Assignment … non numerato: saper ascoltare …

Ieri sono andato a vedere A serious man, l’ultimo film dei fratelli Coen.

È pericoloso e molto frequente attribuire ad altri, a cause esterne, organizzazioni, cattiva sorte o addirittura a maledizioni, casi avversi che sono forse invece dovuti alla propria incapacità di ascoltare e quindi mutare prospettiva. Questo mi pare che dicesse il film, in sintesi.

Una enorme parte degli innumerevoli problemi che affliggono le società più ricche ed anche gli individui che le compongono, derivano da una crescente incapacità di ascoltare. Anche molti problemi apparentemente tecnici, istituzionali, meramente organizzativi derivano da una carenza culturale che riassumerei sinteticamente e molto semplicemente in “carenza di ascolto”.

È bene tenere presente che la pratica dell’ascolto, a tutti i livelli, non è solo di fatto fuori moda ma è anche ritenuta antieconomica, almeno nel breve periodo.

Quando si ascolta non si fa e questo oggi non piace. Quando si ascolta non si accumula prodotto, non si muove nulla, non ci si muove. La pratica dell’ascolto non si misura, non è quantificabile e quindi all’homo economicus non serve.

Si assiste così al risultato perverso per cui coloro i quali, in quanto caricati di responsabilità pubbliche, dovrebbero avere particolari attitudini all’ascolto, si rivelano sistematicamente i più incapaci.

Salvo eccezioni, i politici non capiscono “la base”, i vescovi non capiscono le greggi, i manager non capiscono il mercato, gli insegnanti non capiscono i loro studenti. La base e le greggi si assottigliano riducendosi a club di fedeli, i manager sono sempre più perseguitati dall’imprevedibilità delle disruptive technologies, gli studenti, obbligati allo studio, sviluppano meccanismi di difesa che sono l’esatto opposto di quello che la pedagogia insegna, tutti disimparano l’ascolto, tutti competono.

A scuola si studia ma non si ascolta, a scuola si “fa lezione” o si “interroga”. Non c’è tempo per ascoltare e, mancando l’ascolto, tutto quello studio, anche se condotto con risultati scolastici brillanti, risulta in larga parte sterile.

All’università si ascolta ancora meno. Lo si vede anche da come sono gestiti gli spazi fisici o addirittura da come vengon progettate le strutture nuove, magari rutilanti di marmi e guarnite di strutture tecnologiche, ma in realtà nuove solo nell’odore del nuovo, nel lucido del nuovo, nel non vissuto del nuovo. Nuovo che abbaglia e euforizza sempre un po’ ma già manifestamente effimero.

E il retrogusto è quello delle televisioni a colori nelle baraccopoli del sottoproletariato di tante metropoli, il retrogusto è quello del “pacco”. Scartato il pacco viene fuori il pensiero fermo, statico, quindi in realtà il non pensiero. Un non pensiero con il quale non è stato pensato che la formazione è intrisa di dialogo e di confronto fra pari e fra non pari. Un non pensiero anche provinciale che impedisce di andare a vedere come sono fatte le università che funzionano in giro per il mondo, prima di metter mano alle proprie, quasi sempre per finta.

Nella nostra università non è previsto che la gente ci viva dentro, ci studi, ci conversi, ci si possa rilassare, oziare, connettere con il mondo esterno ivi comprese altre università, seguire lezioni in Internet di altri insegnanti, accedere ad altre risorse didattiche, alle Open Educational Resources. Non è previsto, in generale ascoltare, che non vuol dire stare a lezione e nemmeno interrogare. Nessuno ascolta nessuno. Tutti competono con tutti. Studenti e professori. Improduttivamente, sia gli uni che gli altri.

Sono quasi sicuro che una maggior parte dei docenti ritengano considerazioni del genere una perdita di tempo, se non pericolose. Anche la valutazione da parte degli studenti è ritenuta da tanti una perdita di tempo, se non un pratica pericolosa.

E alfine anche gli studenti ritengono l’ascolto una perdita di tempo e finiscono con l’essere interessati solo a ciò che produce crediti nel più breve tempo possibile, strategia ormai generalizzata e malamente cammuffata con il desiderio di imparare “ciò che realmente serve nel lavoro”. L’ascolto non è praticamente mai incluso in “ciò che serve realmente nel lavoro”.

Nei percorsi di formazione (in realtà non sono di formazione bensì di semplice istruzione), stipati di tutto “ciò che serve realmente nel lavoro” in una dissennata e angosciante crescita di informazioni, è difficilissimo inserire proposte che affianchino l’ascolto allo studio, pur con tutta la buona volontà, perché gli studenti hanno in larga maggioranza la sensazione di perdere tempo.

Incidentalmente, vorrei far notare che ascolto non significa solo ascolto del prossimo, preoccupazione per il prossimo, concernimento per una categoria di persone ma significa anche ascolto del mondo, delle cose, attitudine a capire come stanno le cose e soprattutto le relazioni fra esse, attitudine all’ascolto di linguaggi non proposizionali ma non per questo meno portatori di significati.

Alla fin fine, la carenza di esercizio all’ascolto, trasforma anche lo studio medesimo da pratica di conoscenza in mero apprendimento di istruzioni, istruzioni per l’uso di una realtà oggettiva, trasmissibili per mero passaggio di descrizioni.

Eppure le teorie dell’apprendimento si vanno spostando sempre più sul fabbricar mondi, ognuno il suo, sospeso mediante connessioni di ogni genere a innumerevoli mondi da altri fabbricati, in assenza di un mondo oggettivo e riconoscibile che funga da sistema di riferimento assoluto. E i filosofi su tutto questo vanno arrovellandosi su quale sia infine il concetto di verità visto e considerato anche che la scienza, che doveva rappresentare la via maestra per la conoscenza del mondo quale esso si immaginava che fosse, macchina fatta di macchine, ci ha ormai abituati, ormai da un secolo, a convivere con descrizioni apparentemente assurde e assolutamente contrastanti fra loro ma tutte perfettamente funzionanti.

Mai come ora, la famiglia umana, si è trovata a misurarsi in modo così impari con la complessità del mondo, proprio in virtù di quelli strumenti che dovevano servire a riconoscerne i mattoni e l’ordine e che pur son serviti a migliorare così tanto la condizione materiale dell’uomo; mai come ora è stato così necessario fermarsi e cercare di recuperare il valore dell’ascolto, capacità innata in tutti gli esseri viventi non soffocati da un eccesso di raziocinio, ivi compresi i bambini.

Mai come ora, nelle attività di cura dell’uomo, ove cura della salute, ove della formazione, è stato così necessario recuperare il valore dell’ascolto.

Qualcosa si muove ma siamo ben lontani da dove potremmo essere. Un esempio positivo è l’ascolto che è stato dato ad uno studente, Fausto, che aveva proposto una proiezione commemorativa della versione integrale della Last Lecture tenuta a Pittsburgh presso la Carnegie Mellon University il 18 settembre 2007 dal professor Randy Paush, che sapeva del tempo che aveva da vivere, terminato il 25 luglio 2008. Di questo ascolto va dato atto a Rosa Valanzano, attuale presidente del corso di laurea di medicina a Firenze. Il fatto è stato rilanciato proprio da Fausto mediante un opportuno post nel blog di CIN@MED.

Al di là della toccante vicenda umana e del valore del discorso di Randy Paush che merita certamente ascolto, vorrei mettere in luce l’evento inusitato dove una facoltà raccoglie e realizza l’intuizione di uno studente. Ecco, un evento del genere non dovrebbe essere inusitato ma dovrebbe essere una pratica costante. Una pratica volta non soltanto a raccogliere intuizioni e suggerimenti ma anche a valorizzare tante attività collaterali e di supporto alla didattica che molti studenti sono disposti a fare, sempre che venga concesso loro lo spazio ed il riconoscimento.

Se gli studenti percepiscono, come avviene di norma, che tutto ciò che esula dalla routine di studio e esami vale poco o niente e che in particolare a poco valgono spirito d’iniziativa, fantasia e pensiero laterale, quando saranno “formati” propagheranno lo stesso messaggio e, inerentemente, la stessa scarsa attitudine all’ascolto. Fatto quest’ultimo particolarmente grave per persone che si sono prefisse di dedicarsi ad una professione di cura.

