CCK09: Connectivism and Connective Knowledge 4

(Versione italiana)

Last year I participated to the online course Connectivism and Connective Knowledge given by George Siemens and Stephen Downes. It was a great experience that influenced deeply my practices. It is a good new that they will deliver another version in the fall of this year.

One of the interesting features of these courses is that everyone is free to participate in its own way. This year it will not possible for me to attend the course as I did last year. Nevertheless, I subscribed with the intention of  posting during the course about a work I’m doing that I believe is related to some of the topics  that will be faced in this new version. I will try to listen to those that share similar interests in CCK09.

In this first post I’m going to outline this work.

The objective is to investigate the potential of web 2 technologies to improve the learning experience in a variety of graduate and post graduate courses. Basically, with the method I’m investigating, the teacher tries to facilitate the personal involvement and the practice of the students by keeping to a minimum its own interventions. From the technical point of view, the teaching method is based on the use of blogs and feed syndacation. Both the students and teachers use the blogs to write assignments, to pose questions, to comment and to collaborate. More details are available in this paper (pdf).

My thesis is that by means of the blog community and a sensible conduit of the teacher it is possible to give life to a phenomenon akin to what Etienne Wenger described as a community of practice (CoP), where the feeling of common objectives, the active collaboration among participants and the development of a set of common practices, substantially improve the process of meaning creation and, consequently, the learning experience. However, in my perspective the role of the teacher should not be that of controlling and managing that community as it is often intended when talking about CoPs. Instead, I see this community as something that should grow by itself, free to establish connections with resources, people, organizations and networks that are external to the class environment, much in the sense of connectivism as it has been formulated by George Siemens and Stephen Downes.

Thus, the class is the place where I welcome my students but then I try to bring them “outside” through what I’m calling the “blogroom”. The blogroom is a living community and the teacher has to take care of it as it is common with every newborn form of life. When you are taking care of a living being – it could be a newborn infant  as well as a grove or anything else – the most important thing is to learn to observe it before doing anything.

The blogroom community is a living being because it is composed of humans but it is also a living being in its whole. The teacher should be able to see this creature being aware that its well being is of great importance to improve substantially the learning experience of its components.

The main objective of this work is to explore methods to observe this community, supporting, but not replacing, the complex subjective impressions and feelings of the teacher. Since the life of the blogroom is trackable in all its details, the idea is to use methods of the social network analysis to extract relevant information from its traces.

The method is based on a set of web services and open source tools that allow one to extract the history of the blog community and to perform statistical and graphical network analysis on such data. The tools are 1) Google Reader for feed aggregation, 2) Google Docs for management of students data, 3) a set of Ruby packages to automatically browse the internet and exctract data from web services, 4) the Statnet package of the R environment for social network analysis and, finally, 5) some software I’m writing in Ruby myself to glue all together.

In this method, a variety of social network analysis tools are used to evaluate the part of students activities beyond the minimum trivial level constituted of a standard sequence of assignments. These evaluations may be done both on longitudinal studies as well as to compare different students populations. Conventional measures of networks as well as recent network modelling methods based on exponential-family random graph models (ERGM) are used.

This is a no cost project since all these web sevices, software tools and software languages are free and I will use them as long as they will remain free.

During the next months I will posts on specific aspects of this work.

Coltivare le connessioni (II) 19

English (Traduzione di Ilaria Montagni)

Nel post precedente, Coltivare le connessioni (I), ho cercato di mettere in evidenza il ruolo fondamentale delle reti in un’evoluzione che non ha mai visto soluzioni di continuità.

Le reti sono apparse nella scienza occidentale quando negli anni 20 del secolo scorso gli studiosi di ecologia hanno descritto gli ecosistemi come comunità di organismi connessi fra loro in una rete definita dalle relazioni alimentari fra le specie.

Successivamente le caratteristiche delle reti sono state riconosciute in molti altri contesti: per esempio gli organismi possono essere pensati come reti di cellule, le cellule come reti di molecole e via dicendo.

Le generalizzazioni si susseguono e le terminologie contaminano ambiti molto diversi. Per esempio Google trova più di quattro milioni di siti cercando “economic ecosystem”. Infatti oggi il termine ecosistema è molto comune nella descrizione dei sistemi economici.

Dire che mediante le reti si possono spiegare i misteri della vita è certamente esagerato tuttavia dove c’è vita ci sono reti. Fritjof Capra chiama living networks le reti che formano organismi viventi [1]. Non tutte le reti sono “viventi”. Le reti viventi sono quelle in grado di autogenerarsi, cioè di impiegare i propri componenti per trasformare o costruire nuovi componenti.

Il panorama scientifico si è molto complicato. Gli strumenti della scienza del IXX e del XX secolo si stanno rivelando insufficienti per tentare di comprendere e descrivere il mondo in cui viviamo. Forse, il risultato dell’indagine scientifica più significativo nel XX secolo è stato proprio quello di riconoscere i propri limiti in una grande varietà di campi. Un fatto che ha indotto la comunità scientifica a revisionare l’insieme dei concetti, dei valori e dei metodi condivisi per definire i problemi e ricercare la loro soluzione, il processo che Thomas Kuhn ha descritto come slittamento del paradigma del metodo scientifico.

Ci troviamo così di fronte a vari nuovi campi di ricerca che condividono il tentativo di affrontare in qualche modo la complessità: teoria dei sistemi, sistemi complessi, caos, frattali, dinamica non lineare, sistemi cognitivi, pensiero sistemico per menzionarne solo alcuni.

In misura variabile, in tutti questi ambiti si rinuncia all’approccio riduzionistico, che ha dominato il metodo scientifico prima del XX secolo e mediante il quale si scompone un sistema nelle sue parti confidando di poter dedurre il comportamento dell’insieme a partire da quello delle singole parti.

Questo modo di guardare all’insieme senza recidere le relazioni di ogni sua parte con il contesto rappresenta l’approccio olistico all’indagine scientifica. Come sempre succede quando si presenta una dicotomia bisogna stare attenti a non restarci intrappolati e il rischio è notevole perché oggi le diatribe fra “riduzionisti” e “olisti” abbondano.

Deve essere chiaro che non voglio condurre il lettore né da una parte né dall’altra di questa ennesima dicotomia ma solo sottolineare come nel corso del XX secolo l’uomo sia stato costretto ad accettare un netto cambio di paradigma nella metodologia dell’indagine scientifica e in generale nella visione del mondo.

