Il valore del tessuto delle relazioni


Maria Grazia ha appena pubblicato un post interessante sul tema Pratiche educative e resistenza al cambiamento, prendendo spunto da un dialogo che si è dipanato via email. Benissimo. Esorto tutti a far emergere all’aperto eventuali dialoghi che possano insorgere nei sotterranei delle comunicazioni email, appena questi possano assumere interesse generale. Sono interessanti gli spunti sulla multimedialità nella didattica, ma mi sembra ancora più interessante una visione ulteriormente allargata, nella quale si riconosca il valore fondamentale e dirompente del tessuto delle relazioni, piuttosto che di singoli elementi, testi, video o altro. La comparsa di nuove modalità espressive è senz’altro importante perché allarga potenzialmente la base dei partecipanti, ma il valore aggiunto emerge in modo sostanziale quando tutti i mezzi di espressione vengano utilizzati per comporre un tessuto sul quale le idee possano dispiegarsi più liberamente.

15 thoughts on “Il valore del tessuto delle relazioni

  1. Andreas ha detto:

    È proprio bella questa cosa del Bambino Autore, e raccontata come avete fatto voi, alla vigilia di Natale, è ancora più bella.

    Mi piace davvero molto questa lettura in positivo delle potenzialità tecnologiche:

    Le future generazioni, pur rimanendo nella loro postazione locale, potranno comunicare con altri giovani che stanno in luoghi lontanissimi, dall’altra parte del globo, e mettere in comune le conoscenze scientifiche, economiche e sociali indispensabili per uno sviluppo paritario.
    Grazie alla tecnologia e ad Internet sarà quindi possibile sviluppare altre forme di collaborazione tra paesi ricchi e paesi poveri attraverso lo sviluppo di attività cooperative.
    Scopo quindi della scuola e degli insegnanti è di educare le future generazioni anche all’utilizzo della tecnologia per favorire le attività di comunicazione e cooperazione a distanza tra gli esseri umani.

  2. Andreas ha detto:

    Il progresso è un fenomeno assai complesso e imprevedibile. Vero è che i paesi più poveri si trovano in condizioni di arretratezza tecnologica ma, oggigiorno la tecnologia ha numerosi tentacoli a basso costo. Il grosso del mercato per i colossi della telefonia cellulare è in Africa. Un numero enorme di africani usa un cellulare. Sono cellulari venduti a bassissimo costo, per conquistare il mercato. E con le tecnologie di oggi, cellulare vuol dire Internet. Riprendo da un vecchio post:

    Ma allora, dove diavolo si nasconde questo fantomatico valore del cyberspazio? Non si nasconde, anzi esplode, ma la fissità della nostra cultura e della nostra società ci impedisce di vederlo, a volte perché filtrato fra tante altre notizie, a volte per incapacità di cogliere il nesso.

    Eppure oramai il mondo è pieno di esempi di persone che si sono accorte di questo valore latente.

    Se n’è accorta Ory Okolloh, una giovane donna africana, laureata in legge, che ha creato un software open source (liberamente utilizzabile da chiunque) per tracciare e individuare episodi di violenza in Kenia, una piaga terribile. Funziona con software open e cellulari (in Kenia il 50% delle persone ha un cellulare). Questo software, che si chiama Ushahidi, viene oggi utilizzato in innumerevoli contesti di emergenza nel mondo ed è stata l’unica cosa che ha funzionato a Haiti. Andate a vedere e rimarrete stupiti dalla quantità di gravi circostanze nelle quali Ushahidi viene utilizzato nel mondo nel mondo. Ne parla Don Tapscott all’inizio del suo libro, Macrowikinomics (Rebooting Business and the World) scritto insieme a Anthony D. Williams. Tapscott è uno dei più famosi consulenti di management del mondo, uno che va alle riunioni di Davos per intenderci, e Williams è un giornalista che si occupa di management e tecnologia.

    Anche loro, Tapscott e Williams se ne sono accorti, scrivendo libri che sono una ricca fonte di clamorosi esempi di creazione di valore nel cyberspazio.

    Se ne sono accorte le moltitudini di giovani che in Medio Oriente e in Africa stanno minacciando, seppur con sorti alterne, dittature che sembravano inamovibili. Moltitudini di giovani che usano per lo più tecnologie minimali. Ma oggi la tecnologia che conta è quella minimale, pervasiva.

