Migliorare la scuola

In questi giorni si snoda per vari luoghi della rete un bel dibattito intorno all’impiego delle tecnologie nella scuola, in particolare della LIM, Lavagna Interattiva Multimediale. Io non ho mai usato questo oggetto e quindi non me ne intendo ma mi soprende il gran parlare che se ne fa. In poche parole mi sembra curioso che un tema così complesso come quello dell’innovazione nella scuola dipenda in modo così cruciale dall’introduzione di un semplice marchingegno nelle aule. I precedenti, per esempio i computer a scuola o le presentazioni nelle lezioni universitarie, non fanno sperare un gran che. Comunque, ripeto, non ho esperienza a riguardo.

Tuttavia il dibattito che dicevo è interessante perché assai ricco di spunti. Mi pare che abbia preso le mosse da due post sulle LIM, uno di Pier Cesare Rivoltella e uno di Alessandro Rabbone. Poi il testimone è stato raccolto da Gianni Marconato il cui contributo ha dato vita ad una chilometrica discussione. Antonio Fini ha ulteriormente chiosato.

C’è materiale abbondante per chi è interessato alla questione. Io non ho niente da aggiungere sulla LIM ma mi è venuto in mente un articolo che avevo letto sull’Economist del 25 novembre scorso.

Lo traduco qui di seguito, un po’ di fretta, spero non troppo male.



COME PRENDERE BUONI VOTI
Non sono i finanziamenti ne le riforme generiche che migliorano le scuole

La formazione è al servizio della crescita economica. Infatti è opinione comune che insegnando bene ai futuri lavoratori questi contribuiranno a rinvigorire l’economia. Non stupisce quindi l’impegno dell’OECD, il club dei paesi più ricchi, nel cercare di appurare l’efficacia dei sistemi scolastici dei vari paesi. D’altro canto, i ministri dell’istruzione attendono con ansia il prossimo rapporto PISA (Program for International Student Assessment), che dovrà essere pubblicato il prossimo 7 dicembre [a questo punto è già uscito (pdf, la classifica generale è a pag. 15), e può essere confrontato con quello del 2006 (pdf, classifica generale a pag. 22)]. Con cadenza triennale il rapporto analizza e classifica le competenze degli studenti nella lettura, la matematica e le scienze; anche il prossimo rapporto sarà così.

Ma ancora più importante che classificare le scuole è sapere come migliorarle. Questo è lo scopo che si è prefisso un altro studio che verrà pubblicato il 29 novembre da McKinsey [anche questo è già uscito, si può vedere una buona presentazione qui]. L’indagine ha preso in considerazione i sistemi scolastici che hanno migliorato le loro performance andando a cercare quali fossero gli elementi in comune nelle diverse situazioni. In generale è emerso che i sistemi possono compiere progressi veloci se fanno la cosa giusta al momento giusto.

In primo luogo pare che la mera quantità di finanziamenti non sia il fattore primario che determina i miglioramenti, almeno per i paesi nei quali la scolarizzazione concerne tutta la popolazione [vedi il grafico in testa al post]. Gli Stati Uniti per esempio, hanno incrementato i finanziamenti per l’istruzione del 21% dal 200 al 2007 e la Gran Bretagna del 37%. Ciò nonostante, nello stesso periodo le performance misurate con i test PISA non sono migliorate in questi due paesi.

Vari sistemi scolastici che non sono stati inondati da supplementi di finanziamenti hanno fatto meglio. Sono per esempio migliorati regioni come la Sassonia in Germania, paesi come la Lettonia, la Lituania, la Slovenia e la Polonia. Anche paesi più poveri, come il Cile e il Ghana, sono riusciti a migliorare senza particolari incrementi di spesa.

