Traducendo e collaborando… – #loptis

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Una settimana fa abbiamo proposto di tradurre insieme un articolo scientifico utilizzando lo strumento del wiki. In 16 hanno chiesto di essere iscritti al servizio e in 8 hanno contribuito traducendo circa la metà dell’articolo. Nella sezione di discussione della relativa pagina wiki sono stati scritti 83 commenti i quali sono stati visti 213 volte. I temi discussi spaziano dall’organizzazione dell’editing collaborativo – negoziazione sul metodo di marcatura delle parti tradotte ecc. – a questioni inerenti alla traduzione o anche al contenuto di alcuni passi dell’articolo.

Non immaginavo che la cosa partisse con questa velocità. Ho avuto difficoltà a scrivere questo che pensavo dovesse essere un post-lampo, a causa della velocità con cui state lavorando! Molto probabilmente, i numeri che leggerete saranno comunque obsoleti. Molto bene.

Benché poco incline ad avere il controllo totale degli accadimenti, ma molto più a mettere legna dove pare che il fuoco tiri, nel mio piccolo una minima parvenza d’ordine avevo provato ad immaginarla: prima quelli che sanno l’inglese traducono e poi tutti insieme si discute. Macché! Lo spazio di discussione s’è immediatamente intricato di discorsi sia di metodo che di merito. Ma ci metto un attimo a mollare i propositi di far ordine, che mi paion subito tanto pretenziosi quanto patetici: che avvampi dunque questo bel fuoco, e vediamo d’entrare a festa nell’anno nuovo!

Però provo a fare qualche considerazione sia sulle faccende di metodo che di merito – a dire il vero solo su uno degli spunti proposti. Per quanto attiene al metodo sintetizzo alcuni suggerimenti distillati dalle negoziazioni emerse nelle discussioni, mica tanto per sancire delle regole ferree, quanto per illustrare i modi emersi spontaneamente per collaborare in un wiki.

  • Decidere il passo che si vuole tradurre
  • Copiarlo in un altro luogo, magari creando una nuova pagina nel wiki; in questo momento vedo le seguenti pagine: articolo problema, articolo processo, articolo documentare processo, articolo percorso
  • Segnalare in qualche modo sulla pagina wiki la propria intenzione di tradurre quel passo, come ha fatto per esempio Claude. Questo è interessante perché riproduce la tecnica fondamentale usata dai database per mantenere l’integrità dei dati nel caso di transazioni simultanee: quando parte una transazione – la prenotazione di un posto sul treno – il sistema blocca l’accesso ai dati potenzialmente coinvolti nella transazione, e se arrivano nel frattempo altre richieste, queste dovranno attendere che sia chiusa la precedente. Claude ha impostato qualcosa di simile, che naturalmente funziona se sostenuto dall’autodisciplina dei partecipanti: chi vuole tradurre un brano lo “blocca” e gli altri “rispettano” il blocco.
  • Inserire nella pagina principale Articolo da tradurre e discutere i passi tradotti colorandoli in blu
  • Includere in una coppia di parentesi quadre la versione inglese dei brani tradotti che si vogliono lasciare visibili per facilitare la revisione e la discussione della traduzione – come ha fatto per esempio Martina.

Ora qualche considerazione sul merito, partendo da uno dei numerosi spunti proposti da Martina:

3 – Cosa intendono per Educators world-wide have embraced the notion that engaging in action research can empower teachers as classroom researchers who improve their teaching practices and encrease their students’ learning outcomes?

Lavorano sull’ipotesi di un insegnante ricercatore che lavori progettando proposte educative e attività, ne analizzi i risultati osservando quello che accade in classe durante la loro realizzazione, si confronta con i colleghi e gli esperti per aggiustarne il tiro, per valutarle e modificarle con il fine di migliorare la resa e la competenza dei propri alunni? Se sì … sarebbe bellissimo!

