Se queste pareti potessero parlare …

La foto dell’aula di patologia, che avevo scattato unicamente per mostrarne l’austerità a degli amici, e che poi m’è venuto spontaneo usare a corredo della registrazione audio della lezione di startup, a pensarci bene, m’ha fatto venire in mente l’atmosfera con la quale inizia un famosissimo video di Michael Wesch, un professore di antropologia culturale alla Kansa University.

Un video che è diventato un fenomeno, essendo stato visto più di 4 milioni di volte in 5 anni.

Questa è un versione sottitolata anche in italiano (selezionare la lingua in basso a sinistra) e qui sotto l’originale.

Audio della lezione di startup

Ecco l’audio della lezione di oggi:

Comunicazione logistica: cambio aula

Constatato che nell’aula di Patologia la connessione wireless è avventurosa, e potrebbe invece servire, ho prenotato altre aule, come potete constatare nell’orario che ho appena aggiornato ma che riporto di seguito per comodità.
Le aule in questione si trovano lì vicino, presso il “Plesso Polo Biomedico e Tecnologico” che si trova in Viale Morgagni, 40/44.

Quindi, già da domani, mi troverete nell’aula 116 del Plesso e non nell’aula di Patologia dove ci siamo visti oggi.

Giorno Ore Aula Tipologia
6 marzo 10:30-12:30 Aula Patologia Lezione frontale
7 marzo 10:30-12:30 Aula 116 “Plesso” Presenza docente
8 marzo 10:30-12:30 Aula 116, “Plesso” Presenza docente
13 marzo 10:30-12:30 Aula 116, “Plesso” Presenza docente
14 marzo 10:30-12:30 Aula 116, “Plesso” Presenza docente
15 marzo 10:30-12:30 Aula 116, “Plesso” Presenza docente
20 marzo 10:30-12:30 Aula 116, “Plesso” Presenza docente
21 marzo 10:30-12:30 Aula 117, “Plesso” Presenza docente
22 marzo 10:30-12:30 Aula 117, “Plesso” Presenza docente
27 marzo 10:30-12:30 Da definire Presenza docente
28 marzo 10:30-12:30 Da definire Presenza docente
29 marzo 10:30-12:30 Da definire Presenza docente
3 aprile 10:30-12:30 Da definire Presenza docente
4 aprile 10:30-12:30 Da definire Presenza docente
5 aprile 10:30-12:30 Da definire Presenza docente

Startup corso informatica per Medicina

Questo post si autopubblicherà insieme alla bacheca soprastante alle 10:30 di martedì 6 marzo, in concomitanza con la lezione frontale con la quale presenterò il corso agli studenti del I anno della Facoltà di Medicina di Firenze. Salvo inconvenienti, posterò il file audio della lezione il giorno successivo, a beneficio degli assenti.

Continua a leggere…

344

344 fiammiferi accatastati alla rinfusa


Esattamente 344. Sono 344 fiammiferi accatastati a caso.

Immaginiamo che per una strana mansione – non sono affatto rare – io debba accenderli tutti, uno dopo l’altro. Non sarebbe un lavoro terribile ma richiederebbe un certo tempo e un po’ di pazienza. Accendere un fiammifero è un attimo, accenderne 344 uno dietro l’altro è un’altra cosa.

Gli studenti del prossimo corso sono 344, appunto. 344 studenti casualmente accozzati, per indole, ideali, competenze, inclinazioni, ambizioni, lingua, origine. Un insegnante, seppur incaricato in una materiucola marginale, dovrebbe comunque cercare di accendere una fiammella in ciascun studente, per illuminare un pezzetto di mondo, pur limitato. E ci vuole sicuramente più tempo che ad accendere un fiammifero. Se poi il tempo è poco l’impresa si fa disperata.