La malattia del “non ascolto” tuttavia è generalizzata, è il frutto di un malcostume e di una formazione carente che si manifesta come una vera e propria patologia della società e della quale uno dei sintomi più evidenti è la distanza delle istituzioni dai cittadini. Questa percezione di distanza fra istituzioni e individui è un sintomo molto pericoloso in presenza del quale non si può pensare di costruire una società sana e competitiva, dove lo sforzo di chiunque sia apprezzato e valorizzato a prescindere dalla propria identità, dove chi lavora sia contento di farlo perché ne percepisce il valore per la comunità, dove le forme di lavoro precario comportino sicure forme di capitalizzazione per l’inserimento nel mondo  del lavoro.


P.S.

E l’assignment in cosa consiste? Non lo so di preciso. Dovevo scrivere un’altra cosa e invece ho scritto questa. So tuttavia che il tema è rilevante per tutti i mestieri che fanno o andranno fare gli studenti di questa blogoclasse, professioni sanitarie, insegnanti, operatori della formazione. Vedete un po’ voi … l’assignment potrebbe essere: pensateci, e se ne vale la pena scrivete qualcosa …

55 thoughts on “Assignment … non numerato: saper ascoltare …

  1. matteo ha detto:

    Scusate il ritardo ma avevo il computer in tilt..comunque professore sono molto d’accordo..credo che la necessità maggiore degli studenti ma in generale delle persone al giorno d’oggi è quella di essere ascoltati..per fortuna nel mio gruppo di compagni di corso c’è un rapporto sincero e solidale..ma so di per certo di essere stato molto fortunato a trovare queste persone e instaurare rapporti veri, purtroppo molto spesso nella nostra società non è possibile.

  2. Cristina ha detto:

    Ciao a tutti,
    intervengo solo ora (con 2 mesi di ritardo!!!) in questo dibattito molto interessante.
    Il tema dell’ascolto mi è sempre stato molto caro, avendo concluso da pochi mesi il Conservatorio. Il mondo della musica si basa sull’ascolto; purtroppo la mia formazione da violista ha dovuto scontrarsi con innumerevoli delusioni umane, proprio basate sulla totale mancanza di ascolto. Come dice Il prof, non esiste assolutamente da parte degli insegnanti un interesse all’ascolto della persona, alla comprensione della sua essenza per poter, poi, riuscire a mettersi in contatto con questa, e a sviluppare così dei metodi di insegnamento differenziati da alunno a alunno. Nella musica la relazione maestro-studente e del tutto esclusiva: le lezioni sono individuali e spesso si creano delle dinamiche assurde dovute dall’incapacità, prima di tutto, umana di confrontarsi con l’altro.
    Mi trovo adesso in questo “magnifico” mondo universitario, dove si ripetono le stesse dinamiche, non solo tra i docenti e gli studenti ma anche fra gli studenti stessi. Nel mio corso di laurea siamo solo 14 persone; pur essendo così poche non riusciamo a creare un vero gruppo in cui ci sia sincerità, spontaneità e soprattutto, visto che dobbiamo affrontare questo mondo totalmente disorganizzato, solidarietà.
    Tutto ciò mi rende infinitamente triste, non pensavo che questo sistema potesse ridurre delle persone a sentirsi sempre in competizione tra loro e a perdere totalmente l’interesse per l’altro, per la sua storia, le sue motivazioni che l’hanno portato a iscriversi. Non siamo capaci di ascoltarci, come potremmo mai riuscire a farlo verso l’utenza per la quale dovremo lavorare in futuro?

  3. messaggerofer ha detto:

    Ho letto gli articoli e chiaro che voi tutti avete ragione, ma penso che non è solo una questione di insegnanti, credono anche che oggi non si parla abbastanza nelle nostre famiglie, i bambini di oggi stanno perdendo ogni sempre più i valori tradizionali, e uno di loro è in ascolto e di ragionamento con i nostri genitori e ancor più con i nostri nonni, che sono la viva voce di esperienza visiva, se non fatto a casa e sta per essere al di fuori della casa, nella scuola , al lavoro …
    Sono uno studente di biologia e una delle cose più importanti che ho imparato dal mio lavoro è in ascolto alla natura e saper osservare, si può imparare tanto o più di queste due regole semplici, come in cinque anni al’università.
    Penso anche che uno dei problemi per i quali esccha non abbastanza in aula è il sistema d’istruzione, la gente ora non importa, solo importa un numero scritto su un pezzo di carta che dice quanto bene hai fatto esame, pori non importa cosa si impara o si insegna.

  4. mariabattaglia ha detto:

    Sono completamente d’accordo con tutto quello che ha scritto. Da insegnante posso affermare che i nostri ragazzi sentono questa mancanza chiedono in continuazione di essere ascoltati e noi come genitori non abbiamo mai tempo perchè dobbiamo lavorare, pensare alla casa, a fare la spesa o il bucato, ecc, come insegnanti siamo sempre alla ricerca di tempo per finire la programmazione o per progettare le attività. Ma a loro chi ci pensa? Alle volte quando arrivo a casa ripenso alla mia giornata e rivedo nella mia mente tutti i miei bambini, penso cho ho sbagliato perchè presa dalle troppe cose, ho solo parlato e non li ho ascoltati.Eppure loro lo avevano chiesto si essere ascoltati, Carlo ieri ha visto l’ultimo film della sagra di Herry Potter e Mattia vuole raccontare alla classe che è nata la sua sorellina,ed io lo avevo pure promesso del tempo, ma di tempo non c’è ne mai abbastanza. E mi riprometto che la prossima volta non sbaglierò, ascolterò ciascuno di loro e lascierò perdere la lezione per un giorno.Ma purtroppo spesso volte ricado nello stesso errore

  5. David ha detto:

    Salve,
    intervengo ora che la discussione è già stata ampiamente dibattuta ma fa lo stesso, voglio dare il mio parere da prof di scuola secondaria oltre che da studente universitario. Purtroppo ascoltare, saper ascoltare, non è semplice. E’ altrettanto vero che in professioni come le nostre deve essere una priorità. Io vengo da 3 anni di scuola di specializzazione per l’insegnamento, che aveva molte problemi è vero, ma che qualche indicazione in tal senso me l’ha data, grazie al contributo di qualche professore illuminato. Parole come ascolto ed empatia sono state frequenti nelle loro lezioni. Il problema è che poi ti trovi nella realtà della scuola, sempre più difficile, e diventa dura provare a mettere in pratica quello che hai faticosamente studiato, invece di battere i pugni sulla cattedra. Anche perchè durante i consigli di classe o i collegi dei docenti nessuno ascolta gli altri, ognuno resta sulle sue posizioni; è avvilente… E se non ci si ascolta fra docenti, immaginatevi con gli alunni. Bisognerebbe riuscire ad ascoltare restando autorevoli agli occhi dei ragazzi. Autorevoli, non autoritari. Ripeto non è semplice. Conosco docenti che passano per “troppo buoni” perchè provano ad essere vicini ai ragazzi e non sono apprezzati né dai colleghi né dai dirigenti né dai genitori né, udite udite, dai ragazzi stessi…
    La questione mi sta a cuore e potrei parlarne per ore ma mi fermo qua, per non annoiarvi troppo.
    Saluti.