Si tratta di un cambio di paradigma che è tutt’altro che indolore e che è anche ben lungi dall’essere accettato dalla comunità scientifica e interiorizzato dalla comunità in generale. La via della conoscenza non è lineare. I semi delle novità germogliano quando il terreno che li accoglie è pronto. Una nuova visione che può folgorare alcuni può risultare inaccettabile per altri. Quello che ancora facciamo fatica ad accettare oggi, nel 2009, può essere stato l’oggetto dell’intuizione di un poeta due secoli prima. Ecco per esempio cosa ha scritto Giacomo Leopardi il 4 ottobre del 1821 a pagina 1837 del suo Zibaldone dei Pensieri [2]:

Scomponete una macchina complicatissima, toglietele una gran parte delle sue ruote, e ponetele da parte senza pensarvi più; quindi, ricomponete la macchina, e mettetevi a ragionare sopra le sue proprietà, i suoi mezzi, i suoi effetti: tutti i vostri ragionamenti saranno falsi, la macchina non è più quella, gli effetti non sono quelli che dovrebbero, i mezzi sono indeboliti, cambiati, o fatti inutili; voi andate arzigogolando sopra questo composto, vi sforzate di spiegare gli effetti della macchina dimezzata, come s’ella fosse intera; speculate minutamente tutte le ruote che ancora lo compongono, ed attribuite a questa o quella un effetto che la macchina non produce più, e che le avevate veduto produrre in virtù delle ruote che le avete tolte ecc. ecc. Così accade nel sistema della natura, quando l’è stato tolto e staccato di netto il meccanismo del bello, ch’era congegnato e immedesimato con tutte le altre parti del sistema, e con ciascuna di esse.

Con l’intuizione che solo i poeti possono avere, Leopardi anticipa il cambio di paradigma nella visione del mondo che ancora oggi, nel XX secolo, facciamo fatica ad accettare.

Le reti rappresentano un elemento centrale nella nuova visione del mondo, quasi una risposta all’obiezione fatta da Giacomo Leopardi due secoli fa.

Torniamo dunque a considerare Internet, la rete che ormai rappresenta la principale infrastruttura per la comunicazione, alla quale tutti possono accedere con una varietà di strumenti di uso comune, non solo col computer [3].

Ebbene, internet è una “living network” perché ha capacità autogenerative. Le tecnologie che stanno alla base della gran parte delle funzionalità di internet si sono sviluppate proprio grazie alle caratteristiche della rete stessa. Solo per fare un esempio, il più importante software di gestione delle pagine web che viene utilizzato nei web server è Apache, un prodotto open source e quindi un prodotto di un componente peculiare di internet.

Internet è una cosa viva come vive sono le innumerevoli comunità che ospita. Ve ne sono di buone e di meno buone, ve ne sono di tutti i tipi. Sono vive perché nascono e muoiono, perché hanno tutte una certa tendenza alla sopravvivenza, perché si possono trasformare, scindere e riunire. Sono vive perché sono comunità umane. Se volete, potete stabilire connessioni con una qualsiasi di esse e con quante volete.

La quantità di opportunità offerte da internet è sconvolgente e non era immaginabile fino a 10 anni fa. Eppure sembra prevalere nell’opinione delle persone, e forse con ragione, l’idea di una cosa effimera, dove la quantità prevale sulla qualità, la stupidità sulla profondità.

È veramente così? Laddove c’è massa è inevitabile che la qualità scompaia e prevalga il peggio? Internet, con la sua straordinaria capacità di fluidificare l’informazione, è la chiara dimostrazione di questa triste tesi?

Devo dire che, considerata la nostra situazione su questo pianeta, l’idea che tutto ciò che concerne la massa debba essere negativo mi mette alquanto a disagio. E poi, dobbiamo dimenticare alcuni fenomeni straordinari come il software open source, il sistema operativo Linux, IBM che fa affari con mondo open source, come tutte le altre grandi aziende IT, le multinazionali che fanno ricerca collaborando con la massa, la possibilità per gli autori di decidere quanto e come rendere libero delle proprie opere con le licenze Creative Commons?

Tante persone, dopo avere udito qualche mia descrizione di questi fenomeni, dicono: “Ma queste belle cose riguardano altri, quelli che sanno, quelli che possono … io non ho questi strumenti, non ho le competenze”.

No. Non sono d’accordo. Non è un problema di competenze. Non è un problema di strumenti. Non è perché a potere sono sempre gli altri.

L’esplosione di internet dal 2000 in poi è proprio dovuta al fatto che per esprimersi ed agire in rete bastano competenze elementari e strumenti di bassissimo costo, ubiquitari e che le nuove generazioni usano quasi senza accorgersene.

Quello delle carenza di competenze e di strumenti idonei per partecipare è un alibi che nasconde un disagio più profondo che credo derivi dalla scolasticità dell’istruzione (ahimè, non formazione) e dalla scolarizzazione della nostra società con almeno due gravi conseguenze:

  1. malgrado il continuo sfoggio di attivismo abbiamo in realtà un atteggiamento molto passivo, conformista e scarsamente creativo
  2. non siamo ormai più abituati ad avere a che fare con le cose vive, o quasi.

Il primo punto è quello che ho sviluppato in un post precedente dedicato a Facebook dove mi riferivo al cambio di paradigma suggerito da Patch Adams con il quale si sostituisce il so that … al because of …”: ora faccio questo perché ho l’obiettivo di … anziché non posso fare questo per colpa di … Concludevo dicendo che la questione non è su dove “stare”, nel mondo reale o in quello virtuale o da qualche altra parte, ma su quali strumenti impiegare per tentare di realizzare i propri progetti, magari il proprio progetto di vita.

Qui vorrei invece soffermarmi sul secondo punto: abbiamo perso la sensibilità necessaria per comunicare con le entità vive, non le sappiamo più ascoltare, non sappiamo più parlare loro, abbiamo perso la capacità di empatizzare al punto che talvolta non le “vediamo” nemmeno.

Forse qualcuno si sta domandando cosa intenda per cosa viva. Ecco degli esempi: la pianta che tenete in un vaso ma anche la terra che la ospita, il lievito (di birra) che mettete nell’impasto per fare un dolce, tutte le cose per fare le quali chiediamo aiuto a popolazioni di batteri come il pane, il vino, il formaggio, e poi la terra dalla quale proviene tutta la nostra alimentazione, anche un bambino è una cosa viva e anche una classe di studenti, la nostra blogoclasse, una comunità di persone che si riuniscono periodicamente per discutere su un argomento di comune interesse, magari in internet, una comunità di pratica, l’insieme dei feed dei siti che mi interessano.

Alcune delle cose che ho elencato sembrano ovvie ma a giudicare per esempio da come in generale mangiamo, da come parliamo ai giovani, da come insegniamo nelle classi scolastiche, nutro seri dubbi che si sappia ancora parlare alle cose vive.

Carlo Petrini scrive nella presentazione del bellissimo dvd Storie di terra e di rezdore:

Il savoir faire dei bravi artigiani e contadini di tutto il mondo ci racconta di come l’uomo un tempo abbia stretto un’alleanza con la natura , prima di iniziare a distruggerla sistematicamente, credendo di poterla dominare.