Il tempo manca e per martedì la pietanza dovrebbe essere almeno commestibile, ma gli ingredienti son davvero pessimi.

una suggestione al giorno, forse

Aggiornamento 4 marzo. Non posso più cancellare questo post perché è stato arricchito da alcuni commenti, e fra i principi di questo blogghetto c’è quello di non cancellare mai i commenti fatti da chicchessia, che non siano spam, ovviamente. Non lo cancello quindi, anche se ho deciso di spostare il “quadretto vivo” in vetta alla colonna delle info perché qui può risultare troppo invasivo, in certi momenti. Non lo cancello ma lo schiodo dal primo post e lo inchiodo al suo tempo.

cipressoun po’ come un’immagine appesa nello studio, un’immagine che cambia di giorno in giorno

Perso in un reticolo di tracce con un inutile registro in mano


immagine ravvicinata di un fascio di edere che inviluppano un tronco di acacia- Perché sei così nervoso stasera?

- Eh, domani ho esami …

Per fortuna sono circondato da creature comprensive che conoscono bene certe paranoie. Le paranoie tipiche dell’hacker che, come dicono oggi, sclera di fronte ad  una cosa di cui non vede il senso. E degli esami io non ho mai capito il senso.

Che facciamo allora domani? Beh, quello che posso fare è di andare a frugare fra le tracce dei miei studenti, sperando di trovare degli appigli decenti per sostenere l’esame. Sostenere, appunto, ma chi lo deve sostenere questo esame? Mica mi è del tutto chiaro …

E frugo e mi perdo, perché le tracce non sono una manciata di sentieri, no, iniziano ciascuna da un punto ma poi si intrecciano subito formando un reticolo che può essere percorso in una moltitudine di versi. Lo scoramento si aggiunge allo scoramento. Ho bisogno di una visualizzazione di queste tracce aggrovigliate. Devo recuperare una visione d’insieme ma non lo posso fare insistendo nella caccia ai particolari, nella costruzione di distribuzioni, calcolo di medie, compilazione di griglie.

Arraffo l’apparecchio fotografico e esco, sicuro di trovare qualcosa. Infatti dopo dopo dieci minuti mi cade l’occhio sul tronco di un’acacia inviluppato in un fascio di edere. Lo conoscevo già benissimo, l’avrò visto centinaia di volte in tanti anni, ma oggi avevo uno sguardo diverso, perché avevo bisogno di qualcosa. Mi sono avvicinato e ho provato a seguire dal basso verso l’alto alcuni di quei torciglioni, ma era ancor più difficile che seguire i fili di tutti quei messaggi al computer. Difficile quanto inutile, tanto valeva allontanarsi un po’ e lasciarsi impressionare dalla forza espressa da quella coltre di rami, uno per uno così fragili da potersi rompere semplicemente con le  mani.

Rinfrancato da questo esercizio mentale ma forse anche un po’ ossigenato, mi rendo più facilmente conto che è una gran bella cosa che mi sia perso nel reticolo delle tracce, che è esattamente quello che deve succedere. I dialoghi che si intrecciano sono la linfa che dà vita a una comunità, e una comunità di persone che perseguono un obiettivo comune e cooperano condividendo pratiche e risorse, è il migliore alleato che un insegnante possa trovare.

Limito quindi l’analisi a pochi numeri, a solo scopo esemplificativo, altro non occorre: nell’appello di domani ci sono 6 studenti, non sono certo tanti, ma quando cerco i commenti che hanno scritto o nei quali sono stati chiamati in causa nel mio blog, ne conto di norma più di cinquanta, di meno in un caso e più di cento in un altro. E questa è solo una misura molto parziale delle attività svolte, sia in termini quantitativi che qualitativi, soprattutto qualitativi. In un (per)corso del genere il concetto di esame convenzialmente inteso è completamente privo di senso, perché io so già perfettamente quanto ciascuno degli studenti ha lavorato, quanto si è impegnato, che tipo di difficoltà ha trovato, come le ha superate e che prodotti ha realizzato. Non solo, conosco l’indole di questi studenti, le loro inclinazioni personali, a quali forme espressive si sentono più inclini. Conosco anche molti lavori che avevano già realizzato in passato, con vari mezzi che coinvolgono una varietà di tecniche di editing multimediale, e di tali lavori mi sono meravigliato non poche volte.