Sì Martina, sarebbe bellissimo, e non solo nel contesto che stiamo commentando. Double-loop learning (dall’action research di Argyris), expansive learning (Engeström), zone of reflective capacity (derivazione forse un po’ leggera da un’idea di Vygotsky), reflective practice (Schön) – banalizzando un po’, thinking outside the box: uscire dalla “scatola” per cercare un’altra prospettiva sotto la quale riconsiderare il problema – sono alcune delle prospettive suggerite da vari studiosi che da almeno una trentina d’anni stanno cercando di comprendere meglio l’apprendimento, il suo ruolo all’interno dell’organizzazione in cui l’individuo opera e come ciò ne influenzi la capacità  di affrontare i marosi della contemporaneità – immaginando la cosiddetta learning organization,  l’organizzazione adattabile al mutevole contesto, l’organizzazione capace di apprendere. Una cosa della quale mi pare ci sia molto bisogno e della quale non ho visto praticamente tracce, in tutte le organizzazioni pubbliche e private con le quali ho avuto a che fare direttamente – a me sono parse tutte inadeguate, ivi incluse le scuole e l’università, dove poi sono rimasto a fare il ricercatore. Ecco, quest’ultime mi sono parse tragicamente inadeguate, in relazione al loro compito istituzionale.

Edgar Morin nel suo Metodo – p. 7, a proposito dell’università, dice che la Scuola della ricerca è una scuola del Lutto, laddove essa si ostina a tenere disgiunti i saperi mentre il mondo ci sta urlando di non poter essere descritto così.

Saperi disgiunti, conservati…

È ben protetta la Scienza, ve lo dico io, la Facoltà, è un armadio ben chiuso. Vasetti in quantità, poca marmellata. [Céline – p. 227]

E giusto ieri sera, leggendo Learning by Expanding [Engeström – p. 50]:

Retreat into the safe world of academic discourse is today almost a guarantee of distorted observation. – Rifugiarsi nel porto sicuro del discorso accademico, significa oggi quasi sicuramente osservazione distorta.

Tutti riferimenti all’Accademia, è vero. Ma poi è l’atmosfera di quell’Accademia quella che viene proiettata sull’intero apparato dei sistemi di istruzione di tutto il mondo, quasi come se il vero obiettivo di tali sistemi fosse solo quello di sfornare professori universitari [Sir Ken Robinson – 9:58]. E il resto, la stragrande maggioranza degli scolari, se ne va affrontando la vita con una preparazione da mini-professore, spesso gravemente carente per affrontare mestieri e arti di ogni sorta. Un sistema rigido, in ogni sua parte, alla deriva in un mondo che richiederebbe invece crescente adattabilità.

Quel lavorare ricercando – come dice Martina, progettando proposte, analizzando risultati, osservando quello che accade, confrontandosi per aggiustarne il tiro, per valutarle e modificarle con il fine di migliorare – significa essere disposti a uscire dallo schema del problem solving convenzionale – dove si deve selezionare una fra un definito numero di possibili soluzioni predisposte – e si è invece disposti a rivedere il set di soluzioni possibili, eventualmente anche a rivedere l’intero contesto in cui si pone il problema, magari finendo col riformularlo nuovamente, magari in una forma completamente diversa.

L’abitudine di considerare il proprio ruolo definito e definitivo, delegando la soluzione dei problemi all’organizzazione, è fallimentare nell’era contemporanea. Le organizzazioni sono ancora oggi quasi sempre prive di strumenti idonei alla percezione del contesto e all’adattamento, anni luce distanti da quella learning organization che gli studiosi vanno immaginando.

La questione fondamentale che deve essere chiarita bene, è che, all’occorrenza, tutti i partecipanti di una learning organization devono essere disposti ad “uscire dalla scatola” dei metodi ordinari, e dal canto loro i dirigenti devono essere predisposti a cogliere e valorizzare gli spunti utili che provengano da qualsiasi altro partecipante, non importa da quale settore o livello dell’organizzazione.

Buon anno nuovo a tutti!