    Scenari del genere pongono le chiusure dei nostri sistemi scolastici in una luce a dir poco ridicola. Forse i giovani in quei paesi si stanno già aiutando da soli.

    .

    1. Ornella ha detto:

      L’anno scorso, avendo una classe quinta, ho aderito al Progetto Policultura, un’ iniziativa che intende promuovere l’utilizzo delle nuove tecnologie per raccontare esperienze vissute in ambito scolastico. Grazie al motore “1001storia”, messo a disposizione gratuitamente dal Politecnico, è possibile assemblare testi, immagini e audio.
      All’iniziativa è abbinato un concorso al quale le classi possono decidere di partecipare.
      E’ stata un’esperienza veramente interessante che ci ha permesso di conoscere altre esperienze messe in atto da classi come la nostra, di vedere modalità di lavoro differenti, di interessarci maggiormente agli argomenti di storia che man mano affrontavamo e di prendere maggiore confidenza con le potenzialità multimediali. In particolare, sfruttando il materiale già prodotto da una quinta delle vicinanze di Milano, come noi, abbiamo organizzato il nostro percorso di visita e il lavoro successivo di realizzazione di un prodotto per il concorso. Non ci siamo, naturalmente, accontentati di una “copiatura”, ma abbiamo contattato la classe di riferimento, ci siamo fatti dare consigli e suggerimenti, abbiamo integrato e abbiamo realizzato la nostra piccola, ma ricca di soddisfazioni, “Milano romana”….e abbiamo trovato tanti amici con cui condividere esperienze multimediali

  3. Maurizia ha detto:

    Fino dall’invenzione della stampa la scrittura, sia narrativa che saggistica, seguiva una unica modalità. L’autore scriveva affinchè un pubblico leggesse individualmente il testo. In questi anni si sta passando ad una scrittura collaborativa, come espressione dell’intelligenza collettiva.
    ….L’intelligenza collettiva è la messa in comune delle capacità mentali, dell’immaginazione, delle competenze che permettono alla gente di collaborare, di lavorare e di apprendere insieme. Pierre Lévy
    La produzione cooperativa modifica punti di vista e mette in relazione le varie posizioni, si coniuga sempre più con dialogo, comunicazione ed interazione, con connessione di differenze.
    Il caso di Wikipedia ne è l’esempio più clamoroso.
    Il Bambino Autore, il progetto a cui accennava Stefano, è nato alla fine degli anni novanta grazie alla passione e alla buona volontà di un gruppo di insegnanti della provincia di Milano, e ha visto e vede come protagonisti gli alunnii di scuole primarie e secondarie di primo grado, geograficamente lontane, ma vicine grazie ad Internet.
    Le attività proposte hanno come fulcro la scrittura collaborativa nelle sue diverse tipologie testuali.
    In questi ultimi tre anni, vengono usate anche LIM, utilizzate come un grande foglio da condividere tra le varie classi. Nello stesso foglio i bambini costruiscono le loro storie e i loro disegni negoziandone le caratteristiche fino a realizzare il prodotto comune.
    I bambini scrivono sulla LIM direttamente con il pennarello in modo da essere più spontanei nella scrittura e nelle correzioni.
    I testi scritti vengono revisionati dai compagni di viaggio.
    La lettura del testo scritto da un’altra persona, consente ai bambini di non essere coinvolti emotivamente nel loro testo e quindi di essere in grado di trovare più facilmente le parti da modificare e da correggere ortograficamente, sintatticamente o semanticamente.
    Accanto alla scrittura collaborativa, si dà molta importanza anche alla lettura a più voci del testo. Infatti, i bambini si dividono il racconto per poterlo leggere agli altri, sonorizzandolo con suoni, rumori e musica.
    E’ questa una fase molto importanti perchè gli alunni sono invitati a leggere per gli altri sforzandosi di far comprendere ai compagni non solo il testo, ma anche le situazioni, le emozioni e la suspense.

    1. Stefano Merlo ha detto:

      Perché educare alla cooperazione ( a distanza)?

