Codice Codifica Complessità 10


Dove approfondiamo, un poco, l’idea di codifica. Dove proviamo a renderci conto di cosa voglia dire quella sigla, UTF-8, che compare qua e là. Dove magari scopriamo che certi caratteri strani che appaiono in talune pagine web, diventano leggibili aggeggiando con il menu del browser. Dove potremmo meravigliarci di come la complessità delle grafie sia riducibile a soli uno e zero. Dove Dante ci aiuta a toccar con mano la potenza esplosiva dell’esponenziale

Le macchine digitali, almeno quelle che siamo in grado di produrre e usare oggi, sono macchine deterministiche. Masticano solo un oggetto che può avere solo due stati, zero ed uno. Eppure le stiamo utilizzando per rappresentare il mondo, che è immensamente complesso e non deterministico. Ne abbiamo costruite una grande quantità in grande varietà, poi le abbiamo collegate con una varietà altrettanto grande di modi. Ora il numero delle macchine è quasi uguale a quello degli uomini viventi, o forse anche più grande. Su questa complessa infrastruttura è emerso un altro mondo, riflesso e espansione del nostro mondo fisico; un mondo i cui elementi sono le menti degli uomini. Tutto questo partendo da macchine che masticano solo bit. Come è possibile questo? Come fa a rappresentare il mondo, in tutta la sua vertiginosa complessità, una macchina composta da macchine così semplici?
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La storia che ho raccontato all’eBookFest 1


La settimana scorsa sono andato a Fosdinovo, all’eBookFest. Dovevo dire qualcosa intorno alla Folksonomy, sull’onda di un post di qualche tempo fa dove avevo sostenuto che l’intuizione cruciale degli autori di Google è stata riconoscere che in Internet non è necessario piazzare per forza tutto sugli scaffali prima ma è invece sufficiente lasciare crescere le connessioni da sole ed utilizzarle dopo che queste sono spontaneamente emerse. Insomma, in Internet non c’è bisogno di scaffali.

Ci ho pensato ed ho concluso che non è che gli scaffali siano proprio spariti …
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Appendice alla lettera a un Dirigente 4


Ho iniziato a leggere Macrowikinomics (Rebooting Business and the World) prima del lancio, previsto per il 28 settembre, perché avevo aderito alla promozione “buy-one-get-one-promotion”. Condivido molto le posizioni di Don Tapscott a Anthony D. Williams e trovo che i loro libri siano una straordinaria fonte di informazioni utili e visioni illuminanti.

In effetti, l’incipit sulla splendida storia del software open source Ushahidi, creato da Ory Okolloh, una donna africana in Africa, è intensissimo. Il progetto pensato per tracciare e individuare episodi di violenza in Kenia, funziona con software open e cellulari (in Kenia il 50% delle persone ha un cellulare). Viene oggi utilizzato in innumerevoli contesti di emergenza nel mondo ed è stata l’unica cosa che ha funzionato a Haiti.

Poche pagine dopo trovo un passo che si attaglia perfettamente alla lettera a un dirigente che ho scritto su questo blog. Poiché non sono sicuro che il senso di quella lettera possa andare molto lontano nella torbida atmosfera che ammorba il nostro microcosmo, mi illudo di rinvigorirlo traducendo quel passo, che in realtà è tratto da un articolo scritto da Christopher Hayes sul Time.

Negli ultimi dieci anni, quasi ogni istituzione fondamentale della società americana – che si tratti della General Motors, del Congresso, di Wall Street, della Major League Baseball, della Chiesa Cattolica o dei mainstream media – ha rivelato di essere corrotta, incompetente o sia corrotta che incompetente. E alla radice di questi fallimenti ci sono le persone che comandano queste istituzioni, le menti brillanti e operose che occupano i livelli di dirigenza più elevati del nostro ordine meritocratico. Si assume che queste persone sappiano assicurare che tutto funzioni armonicamente, in cambio del loro potere, del loro status e delle loro remunerazioni. Ma dopo una sequenza di scandali e catastrofi, questo implicito contratto sociale appare demolito e al suo posto emergono scetticismo di massa, preoccupazione e disillusione.

Non è che ce l’abbia con i dirigenti. Io medesimo sono uno di essi e rivolgo tranquillamente a me stesso ogni critica. Il punto fondamentale oggi è la necessità di rivedere il paradigma con il quale interpretiamo il mondo, se vogliamo avere una speranza di affrontare le sfide tremende e ultimali che la famiglia umana si trova oggi davanti su questo ormai piccolo pianeta.

Un’idea concreta di tale spostamento di paradigma è dato proprio dall’iniziativa di Ory Okolloh, che ha scommesso sulla voglia e la capacità di tanti di partecipare, ognuno nella sua misura, dalla voglia e la capacità di partecipare anche delle vittime, altrimenti soggetti passivi alla mercé della “generosità” dei potenti, che spesso va anche dissipandosi strada facendo.