  1. Edgar Morin (2001)
    Il metodo
    La natura della natura
    Raffaello Cortina Editore (Milano)
  2. Céline (1932)
    Viaggio al termine della notte
    La Biblioteca di Repubblica (2002), Roma
  3. Yrjö Engeström (1987)
    Learning by Expanding
    Orienta-Konsultit, Helsinki
    Sto studiando l’opera di questo autore perché sviluppa in modo approfondito e traspone nel contesto attuale del lifelong learning l’idea di Vygotzky di zona di sviluppo prossimale, che il medesimo concepì a proposito dello sviluppo del bambino, ma che lasciò indefinita a causa della prematura morte. Un’idea indefinita ma che ha dato corso ad una ricchissima messe di citazioni, una buona parte delle quali forse troppo superficiali. Ho sempre “sentito” che il concetto di zona di sviluppo prossimale poteva essere di grande utilità per il lavoro che sto cercando di portare avanti ed è indubbio che sia stato fonte importante di ispirazione. Desiderando capire meglio, al di là delle intuizioni, è appunto nel lavoro di Engeström che trovo gli appigli teorici più saldi – consapevole che nell’ambito delle scienze sociali essi siano ancor più mobili di quelli offerti dalle scienze classiche, a me un po’ più famigliari. Purtroppo questo volume non si trova più – almeno io non sono riuscito a trovarlo – ma ho potuto scaricare dalla rete una versione in pdf, senza figure, che sono importanti in quel testo. Ed ecco un fatto interessante: ho scritto ad Annalisa Sannino, una collaboratrice di Yrjö Engeström – non avevo capito se era ancora attivo, pare di sì – chiedendo di questo libro. Dopo pochi giorni mi ha risposto informandomi che nel 2014 uscirà una revisione del libro, ma inviandomi anche un file pdf delle figure, che Yrjö Engeström medesimo si era premurato di passarle per l’occasione, poi da lei annotate affinché le potessi ricollocare nel testo che ho disposizione.
  4. Sir Ken Robinson (2006)

26 thoughts on “Traducendo e collaborando… – #loptis

  1. Maria Rita says:

    Mi ha fatto molto piacere leggere questo articolo. In modo particolare mi rispecchio nel riferimento a Vygotskij ed alla zona di sviluppo prossimale, attraverso l’opera di Engestrom, che non conoscevo. Mi riprometto di approfondire.Grazie!

  2. simouni says:

    L’articolo ed il video mi fanno fermare e…pensare. Non sono un’insegnante, per me è un mondo sconosciuto svolgendo tutt’altro lavoro, ma in questi due anni e mezzo di università sono stata a contatto con delle maestre con le quali ho condiviso dei lavori e che mi hanno raccontato un po’ di quello che fanno. Mi sono resa conto di come la scuola è cambiata oggi, per quanto io abbia ancora 28 anni. il ruolo del docente è in continua evoluzione, la scuola è una continua evoluzione! Ma se non si è tutti a voler cambiare e mettersi in gioco promuovendo nuove iniziative, attività e metodi di studio per garantire un miglior insegnamento agli alunni che si immetteranno non molto tardi in un nuovo mondo del lavoro e di socializzazione…beh, è tutto inutile. L’unione fa la forza in qualsiasi contesto. di certo i bambini di oggi non sono come me quando avevo 7, 10 anni: sono cambiate le esigenze di questo mondo che ci travolge con la sua frenesia, bisogna stare a passo con i tempi, ma soprattutto bisogna far sì che i giovani apprendano e stiano al pari di tutto ciò che li circonda.

    1. Claude Almansi says:

      Concordo in gran parte con te: vero che l’unione fa la forza, e viceversa se parti con un progetto focalizzato sulla partecipazione degli allievi in una classe dove tutti gli altri insegnanti praticano la didattica “ad imbuto”, dove sono loro ad elargire i contenuti e gli allievi devono soltanto memorizzarli, c’è il rischio che gli allievi interpretino il tuo progetto come occasione di far casino (alle medie) oppure ti odiano per via dello sforzo maggiore richiesto (a liceo).