      Il Bambino Autore: Comunicare e Cooperare a distanza

      Rita Levi Montalcini nel suo libro “I nuovi magellani nell’er@ digitale” utilizza la metafora del viaggio effettuato per scoprire nuove rotte oceaniche e terre ancora sconosciute in cui ci si doveva misurare soprattutto con il tempo e lo spazio per definire la nuova generazione di adolescenti i nuovi magellani. A differenza dei loro predecessori i nuovi viaggiatori sono liberati dai vincoli dello spazio e del tempo potendo “navigare” in uno spazio sconfinato percorribile praticamente in tempo reale.
      Questa generazione, che è formata dai ragazzi che frequentano la scuola primaria oggi, sarà pertanto multiculturale e abituata a convivere con varie etnie.
      In un periodo in cui il mondo sta vivendo un processo di globalizzazione dell’informazione grazie soprattutto all’utilizzo di Internet, i paesi poveri si trovano ancora in uno stato di forte arretramento tecnologico e quindi con l’impossibilità di accedere a questo bagaglio illimitato di informazioni e conoscenze in ogni settore dello scibile umano.
      Per aiutare i paesi in via di sviluppo ad accedere alle conoscenze mondiali è indispensabile sviluppare la rete di conoscenze simultanee ora possibile tramite internet.
      Le future generazioni, pur rimanendo nella loro postazione locale, potranno comunicare con altri giovani che stanno in luoghi lontanissimi, dall’altra parte del globo, e mettere in comune le conoscenze scientifiche, economiche e sociali indispensabili per uno sviluppo paritario.
      Grazie alla tecnologia e ad Internet sarà quindi possibile sviluppare altre forme di collaborazione tra paesi ricchi e paesi poveri attraverso lo sviluppo di attività cooperative.

      Scopo quindi della scuola e degli insegnanti è di educare le future generazioni anche all’utilizzo della tecnologia per favorire le attività di comunicazione e cooperazione a distanza tra gli esseri umani.

      Da qui l’importanza che la scuola non si fermi al semplice insegnamento dell’aspetto tecnico, anche se una buona padronanza dello strumento è sicuramente importante, ma insegni soprattutto ad utilizzare gli strumenti tecnici per educare alla cooperazione e alla solidarietà umana.
      Quasi tutte le scoperte tecnologiche hanno avuto un inizio piuttosto difficile. La cultura del momento non era spesso in grado di prevedere uno sviluppo diverso da quello che appariva più immediato e semplice da realizzare oltre che vicino alla tradizione.
      Anche per l’informatica a scuola si sta ripetendo la stessa cosa.
      Il computer è uno strumento che viene utilizzato secondo lo schema della lezione tradizionale, senza riflettere sul linguaggio specifico e che cosa questo consenta di fare con il computer. Ecco quindi il proliferare di programmi didattici per l’insegnamento delle operazioni, delle tabelline, ecc. come se il Bambino fosse un contenitore pronto a rispondere in base a quello che si introduce.
      In altre parole è la stessa pedagogia di prima dell’avvento di questa tecnologia solamente vestita un po’ a festa.

  4. Ornella ha detto:

    Condivido tutte le riflessioni espresse da Stefano, anch’io ho vissuto nella scuola tutti i tentativi di cambiamento così ben raccontati. Ogni volta ci sono state grandi speranze, un gruppo di insegnanti si è messo al lavoro, ci ha creduto e ha impiegato tempo nello studio e nella progettazione di attività, ha sperimentato con i ragazzi e poi…tutto è finito!
    Ogni volta è come se non si riuscisse a disseminare tra i colleghi, o meglio a condividere con loro, percorsi di cambiamento più vicini al mondo che stanno vivendo i nostri ragazzi.
    Si continua a dire, a sentir dire: “Ma questi ragazzi non sono motivati, se ne fregano di tutto, una volta gli studenti erano più interessati allo studio,…” , ma le lezioni continuano ad essere frontali, l’insegnante il leader massimo dell’insegnamento, gli stumenti la lavagna, il gessetto e il libro di testo.
    A quando l’incontro del mondo della scuola con il mondo che i ragazzi vivono e la realtà stessa vive?