Una cosa viva si distrugge allorché non la si capisce più e non si è più in grado di parlarle. Si può distruggere un figlio senza toccarlo. Si possono distruggere parti di mondo (le famigerate materie scolastiche) nella mente dei propri studenti. Accade di norma, salvo splendide eccezioni. Si può distruggere la propria terra.

Perché è accaduto questo? È accaduto per il processo di atomizzazione della società che ha condotto alla disgregazione delle piccole comunità umane, famiglie, paesi, borghi. È accaduto per la conseguente scolarizzazione della società. La famiglia non educa più, appalta l’educazione ad altri e gestisce la giornata dei figli. I genitori sono diventati i manager dei propri figli. In parte perché non hanno tempo ma in parte perché non hanno molto da tramandare.

Si sono interrotti i fili lungo i quali si trasmetteva il sapere, di generazione in generazione. Ora si va a scuola ma questa dà solo un surrogato finalizzato all’inserimento nel mondo del lavoro, peraltro spesso in modo non soddisfacente. La scuola non può dare quella conoscenza che prima fluiva dai vecchi ai giovani per osmosi, per atti osservati e condivisi, che è difficile codificare in forme proposizionali e certamente non in quelle dei manuali scolastici.

In tutta quella parte di sapere che si è estinto nel giro di un paio di generazioni, vi è anche la conoscenza delle cose vive. E mi riferisco solo in minima misura alla conoscenza scolastica eminentemente nozionistica, pur carente, come per esempio non sapere che per produrre il latte le mucche devono partorire un vitello all’anno.

Mi riferisco all’insieme di sensibilità e percezioni che consentono di parlare con la cosa viva. Tutte le cose vive parlano, anche quelle che non conoscono un linguaggio simbolico. Me lo insegnò il mio nonno contadino quando avevo dieci anni:

“Vedi Andrea, le piante parlano”

“Come sarebbe a dire?”

“Le devi osservare per capire quello che ti dicono, devi imparare i loro segni.Per esempio se le foglie pendono e avvizziscono vuol dire che hanno sete. Tutte le cose vive parlano. Bisogna aspettare e osservare, loro ti daranno dei segni. Si può parlare con le piante ma ci vuole tempo”.

Mio padre, laureato, uomo colto e di valore non avrebbe saputo dirmi la stessa cosa. Io ora ho 54 anni, quindi siamo di fronte ad un fenomeno di estinzione.

Nel panorama della generazione dei miei figli non c’è più niente di tutto questo e, ripeto, ciò che non conosciamo, lo uccidiamo senza accorgercene. A onor del vero stanno riemergendo dei segni di attenzione grazie alle iniziative e all’opera di personaggi come Carlo Petrini, ideatore di Slow Food. Dobbiamo esser contenti di questi segni ma sono gocce nell’oceano rispetto a quella che era la cultura di un popolo.

La mia tesi è che non riusciamo a trarre vantaggio dalla ricchezza del mondo online perché abbiamo perso una cultura sviluppata e tramandata da millenni e che, nel processo di scolarizzazione della società iniziato nel IXX secolo, è ormai estinta perché la scuola non è stata in grado di raccoglierla e tenerla viva.

La cultura che abbiamo perso contemplava l’alleanza con la natura citata da Petrini, come tutte le alleanze fondata sul dialogo e sulla comprensione. Si possono fare tanti esempi che possono fungere da metafore utili nella vita online. Il problema è che le metafore funzionano quando portano in un contesto familiare e invece molte di queste portano in un contesto purtroppo già remoto. Per questo ne propongo alcune nella speranza che per ciascuno ve ne sia almeno una congegnale.

Il mezzadro

Inizio con quella che è più congegnale a me e che potrei chiamare del mezzadro. Perché proprio mezzadro e non semplicemente contadino? La mezzadria [4] era un contratto di lavoro fra padrone e contadino che prevedeva che il contadino abitasse con la famiglia sul podere facendosi completamente carico della sua conduzione e cedendo il 50% dei prodotti al padrone.

È la principale forma di conduzione del territorio agricolo nelle zone collinari e montane in Toscana, Umbria, Marche ed Emilia Romagna. In realtà, salvo lodevoli eccezioni, si è trattato di una forma di sfruttamento che ha raggiunto livelli odiosi, soprattutto nei poderi di montagna che sono meno prodighi di frutti.

Un vero peccato perché il mezzadro, un po’ per necessità e ristrettezze, un po’ per la grande varietà di attività che la conduzione di un podere richiedeva era un uomo di grande competenza e versatilità. La competenza del mezzadro, valutata in un mercato del lavoro equo sarebbe come il vin santo fatto per bene: senza prezzo. Peccato che lo sviluppo economico se ne sia andato da un’altra parte.
È lunga la lista di tutto ciò che un mezzadro aveva da controllare, curare, intraprendere, correggere, mantenere, costruire sul suo podere e per i suoi animali. Tutte le cose dalle quali dipendeva la sopravvivenza della sua famiglia erano vive, piante, colture, orti, animali, cacciagione. Doveva per forza saper parlare con esse. Non doveva mai perdere di vista l’insieme ed essere sempre pronto ad intervenire.

È una mentalità molto diversa da quella dominante nel lavoro secondario e terziario, dove prevale la manipolazione, la costruzione, la gestione di entità viste come inanimate, oggetti da assemblare, pratiche da evadere, personale con requisiti predefiniti da reclutare, risorse da allocare, obiettivi da conseguire.

Nel lavoro del mezzadro vi erano momenti di pianificazione e costruzione ma prevaleva la pratica dell’ascolto. Per esempio l’orto – che fa l’uomo morto – richiedeva una visita quotidiana e le cose da fare dipendevano da condizioni sempre variabili e solo in parte predicibili – oggi l’insalata ha bisogno di più acqua perché stanotte c’è stata poca guazza, ai pomodori le erbacce sono cresciute troppo, quei fagiolini vanno colti sennò induriscono … ah le lumache mi mangiano le fragole …

I feed che voi scegliete di seguire sono come gli ortaggi che decidete di seminare e di piantare, lo dovete sapere voi di cosa avete bisogno.

Feed è un termine tecnico ma rappresenta una connessione con un essere umano e tale connessione deve essere seguita come una pianta nell’orto affinché dia i frutti sperati, va coltivata: leggere quando interessa, riflettere, commentare,rispondere, proporre.

L’insieme delle vostre connessioni è il vostro orto.

Non spendo altre parole perché so che più di tanto le parole non possono comunicare. Se avete nella vostra vita reale una connessione di questo tipo, una persona o un ricordo collegati al mondo della terra, ebbene cercate di recuperarla e approfondirla, otterrete di più che dalle mie parole.

La madre

Tracciare le fila di questa metafora dovrebbe essere facile dopo quello che ho detto nella precedente. Inoltre dovrebbe funzionare bene per la metà degli esseri umani, in teoria.