      Negli anni 1990, l’occasione di far casino l’ho vissuta quando ho provato a proporre una simulazione globale a francese in una classe delle medie: ho semplicemente tagliato corta la simulazione. Ma l’odio l’ha provato una collega di biologia che chiedeva agli allievi di applicare quanto imparato ad altri casi: in Ticino, in quegli anni, il quotidiano La Regione organizzava a fine anno scolastico un'”elezione” cretina del miglior e del peggior insegnante di liceo, e lei era finita eletta nella prima categoria. Anche se tutti sapevano che bastava che una classe ce l’avesse con un insegnante e si organizzasse per far votare parenti ed amici per farla/o eleggere peggior insegnante, faceva male lo stesso.
      Qualche dopo ho incontrato una sua ex-allieva che aveva iniziato a studiare biologia. A proposito di quella collega mi ha detto: “A liceo la detestavamo, però arrivata all’università, mi sono accorta che grazie a lei, ero tra i più preparati”. Ma era un po’ tardi, e senza la risonanza data alla sua “elezione” da La Regione.

      Però sempre negli stessi anni, in un altra scuola media dove la didattica prevalente era anche “ad imbuto”, tre insegnantu hanno invece fatto un progetto sul movimento in una classe dove insegnavo francese. E ha funzionato: le ricadute positive ci sono state non solo nelle loro materie (geografia, educazione fisica e matematica), ma anche nelle altre.

      Quindi sì, l’unione fa la forza – però le esperienze di una didattica attiva e collaborativa, diversa dall’imbuto, non sono recenti, risalgono anzi a molto prima di quelli descritti sopra: cfr. ad es. Decroly, Freinet, Don Milani, Montessori, Piaget – ma anche prima: vedi, in Gargantua di Rabelais (1), la parte sull’educazione di Gargantua (dal cap. 13 “Come qualmente Grangola s’accorse dell’intelligenza meravigliosa di Gargantua per l’invenzione d’un forbiculo.” al cap. 15 “Come qualmente Gargantua fu affidato ad altri precettori.”)

      Le tecnologie digitali e internet facilitano l’implementazione di un’educazione imperniata sull’apprendente, e/o sulla collaborazione tra apprendenti, però non ne sono la causa.

      (1) La traduzione italiana di Gargantua (e Pantagruele) ad opera di Gildo Passini può essere scaricata gratuitamente come PDF o ePub da http://www.liberliber.it/libri/r/rabelais/index.php

      1. Andreas says:

        Perfetto:

        Le tecnologie digitali e internet facilitano l’implementazione di un’educazione imperniata sull’apprendente, e/o sulla collaborazione tra apprendenti, però non ne sono

        E grazie per la succosa citazione di Gargantua!

  3. Giusi Po says:

    Ti ringrazio moltissimo Claude
    per le preziose indicazioni che mi hai fornite.
    Appena sarò un pochino più libera dagli impegni di studio, mi dedicherò con calma
    a scaricare i documenti seguendo le istruzioni,
    sono certa che in caso di difficoltà potrò chiederti/vi aiuto
    Grazie mille,
    Giusi

  4. Giusi Po says:

    È tempo d’esami e personalmente sono davvero in un vortice , un magma di pensieri, argomentazioni, idee che mi appassiono tanto da farmi quasi dimenticare che da lì a poco dovrò riemergere per essere madre, moglie, maestra, supervisore, Giusi…
    Lo so che l’ho voluto io e quindi non posso lamentarmi, ma non è una lamentela è solo una constatazione, molto di ciò che sono e faccio mi piace davvero e questo mi rende serena e” appassionata” alla vita, fa niente la fatica e lo smarrimento, niente è più “adrenalinico” del provarsi per diventare anche migliori,( si spera) non solo per sé ma anche per tutti “gli altri” che abbiamo intorno. A questo proposito ho chiesto al prof. Formiconi di poter scaricare l’articolo oggetto di traduzione in wiki per rinviarlo alla coordinatrice del tirocinio della mia annualità. Perché? Nella lettura delle parti tradotte ho ritrovato davvero molto delle nostre esperienze con le tirocinanti e anche una ricerca-zione che è stata da noi condotta sull’uso della video ripresa nelle pratiche didattiche utilizzate dalle studentesse e guidate dai tutor, come esperti del campo. Volevo sapere dove posso trovare la traduzione completa del testo? La versione originale in lingua inglese l’ho già scaricata, ma mi servirebbe anche quella in italiano, in wiki fatico a trovarla.
    Grazie mille al lavoro dei traduttori e al prof,.
    Ah, scaricherei anche il video sull’ idea di pedagogia e di educazione (Sir Ken Robinson ) se non temessi di esagerare e fare la “maestrina”, IL VIDEO è fantastico, non solo per le modalità comunicative, ma per la grandezza delle riflessioni: come dire verità pedagogiche senza fiumi di testi.
    Sono certa che le studentesse gradirebbero, io lo farei vedere anche a tanti insegnanti, ogni tanto essere dirompenti aiuta a svegliarsi dal torpore delle certezze!
    Un caro saluto
    Giusi

