temporali nette. È normale che ogni tanto si affacci e dica la sua qualche studente degli anni passati, oramai un caro amico che ritorna.

    Questo blog, quindi, è diventato il mezzo che mi consente di sopravvivere in una routine fatta di scatole chiuse ed impermeabili, nello spazio e nel tempo, qual è l’università e la scuola tutta, un ambiente che con gli anni tollero sempre peggio. Se riuscirò a trovare un lavoro alternativo ne fuggirò volentieri, se per ora resisto è anche grazie a questo blog.

    Per quanto riguarda il prossimo corso agli studenti di medicina, non applicherò il metodo della blogoclasse, per le seguenti ragioni:

    • Sono stanco dell’impermeabilità e dell’indifferenza del sistema all’innovazione. Preferirei lavorare in un ambiente più vivo, anche con uno stipendio inferiore.
    • Il sistema tira a far ciccia – Venghino signori, venghino, c’è posto per tutti! – e così intanto si incassa. Lo stesso corso per molti anni ha viaggiato su circa 220 studenti all’anno. Quest’anno sono 344, ma le risorse fisiche e umane sono le stesse di prima, che erano già scarse. Non condivido.
    • Il sistema si sta informatizzando. Di per sé era l’ora, era da ridere con quei lenzuoli di verbali da riempire. Nello sforzo di vedere il lato positivo l’avevo preso come un esercizio di calligrafia! C’era però anche un altro paradossale vantaggio: il sistema arcaico mi dava più margini per esercitare alcuni aspetti innovativi, tipo l’eliminazione del fattore temporale – Finite il blog quando volete … Da quest’anno, con il verbale elettronico – ripeto, benvenuto – non lo posso più fare. Allora, con 344 studenti e vincoli temporali precisi, devo cambiare qualcosa. Non chiederò per esempio di fare il blog agli studenti, perché non ce la farei a seguirli, visto che sono solo. Di certo rimarrà il mio blog, perché io su una cattedra non salirò mai più, e perché questo stile totalmente aperto e trasparente è l’unico che mi s’attaglia.
    • E poi, per essere impietosamente sincero con me stesso, forse anche perché dopo qualche anno io devo cambiar balocco.
  9. Sono l’utente che ama viaggiare informato, abbastanza diffidente da evitare alcuni ambienti troppo “esposti”.
    Quest’anno mi sono iscritto ad un sacco di cose …
    alcune si sono rivelate sorprendentemente utili e piacevoli, come questa blogoclasse che mi dispiace debba essere chiusa come un comune ambiente scolastico al termine delle lezioni.
    Volendo potrei rendermi invisibile, utilizzando alcuni suggerimenti offerti dalla rete che rallentano solo la navigazione.
    Ritengo più utili i consigli che sono stati dati per rendere consapevoli gli utenti e, come è stato più volte detto, non solo da Fb, il cui gioco è ormai abbastanza manifesto.
    Al termine di questo percorso, sono un utente diffidente q.b.(quanto basta) per continuare a non svendere l’anima ma tale da capire che l’uso della rete può essere costruttivo e proficuo, basta saperla usare nel modo giusto.
    Un grazie davvero a tutti per … tutto.
    Keep in touch!

    “― Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?
    Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:
    ― Eh, caro mio… Io sono il fu Mattia Pascal.”
    ;-)

  10. Grazie a Andreas e a tutti i partecipanti per questo (per)corso tanto istruttivo e divertente. Rispetto a questo post e ai commenti che ha suscitato: non fissiamoci esclusivamente su Facebook quando pensiamo alla privacy, però. ACTA, SOPA, PIPA, che Andreas ci ha anche invitati ad esaminare, si iscrivono nel ricco filone dei tentativi legislativi di erodere la protezione dei dati in nome di altri vantaggi: protezione dei minori dalla pornografia, del copyright, dal terrorismo e chi più ne ha più ne metta.
    Poi ci sarebbero quei meravigliosi aggeggi portatili che funzionano col cloud, che ci incitano anch’essi a barattare la nostra identità contro la “gratuità” di servizi. Allora ecco due video che mi sembrano pertinenti:

    – sui pericoli delle banche di dati: Ordering Pizza della American Civil Liberties Union. La pagina non è datata ma era già in giro nel 2005 quando avevo tradotto il dialogo in italiano. E già nel suo 7e Rapport d’activités 1999/2000 (PDF), l’Incaricato federale alla protezione dei dati svizzero discuteva il caso di un tizio che aveva buttato un sacchetto di rifiuti in luogo non idoneo, rintracciato tramite uno scontrino della Migros che recava il numero della sua carta di fedeltà Cumulus: la Migros aveva fornito i dati al giudice d’istruzione, con conseguente multa dello sporcatore.