  6. Pasquale Ruperto ha detto:

    Gentilissimo Prof, mi ha davvero fatto riflettere tanto,il suo post sulla carenza di ascolto che come lei ha ben descritto; ormai affligge tutto noi, come di una patologia. Due generi di riflessioni mi sono sorte : 1) Come insegnante, mi sono interrogato sulla mia capacità di ascolto degli alunni.
    2) Come studente ma non nello stato attuale, ma quello che sono stato negli anni passati. Ebbene per la prima, debbo dire che il saldo pende su una discreta capacità di ascolto, anche perchè per mestiere faccio l’insegnante di alunni diversamente abili, per cui, senza una minima capacità di ascolto di empatia e di saper cogliere le loro iniziative ,non riuscirei ad avere il ben che minimo risultato di apprendimento e di attenzione. Tuttavia, riconosco che anche quando anch’io mi faccio prendere dall’ansia di dover comunque dimostrare un prodotto finale, diminuisco quella che è la mia capacità di ascolto, e riconosco che no si dovrebbe fare. Noi insegnanti abbiamo un compito particolare da svolgere, in quanto rivolto spesso a bambini e adolescenti, prestare attenzione ai vissuti degli alunni, saperli ascoltare, relazionarsi con essi , fa emergere difficoltà, aiuta loro a confrontarsi e a ritenersi accettati. Per quanto invece riguarda il secondo punto, la vicenda del Prof.Randy Paush, oltre ricordarmi il bel tempo passato nella citta di Pittsburgh, mi ha colpito , la grande prova di affetto del Prof. verso i suoi allievi, il quale , secondo me, nel volere comunicare loro, le sue condizioni di salute, ha voluto testimoniare la sua profonda capacità di relazionarsi in maniera empatica e costruttiva, così grande e professionale, da sottendere una altrettanta capacità di ascolto dei suoi ragazzi. Pregevole poi, l’iniziativa di questo studente , e del rettorato di Firenze; è vero bisognerebbe che ognuno di noi, ogni tanto facesse una comparazione con ciò che fa e con quello che accade , negli stessi contesti in altri paesi. Scoprirebbe tante cose , si accorgerebbe che ci sono modi e comportamenti dversi dai nostri, giusti o sbagliati, lo decideranno gli altri .Grazie prof, per avermi consentito questa riflessione.

  7. lara ha detto:

    salve professore, meglio tardi che mai…ho trovato un pò di tempo e soprattutto l’animo giusto per poter riflettere…e il problema sta proprio in questo; io credo che nella società attuale la maggior parte delle persone siano talmente occupate a svolgere le loro azioni quotidiane che non trovano il tempo di ASCOLTARE gli altri ma la cosa più grave è che rischiano di non ascoltare nemmeno se stessi!
    il rischio è quello di arrivare ad un certo punto e capire di aver perso una marea di tempo preoccupandosi di “fare cose” che si devono fare,che siamo abituati a fare o che ci sembra di voler fare ma che alla fine non lasciano niente dentro di noi perchè l’atteggiamento è sbagliato: vivere non ascoltando gli altri porta a non capire cosa è realmente il mondo che ci circonda(es della scuola dove l’ascolto sembra sempre e solo una perdita di tempo),come sono le persone che ci circondano( perchè andando oltre le apparenze forse migliorerebbe anche l accettazione verso gli altri e noi stessi)e ci porta a perdere occasioni di arricchimento interiore(sia intellettivo che morale)….
    la mia riflessione è questa anche se guardando la cosa da un punto di vista un pò più realistico penso che l’uomo sia un essere”animale”(non in senso dispregiativo!) e che come tale segua l’istinto di sopravvivenza cercando di salvaguardare se stesso (e le persone a cui vuole bene) e di cavarsela prevaricando su gli altri…il tutto è come un cane che si morde la coda….chi glielo fa fare di “perdere tempo” ad ascoltare gli altri quando la società che si trova di fronte non ci pensa minimamente??? con questo non voglio giustificare il”non ascolto” credo solo che certe cose siano radicate profondamente nella nostra natura…
    in sintesi ci vorrebbe un gran impegno da parte di ogni singola persona per iniziare a sentirne i vantaggi ed essere quindi più motivati ad ascoltare… e il fatto di parlarne e cercare di impegnarsi nel nostro piccolo(con le persone che ci circondano,nel nostro lavoro..) credo che sia un buon inizio!!!

  8. omniaficta ha detto:

    Leggo solo ora il commento di simonardi in cui vengo chiamato in causa. Intervengo solo per precisare che l’espressione “il commento sopra” si riferiva al commento del prof. Formiconi e non ai commenti di simonardi. Mi scuso se una scarsa chiarezza del mio commento ha potuto indurre in errore chi legge e chi commenta.

  9. learner68 ha detto:

    L’ascolto è comunicazione, è relazione vista come radice della propria identità. Bateson parla di relazione simmetrica (da cui scaturisce la competitività) e relazione complementare (da cui nasce l’integrazione, la crescita, si creano reti). Noi impariamo nella diversità, dalla diversità.
    La reazione dell’uomo di fronte alla diversità è principalmente di diffidenza e paura, poi impariamo a capire che è una risorsa, una ricchezza.
    In paesi più multietnici del ns. (come ad esempio la Francia e l’Inghilterra) l’integrazione è già in gran parte avvenuta. Il nostro Paese deve ancora crescere sotto questo aspetto, ma avverrà!!
    Dovremmo però anche cercare di non rendere sensazionale una cosa che dovrebbe essere normale. Creando la notizia, strumentalizziamo un episodio. Dovremmo scandalizzarci molto di più per altri tipi di emarginazione sociale che abbiamo sotto gli occhi tutti giorni (la povertà, l’handicap).

    Grazie comunque per questo interessante spunto di riflessione.;-)

  10. 86stef ha detto:

    In merito all’articolo,sono rimasta anch’io piuttosto stupita.Non riesco neanche ad immaginare in quale imbarazzo possa vivere quell’uomo,ma sono convinta che il nostro sia un paese in cui impera quella che lo stesso Saviano ha definito “assuefazione”. Assuefazione dalla passività e dall’ignoranza.In un mondo così evoluto è possibile che si verifichino situazioni così aberranti?Io credo che l’ascolto,in questo senso,si possa tradurre con “rispetto dell’altro e conseguente accetazione della diversità”.Ascoltare la diversità,farla propria e far sì che si trasformi in un’esperienza significativa.

  11. iamarf ha detto:

    🙂

    qui non ci sono direttori d’orchestra

    non esistono visioni giuste o sbagliate, esistono punti di vista, prospettive

    la diversità di punti di vista, magari anche in contrasto, è benvenuta e costituisce ricchezza

    ogni divagazione, ogni pensiero laterale è un regalo

    è naturale che nelle discussioni vi siano delle fiammate, questo è bene perché è segno di vita, male è l’indifferenza

    le fiammate vanno un po’ autogestite:

    1) cercare di ragionare sui temi evitando il riferimento diretto all’altro, si possono tranquillamente e pacatamente esprimere opinioni opposte senza dover dire “io non sono d’accordo con te” (vi sono persone più sensibili a questi approcci e vanno rispettate) … concentriamoci sugli argomenti e lavoriamo positivamente sui contrasti

    2) se mi pare che l’altro abbia fatto un riferimento diretto a me, ignoriamolo e concentriamoci sull’argomento sforzandosi di lavorare sul valore intrinseco (eventuale) del proprio argomento curiosando allo stesso tempo negli argomenti dell’altro, i quali, pur apparentemente opposti potrebbero rivelare degli spunti interessanti

  12. viola ha detto:

    ma..non capisco perchè una opinione differente dalla vostra debba essere fuori tema o non coerente. Solo perchè secondo te è sbagliata? perchè non posso suggerire anche io un tema tangente (io parlo comunque di comunicazione ed ascolto) a quello del professore? non può essere una comunicazione paritetica? oppure dobbiamo suonare tutti sotto un unico direttore d’orchestra?
    mi spiace se ho offeso o annoiato volevo solo dire la mia, anche se non uguale alla vostra e parlando di una cosa leggermente diversa.

  13. simonardi ha detto:

    Segnalo questo articolo uscito oggi su repubblica.it.
    Mi sembra molto pertinente con il tema che stiamo dibattendo.
    in ogni riga narrata emerge un non ascolto sistematico, emerge lo stereotipo, il preconcetto.
    Questa storia mi ha toccata moltissimo, e riagganciandomi al nostro tema non si può che aggiungere agli altri effetti del non ascolto, già emersi nei precedenti post, anche il razzismo.