Tutte queste cose che so, sono così chiaramente caratterizzate per ciascun studente, che qualsiasi tecnica di esame pensata Per Vedere Quale Sia Effettivamente La Farina Del Suo Sacco appare subito totalmente ridicola.

Domani queste sei persone conseguiranno una votazione di 30/30. Non si tratta di un “30 politico”. Non è nemmeno vero che tutti abbiano svolto lo stesso lavoro, anzi hanno lavorato, sia in termini quantitativi che qualitativi, in modi molto differenti. Ma è proprio perché le loro attività sono così diverse che è insensato volerle misurare con una singola cifra. Quello che conta è che ciascuno, a partire dalla propria posizione, in dipendenza delle proprie necessità (professionali) e delle proprie inclinazioni, abbia ricavato dal (per)corso un valore aggiunto; un valore aggiunto che non può tuttavia ridursi a Sapere Fare Questo e poi Sapere Fare Anche Quello, perché magari fra un paio di anni qualcuno di loro dovrà Sapere Fare Una Cosa Che Prima Non C’Era mentre Quella Cosa Imparata Due Anni Fa Non La Usa Più Nessuno.

Il valore aggiunto risiede nello stato d’animo con il quale si affronta una novità in un determinato contesto; nel fatto che quella che prima era ritenuta roba impossibile, roba da specialisti, ora invece è qualcosa che forse si può fare; nell’avere scoperto nuove possibilità; nell’avere scoperto cosa e come hanno scoperto i propri pari. La votazione piena vuol dire che lo studente che la ottiene ha lavorato, penato, cercato, chiesto, risposto abbastanza per creare una significativa quantità di valore aggiunto. Non c’è altro da misurare.

E quel valore aggiunto lo sentono per primi gli studenti stessi e sono proprio loro che me lo comunicano con le loro attività, i loro entusiasmi e talvolta direttamente con le loro parole, senza che siano stati sollecitati in tal senso. Quindi domani, con ognuno di loro, discuteremo brevemente di tali sensazioni, le leggeremo se sono state scritte e poi io chiederò loro di provare a individuare i difetti di questa esperienza e i possibili miglioramenti che potrebbero immaginare.

Chiudo quindi gli appunti che avevo iniziato a prendere, dopo averli ridotti ai minimi termini, chiudo gli editori di testo spersi in giro per lo schermo, anche tutti i fogli di lavoro dove volevo catalogare chissà cosa e, prima di spedire il post e spengere tutto, riaggiusto un po’ l’immagine di quell’intreccio di rami, così normale in natura, tutta fatta d’intrecci.

 

 

 

La consapevolezza della propria identità nella rete


Dove invece chiudo con il discorso pratico sulle nuvole e chiudo anche a malincuore il flusso di post per questa blogoclasse, molto insoddisfatto per non essere riuscito a fare tutto quello che volevo.

Aggiornamento 23 febbraio: questo NON è un post su Facebook, che ho preso ad esempio solo perché ben noto ai più; le considerazioni svolte riguardano invece TUTTI i servizi Web in qualche modo “social”: GoogleTutto, Twitter, Linkedin, eccetera.