Secondo il rapporto McKinsey, ciò che differenzia coloro che hanno speso molto da coloro che sono migliorati molto è la consapevolezza che sistemi scolastici diversi migliorano scegliendo accortamente fra interventi che possono essere radicalmente diversi. Nei paesi dove le scuole si devono limitare agli obiettivi minimi, leggere, scrivere e far di conto, sembra che l’approccio migliore sia quello della centralizzazione: tutti gli insegnanti dovrebbero fare le stesse lezioni tratte da un medesimo libro di testo.

Quando invece un sistema scolastico è già in grado di perseguire gli obiettivi minimi, allora è importante che vengano analizzati accuratamente i risultati ottenuti dagli studenti, non tanto per valutare la qualità della scuola quanto per identificare i metodi di insegnamento migliori.

Invece nei paesi nei quali le scuole hanno già raggiunto uno standard più elevato ci si dovrebbe concentrare sulla selezione degli insegnanti. Uno studio precedente di McKinsey, aveva concluso che il fattore principale in grado di elevare lo standard era quello di rendere quella dell’insegnante una professione ambita (high-status profession) [io ricordo di avere letto da qualche parte che questa è forse la caratteristica fondamentale del sistema finlandese, noto per primeggiare nei test PISA].

Laddove i sistemi scolastici raggiungono l’eccellenza, si scopre che la parola chiave è “decentralizzazione”. In questi sistemi la dirigenza lascia un elevato grado di autonomia agli insegnanti – la maggior parte dei quali sono molto motivati e godono di alti livelli di preparazione  – favorendo lo scambio di idee in modo che essi possano apprendere gli uni dagli altri per adottare le pratiche migliori. In conclusione, quando si tratta di raggiungere i massimi livelli, sono gli insegnanti che sanno come fare.


Mi pare quindi che, spendendo per introdurre, più che altro fisicamente, tecnologie nelle aule e mortificando di fatto la categoria degli insegnanti si sia completamente fuori strada …

10 thoughts on “Migliorare la scuola

  1. lucrezia giannozzi says:

    La scuola è l’istituzione più importante per la formazione di una persona:la segue nell’età più delicata: nel momento, appunto, della formazione. é giusto che si evolva continuamente per garantire sempre il meglio, è necessario che stia al passo col tempo. Le tecnologie devono entrarne a far parte perchè ormai da anni hanno preso il sopravvento a livello dei mezzi di comunicazione e quindi fin da bambini è importante avere confidenza con il computer. La scuola deve istruire sull’importanza di saperlo usare non solo per passatempi divertenti, ma anche per fini utili. é comunque entrato nell’uso comune, si pensi alle ricecrhe di scuola: chi mai si sognerebbe di fare approfondimenti su manuali cartacei? L’ora d’informatica che si trova nell’orario scolastico deve diventare un’ora importante come le altre per venire a conoscenza di programmi nuovi e sempre più sofisticati. Gli insegnanti migliori,sicuramente fondanti per un eccellente insegnamento, si potrebbero selezionare, oltre alla conoscenza della materia specifica, a secondà delle abilità linguistiche, l’inglese è fondamentale per tutti gli approfondimenti, e anche informatiche.