    Da Repubblica .it la storia dello scrittore italiano PAP KHOUMA

    Io, nero italiano
    e la mia vita ad ostacoli

    Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell’aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell’Italia del 2009?………
    leggi tutto

    http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/immigrati-13/nero-italiano/nero-italiano.html

  14. trmir ha detto:

    intervengo solo adesso perchè avevo bisogno di ascoltare!
    avevo bisogno di ascoltare le vostre voci, perchè questi commenti altro nn sono che la vostra voce scritta. questo lo dico in riferimento a coloro che dicono che ormai la società di oggi è abituata a scriversi i pensieri e non riesce più a esprimerli vis-a-vis!
    se molti ragazzi ed aldulti demandano alle scripta le proprie sensazioni, emozioni ed azioni forse è anche un po’ colpa del non ascolto; è più facile farsi considerare con un sms, mail o chat che con le verba perchè gli interlocutori per lo meno si devono soffermare sul messaggio per rispondere.
    ricordiamo che la vita o la vivi o la scrivi.
    tornando, però, alla parole del prof nn penso che sia vera l’affermazione che l’homo economicus è tenuto a fare senza fermarsi ad ascoltare o ad esporre ai superiori il proprio pensiero, infatti si sta sempre più diffondendo nel mondo economico l’AUDIT.
    io, per esperienza personale, posso dire che questa forma di briefing è molto amata dalle grandi aziende per migliorare la propria qualità.
    quando mi occupavo di formazione in tim il 60% degli incontri si basava sulla richiesta di idee, sensazioni, malcontenti da parte dei colleghi e devo dire che venivano molto considerati.
    per rispondere a davide, secondo me oggi l’ascolto va imposto per formare l’idea della necessità, perchè oramai l’uomo si è riappropriato della componente animalesca della sopravvivenza.
    va imposto dalla pubblica istruzione ai futuri adulti, ma anche a chi già adulto è diventato e propongo una bella campagna catastrofista e terroristica come quella che è stata fatta per l’ h1n1, dicendo che il numero di suicidi per anichilamento sociale è cresciuto del 40% (nel mondo occidentale) e del 57% (in giappone), dicendo che la depressione giovanile in italia è aumentata del 24% e alla base di tale patologia è sempre maggiore la sensazione di nullità.
    questi freddi dati ci dicono che l’ascolto spesso è vita e quindi non soffermiamoci sull’additare le cause e i colpevoli, ma iniziamo il prima possibile a donarci agli altri.

  15. simonardi ha detto:

    @omniaficta

    Caro/a omniaficta,
    io sarò soggetta a “fasulle nostalgie” come dici tu, ma tu sei soggetto a giudizi avventati sulle persone, su di me in questo caso, perché da due scarne righe in cui dichiaravo il mio interesse per questo argomento ti sei subito sentito autorizzato a sentenziare su di me.
    Credo che anche tu sia vittima della mancanza di ascolto e della fretta di arrivare a delle conclusioni.
    Ti faccio notare che non mi sento affatto in contraddizione con la frase del prof che citi : “Incidentalmente, vorrei far notare che ascolto non significa solo ascolto del prossimo, preoccupazione per il prossimo, concernimento per una categoria di persone ma significa anche ascolto del mondo….”
    Affermando di voler stare ad ascoltare non credo di soffrire di fasulle nostalgie, dichiarando che tutto quello che ho letto fino ad ora mi era sembrato molto interessante non credo di avvalorare la desertificazione che avanza e non ho pensato per un momento che il post del prof. fosse un “invito scontato alla reciproca attenzione”.
    Ti faccio presente che tu non puoi sapere quali sono i confini della mia predisposizione all’ascolto basandoti su due righe che ho scritto, perché il mio mondo non finisce qui… io ho un ruolo sociale che MI IMPONE L’ASCOLTO e lo esercito umilmente credendo che sia alla base di ogni rapporto, di qualsiasi tipo. Ho la consapevolezza che posso sempre migliorare e sono qui proprio per farlo convinta che dopo l’ASCOLTO CI VOGLIA ANCHE LA COMPRENSIONE. Ho 49 anni e sto frequentando un corso universitario online per capire meglio il mondo che mi circonda perché mi sembrava che mi stesse sfuggendo di mano.
    Se mi vuoi spiegare di quali fasulle nostalgie soffro sono qui pronta ad ascoltarti!

  16. Rita ha detto:

    Scusate se mi intrometto di nuovo, volelo solo rispondere a Francesca dicendole che non sono io l’autrice della citazione “C’è sempre un’altra scelta. C’è sempre una via d’uscita”, il commento è firmato Romina.
    Ciao Rita.

  17. pardi63 ha detto:

    Che altro aggiungere alle validissime considerazioni iniziali del prof. Andreas? Forse che la capacità di ascolto oltre che essere rivolta sempre all’esterno e all’altro, che è comunque importante, bisognerebbe, che la si rivolgesse più spesso verso se stessi. Imparare ad ascoltarsi per capirsi e per spulciarsi nelle pieghe intime del nostro modo di essere. Saper ascoltar quei rudi toni di voce che usiamo quando siamo arrabbiati per non usarli più o ascoltare al contrario i modi pacati di dialogo e giurare di dover usare sempre quelli.

    C’è una frase che mi ha colpito sin da piccola e che porto impressa con me:

    “Fà silenzio intorno a te per sentir cantare l’anima tua”

  18. Vale ha detto:

    rispondo a Davide;
    in realtà penso che il concetto, o se vogliamo, il “piacere” dell’ascolto dovrebbe far parte del bagaglio di qualsiasi persona… Ecco secondo me deve partire dall’essere di ogniuno di noi, dalla volontà di capire gli altri, ed essendo la famiglia, la scuola, o qualsiasi altro nucleo o istituzione, in principio, un gruppo di persone, l’educazione all’ascolto non dovrebbe partire da qualcuno o qualcosa in particolare.. Dovrebbe essere un valore da apprendere fin dalla nascita e da portare con noi stessi, facendolo crescere con gli anni e con gli altri..
    Come in qualche modo ha già detto Francesca, prima di cambiare gli altri, dobbiamo saper cambiare noi stessi!

  19. Davide ha detto:

    Ciao amici,
    grazie ai vostri commenti sono riuscito a focalizzare ancor meglio il concetto “saper ascoltare”.
    Però adesso mi viene da pensare:
    Principalmente, a chi spetta il compito dell’educazione all’ascolto?
    ….Famiglia? ….Scuola? ….O che altro?
    In merito a questo argomento, dove possiamo lavorare per migliorare la qualità delle nuove generazioni?

  20. Francesca ha detto:

    “C’è sempre un’altra scelta. C’è sempre una via d’uscita.
    AR”

    Molto simbolica questa frase…. nella sua ermeticità si colgono numerosi spunti per una conversazione…

    Complimenti… chi ne è l’autore Rita?? Potresti farmelo sapere??.

    Grazie

  21. Rita ha detto:

    E’ verissimo quello che dice Giovanna…sono daccordo quando dice …stare in silenzio per cogliere le sfumature di voce, la gestualità di chi ci sta di fronte… si perchè anche i soli gesti, gli sguardi esprimono sensazioni, sentimenti, desideri, e anche il silenzio stesso a volte è parola.
    Deve essere veramente bello lavorare a contatto con i bambini..loro con il silenzio parlano tantissimo e ti fanno capire molte più cose di un adulto…questo perchè i bimbi sono pura spontaneità non hanno le difese e le corrazze degli adulti.
    Termino scrivendo quello che ha detto tempo fa il mio Parroco durante una omelia “per accogliere nella nostra vita Dio bisogna stare da soli …IN SILENZIO…solo così potremo ascoltare la sua voce nel nostro cuore”.

  22. emati ha detto:

    Beh, con tutto il rispetto, mi dispiace dirlo ma quello che Viola ha affermato con il suo commento non era molto coerente con la riflessione stimolata dal professore. E’ un pò uso comune oggi cadere nella solita retorica che i computer, i social network e internet siano delle “bestie diaboliche”. Ovviamente come in tutte le cose possiamo apprezzarne sia vantaggi che svantaggi, nel XXI secolo però quello che per altro sarà caratterizzato sempre più dalla rilevanza di questi mezzi non possiamo non apprezzare gli enormi benefici che traiamo da questi. Se parliamo anche proprio in merito di comunicazione, oggi internet ci sta aprendo le porte di tutto il mondo e rendendo possibili cose che fino a quindici anni fa erano inimmaginabili. Forse cambierà un pò il modo di approcciarsi con le persone e verrà un pò meno la fisicità di un rapporto diretto, ma non credo che questo potrà cambiare la capacità di ascoltare.