Fotografia di foglie di leccio dove si mostra l'identità (fatta verde) di una di queste (fatte grige)

Una foglia di un leccio in una piazza di Firenze

Avrebbero mai potuto immaginare Marlowe, Goethe o Thomas Mann, che quel tema a cui si erano appassionati così tanto avrebbe riguardato l’uomo comune, anziché scienziati, filosofi, artisti? Come avrebbero potuto immaginare che quegli uomini che loro vedevano tribolare per la sopravvivenza quotidiana, oppure che vedevano completamente assorbiti dalle loro esistenze piccolo borghesi, si sarebbero trovati, un giorno nemmeno troppo lontano, a negoziare lo stesso diabolico patto, come loro avevano immaginato che solo uomini di scienza o artisti potessero fare? Certo, non che oggi la grande massa sia consapevole di trovarsi nel bel mezzo di un tale grave frangente, tutt’altro, ma è proprio questo il punto: rendersi consapevoli.

È diabolica la lusinga innocente, complice anche l’ignoranza e la sottovalutazione dei fenomeni che hanno luogo nel cyberspazio: – Eh ma la vita reale è qua! Quella virtuale è fittizia…
Niente affatto amici, la vita reale è di qua e di là. Perché gli innumerevoli servizi e benefici che tutti danno ormai per scontati, nativi digitali, immigrati digitali e anche non-digitali, nascono di qua, ma poi in qualche forma passano di là, nel cyberspazio dove vengono accelerati e potenziati, per poi tornare a sostanziarsi di qua, in quello che chiamiamo mondo reale.

È diabolica la lusinga nella sua semplicità: – Guarda ho scoperto un servizio incredibile e non costa nulla! Basta una semplice iscrizione… – ed è vero, non costano nulla tutte queste meraviglie, e salvo alcune eccezioni, che comunque sono marginali, non si riducono al solito trucchetto con il quale ti si fa abituare ad una cosa gratis e poi, quando ti sembra di non poterne fare più a meno, si inizia a fartela pagare. No, sono sempre gratis e il bello è che migliorano tutti i giorni, quello che ieri non si poteva fare oggi si può, anzi, si può fare anche meglio di quello che ieri avremmo potuto immaginare di chiedere, quasi un po’ imbarazzati: – Non è che potrei fare anche questo … ? – certo che puoi, anzi di più!

Miracoli della tecnica? Meravigliose ricadute collaterali della conoscenza scientifica che cresce a perdiesponenziale? – Ah sarà un bel sollazzo! ne vedremo ancora delle belle! Qua ce n’è per tutti ragazzi! – è vero, ce n’è per tutti, ma c’è anche dell’altro. Prendiamo Facebook – giusto a titolo d’esempio.

Per iscriversi ci vogliono pochi secondi e non si paga nulla. Con questo semplice atto ci troviamo un paese popolato da 850 milioni di persone. Se non si va troppo per il sottile nell’accettare nuove amicizie, in quattro e quattr’otto ci si ritrova con qualche centinaio di contatti. Si possono condividere pensieri, immagini, video, ci si può scrivere privatamente, si possono formare gruppi per lavorare su obiettivi comuni, vi si posso sviluppare applicazioni e tante altre cose. Virtualmente, grazie alla legge dei 6 gradi di libertà, in pochi colpi puoi raggiungere uno qualsiasi degli altri 850 milioni di iscritti. Ci ritrovi tutte le persone che hai incontrato in giro per il mondo, ritrovi anche il fratello emigrato in Canada con il quale non ti parlavi più da vent’anni – magari per scoprire che era meglio non ritrovarlo. Scopri diverse iniziative interessanti e perfino lodevoli, ma ti rendi conto che si tratta prevalentemente di una mostruosa happy hour. Tu puoi reagire con maggiore o minore entusiasmo, magari con fastidio, ma certo non ti sfugge l’enorme facilità con cui questa semplice mostruosità ti facilita i contatti con il prossimo. Poi cosa siano i contatti per davvero è un’altra storia ma non hai nemmeno tempo per pensarci, sei ubriacato dalla quantità, dalla contattabilità a gogò. Ti può piacere o non ti può piacere, ma riconosci che è tanta roba che ti viene data per niente, per una mera iscrizione.