In realtà non ne sono tanto sicuro. Ricordo la conversazione di un’ostetrica che lamentava l’assurdità delle domande fatte da un numero crescente di genitori. Domande che un tempo non sarebbero venute in mente a nessuno e che rivelano l’imbarazzo per non saper che pesci prendere di fronte ad una cosa viva: “Chiediamo al dottore!”, “Iscriviamoci ad un corso!”

Luigi Pirandello, in “Donna Mimma” [5] descrive il sofferto passaggio dall’esperienza della mammana alla professionalità dell’ostetrica e quando donna Mimma è costretta ad andare all’università per ottenere il diploma necessario per continuare la professione che di fatto aveva esercitato da 35 anni

… mano a mano che quella famosa conoscenza implicita, di cui il professor Torresi ha parlato, le diviene esplicita, donna Mimma – veder più chiaro? altro che veder più chiaro! – Non riesce a veder più nulla.

Ora anche mamme e babbi stanno perdendo la conoscenza implicita!

Ecco un bell’esempio di ciò che intendo per società scolarizzata. Cercare in forme proposizionali, somministrate da una cattedra e pagate un certo prezzo conoscenze che prima erano respirate nella comunità.

Come confrontare l’acquisto e la consumazione di una barretta con la preparazione di una piatto e la sua degustazione con un amico. La differenza è la vita.

Credo che la scolarizzazione contribuisca tragicamente al rapporto con le generazioni successive, sempre che si possa ancora parlare di rapporto … ma chissà …

Il maestro

Trovo che questa sarebbe la metafora più bella. La cura, il rispetto e l’umiltà in un anziano che segue il percorso di un giovane. Il vero maestro parla poco, interviene poco, il minimo. Il vero maestro si disinteressa della quantità ma solo della qualità, perché la quantità sarà affare del giovane ma è sulla ricerca della qualità che il maestro può essere utile.

Raro. Rarissimo a scuola. La rarità rende ancor più fulgide le eccezioni che fortunatamente esistono. Se avete avuto la fortuna di trovare un maestro sul vostro cammino, ebbene ripensate a quell’esperienza.

Se dedicate alle vostre attenzioni l’attenzione e la cura che il maestro dedica ai suoi giovani allora avrete delle piacevoli sorprese.

La passeggiata nel bosco

Sia andando in cerca di connessioni che coltivando quelle selezionate, può venire molto facilmente l’ansia di non poter affrontare una quantità così grande e soprattutto di perdere qualcosa nella vastità della quale non si scorgono i limiti. Un altro effetto della scolarizzazione: voler vedere i limiti del territorio, avere bisogno del manuale, voler sapere tutto ciò che serve. Questa è una mal-formazione di origine scolastica. La vita non è così. Mai.

Queste ansie sono emerse con evidenza nel corso online Connectivism and Connective Knowledge tenuto da George Siemens e Stephen Downes nel semestre autunnale di quest’anno.

Durante la seconda settimana del corso proposi la metafora che traduco qui di seguito.

Pare , forse non sorprendentemente, che molti di noi si trovino disorientati e talvolta infastiditi dalla struttura caotica del corso.

Ebbene, facciamo una passeggiata in un bosco e rilassiamoci …

cosa vuol dire conoscere un bosco?

• conoscerne il nome?
• conoscere tutti i sentieri del bosco così da poter tornare indietro con sicurezza in qualsiasi condizione?
• conoscere tutti i tipi di alberi, piante e animali che lo popolano?
• conoscerlo così da poterci cacciare animali selvatici?
• sapere se in qualche sua parte scorre dell’acqua sotto il suolo?
• sapere dove e quando ci si possono trovare dei buoni funghi?
• sapere che vi ebbe luogo un importante fatto storico?
• sapere che vi trovò ispirazione un poeta famoso?
• essersi innamorati di qualcuno in quel luogo?

Oh, quanti modi diversi ci sono di conoscere quel bosco, alcuni richiedono una vita intera, altri pochi istanti.

Tuttavia, nessuno può credere che per conoscere quel bosco sia necessario conoscerne esattamente tutti gli alberi, uno per uno, le loro forme, età e posizione. Tutte le piante. Tutte le foglie di ciascuna pianta. Tutti gli animali e dove si trova e cosa fa ciascun animale in ogni istante. Tutte le pietre. Tutte le particelle.

Certo che no! È semplicemente troppo e del resto, potrebbe essere desiderabile un simile tipo di conoscenza? No, questo tipo di conoscenza completa e dissennata è certamente meno desiderabile di una qualsiasi delle precedenti.

No, quello di cui abbiamo bisogno è di trovare ciascuno il proprio percorso per conoscere quel bosco. I modi di conoscerlo sono illimitati e ciascuno può impiegare un sistema di concetti diversi per conoscerlo. Un sistema diverso di connessioni. Una rete diversa di connessioni. Persino la stessa persona in momenti diversi può ricorrere ad un diverso sistema di concetti per conoscere quel bosco.

In ogni caso, qual è il modo migliore per raggiungerne quella vostra particolare conoscenza? Semplicemente godendosi una passeggiata, una, due, molte volte e andando dove vedete qualcosa che vi piace. Col passare del tempo conoscerete quel bosco nel vostro particolare modo.

Conclusione prima che arrivi la III e ultima parte

Se siete ancora qui ma le metafore che vi ho suggerito non vi convincono e non trovate riferimenti significativi a qualche esperienza del vostro passato, potrei suggerirvi di procurarvi il dvd Storie di terra e di rezdore e guardarlo con attenzione. Ci sono sequenze che meritano visioni ripetute.
Se anche dopo questo, non vedete il nesso … beh, allora forse è meglio che in Internet ci stiate il meno possibile, effettivamente.
—-
[1] Capra, Fritjof, The Web of Life, Flamingo, London, 1997.

[2] Leopardi, Giacomo, Zibaldone dei Pensieri (pag. 1837, 4 ottobre 1821), Oscar Mondadori, Milano, 2004.

[3] Il computer è ormai già sulla la via dell’obsolescenza. Secondo varie varie fonti, il telefono cellulare è la tecnologia che sta invadendo il mondo. In molte parti del mondo nella quali sino ad ora si è rivelato impossibile costruire le infrastrutture tecnologiche tradizionali dispongono già di reti di telefonia cellulare che offrono ampia copertura e velocità di trasmissione dati elevate (”The art of the possible” Economist, 13 novembre 2008). Per esempio, il 72% della popolazione Afgana è coperta dalla rete e nel 2006 il 68% delle nuove richieste di sottoscrizione ad un nuovo numero di cellulare sono provenute dai paesi in via di sviluppo

[4] Casanova, Paolo ; Sorbetti Guerri, Francesco, La vita e le cacce dei contadini fra Ottocento e Novecento : quando si cacciava per vivere, Edizioni Polistampa, Firenze, 2007.