  5. Stefano Merlo ha detto:

    Il problema dello zapping

    Sono un maestro da molti, forse troppi, anni e non riesco a staccarmi dalla mia prassi scolastica. Uno dei
    problemi, forse il problema, della scuola di oggi è la valutazione.
    Il Consiglio Europeo riunitosi a Lisbona ha definito le competenze indispensabili per i ragazzi e tra queste ha inserito anche le competenze digitali.
    Oltre alla scontata alfabettizzazione informatica sono indicate come competenze irrinunciabili la capacità di collaborare in rete e l’acquisizione di uno spirito critico nella ricerca in internet.
    Il problema della navigazione in Internet, oltre alla sicurezza dei bambini su cui si sta muovendo molto bene Telefono Azzurro”, riguarda anche l’utilizzo passivo fatto dai ragazzi, e magari dagli insegnanti che sono passati dal fotocopiare il programma scolastico da qualche rivista didattica e fare un copia e incolla da Internet.

    Il problema dell’uso passivo degli strumenti multimediali esiste da molto tempo prima del computer ed ha avuto una esplosione con l’ingresso della televisione, negli anni settanta, nelle aule scolatiche.
    Le trasmissioni riservate alle scuole erano poche. Si trattava soprattutto di documentari e ricostruzioni romanzate di avvenimenti o personaggi storici.
    Gli insegnanti si divisero subito in due fronti: i favorevoli all’innovazione e i contrari.
    Questi ultimi sostenevano che i ragazzi stavano già troppo tempo davanti al televisore a casa propria e che quindi non fosse il caso di fare altrettanto a scuola.
    Consapevoli dell’importanza che stava assumendo la televisione e tutta la multimedialità in genere, una parte degli insegnanti aderenti ad alcuni movimenti educativi tra cui l’MCE , si posero, invece, l’obiettivo di rendere i ragazzi consapevoli del mezzo televisivo e del suo utilizzo per essere in grado di scegliere coscientemente.
    Si ritenne indispensabile quindi studiarne il linguaggio imparando a produrre direttamente la televisione.
    Nacquero così diverse esperienze di film e documentari prodotti integralmente dai ragazzi.
    Se pure le scuole si dotarono lentamente di cineprese, telecamere e videoregistratori, a livello istituzionale bisognerà però attendere i Nuovi Programmi dell’85 (DPR 104) per vedere l’Educazione all’Immagine entrare a pieno titolo nei programmi scolastici delle elementari.
    Grazie al videoregistratore divenne possibile smontare e rimontare un programma televisivo, fermarsi su una sequenza più volte, analizzare in modo approfondito un fermoimmagine, Un’esperienza per molti aspetti stimolante.
    Purtroppo le caratteristiche dell’organizzazione scolastica, troppo rigida per poter dare spazio ad attività
    laboratoriali che richiedono invece una organizzazione flessibile dell’attività didattica e le difficoltà tecniche
    di utilizzo di questi strumenti (telecamera, moviola per il montaggio, sonorizzazione…,) concorsero a far cessare queste esperienze, lasciando campo libero all’uso tradizionalmente passivo della televisione, che ora serve al massimo per vedere qualche documentario.
    Anche nell’utilizzo della telecamera si è verificata una involuzione. Nella maggior parte dei casi ormai viene utilizzata solamente per filmare i bambini durante le uscite, le gite, ecc. Si tratta di un uso molto convenzionale della telecamera, senza nessun approfondimento della struttura filmica, della grammatica e della sintassi delle immagini.

    E’ ora la volta di Internet e bisogna evitare che il bambino ripeta lo zapping come con il televisore ma fare in modo che diventi un bambino consapevole nell’utilizzo della rete.
    Vorrei ritornare al problema della valutazione perchè da diversi anni sto cercando di capire come valutare le competenze digitali nei bambini. Dall’anno scorso sto partecipando ad una sperimentazione condotta dall’ANSAS per la validazione di alcune prove che stiamo preparando per valutare le competenze nei bambini di 4 elementare e nei ragazzi della 2 media inferiore.
    L’aspetto interessante di questa sperimentazione è che non stiamo utilizzando test o prove modello Invalsi ma delle prove situate attraverso la metodologia del problem solving.
    La prova consiste in una indagine, sullo stesso argomento, utilizzando tre diversi siti e il bambino/ragazzo deve valutare la diversa attendibilità delle informazioni trovate.

    Obiettivo di questa prova è di valutare quanto l’allievo sia in grado di riflettere criticamente sull’informazione e di valutarne la validità.

    Rimane ora l’altra competenza fondamentale, che in questa epoca di web 2 sta assumendo una importanza fondamentale, che è la collaborazione in rete.