    1. Claude Almansi says:

      Ciao Giusi!

      Ti rispondo dalla fine, che è più facile: il video di Ken Robinson lo puoi scaricare facilmente
      – nella versione vimeo che Andreas ha incorporata: infatti in https://vimeo.com/2477975 c’è un link download che apre un menù a tendina con vari formati di video
      – dalla pagina originale http://www.ted.com/talks/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html dove c’è pure un link download, che offre opzioni simili, più quella di incidervi o meno i sottotitoli.
      Altro vantaggio della versione su ted.com: se non vuoi far la maestrina con il video completo, c’è anche il link “transcript” che ti consente di aprire trascrizioni testuali generate dai sottotitoli, cioè in questo caso, in 58 lingue: ti potresti copiare quella italiana e quella inglese, ad esempio, per citarne solo brani.

      E ora, la traduzione dell’articolo di Ron Tinsley e Kimberly Lebak: in effetti la pagina http://loptis.wikispaces.com/+Articolo+da+tradurre+e+discutere sa di lavoro in cantiere, perché lo è tuttora – e questo fa anche il suo interesse, secondo me.

      Mi pare però che sia interamente tradotto, ora. Quindi se hai bisogno di una versione che presenti bene, potresti ripulire quella attuale lasciando solo l’italiano, e linkarvi. Poi dopo, quando ce lo dici, possiamo tornare alla versione “cantiere”: è il bello dei wiki 😀

      Però se hai bisogno di una versione ferma, potresti copiare dall’editor il testo ripulito e incollarlo su un file Writer o Word: poi richiedi al software che usi di produrre un sommario interattivo dagli stili di titoli.

      Ci sarebbe anche la possibilità di esportare la pagina ripulita come PDF (è una delle opzioni del menù a tendina che si apre dai puntini in cima). Però viene fuori un PDF scadente e pesante.

      In bocca al lupo!

      1. Andreas says:

        Grazie Claude, come ho scritto a Paolo, mi state davvero dando una grossa mano.

        Ma non rimane da tradurre il passo da “Cliff: Now that is how that section of the lesson went.”

        O è stato tradotto e non me ne sono accorto…

        Giusi, tu puoi scaricare tutto da questo laboratorio, senza nessun problema.

  5. Antonella C says:

    Ho completato la traduzione della parte “seguito 3” della sezione articolo_percorso di un gruppo. Con soddisfazione ho applicato i codici di marcatura per il corsivo (// italicus//) e per i rientri (>), a dire il vero questo secondo non l’ho capito subito, ma prova e riprova, confronta e pensa ci sono arrivata (possiamo parlare di zona di sviluppo prossimale?).
    Mi piacerebbe ora capire come si fanno le “e” con l’accento maiuscole: non sopporto vedere l’apostrofo in sostituzione dell’accento.
    Grazie
    Antonella

    1. Claude Almansi says:

      Grazie, Antonella! E congratulazioni per la tua esplorazione del codice wikitext.
      Per la “È”, dipende dalla tastiera che usi: sulle tastiere “Italiano” e “Italiano PRO” (che cavolo sarà?) dei Mac, si fa con Majuscola+Alt+E. Sugli altri computer non lo so.