  23. Renata ha detto:

    “Parlare è un mezzo per esprimere se stessi agli altri,
    ascoltare è un mezzo per accogliere gli altri in se stessi.”
    Wen Tzu, testo classico taoista

  24. Francesca ha detto:

    Rieccomi nuovamente…. Controllando il Daily del professore mi sono resa conto di quanto fosse importante ciò che scrive Giovanna nel suo commento…
    Il Silenzio …. certo il silenzio è la migliore forma di ascolto…
    Ho frequentato un liceo socio-psicopedagogico e frequentemente mi sono ritrovata a dover studiare teorie pedagogiche, sociologiche e psicologiche che mettevano in primo piano la comunicazione non verbale, quella fatta semplicemente di soli sguardi, di gesti, di sospiri, di risate o di lacrime…..
    Ho sempre visto queste teorie solo dal punto di vista scolastico, le ho odiate perchè forse ero troppo ingenua e presuntosa per capire quanto queste semplici teorie potessero essere importanti per comprendere la vita… per comprendere chi ci sta intorno e perchè no?? anche per aiutarlo…..
    Ritengo che l'”ascolto” del silenzio di chi ci sta intorno possa essere l’imput più importante per comprendere ciò che l’altro vuole comunicarci….

  25. Francesca ha detto:

    Salve Professore..
    Complimenti per il post.. In questo mondo in cui oramai conta solo l’eccellere e la competizione, pochi si soffermano veramente a pensare a quali sono i valori della vita…
    Molto spesso mi ritrovo, da ventenne, a riflettere su quanto potrebbe essere utile la maggior parte delle volte ascoltare l’altro…ASCOLTARE L’ALTRO E’ IL PRIMO PASSO PER ASCOLTARE E CAPIRE NOI STESSI.
    Oggi , leggendo le sue parole, mi sono ritrovata a pensare che in fondo non sono la sola a soffermarmi su questi punti… che non sono la sola a credere che a volte dovremmo essere meno presuntuosi per aprirsi alle idee altrui… perchè diciamoci la verità….. se tanti grandi della storia a suo tempo avessero ascoltato il parere di persone che ritenevano inferiori ( che poi tanto inferiori non erano affatto) molte rivolte si sarebbero sedate spontaneamente e ci sarebbero stati molti meno martiri da dover ricordare in giorni spiacevoli….
    Con questo chiudo il mio commento..
    Ringrazio nuovamente il professore per averci fatto riflettere un pò su un lato della vita…. e spero che le sue parole vengano lette da tanti Professori universitarie che ritengono che il loro pensiero sia legge e che “razzolano bene a predicano male”

    Francesca

  26. Vale ha detto:

    Salve professore,
    anche io come tutti i miei compagni del suo corso penso che l’uomo non sappia più applicare il valore dell’ascoltare gli altri a causa della società odierna. Penso che dentro tutti noi ci sia tale capacità, ma che pian piano si stia in qualche modo nascondendo per dare spazio a ciò che la società propone per andare avanti o per “sfondare”! come ha detto lei, in molti pensano che ascoltare sia solo una perdita di tempo, ma quello che non si capisce adesso è che dedicare più tempo produttivo ad una singola attività ci porta ad un miglior risultato e che la maggior parte delle volte crea addirittura un guadagno di tipo temporale..
    Cerco di spiegarmi riportando un esempio che riguarda principalmente il lavoro del tecnico di radiologia: se prendiamo come esempio una banale radiografia della mano, un tecnico qualsiasi esegue le 2 classiche proiezioni standard che il libro ci insegna. Ciò che il libro non insegna è invece l’attitudine all’ascolto del paziente: se infatti chiediamo prima di eseguire le radiografie il punto dove si ha più male possiamo eseguire dei particolari sul punto stesso, esempio un dito, senza dovercelo far dire dal dottore e di conseguenza richiamare il paziente, riposizionarlo, riprendere la cassetta ecc..
    In realtà la domanda che abbiamo tralasciato per risparmiare tempo ce ne fa perdere il doppio..
    Questo ovviamente è un esempio banale, che nell’ambito stesso della radiologia può complicarsi di molto in varie situazioni, figuriamoci nella vita!
    Ecco, ciò che bisognerebbe imparare prima su tutto è che l’ascolto non determina una perdita di tempo e questo è un concetto che senza dubbio si dovrebbe imparare fin da piccoli, perchè l’ascolto aiuta chi viene ascoltato e l’uditore stesso. E’ un peccato che ribaltare un concetto così grande a partire da una blogoclasse sia quasi impossibile, ma resta comunque un bel principio e se tutti iniziassimo ad ascoltare anche solo per migliorare noi stessi come persone e nell’ambito professionale, penso che sarebbe già un buon inizio!

  27. omniaficta ha detto:

    Questo post non è un invito scontato alla reciproca attenzione. E’ un vero e proprio appello di “politica cognitiva” contro la desertificazione che avanza, senza fasulle nostalgie (come ci ricorda il commento sopra). Scrive: “Incidentalmente, vorrei far notare che ascolto non significa solo ascolto del prossimo, preoccupazione per il prossimo, concernimento per una categoria di persone ma significa anche ascolto del mondo, delle cose, attitudine a capire come stanno le cose e soprattutto le relazioni fra esse, attitudine all’ascolto di linguaggi non proposizionali ma non per questo meno portatori di significati.” Non poteva essere detto meglio. Un discorso fondativo.

  28. iamarf ha detto:

    no, ciò di cui ho parlato in questo post non ha niente a che vedere con la rete, cioè con internet

    la mia maestra quando non capivamo l’aritmetica urlava e ci tirava i nocchini (fanno male i nocchini, ve l’assicuro), ascoltava molto poco … sto parlando degli anni 60 … c’era a malapena il telefono (fisso); la mamma di un mio compagno di elementari presentò il proprio figlio alla maestra dicendo: “La lo picchi quando un capisce perché gli è zuccone!”

    e così via gli anni successivi … ascolto, come lo intendo io oggi, ne ho visto poco, pochissimo …

    per inciso, nella vita popolare contadina e poi contadina-operaia di tutto il nostro passato, quindi della grande maggioranza del popolo tutto, l’ascolto fra persone era molto limitato, spesso inesistente, i figli venivano buttati nei campi a 9 anni e zitti, a chi protestava ceffate e calci nel culo … io li ho visti figli presi a calci nel culo, era normale

    nemmeno i rapporti fra moglie e marito erano molto profondi, assolutamente, il sesso era costituito da episodi di pochi secondi, quando lui aveva voglia, lei, per contratto ci doveva stare, poi una scrollatina, come i polli, e via al lavoro …

    molto utile leggere i libri di Mauro Corona in proposito

    il padrone, salvo poche illuminate eccezioni, lasciava nella più disperante miseria i suoi contadini che quando e come potevano rimediavano facendo la cresta sui prodotti

    si sapevano ascoltare le parole delle piante, dei boschi, degli animali, questo sì, capacità affinate nei millenni per sopravvivere, ma il dialogo fra le persone era quasi sempre ridotto ai minimi termini

    nella miseria e nella disperazione, l’unica realtà per la maggioranza dei popoli, tutto quello che andava al di là delle strette necessità era un lusso insostenibile, chi aveva più potere o era più forte diceva agli altri cosa dovevano fare e finiva lì

    questa era la realtà per più del 90% delle persone, altro che ascolto

    oggi si parla di più ma la qualità è ridottissima, la maggior parte del dialogo che sento al supermercato, negli autogrill, nei treni, per la strada, al bar e in ogni luogo pubblico (in discoteca ci si sbatte non si comunica nemmeno) è praticamente privo di ascolto; come alcuni di voi hanno detto prima, piuttosto si tratta di monologhi che si intrecciano, non certo di dialogo …

    e quando dico che massimamente coloro che il sistema seleziona in ogni tipo di dirigenza sono particolarmente privi di capacità di ascolto, mi riferisco principalmente a miei coetanei, per lo più assai poco avvezzi ad usare la rete, quella pulita, aperta, ma piuttosto avvezzi a tessere reti protette, invisibili ai più, molto meno limpide, più o meno

    il popolo italiano è uno dei meno “internettizzati” del mondo (tecnologicamente evoluto) – indietro anche in questo – ed è uno dei popoli più carenti di ascolto, un popolo che esprime un “deserto cognitivo” come dice un mio caro amico