  2. Nicoletta Farina says:

    Sì Andreas, hai centrato il problema. Il tema dell’innovazione nella e della scuola sono convinta non dipenda dall’introduzione della LIM. Se questa è la convinzione corrente e diffusa finirà col “predicare se stessa” come le tante aule d’informatica, tanto tristi quanto inefficaci (l’ora d’informatica). Dopo un corso di studi IUL, che come sai ridefinisce gli insegnamenti alla luce delle nuove tecnologie, come supporto agli apprendimenti e non come panacea, credo piuttosto alla riqualificazione culturale del contesto scuola. Ancora chiusa tra le sue “mura” fa difficoltà a comprendere di quanto siano cambiati i modus operandi dei ragazzi, che il futuro, anzi il presente della scuola, è nell’intersezione tra i bisogni formativi delle nuove generazioni e la ricerca di un nuovo modo di essere insegnanti che, come interpreti ed elaboratori di contenuti, siano in grado di tradurli in nuove conoscenze, utili e soprattutto spendibili. Se perdura la convinzione che la scuola sia detentrice dei saperi buoni e l’extrascuola dei saperi di serie B non solo fallisce la sua missione ma diventerà una palla al piede di cui liberarsi. La LIM, così come altre tecnologie, da sole non fanno miracoli. Appena uscito il Manifesto degli Insegnanti l’ho presentato al Dirigente, ne abbiamo affrontato i contenuti con il proposito di parlarne anche in sede di collegio docenti, beh! Proposito finito nel nulla. Penso spesso a quel prezioso foglio di carta e sotto quale pila di altri fogli in dirigenza sia finito. Continuo a sperare che facendo prima poi un po’ d’ordine rispunti e risolletichi l’antico proposito. Sono convinta che l’innovazione debba cominciare anche da lì.

  3. Fermina Daza says:

    “Laddove i sistemi scolastici raggiungono l’eccellenza, si scopre che la parola chiave è “decentralizzazione”. In questi sistemi la dirigenza lascia un elevato grado di autonomia agli insegnanti – la maggior parte dei quali sono molto motivati e godono di alti livelli di preparazione – favorendo lo scambio di idee in modo che essi possano apprendere gli uni dagli altri per adottare le pratiche migliori. In conclusione, quando si tratta di raggiungere i massimi livelli, sono gli insegnanti che sanno come fare.”

    Questo modello di scuola è molto vicino a quello definito dall’UNESCO come “Schools as Focused Learning Organisations” o Scuole come organizzazioni strutturate per l’apprendimento focalizzato.
    Tali organizzazioni di apprendimento, che godono di cospicui investimenti statali, sono considerate un bene pubblico, e vengono rispettate e salvaguardate con particolare attenzione ai risultati di qualità e alle pari opportunità di apprendimento. In esse gli insegnanti possiedono libertà di innovare i programmi e definire autonomamente i percorsi didattici.
    In queste organizzazioni i profili professionali non hanno base gerarchica ma si ispirano alle organizzazioni team-oriented e lo sviluppo della qualità dei processi di insegnamento/apprendimento è direttamente proporzionale alla capacità degli insegnanti di saper promuovere la condivisione e la produzione della conoscenza.
    Questo modello è compatibile con paesi dall’economia evoluta in cui i quadri politici promuovono sia l’equità sociale sia la promozione della leadership nazionale in materia d’istruzione. In tali paesi, inoltre, per incentivare l’innovazione nella didattica e nell’apprendimento e per migliorare lo sviluppo professionale e la ricerca, vengono promosse azioni atte a garantire l’identificazione della professione docente con uno status sociale elevato.
    L’insegnamento non è considerato una carriera a vita e per questo è garantito un solido meccanismo di mobilità sociale.

    Non credo ci sia da aggiungere altro… c’è da pensare… e molto…

  4. Mariaserena Peterlin says:

    Se la scuola scende l’Italia non sale e nemmeno altre professioni, a quanto vedo, volano alto. Non parliamo degli esempi istituzionali perché hanno anche troppo spazio altrove.
    Il discorso credo sia anche di carattere generale.
    Con ciò non voglio dire che assolvo gli insegnanti (o me stessa che fino a poco fa ero in attività) anzi devo dire che negli ultimi tempi ho visto con crescente disagio che la categoria tende a chiudersi e ama vittimizzarsi (anche perché accade che sia oggetto di attacchi e valutazioni superficiali).
    Mi sono però sempre detta che se i docenti (compresi quelli universitari) “mollano” sono, probabilmente, doppiamente responsabili.
    Altre categorie hanno problematiche diverse o affini: un commercialista ti può danneggiare, ma un medico ti può fare secco.
    Un avvocato ti può mandare in galera innocente, ma un pilota di aereo?
    Insomma un cattivo docente, ma ne abbiamo già detto mi pare, può far danni che durano tutta la vita nonostante abbia gli strumenti per evitarlo (per questo è colpevole).
    Di qui la preoccupazione crescente per le picconate alla scuola.
    Anche oggi ci si chiedeva, riprendendo un discorso iniziato tempo fa, se non ci sia un disegno in tutto questo.
    Secondo me il disegno c’è.