Ma che c’entra il diavolo con tutto questo? Stiamo parlando di una mera applicazione tecnologica, in fin dei conti, no? No, stiamo parlando di una transazione di natura economica fra due soggetti che si accordano su di uno scambio di valori, uno ben consapevole di stare facendo un gran business, l’altro che si concede un piacevole sollazzo, ma del tutto ignaro del patto che va stringendo con il diavolo. Perché il diavolo? Come perché? E che si è sempre venduto al diavolo se non l’anima, se non se stessi? Ecco, ora lo potete fare, lo passiamo fare, lo faccio anch’io, e reiterate volte, magari con la scusa che devo perlustrare nuovi territori, anche quelli occupati dal nemico, ma lo faccio, ovvero li abito. Li abitiamo tutti quanti.

Vendere se stessi vuol dire qui vendere la propria identità, e anche questo può parere esagerato: – In fin dei conti ho dato un nome di login e una password, e poi nome e cognome. Sennò come fanno a trovarmi gli amici? Ma insomma, non ho poi dato così tante informazioni. In fin dei conti il mio nome e cognome si trova anche sull’elenco telefonico, forse da una quarantina d’anni!
Vediamole un po’ più da vicino queste informazioni.

Innanzitutto il “sistema dall’altra parte” individua il numero IP del mio computer, e quindi la mia localizzazione geografica. Poi identifica i cookie presenti sul mio computer, ovvero quei pezzetti di codice, che i siti web lasciano sui computer dei visitatori, come molliche di Pollicino, per ritrovare la strada nelle informazioni che consentono di svolgere il servizio verso ciascun utente. Poi prende nota del sistema operativo e del browser che sto usando, quindi traccia tutti i miei click e le relative destinazioni, accumulando una mappa delle mie preferenze e dei miei contatti. Tutte queste informazioni vengono condensate e associate ad un codice alfanumerico che mi viene appioppato. Tutto ciò che farò successivamente verrà similmente agganciato a quel numero che mi identifica in modo univoco nel mondo degli utenti di quel servizio, nel mondo degli 850 milioni di utenti di Facebook per esempio.

È così che quando faccio un nuovo account, io baratto la mia identità a fronte di un certo numero di servizi. Un’identità che all’inizio è composta da un numero relativamente modesto di informazioni, anche se magari piuttosto rilevanti, quali nome e cognome, ma che con il passare del tempo va arricchendosi costruendo un profilo che mi identifica sempre più accuratamente.

Ma cosa potrà valere mai la mia identità, uomo comune, privo di particolari attrattive, non povero ma nemmeno ricco, privo di informazioni critiche o strategiche, uno come tanti? Non tanto, quasi nulla effettivamente, ma qualcosa. Facciamo i conti. Pare ormai certo che prossimamente Facebook verrà quotata in borsa, si dice in primavera o in estate. Le stime che circolano parlano di una capitalizzazione dell’ordine di 100 milliardi di dollari. Prendiamola per buona, se poi saranno 50 o 150 la sostanza non cambia. Se gli utenti sono 850 milioni, allora ciascuno di essi “vale” 118 dollari. Vale perché Facebook non ha che le loro identità. Non ha fabbriche che producono scarpe, o montature per occhiali. Non ha stabilimenti nei quali entrano materie prime e escono prodotti, o parti di prodotti. Non ha camion, navi o aerei che trasportano prodotti. Non ha niente. Sì, ha dei capannoni pieni di server, o li affitta da altri. Ma non ha niente altro. Possiede solo le nostre identità, ed ognuna di queste vale 118 dollari, in media. Se andiamo a prendere i dati di fatturato e di utile, ebbene allora scopriamo che ciascuno di noi, in media, contribuisce al fatturato di Facebook con 5 dollari e produce un dollaro di utile all’anno, una miseria. È una situazione incredibile: Facebook siamo noi e solo noi! Senza quegli 850 milioni di manciate di informazioni da 118 dollari l’una, svanirebbe come una bolla di sapone, anzi rimarrebbe un considerevole buco sotto forma di server e infrastrutture inutili. Ciascuno di noi conta pressocché zero ma tutti insieme diventiamo un business colossale, uno dei più grandi business che si siano visti sul pianeta. Una genialata.