  29. viola ha detto:

    come si fa a comunicare quando non si parla si scrive, quando non si scrive battiamo le dita su dei tasti quando non si scrive si “contrae” (nn al posto di non..), quando non si hanno reazioni corporee ma “faccine” disegnate per esprimere miliardi di emozioni ,quando non abbiamo reazioni istantanee ma pensate e filtrate da uno schermo. Scusate ma credo che in parte la colpa della stitichezza dell’ascolto sia dell usi/abuso che le persone fanno di questo mezzo di comunicazione di massa (che brutta parlo massa..): internet, che crea solo un surrogato della comunicazione. Sarà perchè è faticoso sostenere una discussione faccia a faccia…un po’ come la guerra…prima si guardava in faccia il nemico adesso lo guardiamo sul grande schermo filtrato dall’occhio freddo di un mirino.
    Stiamo utilzzando internet o è internet che sta usando noi?

  30. maestra nella rete ha detto:

    Sono insegnante elementare e condivido le considerazioni fatte dalle colleghe. Mi chiedo dunque: perchè la dimensione dell’ascolto è così poco praticata. In realtà è poco praticata a livello profondo, empatico, di partecipazione e condivisione. La nostra epoca ci chiede di essere efficienti e produttivi in tutto: anche nell’ascolto. Quindi l’ascolto quando praticato è spesso finalizzato all’azione: ascolto l’alunno per interpretarne segnali di difficoltà e disagio e intervenire in modo efficace, ascolto i figli per lo stesso motivo, ascolto i professori per capirne le richieste e rispondere nel migliore dei modi… e si potrebbe continuare. Si moltiplicano in questo senso corsi e iniziative istituzionali: sportelli di ascolto, corsi sul leggere i segnali di…, ma niente che tocchi in profondo le corde dell’animo umano. dovremmo forse recuperare a fianco dell’ascolto miratoall’intervento una capicità di ascolto che semplicemente testimonia vicinanza, compartecipazione, empatia e ripartire di qui per strutturare risposte più vere e sentite.

  31. Vanessa ha detto:

    Salve professore, ho letto il suo assignment e l’ho trovato molto consono al mio pensiero attuale dell’ uomo odierno che si configura egoista e individualista e che non è più capace ad ascoltare se stesso e gli altri. Mi chiedo come mai l’uomo nel XXI secolo possa essere cosi, e la risposta secondo me, come ha detto Edoardo e anche Davide, la dobbiamo ricercare in quello che la società contemporanea ci propone.
    Oggi è importante l’ “apparire” non l’ “essere” e secondo me questo significa perdere la vera “identità” di noi stessi.
    Apparire significa impiegare tempo ad imitare gli altri dimenticando la nostra essenza, ormai siamo un pò tutti “vittime” di questa società volta alla globalizzazione.
    I tempi si accorciano per ogni cosa, la tecnologia migliora e noi non avremo piu tempo per riflettere ed ascoltare.

    Parlando di questo argomento mi è venuto in mente il romanzo epistolare di Ugo Foscolo “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, dove Jacopo giovane studente repubblicano innamorato di Teresa sarà tormentato dall’amore di quest’ultima poichè ella sarà promessa sposa a Odoardo, il prototipo di uomo di cui stiamo parlando noi, l’anti-romantico attaccato al tempo e troppo impegnato per non poter riflettere e ascoltare.

    Ecco questo romanzo mette proprio in luce i due personaggi antitetici, Jacopo con ideali romantici attaccato ai valori dell’amore e della Repubblica, Odoardo invece è “vittima” della società che già nell’800 stava subendo il processo della prima industrializzazione.

    Concludendo penso che l’ascolto deve partire da noi stessi ed è opportuno un’attimo riflettere e pensare cosa è “giusto” o “non è giusto” indipendente da quello che la società propone.

  32. Massimo ha detto:

    Il primo effetto che mi ha fatto la lettura del post del professore è stata una scarica di adrenalina. Perchè? Perchè non siamo soli e quando non si è soli la speranza è più grande.
    Mi sono rimaste impresse alcune frasi di un mio caro professore delle superiori “La scuola crea pezzi da unire alle macchine” “Ragazzi, vi stanno rubando il tempo”.
    Era sul finire degli anni ’80 e la situazione non mi sembra migliorata.
    In una società dove il talento e la meritocrazia vengono quotidianamente avviliti da abusi e mediocrità l’importanza di saper ascoltare aumenta a dismisura. Per ascoltare ci vuole coraggio perchè ascoltare significa mettersi in discussione e, magari, avere l’onestà intellettuale di cambiare idea, significa imparare e progredire. Viceversa, non ascoltare, andare su con la voce, infischiarsene dell’interlocutore è pura vigliaccheria molto spesso esercitata da una serie di macchiette che si atteggiano a tragicomici sofisti. E’ la vigliaccheria di piccoli uomini che lottano per miserrimi privilegi mentre dovrebbero occuparsi di ben altro. Chiaramente oggi la via dell’ascolto è la più difficile, ma credo anche l’unica percorribile.

  33. Rita ha detto:

    Credo che il saper ascoltare sia parte integrante nel lavoro di un tecnico sanitario di radiologia, se non si ascoltano con attenzione le persone ed i sintomi che riferiscono il medico radiologo non può refertare le immagini radiografiche associandole alla storia clinica del paziente, il medico infatti necessita di moltissime informazioni (se il paziente è stato operato, se ha avuto un trauma, ecc.), informazioni che devono essere raccolte soltando interrogando la persona ed ascoltando le sue risposte, senza contare che se si agisce con fretta e superficialità si rischia di danneggiare il paziente, per es. se si inserisce una persona portatrice di pace-maker nel campo magnetico della risonanza questa persona potrebbe rimmeterci la vita.
    Ascoltare con calma quindi sia per fini medici ma anche umani, per essere più vicino alla persona che viene in ospedale pieno di angoscia per l’esito dell’esame che deve fare, perchè di solito si pensa al peggio per la propria salute o per quella dei propri familiari… già la salute… un dono che si apprezza solo quando manca…perchè se c’è è banalità e allora via alla “corsa frenetica di tutti giorni” che porta all’apparente mancanza di tempo per ascoltare..ma poi un brutto giorno quando solo fa capolino l’idea che possa venire meno ci crolla il mondo addosso e ci rendiamo conto di quanto troppo frenetica fosse stata quella corsa..allora dovremo cercare di rallentare e considerare come dei miracoli gli aspetti della vita che ci sembrano più banali: alzarsi con le proprie gambe dal letto, prepararsi il caffè…solo così, secondo me, apprezzeremo di più tutto quello che la vita ci offre e saremo in grado di ascoltare per primo noi stessi e poi chi ci circonda.
    Aggiungo anche che secondo me non solo si sta perdendo la capacità di ascoltare ma questa “corsa quotidiana” ci fa perdere anche la capacità di osservare quello che spesso abbiamo sott’occhio, rischiando quindi di sottovalutare certi aspetti o situazioni.
    Rita