    Più ignoranza si semina più sudditi nascono.

    Da qui la mia ribellione e la contestazione nei confronti di quella parte della mia stessa categoria che, intellettualmente impigrita o apatica, lascia correre, lascia passare tutto: anche le normative gelminiane che, con un po’ di accortezza, si potrebbero fronteggiare dall’interno stesso del sistema. E chi ne sa di scuola sa anche che dico il vero.
    C’è chi lo fa, direi eroicamente, e sulla sua pelle sperimenta ogni giorno.
    Del resto la Storia dimostra che i grandi numeri credono ed obbediscono, ma combattono solo se sono comandati.
    I bravi insegnanti sono una piccola èlite? Forse non tanto piccola. Ma se il miur non aiuta la scuola cosa fanno tutte le altre componenti della società che pure della scuola hanno fortemente bisogno? L’aiutano forse?

    Mi scuso; sono uscita dal seminato… Il post di Andreas è illuminante; è un passo avanti. L’autonomia virtuosamente intesa può far molto per migliorare la qualità dell’insegnamento.
    La tecnologia… ne parlavo oggi con un’amica: quando sento parlare di LIM o altre tecnologie (eppure so che mi ci sarei divertita) come soluzio nella pratica didattica o incentivo all’apprendimento, penso a quelle immagini che in tanti abbiamo visto almeno in foto. Africa, un grande albero e bambini di diversa età, a decine, seduti per terra, raggruppati in cerchio ad ascoltare la lezione di un maestro; oppure in aule di legno dove sono arrivati dopo chilometri di marcia a piedi (magari rischiando di saltare su qualche mina) per ascoltare una lezione ed avere un piatto di riso.
    La butto sulle lacrime?
    No. Sono solo un po’ stanca della scoperta dell’acqua tiepida e per questo divento un filino intransigente.
    La scuola, non finirò mai di dirlo, è dialogo: non è nè sentimentalismo, nè eccellenza, nè rigorismo. E’ dialogo e sfida. E’ sporcarsi le mani quando serve. Chi non se la sente cambi mestiere e passi la mano.

  5. gianni marconato says:

    Andreas, con i tuoi commenti e la citazione del rapprto McKinsey vai al cuore del problema: lo status dell’insegnante e, aggiungerei io,della scuola nel suo insieme.
    Una categoria (l’insegnante) e un’istituzione (la scuola) quotidinanamente dileggiati, sbeffeggiati dalla stampa, dal governo, dal ministro di turno, dove vuoi che trovino la forza, la voglia, lo sprint per progredire? Si sa bene che un’autoimmagine positiva sia il prncipale motore per progredire; dall’infazia, all’adolescenza, alla maturità; tanto per le persone che per le organizzazioni.
    Ma attenzione: non tutte le colpe/minacce vengono dall’esterno della scuola: la scuola stessa e chi ci sta dentro fa di tutto per confermare queste “aggressioni”. Per carattere non indulgo alla lamentazione, all’auto-commiserazione, al vedere colpe all’esterno; per carattere parto sempre da me stesso e mi domando cosa posso, io, fare per migliorare la mia posizione e le cose intorno a me. Mi piacerebbe che anche il corpo insegnante tutto (e non solo sparute elite) e la scuola (tutta) avessero uno scatto di orgoglio e inizassero a migliorare loro stessi abbamndonando il vittimismo e assumendo piena responsabilità del proprio presente e del futuro degli studenti.
    Solo così saranno credibili tutte le (giuste e doverose) accuse al “nemico” esterno.

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