[5] Pirandello, Luigi, Novelle per un anno, Donna Mimma, Il vecchio Dio, La giara, Garzanti, Milano, 1994.

Coltivare le connessioni (I) 18

English (Traduzione di Ilaria Montagni)

È difficile affrontare il nuovo. È difficile comunicare il nuovo. È difficile scrivere per comunicare il nuovo. Chi legge cerca immediatamente di trovare punti di riferimento e questi si trovano nel territorio del vecchio, del preesistente, del familiare. Per affrontare il nuovo tutti devono compiere uno sforzo addizionale: colui che  scrive deve ingegnarsi per trovare strumenti espressivi adeguati, colui che legge deve essere predisposto al nuovo, deve essere predisposto all’avventura. Uno strumento fondamentale per comunicare il nuovo è la metafora ma perché essa funzioni deve poggiare nel territorio familiare del lettore.

Ciò che sto cercando di spiegare riguardo al modo di stare online è in realtà molto semplice ma al tempo stesso molto difficile da comunicare. Credo che il motivo stia nella difficoltà di reperire metafore adeguate, per un motivo o per l’altro. In questo articolo proverò quindi ad usare tutte quelle che mi vengono in mente nella speranza che laddove non funzioni una possa funzionare l’altra. Tuttavia, caro lettore, prima di ricorrere a questo stratagemma, vorrei rassicurarti sul fatto che lo sforzo che ti richiedo non è gratuito, non è un mero esercizio scolastico. È uno sforzo che tutti dobbiamo fare perché è imposto dalle grandi mutazioni del mondo nel quale viviamo.

In questo post, che è il primo di una serie di tre (almeno credo) propongo una riflessione su due elementi fondamentali che è necessario focalizzare prima di qualsiasi altra considerazione: la crescita esponenziale dell’evoluzione e il ruolo delle reti. Nel secondo post della serie proveremo a giocare un po’ con alcune metafore nella speranza che ci possano essere utili per imparare ad avere cura delle proprie connessioni. Infine, nella terza parte proveremo a fare qualche considerazione sulle comunità di blog e sull’idea di Personal Learning Environment.

La conclusione, che possiamo anticipare subito, sarà più o meno del tipo: per utilizzare al meglio le nuove tecnologie di comunicazione dobbiamo imparare ad ignorarle.

Evoluzione e crescita esponenziale

È indubbio che viviamo in un epoca di grandi mutazioni ma sarebbe un errore ritenere queste novità senza precedenti che turbano e sconvolgono una condizione di equilibrio, e che forse avremmo potuto evitare o cambiare se avessimo agito in un modo diverso. Il mondo non è mai stato fermo, anzi esso esiste e noi, a questo punto della sua storia, lo percepiamo grazie al fatto che esso è fatto di solo divenire. Noi siamo il frutto dell’evoluzione che ha luogo su questo pianeta ed è un fatto universalmente accettato che l’evoluzione abbia un andamento esponenziale [1].

Ci sono parole inflazionate. Esponenziale è una di queste: andamento esponenziale, crescita esponenziale, esplosione esponenziale. Credo che tutti associno alla parola esponenziale l’idea di qualcosa che cresce in un  modo esplosivo, giustamente. Ma non c’è solo questo. L’esponenziale è una funzione matematica, diamole un’occhiata [2]

exp
È vero che l’esponenziale esplode ma non sempre! Esplode a destra, per x -> ∞ dicono i matematici. A sinistra invece l’esponenziale è del tutto tranquillo, sembra che non succeda niente. Ora, se l’esponenziale rappresenta l’evoluzione, sulle ascisse (asse delle x, quello orizzontale)  mettiamo il tempo e sulle ordinate (asse y, quello verticale) mettiamo qualche indicatore dell’evoluzione: entità della popolazione umana, conoscenza acquisita, livello di complessità degli organismi biologici o altro. Qualsiasi quantità ci mettiate, se l’andamento è esponenziale, nella parte iniziale la crescita è molto lenta e solo da un certo punto in poi ci si rende conto di trovarsi in una situazione esplosiva. È così che nasce l’illusione che le cose si siano messe a correre all’improvviso. Nella fase iniziale delle crescite esponenziali nessuno si accorge di niente e le approssimazioni lineari o addirittura le ipotesi di equilibrio stabile trovano facilmente credito. Invece il mondo è sempre cambiato, l’evoluzione ha avuto inizio sulla terra non appena le condizioni lo hanno consentito, acqua, atmosfera, sufficiente quantità di specie atomiche disponibili e adeguatamente diffuse, e da allora non si è più fermata.

Ora, all’inizio del terzo millenio, la fase esplosiva è diventata manifesta e all’umanità si pone la sfida di imparare ad affrontare una successione sempre più serrata di mutamenti. Non c’è scampo e non c’è attività umana che possa prescindere da questo. Il nuovo sarà il nostro elemento naturale.

Reti e organizzazioni

Negli ultimi 400 anni, nel corso dei quali tecnologia ed economia hanno preso a crescere con impeto alimentandosi dei progressi della scienza a partire da Galileo Galilei in poi, le organizzazioni di ogni tipo si sono strutturate secondo il modello gerarchico mutuato dalle organizzazioni di tipo militare, forse il primo modello organizzativo della storia.

All’albore del terzo millenio è comparso un nuovo elemento che è sempre esistito ma di cui solo ora si inizia ad intravedere il ruolo fondamentale: la rete [3].

La vita emerge malgrado l’inesorabile aumento dell’entropia stabilito dal secondo principio della termodinamica con due gambe: organizzazioni  e reti.

Le reti sono insiemi di nodi e connessioni. Si chiamano reti a prescindere dalla natura e dal numero dei nodi, dalla natura, dal numero e dalla struttura delle connessioni. Le reti non hanno ordine né gerarchia. I nodi, ai fini della funzionalità della rete, sono tutti equivalenti. Non esistono ruoli diversi per i nodi, non ci sono nodi di un tipo e nodi di un altro. Le reti crescono spontaneamente in modo caotico.

Con il termine organizzazioni qui mi riferisco a qualsiasi struttura che riveli qualche tipo di gerarchia. Le organizzazioni hanno una struttura ordinata e le parti che la compongono hanno ruoli ben definiti.

Il nodo di una rete, in quanto tale, è un’entità puntiforme che si limita ad interagire con gli altri nodi secondo delle regole uguali per tutti i nodi e peculiari del tipo di rete. Tuttavia, se andiamo a vedere un singolo nodo con il “microscopio” scopriamo che esso ha una struttura interna, a sua volta composta di organizzazioni e reti.

In natura, organizzazioni e reti sono sinergiche. Ogni cosa è costituita da complessi insiemi di entità nei quali talvolta prevale la natura della rete e talvolta quella dell’organizzazione. Sistemi sempre più complessi sono costruiti mediante inestricabili coacervi di reti e organizzazioni di livello inferiore in una sorta di  illimitato e complicatissimo sistema di scatole cinesi.