  34. Giovanna ha detto:

    Credo che l’ascolto, quello vero, empatico, che ti aiuta a leggere dietro le parole e i gesti è un VALORE che va recuperato riscoprendo il SILENZIO. Nella società di oggi siamo bombardati da stimoli, colori, luci e il silenzio spaventa. Penso che il silenzio sia necessario per ascoltare e per cogliere le sfumature di quello che ci circonda. Può essere il silenzio familiare della casa, il silenzio rasserenante della natura … Dal silenzio nasce la capacità di scoltare veramente chi ci sta di fronte, sia esso un bambino, un giovane, un adulto o un anziano e si deve essere capaci di cogliere linguaggi diversi, sfumature di voce, gestualità e ancora non è detto che siamo capaci di comprendere nell’essenza ciò che ci viene detto. Troppe volte la voglia di concludere la frase per l’altro o di intervenire senza rispettare il turno di parola compromette la qualità dell’ascolto. La fretta non aiuta e se non si trova il tempo di iniziare a questa pratica i bambini fin da piccoli, sarà difficile che da grandi riescano a dialogare e a comunicare il loro disagio. Nella vita della classe è bello aprire la mattino le lezioni con una conversazione, i bambini hanno tante cose da dire e raccontare, più difficile è far rispettare i turni di parola e ciò che dice l’altro. Eppure la conversazione sembra non avere mai fine, le riflessioni e le richieste di parola si susseguono, l’ascolto dell’insegnante deve essere un ascolto attivo, che raccoglie, interpreta, valorizza e rilancia. L’ascolto è necessario per dialoghi “costruttivi” che aiutano i bambini a crescere, perchè ascoltando si capiscono gli altri, si comprende meglio se stessi e si impara.
    Il mio lavoro mi consente spazi privilegiati di ascolto, ho potuto avere una piccola aula in cui ho ricreato un luogo con oggetti che provengono da Paesi diversi, per aiutare i bambini stranieri con cui lavoro a riconoscere le loro identità e le loro appartenenze. In questa aula accedono gruppetti piccoli, lavoriamo vicini intorno a banchi accostati e i bambini raccontano, parlano, esprimono le loro paure e difficoltà. Quando la mia percezione delle loro problematiche mi fà intuire che qualcosa non va, attivo il dispositivo di mediazione etnoclinica. In questo spazio anche le famiglie straniere trovano un luogo in cui possono parlare e raccontare la loro esperienza. Senza l’ascolto delle loro storie non posso pensare di riuscire ad incidere sul comportamento problematico di un bambino. L’ascolto vero crea un rapporto di fiducia e collaborazione. Un papà africano mi ha detto “Due mani sono meglio di una” quando ascoltando ha capito che c’è bisogno di collaborazione per crescere i suoi figli in un paese straniero. Devo dire però che se mi risulta facile ascoltare i bambini, mi risulta più difficile ascoltare gli adulti. Cioè, li sento ma mi sembra che molte volte i discorsi siano molto superficiali e privi di consistenza o tesi alla prevaricazione e troppo spesso si cade nei fraintendimenti. In queste situazioni non mi interessa parlare, mi limito ad ascoltare cercando di capire le dinamiche e rimango sempre più convinta che c’è bisogno di diminuire il rumore che diventa frastuono, in modo da riuscire ad isolare ed ascoltare le PAROLE che contano.

  35. learner68 ha detto:

    Ciao Davide,
    non ti preoccupare…avevo capito l’intento del tuo commento che non l’ho minimamente interpretato come una critica.
    Volevo solo creare anch’io una discussione su un argomento che mi preme molto e mi fa piacere conoscere qualcosa di più di te.
    Non penso che il tuo entusiasmo si sia affievolito…non ti saresti rimesso in gioco con lo studio e non saresti qui con noi!!

    Sarà un piacere coltivare questa “connessione”
    ciao ciao

  36. Davide ha detto:

    Ciao Learner 68,
    Credo tu abbia interpretato male il mio commento.
    Sono daccordo con te, sarebbe bellisimo affrontare tutti i percorsi della vita ascoltando e pensando. 🙂
    La mia affermazione finale ha l’intento di far riflettere chi scriverà i prossimi commenti…
    Ah, io ho 30 anni, lavoro da dieci e solo l’anno scorso ho avuto la possibilità di fare l’Università, so come gira questo mondo e purtroppo, per questo motivo, il “sacro fuoco” si è un pò affievolito…
    Ciao ciao.

  37. learner68 ha detto:

    Davide,
    il tuo “speriamo che i commenti non siano un festival dell’ipocrisia….” è assolutamente un dubbio legittimo.

    Sono entrata nel tuo blog: un trionfo di vitalità.

    Potrei sbagliarmi, ma credo che abbiamo un’età anagrafica differente e un lavoro (o una prospettiva di lavoro) differente.
    Ha ragione il Prof. quando nota questa varietà di prospettive.

    Ognuno di noi ha un percorso tanto diverso da essere stato plasmato, influenzato, corretto da avvenimenti, formazioni, rapporti umani, esperienze che ci hanno fatto essere quello che siamo.
    Adoro la tua schiettezza quando ti definisci un “arrivista moderno”.
    Sono certa che questo tuo “sacro fuoco” ti porterà a raggiungere i tuoi obbiettivi.
    A 20 anni ero come te e questa forza (che tu hai e che io mi riconosco ancora) mi ha portato ad ottenere sempre ciò che ho desiderato.
    Arrivi ad un certo punto (ne ho 41 e lavoro da 20) in cui, contenta di ciò che ho ottenuto, non mi sento ancora arrivata e decido di incamminarmi verso nuovi orizzonti conoscitivi e di mettermi ancora in discussione, sempre, quotidianamente, per offrire a chi impara per contagio da me tutto ciò che ha il diritto di pretendere: il meglio.
    Ma in questa corsa al fare ogni tanto ci si ferma anche a pensare cosa si ha e cosa di deve ancora avere la pretesa di desiderare…e questo ti aiuta a rallentare il ritmo, ti fa godere delle piccole cose, ti fa vivere decisamente meglio.

    Ad maiora… semper

  38. Davide ha detto:

    Salve Professore,
    devo dire il suo post è coerente con l’idea che mi sono fatto della sua persona.
    La società modena impone regole mostruose che si ripercuotono inevitabilmente sul modo di vivere delle persone.
    Secondo me lei ha centrato l’obiettivo quando ha parlato della non economicità dell’ascoltare!!!
    I potenti (le multinazionali) che governano il mondo ci preferiscono fini ascoltatori attenti e dotati o pecore?
    hahahaha…..
    Concludo invidiando profondamente chi riasce ad avere un comportamento in linea con il suo post, io lo vorrei ma a volte non riesco e rispecchio l’arrivista moderno.
    Speriamo che i commenti non siano un festival dell’ipocrisia….

  39. ELENA ha detto:

    Leggendo il suo assignment ho potuto confermare che non sono sola ad avere certi pensieri e ne sono molto contenta.
    Facendo tirocinio in ospedale mi rendo conto che questa esigenza di ascolto è vanificata specialmente nelle persone che e più dovrebbero farne una propria caratteristica fondamentale.
    Non ci sono più persone (pazienti) da ascoltare ma solo da sbrigativamente congedare.Questo perchè ci sono dei numeri e dei tempi che i nostri amministratori danno e che bisogna rispettare.
    Questo è un esempio vicino a noi che abbiamo intrapeso questo corso di studi ma il non ascoltare è cosa di tutti i giorni; nelle amicizie, nel lavoro, nella politica, nello sport ecc. Cosa fare? Credo che si potrebbe iniziare dalle cose più elementari, tipo cominciare ad ascoltare prima di tutto i nosti figli (io ho due bimbi) il nostro compagno, i nostri genitori che ci danno sempre dei buoni consigli ma questo lo valutiamo solo quando diventiamo genitori e quando siamo un pò più anzianotti….
    Io pesonalmente ascolto anzi per questa mia caratteristica ci sono delle pesone che mi attaccano veramente dei bottoni infiniti perchè non riesco a scansare certe situazioni ma alla fine sono contenta e soddisfatta pechè evidentemente smuovo qualcosa e per la fiducia che gli altri ripongono in me( altrimenti non verrebbero a raccontami gli affari loro).
    Qualche tempo fa ho letto un articolo di Alberoni che trattava appunto la brutta abitudine ad addossare sempre agli altri le colpe dei propri mali per il non voler ascoltare e mettersi in discussione. Alla prima lettura mi sono detta che stava dicendo cose così ovvie e retoriche e veniva pure pagato salato dal Corriere ma rileggendolo sono giunta alla conclusione che non è così ovvio, purtroppo Alberoni aveva fatto un quadro molto veritiero della razza umana.
    Per concludere questo mio intervento posso solo dire andate più PIANO!!!!!
    Elena