Il motivo per cui si genera tutto questo valore è semplice: chiunque voglia mettere sul mercato prodotti o servizi ha grande interesse in qualsiasi mappatura delle preferenze, magari messa in relazione con riferimenti geografici, sociali, anagrafici, professionali, solo per menzionarne alcuni. La pubblicità è l’anima del commercio, ma la pubblicità ideale è quella che consente a me venditore di concentrare il messaggio pubblicitario su chi è più maturo per recepirlo. Facebook vende esattamente questa roba.

E io, povero individuo, di quali opzioni dispongo in questo gioco, inizialmente innocente e un po’ trendy, ma poi inquietante mostruosità? Proviamo a individuarne alcune, graduandole in base alle possibili inclinazioni dell’utente.

  1. Non ne voglio sapere niente. È molto semplice: non mi sono mai iscritto e non mi iscriverò mai. Vivo benissimo senza, dicono che pago il prezzo di essere fuori dal mondo. Non so che farmene di quel mondo, non mi interessa quell’oceano di banalità.
  2. Ormai mi sono iscritto, ma poi mi sono accorto di una serie di cose che non mi piacciono per niente. A un certo punto ho cancellato il mio account con tutte le informazioni che ci avevo messo, e ho provato come un sollievo per essermi ritirato da una cosa che non mi interessa e anzi mi sembra preoccupante. Poi un giorno, ho appreso da un articolo sul giornale che sì, avevo cancellato tutti i miei dati ma solo per me! Facebook li conserva tutti e li conserverà finché esisterà, magari più a lungo di me! Mi posso consolare con l’idea che quel pezzetto di identità venduta sia rimasta lì, congelata, e che essa sia minima rispetto a quella che sarebbe potuta diventare se fossi rimasto dentro al sistema. Rimango tuttavia disturbato dall’irreversibilità del baratto, effettivamente un po’ diabolico.
  3. Mi sono iscritto e ho dato vita a un’iniziativa interessante e utile: ho creato un gruppo di collegamento con i miei compagni di corso al I anno del corso di laurea. Siamo più di trecento e l’organizzazione dell’università non è il massimo. Il gruppo si è rivelato utilissimo per lo scambio dei materiali didattici, per l’ottimizzazione dei gruppi nei laboratori, per la diffusione delle informazioni sugli appelli d’esame e varie altre cose. Un amico geek mi aveva detto che tutte queste cose si potevano organizzare tecnicamente anche in altri modi, ma io, che devo anche studiare e non è che posso fare l’amministratore di un sistema informatico a tempo pieno, grazie a Facebook ho potuto contattare e coinvolgere in pochissimo tempo quasi tutti i compagni di corso. Mi sono poi accorto di vari aspetti negativi del social network che non mi piacciono per niente e questo mi ha messo in difficoltà. Per ora ho risolto il problema usando Facebook solo per il gruppo, trascurando tutto il resto. In questo modo limito l’espansione incontrollata della mia identità digitale, limitandola agli aspetti connessi con la vita del gruppo di coordinamento degli studenti.
  4. ekkeppalle siete vekki vekki solo problemi vedete problemi problemi ma mai ke 1 cs vi piace
    quello di informatica peggio di tutti fa lo ye ye e poi riski qua riski la vekkio bacucco anke lui
    ma kissenemporta fb fa le buke e c s diverte appalla

Questi atteggiamenti esemplificano quattro possibili livelli di partecipazione, aventi valore diverso dalla media di 118 dollari che abbiamo calcolato poc’anzi. Tirando un po’ a indovinare e scartando ovviamente i non-utenti del tipo 1, gli utenti del tipo 2 potrebbero ad esempio valere 10 dollari, quelli del tipo 3 120 e quelli del tipo 4 1000, o qualcosa del genere.