Questo paradigma si applica a tutti gli aspetti del mondo, dalla descrizione dei sistemi biologici a quella dei sistemi macroeconomici.

Come si costruisce una macchina oggi? Qualche tempo fa ho letto di una nuova macchina cinese che è cinese perché la concezione e il management del processo industriale hanno avuto luogo in Cina. Tuttavia, i vari sistemi che compongono la macchina vengono fabbricati negli Stati Uniti, in Germania, Austria, Cina e qualche altro paese. La macchina viene assemblata in una fabbrica dell’Italia meridionale. Questa è una tendenza che caratterizza l’intera economia mondiale. È normale oggi acquistare un’auto di una certa marca nella quale più del 50% dei sistemi che la compongono sono stati progettati, costruiti e assemblati da una rete internazionale di produttori indipendenti dalla marca del prodotto finale. Avete bisogno di freni per la macchina che state progettando? Bene, dovrete considerare tutti i produttori di freni disponibili sul mercato e scegliere quello in grado di fornire i freni con i dati requisiti e al minor costo.

I nodi di una rete industriale sono le aziende le quali sono delle organizzazioni caratterizzate da una gerarchia ben precisa, amministratore delegato (Cheaf Executive Officer), membri del consiglio di amministrazione,  manager e via dicendo. Tuttavia per funzionare, ogni singola azienda si deve comportare come un nodo di una rete di aziende. L’ insieme di regole che caratterizzano le connessioni fra le aziende è piuttosto ben definito ma la rete di aziende cresce in modo caotico. Nessuno può controllare realmente il modo in cui una rete cresce.

La nostra società è composta da insediamenti che vanno dal più minuscolo dei villaggi alla più grande metropoli. Ogni insediamento umano è composto da reti e organizzazioni. Per esempio, ogni città ha un sindaco, un consiglio comunale, una serie di uffici tecnici dove lavorano persone con precise competenze e responsabilità e via dicendo.  Tuttavia in ogni paese l’insieme degli insediamenti rappresenta una rete che si è sviluppata nel corso della storia in modo spontaneo e caotico sotto l’influenza di un coacervo di fattori estremamente complesso.  Nessuno ha mai pianificato l’intera distribuzione di insediamenti in un paese. Tentativi del genere in passato sono forse riferibili a qualche regime dittatoriale ma si tratta di episodi che il corso naturale delle cose riassorbe in fretta.

Il mondo del software open source, il sistema operativo Linux tanto per fare un esempio, è una rete di sviluppatori di software, ognuno dei quali si comporta come un nodo di una rete.  A livello “microscopico” possiamo riconoscere che i singoli nodi possono essere molto diversi. Si può andare dallo studente di informatica a chi lo fa semplicemente per hobby, dall’azienda di Information Technology che sviluppa un software Open Source come una variante di una propria linea di prodotti alla multinazionale che investe miliardi di Euro nell’integrazione dei prodotti Open Source disponibili con quelli della casa. Malgrado la tipologia estremamente varia dei contributori, tutti interagiscono con il mondo Open Source adeguandosi alle stesse regole e agendo quindi come nodi di una rete.

In un articolo apparso sull’Economist del 25 ottobre del 2005, Il signor Kelly, responsabile della divisione Proprietà Intellettuale della IBM, alla domanda su come mai l’IBM, maggior produttore di brevetti industriali nel mondo, si sia messa a regalarne per un valore cospicuo (40 milioni di dollari nel 2003)  al mondo Open Source, risponde: “It isn’t because we are nice guys” spiegando in sostanza che ormai è chiaro che la vitalità dell’ecosistema costituito dalla rete di sviluppatori Open Source è troppo importante per la salute del business di IBM.

I singoli nodi che costituiscono la rete di sviluppatori Open Source, si comportano in modo del tutto simile ma possono avere strutture interne molto diverse, da quella di una grande multinazionale a quella di una singola persona, quest’ultima per esempio composta da un complicatissimo sistema di cellule organizzate in varie strutture. Forse la più complessa di queste strutture è il cervello che è composto da una rete di cellule, ogni neurone un nodo. A sua volta, la singola cellula è un sistema complesso di macromolecole analizzando il quale troviamo altre strutture e reti. E così via.

C’è probabilmente ancora tantissimo da capire sulle proprietà delle reti e delle loro relazioni con le organizzazioni ma non vi è dubbio che in tutti i campi si guardi con estremo interesse al ruolo che le reti sembrano giocare in tutti gli aspetti del mondo che ci circonda. Un fatto ormai certo sul quale i più concordano è che quando, in qualsiasi contesto, appare “il nuovo”, questo accade sempre come prodotto di una rete: la rete, quando gode di buona salute, produce qualcosa che è superiore alla mera somma delle sue parti. Un insieme di sviluppatori software caoticamente affacciati sulla stessa rete non hanno prodotto solo una certa quantità di software somma dei singoli contributi, bensì hanno dato vita a quello che si è rivelato un prodotto industriale in grado di competere e in alcuni settori vincere la competizione con i prodotti industriali convenzionali. In altre parole, hanno dato vita ad un nuovo modello di produzione, successivamente replicato in vari altri contesti. Hanno dato vita al nuovo. Il nuovo nasce come cosa superiore alla somma delle sue parti nelle reti che godono di buona salute: vita da una rete di macromeloecole, mente da una rete di neuroni, cultura da una rete di menti. Non è un caso che vi siano rilevanti osservatori del mondo politico i quali stanno considerando con molta attenzione il ruolo delle reti nelle vicende economiche e politiche della società [4].

La nostra posizione nella storia dell’evoluzione sulla terra ed il ruolo delle reti, che sono sempre esistite ma delle quali solo ora si inizia a percepire il ruolo, sono elementi essenziali che devono essere tenuti in considerazione  per tentare di affrontare i grandi mutamenti che nessuno può ignorare. È solo alla luce di considerazioni del genere che possiamo affrontare anche quello che chiamiamo il mondo online.

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[1]     The law of accelerating returns, Ray Kurzweil.
[2]     Per inciso per fare questo grafico ho utilizzato un tool disponibile in Internet che ho trovato dando a Google la seguente stringa di ricerca: “web tool plot function”. Ho trovato questo. È occorso meno di un minuto fra il desiderio di raffigurare l’esponenziale e la sua produzione. Per il mio lavoro di ricerca ho usato in passato innumerevoli software di elaborazione e produzione di grafici scientifici ma se mi fossi messo a riesumare uno qualsiasi di questi ci avrei messo sicuramente di più.
[3]     Living Networks, in Network Logic, cap. 2,  di Fritjof Capra.
[4]     Connexity revisited,  in Network Logic, cap. 4, di Geoff Mulgan.