    – su un uso alternativo interessante degli aggeggi mobili: iPad Knaller Frauen ossia “IPad einfach ein allzweck Gerät”, l’Ipad è semplicemente un apparecchio multiuso. Credo si capisca lo stesso anche se non si sa il tedesco.

    Come ha scritto Maria Grazia: Au revoir, blogoclasse! Ci si becca in Rete ;-)

  11. Come ho scritto nell’aggiornamento in testa al post, questo NON è un post su Facebook, che ho preso ad esempio solo perché ben noto ai più; le considerazioni svolte riguardano invece TUTTI i servizi Web in qualche modo “social”: GoogleTutto, Twitter, Linkedin, eccetera.

  12. mi unisco ai negligenti…..mi sono iscritta a fb molti anni fa, costretta ad avere un profilo per frequentare un corso di aggiornamento che aveva l’obiettivo di farci capire il funzionamento del social network e delle google applications. che dire sarò ripetitiva ma che noia! La stessa cosa ho provato quando ho comprato il primo modem, l’analogico, la solita domanda ma che mi serve stare qui? Prevalentemente mi sembra un mondo di pettegolezzi ma poi se uno ne fa un uso diverso per esempio contattare persone per un fine di studio o di lavoro, scambio può avere una sua utilità.

  13. Pingback: Identità in rete | Appunti in rete

  14. Vorrei segnalare anche un’altra cosa, sempre a proposito di Facebook: avete presente i pulsanti “like” che compaiono su parecchi siti web e che consentono di segnalare ai nostri amici che qualcosa ci piace senza uscire dal sito stesso? Bene, se quando visitiamo questi siti siamo collegati a Facebook (anche se non lo stiamo usando o l’abbiamo proprio chiuso ma abbiamo selezionato l’opzione “rimani collegato”), pur non cliccando minimamente questi pulsanti viene comunque registrato nell’enorme banca dati delle nostre preferenze che noi il tal giorno alla tal ora abbiamo visitato il sito xyz. Un modo per difendersi da questo (purtroppo diffusissimo) fenomeno è l’estensione Priv3 per firefox (http://priv3.icsi.berkeley.edu/) sviluppata dalla Berkeley University; oppure…. si potrebbe sempre non usare Facebook!

  15. @catepol
    sono utili i tuoi post su questi argomenti :)

    @Mariaserena
    sì, la libertà personale va difesa, e va coltivata di pari passo la riflessione su ciò che accade intorno

    @Maria Grazia
    inevitabilmente ci beccheremo … :)

    @M.Antonella
    ah Chance giardiniere, quando lo vidi dissi: – Boia ma quello sono io!

    @Deborah
    tu sai come la penso sul copyright: non rivendico diritti di alcun tipo, cannibalizza gioiosamente …

  16. Io faccio parte dell’utente numero 5, ovvero colei che si é iscritta un po’ per gioco, un po’ per curiosità. Poi grazie alla Gabbanelli ho scoperto i retroscena. A quel punto mi son detta: e adesso che posso farmene di tutta questa consapevolezza? Come dici giustamente tu, cancellare il nominativo non servirebbe a molto. Allora ho optato per questa soluzione: non lo uso piú, salvo rispondere a qualcuno quando mi scrive. E il giochino funziona, perché quando ti comporti da utente “negligente” nessuno ti scrive. Quando subentra la consapevolezza penso sempre che questo malato sistema “non mi avrà mai come vorrebbe lui”.
    Grazie Andreas! I tuoi post sono sempre di grande aiuto. A questo proposito vorrei chiederti una cosa: posso far girare quello che hai scritto? Sei stato cosí chiaro… Mi daresti il permesso? Potremmo aiutare qualcuno che ignora questi importanti “passaggi” e renderlo, appunto, consapevole.

  17. Brrrr!!! Andreas!
    Il quadro a fosche tinte, il ritratto orwelliano che tratteggi in questo post,
    (il cui titolo potrebbe essere “2021”) ;)
    è davvero inquietante, anche per una come me che vale meno di 10 € in FB…
    E l’antidoto a questa condizione di esposizione al Grande Fratello FB???
    Vivere, se ci si riesce, come Chance giardiniere…

  18. Grazie Andreas, questa volta ho capito tutto :-)
    A scuola, fin dalle elementari (ora scuola primaria) si devono dare nozioni di questi argomenti.
    Anche se non sono “di programma” è un dovere che gli insegnanti si debbono porre per risolverlo. In fondo a scuola si può inserire qualunque argomento, e un insegnante non può permettersi di non insegnare anche questo aspetto della comunicazione tecnologica e digitale.
    Non vedo mostri all’orizzonte, ma la libertà personale dev’essere difesa.

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