Non c’è quindi una ricetta ideale. Tutto quello che si può fare è determinare il compromesso fra l’estremo Non Ne Voglio Sapere Niente all’altro Ma Ke Vuoi Ke Succede. Concludo con un elenco minimo di consigli, ricordando che ho utilizzato il riferimento a Facebook solo a titolo di esempio.

  • Evitare di fornire tutti i dati facoltativi.
  • Non inserire dati su famigliari e soprattutto minori. Questo non significa non narrare fatti occorsi realmente, ma abbiate cura di decontestualizzare e di usare pseudonimi.
  • Limitare l’inserimento di preferenze personali.
  • Ricordarsi che questi siti mantengono le vostre informazioni anche se voi le cancellate.
  • Se accade qualcosa di strano al vostro account, contattate il servizio clienti – questo nel caso di Facebook; e qui ci sono le istruzioni per recuperare fare un download dei propri dati.
  • La rete è piena di informazioni a riguardo, ma segnalo agli insegnanti le slide che Caterina Policaro ha pubblicato recentemente nel suo blog sul tema dei giovani e dei social network. Nello stesso blog potete trovare anche molte altre informazioni utili sull’impiego degli strumenti 2.0.

XX84


Dove invece di chiudere con un discorso pratico sulle nuvole ci perdo l’orientamento, una giornataccia …


Colpa anche di Claude e del nonno del Cloud…

LESINA:
Oh me lo dici, in nome di Dio, chi son costoro,
Socrate mio, che intonano cosí nobile coro?
Eroine?
SOCRATE:
Chè! Nuvole celesti, sono, Dee
solenni degli sbucciafatiche. Esse le idee
ci dànno, la dialettica, la ciurmeria, l’ingegno,
la chiacchiera, il ghermire concetti, il dar nel segno!
LESINA:
Per questo, al solo udirle, sembra che metta piume
il mio spirito, e cerca di parlar con acume,
di dir fumose ciance, di bucare concetti
con piú fini concetti, di opporre detti a detti.
Sicché, vorrei, se posso, veder come son fatte!


Due passi all’aria aperta ci vogliono, i pensieri ormai invischiati nell’intrico di frammenti e video non finiti, ritagli di giornale, bookmark, link sbarazzini…

Foto di nuvole notturne

Cupe, minacciose, stasera le nuvole. Torno a quella lucina là in mezzo, forse ritroverò la via.
Foto dello studio la sera

Da fuori pareva luce, da dentro sono bagliori fluorescenti, sinapsi della nuvola. Mi sento intrappolato.


Mi viene in mente quella macchina, incrociata due volte qualche mese fa, lì vicino, proprio come quella in questa foto. All’andata, in velocità, m’era parso che fosse una di quelle che portano flipper e slot machine ai bar, o una diavoleria del genere. Al ritorno invece ho fatto in tempo a leggere Google maps! Ma come, anche qui? In mezzo ai boschi? E mi viene ora in mente Scroogle, motore di ricerca che, usando le ricerche di Google, ne elude però la capacità di tracciare gli utenti. “Did Google Just Disable Privacy-Friendly Scroogle?”. L’hanno richiuso, chi, in che modo? Google? Gli hacker reazionari?

 

 

 


Processo con il quale Google accumula dati sul territorio facendo il rilievi fotografici ma anche quelli wifi

Ho fatto appena in tempo a scaricare queste immagini da Scroogle, prima che svanisse, spero per poco. Non ho fatto in tempo a vederne la licenza d’uso, non importa, le propago volentieri, visto che Scroogle per ora non c’è. E spero di non vedermi volare sulla testa qualcosa del genere, prossimamente …

Evento presso il Centro di Medical Humanities

Locandina presentazione film-documentario Un cavaliere all'Avana di Serge Sandor

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