Ancora sui social networks 28

English (translated by Ilaria Montagni)

Facebook sì o no? La domanda è stupida ma ricorre quando emerge qualche nuovo fenomeno di massa. “O non ce l’ha fatta proprio lui questa domanda?” diranno molti di voi. Sì, l’ho fatta proprio io la domanda stupida, con l’assignment 5. L’ho fatta per provocare una riflessione più ampia su cosa possa voler dire “essere online” e avvalermi del vostro aiuto per vederci più chiaro. Proprio per questo infatti stiamo facendo il sondaggio che, per inciso, è obbligatorio per tutti, anche per coloro che non usano nessun strumento di social networking e persino per gli appassionati dei quiz.

Leggendo le risposte che si stanno accumulando nel questionario, ne abbiamo 106 per ora, colpisce una reazione che mi sembra abbastanza ricorrente e che si potrebbe riassumere così: “Ah quanto è meglio la vita fisica di quella virtuale!”. Questa è una di quelle affermazioni sulle quali è talmente ovvio concordare, situazioni patologiche a parte, che uno finisce per fermarsi lì, perdendo l’occasione di approfondire qualcosa di importante. In questo post vorrei suggerire un approfondimento della questione e mi piacerebbe poi sentire cosa ne pensate.

Come ho avuto occasione di dire o scrivere qua e là, a me FB non piace e ci passo pochissimo tempo. Non mi piace perché tutto è estremamente volatile, perché si deve far fronte a troppe richieste, perché richiederebbe troppo tempo valutare se l’adesione a un certo gruppo abbia senso o meno, perché si è costretti a udire anche voci che si vorrebbe non sentire, tanti e tanti contatti fugaci e superficiali, un generale traccheggiare, perché tutto finisce col ridursi a mera quantità e in questa quantità un inesorabile e dilagante annacquamento delle parole.

Povere parole, quanta fatica fanno a fare il loro mestiere oggi. Quante se ne emettono  ma poi pochissime giungono a destinazione. Dette alla coop, dette in classe alla messa e al comizio in piazza, trasmesse in mille modi, stampate, radioemesse, televisionate, telefonate telefonate e telefonate e essemmessate, e poi lette, spesso giusto viste, sui manifesti, gli striscioni sui lampioni, i cartelloni, i cartelloni dove vanno e vengono come nello screensaver, appunto e poi sullo screensaver, sulle magliette e tutto il resto con cui ci si copre e poi e poi …

Voglio dire che di tutto ciò che disturba in FB il mondo è già pieno, il mondo non virtuale. Perché forse le scritte a pennarello sui sedili degli autobus o quelle spruzzate sui muri delle case son tanto diverse da quelle sulle pareti   di FB? O quella conversazione che l’altro giorno m’ha sfondato i filtri della mente mentre bevevo una birra “… perché lui se la mette così, cioè nel senso, perché deve uscire con noi, cioè, voglio dire, nel senso … lei … lui… come mi vede …  non me ne può fregar di meno … a un certo punto … non ci posso credere … veramente … allucinante … nel senso …”, quella conversazione è tanto diversa da quelle che si svolgono in FB? O le parole vomitate da palinsesti televisivi demenziali, milioni, miliardi di parole emesse in ore e ore di dedizione quotidiana di fette di popolo certamente di gran lunga maggioritario, son quelle parole meglio di quelle che svolazzano in FB? Le parole tritate dal frastuono delle discoteche? Quelle condite da quintali di salatini ed ettolitri di aperitivi da folle che pienano i bar, folle a volte strabuzzanti su marciapiedi se non strade? Molto diverso tutto ciò da FB? O le parole dotte, tecnologiche, nuove di conio, emesse in gran copia in una miriade di convegni, conferenze, congressi, eventi, manifestazioni scientifiche, quelle no saranno serie, porteranno significati importanti, cose difficili, cose da specialisti? Chissà … succede tuttavia che quando ti capita di udirle nel tuo mondo, scopri che son tanto spesso ripetute, ridondanti come la schiuma di una birra versata male venduta al prezzo di una birra versata bene, a volte anche parole mariuole. Insomma parole stropicciate strapazzate diluite, o che son tanto diverse da quelle che inondano FB? E le parole della politica? Oh, lasciamo stare …

Certo che la vita reale è meglio di quella virtuale ma siamo sicuri che la vita reale sia sempre così magnifica? O forse esistono forme di partecipazione virtuale che hanno qualità umana superiore a tanti aspetti della vita reale?

Questo quindi è il mio primo punto: nella vita reale si può comunicare in modo denso e empatico partecipando a gioie e dolori del prossimo ma si può anche vivere truffando, scompigliando, calpestando o semplicemente annacquando sentimenti preziosi; parimenti nel mondo virtuale si possono stabilire connessioni meravigliose online come si può contribuire alla universale diluizione delle parole.

Ma allora, cosa può fare la differenza? Come stare online? Come non farsi travolgere da qualcosa che ci sembra inutile se non dannoso o semplicemente stupido come potrebbe essere FB o qualche altro social network?

La risposta secondo me è a monte, molto più a monte di qualsiasi strumento si decida di usare per fare qualsiasi cosa, quindi molto più a monte anche degli strumenti online. La risposta sta nel proprio atteggiamento verso il mondo esterno, nello spirito con il quale usciamo di casa la mattina o con il quale ci accingiamo a fare una cosa nuova.

In passato mi è capitato di assistere ad alcune conferenze di Patch Adams, il medico americano che ha posto il sorriso e l’empatia nella borsa del medico. Molti lo conosceranno per il famoso film sulla sua vita interpretato da Robin Williams. Il punto fondamentale da cui Patch Adams parte per tutte le sue considerazioni è proprio l’atteggiamento verso il mondo esterno dove propone di sostituire il paradigma

non posso fare questo per colpa di …

… della stanchezza, della mia negazione in matematica, della mancanza di tempo, della recessione economica, della pioggia, del figlio che non mi fa dormire, della malattia, del fatto che non so l’inglese, della mia negazione per la tecnologia, della sfortuna … oh non ho tempo di respirare … non posso non posso … ah questa non è cosa per me … io e questa cosa siamo lontani …

con

ora faccio questo perché ho l’obiettivo di …

cioè essere disposti ad usare qualsiasi modo e strumento per perseguire un obiettivo preciso

In altre parole, il problema non è se stare nella vita reale o stare nella vita virtuale, ma utilizzare gli strumenti della vita reale e di quella virtuale per perseguire un obiettivo, più in generale per realizzare un progetto, magari infine per realizzare il proprio progetto di vita.

In questa luce tutti gli strumenti del mondo sono potenzialmente utili e possono essere allo stesso tempo dannosi. In FB si perde tempo e si costruiscono relazioni evanescenti se ci si passa del tempo in mancanza di meglio. Altrimenti, possiamo provare a domandarci se FB non possa avere una qualche utilità per qualche nostro obiettivo e quindi plasmarne le caratteristiche ai propri fini.