  40. emati ha detto:

    Salve professore, credo che la sua riflessione sia una analisi critica e molto veritiera della società di oggi. Io ritengo che il problema non sia tanto il sapere ascoltare gli altri, ma trovarne proprio la voglia e l’ interesse di farlo. Spesso facciamo deliberatamente finta di non vedere i problemi che ci circondano, perchè troppo inpegnati nelle dinamiche sempre più frenetiche delle nostre vite. La nostra figura come persona all’ interno della società è diventata oramai troppo individualista ed egoista, siamo gli uni contro gli altri perchè la logica dettata è quella di dover prevalere a tutti i costi. Rimane dunque difficile ascoltare perchè è ritenuto una perdita di tempo ma sopratutto perchè abbiamo paura di doverci caricare di problemi dei quali non abbiamo bisogno. Ci dovremmo fermare, magari un attimo, e pensare che ascoltando e aiutando le persone che ci stanno vicino la nostra vita ne potrebbe ricavare sicuramente dei benefici.

  41. benedetta ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con quello che lei dice ma purtroppo non mi sento di esularmi da quel gruppo, ormai sempre più prevalente, di persone che stanno perdendo l’abitudine all’ascolto.
    Il fatto è che siamo cresciuti con l’idea del “c’è poco tempo” e quindi tutto quello che appariva – ma ovviamente non era – non essenziale è stato eliminato: a scuola ci siamo sentiti dire che non c’era tempo per finire il programma e quindi, quando ci si avvicinava alla conclusione dell’anno, ci venivano inculcate parole, nozioni, tanto per fare numero ma non acquistavano ai nostri occhi un senso, un significato.
    Arrivati all’università, ci hanno dato un piano di studi, costituito da un numero infinito di esami e ci hanno detto che in tre anni ci saremmo dovuti laureare.
    Forse ha ragione un professore di fisica, che una volta, interrompendo la lezione sui circuiti elettrici ci ha detto che uno studente universitario è tale se è indietro con gli esami. Solo così può essere veramente uno studente, nel significato etimologico del termine, e non una macchina che ingloba nozioni, notizie, informazioni.
    In particolare, visto che dovrebbe essere il mio futuro mondo lavorativo, vedo il problema del non ascolto nel rapporto medico-paziente:quante volte in uno studio medico si sente dire che il dottore non ha fatto finire di parlare, cha ha scritto una ricetta incomprensibile…
    A mio parere, spesso i pazienti si sentono incompresi, non ascoltati e poco considerati e tendono a vedere la figura del medico come quello che fa un controllo di 10 minuti e scrive qualcosa di incomprensibile su una cartella.
    Secondo me noi, visto che stiamo studiando per poter poi lavorare in questo mondo, dovremmo essere particolarmente sensibili a questo problema.

  42. learner68 ha detto:

    Caro Professore,
    …Santo cielo…questo sì che è un post che arriva dritto al mio cervello.
    E’ un problema che percepisco quotidianamente intorno a me!! Quanta fatica far capire alle colleghe, ai genitori, alle persone che mi circondano che ognuno di noi non è trasparente (e si può tranquillamente oltrepassare come un fantasma), ma che è fatto di sostanza, di pensiero, di sentimento, di desiderio, di vita.
    Quanta gente passa le sue giornate in mezzo ad altra gente sentendosi più solo di quando lo è veramente.
    Il video del Prof. Paush è stato un GRIDO più forte di qualsiasi altro e un’indignazione nei confronti di coloro che, sa perfettamente, non si ricorderanno di lui a distanza di un anno dalla sua morte. Solo la sua famiglia e le persone che lo hanno “vissuto” e “visto” sentiranno veramente un vuoto enorme che nessun altro potrà colmare; un buco nero che contiene tutti i mondi!
    Quante volte siamo in mezzo al “rumore” anche in casa, a scuola, a cena da amici, che ascoltiamo solo ciò che vogliamo ascoltare. Quante volte “sentiamo”, ma produciamo inferenze a noi utili, quante volte fraintendiamo ciò che ci viene detto perchè non ascoltiamo e non leggiamo tra le righe; quante volte leggiamo sui giornali lo stupore della gente di fronte a qualcuno che si toglie la vita “senza un apparente motivo”.

    Siamo circondati da persone che vivono in maniera autoreferenziale….fino a quando? Fino a che… succede qualcosa a noi….è allora ci illuminiamo, e allora capiamo, e allora vorremmo porre rimedio a tutti gli errori fatti e urlare agli altri :”ASCOLTATEMI” (mi aveva colpito molto l’interpretazione di Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”).

    Ognuno di noi dovrebbe toccare con mano un pò più la propria sofferenza e la sofferenza altrui per accorgersi di chi ci circonda. Io ho avuto la FORTUNA di vivere un’esperienza analoga a quella del Prof. Paush (con mio marito, che ora sta bene) e devo dire che mi ha resa una persona migliore, una persona più attenta a ciò che mi circonda, più felice di ciò che ha, più empatica nei confronti degli altri. Prima ci si lamenta delle stupidaggini, poi si ride anche delle cose serie.

    Soprattutto i colleghi che diventeranno medici, infermieri dovrebbero ascoltare più i loro pazienti che non sono solo pazienti, sono persone, sono vite vissute, sono soprattutto paura. Non dico di essere SOLO un Patch Adams, ma di essere anche UN PO’ Patch Adams. Credo che sia molto difficile vivere in mezzo al dolore quotidiano e che, con il tempo, si debba costruire una corazza che ci protegge dalle emozioni, ma che male c’è a soffrire insieme agli altri!!!

    Nelle metafore del Prof. Formiconi il mezzadro, la madre, il maestro dovrebbero saper ascoltare per non rischiare di trovarsi un campo incolto, un figlio perduto, un alunno disperso.
    Purtroppo spesso ci accorgiamo di questo solo dopo aver perso il raccolto.
    E’ vero: impariamo dai ns. errori, ma quanti raccolti dobbiamo perdere prima di irrigare il campo nei tempi e nei modi giusti?

  43. Renata ha detto:

    Sì, professore, sono d’accordo, con tutto ciò ha scritto e, da insegnante di scuola primaria, ho verificato che sempre di più i bambini cercano persone che li ascoltino, che dedichino loro il tempo che a loro serve per riuscire ad esprimere quello che in quel momento vogliono dire. E di tempo ne occorre perché ai bambini le parole non scorrono veloci come a noi adulti, l’organizzazione della frase non è immediata e spesso quello che vogliono davvero esprimere è nascosto in metafore fantastiche e se il tempo per l’ascolto è troppo breve l’interpretazione sfugge o è banale.
    Quanti miei alunni raccontano la loro giornata di scuola ai genitori? Quanti, tornati a casa, cenano chiacchierando con i familiari, a televisione spenta? Come possono imparare ad ascoltare se non sono ascoltati?
    Credo che tanti, troppi insegnanti che si trovano a che fare con ragazzi, adolescenti, adulti, concedano poco ascolto alle parole e alle proposte dei loro alunni non è per mancanza di tempo ma per timore del confronto con la voce di un mondo che fanno fatica a capire perché non è più quello in cui sono cresciuti, non è più quello di cui possiedono e possono fornire le chiavi di lettura con la sicurezza di anni precedenti. Credo che i ragazzi vogliano imparare ma che lo vogliano fare a certe condizioni. Vogliono sentire che chi hanno di fronte vuole farsi capire da loro, cerca il loro interesse, vuole interagire con loro, non sta in cattedra ad esporre la sua lezione solo perché così si fa a scuola da sempre. Vogliono sentirsi persone. Spetta a noi adulti l’esempio dell’ascolto che poi non è altro che un esempio di rispetto: la mancanza di tempo mi sembra una alibi che non regge.

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