    Vorrei parlare di questo magari assieme a Maurizia, che sta conducendo con me un progetto che si basa su questo, e Gaetano di Enna che ha lavorato e sta lavorando in questo progetto anche quest’anno.

  6. Andreas ha detto:

    … e questo non si impara sui libri …
    proprio così
    non abbiamo molto tempo, che volete che siano un paio di mesetti con tutte le cose che una persona ha da fare durante la giornata, lavoro famiglia …
    ma lo sforzo che facciamo qui è proprio questo, abituarsi a fare rete che è ormai un trito luogo comune, come tanti altri, e invece dovrebbe descrivere una pratica molto attenta nella quale perseverare a lungo … coltivare le connessioni … quelle preziose, s’intende …

  7. mvcarelli ha detto:

    E’ indubbio che il modo oggi di fare scuola non presenta nessuna forma di cambiamento. Concordo sul fatto che attraverso i paraventi tecnologici viene nascosto la crisi dei sistemi educativi odierni. Io sono un insegnante che da quasi 20 anni faccio ricerca in questo settore, vivendo pienamente l’attuale crisi. Siamo partiti facendo gli esperti di didattica laboratoriale di tipo informatico quelli che in America venivano definiti Green-eyed monsters, dai colleghi, abbiamo cercato in tutti i modi di fare entrare nelle pratiche educative per l’appunto la tecnologia, Siamo davvero formati all’utilizzo di questi strumenti nel modo giusto? Conoscere lo strumento, i mezzi basta per veicolare contenuti didattici nel modo giusto? Forse siamo diventati solo polemici, ci limitiamo a dire che le cose cosi non vanno, ci limitiamo a scovare su internet pratiche diverse, adatte, ma alla fine la scuola siamo noi! Detto questo mi viene anche da riflettere sul fatto che le nuove tecnologie e la natura multisfaccettata e “anarchica” della rete offre sì grande libertà a noi insegnanti di reperire spunti, informazioni, materiale, ma allo stesso tempo implica da parte nostra la capacità di saperci orientare in questo universo infinito di possibilità, e questo non si impara sui libri. L’esigenza di utilizzare gli strumenti digitali è forte anche tra i colleghi che non sono avvezzi a queste tecnologie. Oggi una collega mi raccontava la sua attività didattica di prima alfabetizzazione in una classe prima: hanno immaginato di essere tutti muti e una fatina (la maestra) magicamente pronuncia le vocali, che cominciano a vivere come suoni e come grafemi, sotto forma di letterine con sembianze umane. Mi ha chiesto: come posso digitalizzare quest’esperienza? Cosa posso ripondere come esperta di didattica multimediale?
    grazie

  8. Andreas ha detto:

    In effetti, quando recentemente ho diffuso qualche email a tutti i partecipanti della blogoclasse, m’era balenato il pensiero di mettere in CCN (Copia Conoscenza Nascosta, BCC, Blind Carbon copy) anziché in CC (Copia Conoscenza, CC Carbon copy) i vostri indirizzi, perché non proliferassero dialoghi nei corridoi, ma poi ho pensato – non fare il paranoico … AHH e invece avevo ragione … Fuori subito tutti dai corridoi!!!

    NEL CORSO DI EDITING MULTIMEDIALE È VIETATO INTAVOLARE DISCUSSIONI DI INTERESSE GENERALE AL CHIUSO!!!

  9. monica ha detto:

    I nuovi tool utilizzati per comunicare, devono comunicare, espressione contorta? Può darsi. Intendo dire che non basta usare, un bel video, dei diagrammi fantasmagorici, un reader, o un blog, ma al di là di queste tecnologie deve esserci qualcosa di vero ed intenso da comunicare, che per noi ha un grande singnificato, il quale ci induce ad usare i tool per estendere questo messaggio anche ad altri.
    Che significato avrebbe per me che insegno scienze usare il laboratorio virtuale, se questo non viene utilizzato anche per creare un ambiente cooperativo con gli allievi, che cosi facendo instaurano nuove relazioni di amicizia e di aiuto reciproco. Come tutti gli oggetti che ci circondano, oltre a essere frutto dell’ingegno umano, devono essere utilizzati nel contesto giusto.
    Per finire il mio intervento in modo Natalizio alternativo vi invito a visionere questo video:

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