Così è con tutti gli altri strumenti del mondo e quindi con tutti gli strumenti di social networking. Si tratta di capire quali sono le potenzialità peculiari di ciascun strumento. Il cacciavite è molto buono per avvitare le viti e la zappa per dissodare il terreno. Se per perseguire un nostro obiettivo può essere utile avvitare viti o dissodare terreni faremo bene ad impadronirci del loro impiego. Se, in mancanza di obiettivi meritevoli, ci appassioniamo all’uso della zappa, ne diventiamo schiavi.

La potenzialità fondamentale degli strumenti di social networking è quella di facilitare enormemente le connessioni con persone animate da interessi simili nel resto del mondo. Tutto qua. Si tratta di utilizzarli giusto per quello che possono dare e nella misura in cui migliorano la nostra capacità di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi.

Concludo tornando dove siamo partiti: che ci possiamo fare con FB? Io ho risolto la questione come segue. Non ho tempo e voglia di passare il tempo in FB e ciò che vedo non mi piace. Tuttavia, FB è estremamente popolare, ci sono quasi tutti dentro, o comunque tanti. Per il tipo di lavoro che sto facendo ho una notevole necessità di raggiungere le persone per far sapere loro delle cose. Allora uso FB come una cassa di risonanza. A me piace molto di più Twitter. Quando voglio fare sapere che ho scritto un post, per esempio, e desidero che quel post raggiunga una certa popolazione, scrivo un messaggio in Twitter. Così intanto raggiungo la comunità di persone che mi seguono in Twitter ma poiché ho configurato FB in modo da replicare i messaggi che scrivo in Twitter, raggiungo anche coloro che mi vedono in FB. D’altro canto, ho anche configurato FB in modo da notificarmi per email i messaggi che la gente mi indirizza in FB. Tutto qua. Per il resto in FB butto via tutto.

Anche uno strumento apparentemente stupido può migliorare la vita di una persona.

Compito 7 2

English (Translated by Ilaria Montagni)

Questo è l’ultimo compito (assignment) che propongo agli studenti dei vari corsi di laurea della Facoltà di Medicina, non è l’ultimo per gli studenti di Teorie della Comunicazione. Naturalmente, se qualche studente della Facoltà di Medicina vorrà entrare nel merito anche di qualche considerazione successiva a questo compito, sarà libero di farlo e ne terrò conto.

Propongo di provare ad usare delicious che è il più noto sistema di social bookmarking. Si tratta di un servizio che consente a ciascuno di memorizzare i propri bookmark (i cosiddetti preferiti) in Internet.

In estrema sintesi questi sono i vantaggi principali.

  • I vostri bookmark sono accessibili da qualsiasi accesso internet e non da un solo computer; li potete quindi reperire dal computer di un amico, da un internet point, da uno smartphone o altro.
  • Quando memorizzate un bookmark potete, anzi dovreste, associarvi delle tag, vale a dire delle etichette, che sono in sostanza delle parole singole destinate a connotare il bookmark. Per avere un esempio potete vedere i miei bookmark.
  • I propri bookmark sono visibili agli altri, avete appena visto i miei per esempio. Se si vuole si possono anche rendere privati ma allora la cosa perde molto del suo interesse.
  • Quando si vuole cercare un certo tipo di bookmark si usano le tag, quindi la scelta appropriata delle tag è importante per ritrovare le cose. In seguito ad una ricerca, delicious non vi rende solo i vostri bookmark, che sono contrassegnati dalle tag che avete usato per la ricerca, ma vi rende anche i bookmark degli altri utenti di delicious che hanno usato le stesse tag. È qui che compare l’aspetto sociale perché così potete scoprire persone o comunità che nel resto del mondo condividono i vostri interessi. Inoltre, dal numero di persone che hanno memorizzato un bookmark potete avere un’idea del suo potere attrattivo, un buon sistema per scoprire siti importanti su argomenti che vi interessano.

Per saperne di più potete andare a vedere due pagine wiki scritte dagli studenti l’anno scorso, una è una guida per fare l’account e l’altra contiene un collage di pezzi tradotti in italiano tratti dalla pagina help di delicious. Per inciso, chi vuole può intervenire su queste pagine per introdurre aggiornamenti, correzioni o integrazioni.

Delicious è un ottimo esempio di uso delle tag. Capire come funzionano le tag è molto importante perché queste sono un elemento importante di molti ambienti di social networking. La classificazione mediante tag anzichè mediante strutture gerarchiche è un po’ l’essenza del social networking, se si vuole: aggregazione per via di connessioni.

Per fare questo compito dovete creare un account in delicious, introdurre i vostri boookmark, usarlo per fare ricerche, esplorare le possibilità leggendo l’help e infine scrivere un post con le vostre impressioni e il link al vostro nuovo account delicious in modo che gli altri possano curiosarvi.

What does it mean to be connected … 2

(Translation in Italian)

While the poll on social networks is accumulating data, I invite you to read very, very, carefully this article. It is entitled Seven Habits of Highly Connected People and it explains in a very clear way that to be connected is not merely about staying in front of a computer or poking around in some social networks. To be connected in the sense of Stephen Downes, the author of the article, is about something so deep and human that has a lot to do with the attitude we have in physical life, too.

Please, read it really carefully, slowly, pondering each sentence, and post about it in your blogs.

… assignment 5-bis 6

(Translation in Italian)

In case someone did not follow the comments of the previous post:

First we are going to write in this wiki page provided by Ilaria the social networking tools we are using, therefore go to that page and add the tools you are using …

Successively, Matteo will send a form to everybody to make a survey on how the students of these are on the net …

Assignment 5 5

(Translation in Italian)

Facebook is invading Italy too. I do not like very much facebook because it is a closed environment. More precisely, I do not like the fact that it is an environment that offers a whole set of web 2.0 functionalities and at the same time it is run by a company. I have nothing against companies, in principle; most of the popular web 2.0 are run by companies. I don’t like the fact that a lot of activities take place in a space that is controlled by just one company. I prefer the most open situation where people use different tools to do web 2.0 activities.

However, it is a fact that many of you are on facebook and I’m there too, in some ways. Therefore, let us try to investigate this fact. I propose the following.

  • If you have a facebook address include it in the google spreadsheet where you are tracking your activities
  • Write a post telling how have you been involved in facebook, what do you think of it and if you use it for some peculiar tasks
  • If you are not on facebook, write a post telling if you know something about it and if you are using some other social networking tools
  • If you have ideas to use facebook in some school-related activities write them; it seems in Internet there is a great deal of stuff like that

Finally, are there some of you willing to organize a survey in this whole classroom to know who is using facebook, myspace, deviantart, windows live, twitter and other social networking tools? If yes, put a comment on this post outlining your intentions: what to include in the survey, how to do it, how to organize data. If more than one would like to do this we will try to cooperate.