Un modo di vedere il mondo dal basso anziché sempre dall’alto. Ori Okolloh ha realizzato qualcosa che ha surclassato l’azione delle agenzie governative, avide di finanziamenti miliardari e ennesimo luogo di gestione del potere. Tutto questo a costo praticamente nullo, fatte le debite proporzioni.

Quindi non siamo di fronte a questioni che riguardano solo i “grandi”. No, riguardano chiunque sia chiamato a prendersi una qualsiasi responsabilità, a qualsiasi livello. Anche qui e ora. I mezzi oggi ci sono. Usiamoli allora!

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Il Manifesto degli insegnanti 18

La Scuola Che Funziona ha il fine di sviluppare un network fra insegnanti che immaginano e sperimentano nuove pratiche di insegnamento, mossi dalla preoccupazione per la crescente distanza fra scuola e società.

Il Manifesto degli insegnanti è una delle iniziative emerse spontaneamente nel network per esprimere le motivazioni generali e fondamentali che accomunano i membri del network.

In questo post racconto come ho vissuto la vicenda del manifesto rispondendo anche implicitamente ad alcune osservazioni che ho letto qua e là nella rete.
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Dove studiare la complessità? Reply

Viviamo nell’epoca della superspecializzazione. La conoscenza esplode, i saperi si moltiplicano e la corsa alla specializzazione pare quindi un fatto inevitabile. Purtroppo, conseguenza altrettanto inevitabile sembra essere l’avanzata dell’ottusità, dilagante e pervasiva.

Non mi sto riferendo all’ottusità di massa, all’idiozia che si palesa in facebook ma anche in un qualsiasi divertimentificio al sabato sera, e non solo. Quest’ottusità, in forme e quantità magari diverse, c’è sempre stata e probabilmente sempre ci sarà.

Mi riferisco all’ottusità che non avrebbe dovuto esserci e che forse avrebbe potuto non esserci, quella della scuola, dell’accademia, delle istituzioni, delle società scientifiche. Un’ottusità che deriva dall’idea che si possa dividere impunemente il corpo dalla mente, la mano dal pensiero; dall’idea che si possa fare il mondo a pezzi per conoscerlo e poi trasmetterlo così tutto intiero nei libri; dall’idea che la conoscenza possa essere edificata su due pilastri indipendenti, quello della cultura scientifica e quello della cultura umanistica.

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L’ambiguo amico Reply

Profondità (di Esher) dinamizzata (dal sottoscritto)


Quella che segue è la traccia di una relazione che devo fare domani in un workshop a Exposanità.

La complessità è il problema dell’uomo contemporaneo. Il principale risultato della scienza del ‘900 è stato la scoperta dell’indeterminazione, in tutti i campi. È la ineludibile e inarrivabile complessità del mondo che costringe l’uomo a fare i conti con l’indeterminazione.

Ne consegue una rivoluzione culturale che comporta un cambiamento paradigmatico nella visione del mondo. Ora l’uomo sa di poter scoprire arcipelaghi di certezze ma è cosciente che la sua vita sarà sempre una navigazione nell’oceano di incertezza.

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Seminario 2

DOORS

Seminario per gli studenti di medicina ma non solo

Mercoledì 31 10:30-11:30

Aula grande Cubo


In un commento ad un mio recente post sul tema delle tecnologie nell’università, Sergio Los ha scritto

Convincere gli individui a essere tanto orgogliosi della propria prigione da potere dar loro la chiave, sicuri che – convinti che essa rappresenti il massimo di libertà possibile – ci torneranno, rappresenta il massimo della funzionalità: una macchina urbanistica perfetta.

e conclude

Eppure non saranno le macchine, belliche o commerciali, a migliorare la salute del mondo che viviamo, ma una maggiore, più profonda, capacità di comunicare.

L’assenza di comunicazione è il tratto che distingue maggiormente la società odierna, anche nei luoghi che parrebbero deputati allo sviluppo della dimensione comunicativa, insieme allo sviluppo delle competenze specifiche, anche per esempio nelle aule universitarie. Non dovrebbe forse essere il medico un maestro della comunicazione per comprendere i propri pazienti, per spiegar loro terapie e stili di vita, per risolvere insieme a numerosi colleghi e collaboratori problemi che solo in maniera collegiale si può aver qualche speranza di affrontare?

Invece tutti a testa bassa in un’insulsa corsa alla conquista di un sapere fatto di sole cose dette ma copia sbiadita di quella complessa composizione di abilità manuali, sensibilità, capacità relazionali, pratiche di lifelong learning, empatia e conoscenze, indispensabile per lo svolgimento della professione medica.

Nel seminario verrà aperta qualche porta, giusto per dare a tutti la possibilità di affacciarsi, magari a qualcuno verrà voglia di uscire a fare un giro …