      Altro trucco: copi quella È da questo commento, te la incolli in un file che salvi sulla scrivania, poi quando scrivi batti quella E’ che non ti piace. Alla fine del testo vai a ripescare quella È nel file salvato, poi fai “Cerca E’ e cambia in È”, poi: “Cambia dapertutto”

      15 anni fa avevo fatto così quando era morto il tasto E sul nostro primo Mac mentre ero in ritardo con una traduzione urgente, ma usando $ mentre battevo. Scomodo: $ e E sono distanti, poi in italiano e in francese, e è una lettera frequente.

  6. angela noceto says:

    Condivido i commenti dei colleghi all’articolo che trovo molto importante.
    Anche se il mio contributo in questo spazio è praticamente nullo, leggo periodicamente buona parte degli interventi e faccio tesoro delle idee che emergono. Sto attuando un wichi con i miei ragazzi, sperimento una didattica innovativa, continuo ad aggiornare il blog aperto per questa esperienza e ora mi permetto di riportare parte del discorso precedente sul sito della mia scuola (mediacelle2012.altervista.org)per darne divulgazione. Auspico una mia partecipazione più generosa in tempi migliori.
    Buon Anno a tutti.

  7. Claude Almansi says:

    Qualche trucchetto terra-terra per Wikispaces (scelti in base ai commenti alla traduzione):

    1. Lingua d’interfaccia: di regola l’interfaccia di Wikispaces vi appare nella lingua del browser; ma potete cambiarla andando sul vostro profilo -> Settings/Impostazioni. Se sapete l’inglese, meglio sceglierlo: l’interfaccia è tradotta da volontari con un software che la divide a pezzi e bocconi, di conseguenza le traduzioni non sono sempre complete o affidabili. Perciò qui utilizzerò i termini inglesi.

    2. In lettura, il menu a tendina “More options (icona “…”)” consente diverse azioni; in particolare:

    Notify consente di chiedere notifiche per e-mail delle modifiche ai testi e/o commenti di quella o qualsiasi altra pagina del wiki o in tutto il wiki; utile, però in una traduzione come questa, potrebbe produrre un sacco di e-mail.
    Source consente di vedere la sorgente della pagina in codice wikitext e di copiarla: utile per esaminare eventuali problemi senza modificare la pagina.

    3. Comments: si possono aggiungere e rispondervi sia in modalità modifica sia dall’area “Discussions” della pagina, che si apre con l’icona con 2 fumetti. Però nella pagina, in modalità di lettura, si vedono con un browser e non con l’altro e se sono ancorati a una parola e la si modifica scompaiono: sono un po’ come il “Gatto di Gruviera / che un po’ c’era un po’ non c’era” (*) – ho scritto a quelli dell’aiuto wikispaces in merito.

    4. Formattazioni: gli strumenti del Visual Editor (editore ricco) non offrono tutte le formattazioni consentite dal Wikitext editor. Lista completa dei tag wikitext: http://help.wikispaces.com/Wikitext . Per la nostra traduzione, possono essere utili i tag per il rientro/indenting (mettere > a inizio paragrafo) e per la firma datata (quattro tilde – se la vostra tastiera non consente la produzione facile della tilde, fate un copia incolla da http://help.wikispaces.com/Wikitext ): i tag wikitext possono essere adoperati anche quando si lavora con il Visual Editor.

    (*) Alice nel paese delle Meraviglie (trad. di Calvino)
    .

  8. paola belli says:

    Molto interessante….mi ha colpito anche il video di Robinson…sia per il contenuto che per il modo brillante e forse per questo incisivo di comunicare. Questo dovrebbe far pensare gli insegnanti!
    Le mie considerazioni saranno molto “semplici” e legate alla mia esperienza giornaliera di docente…purtroppo, penso che sia vero che la scuola uccida la creatività…lavoro alla scuola primaria da più di 25 anni e sto vedendo sempre meno “attenzione” a questo fondamentale aspetto del processo di apprendimento, ma anche di insegnamento da parte degli insegnanti e dei genitori che badano molto di più ai contenuti (paura di non finire il programma, ecc). Sono convinta che è possibile coltivare la creatività anche nelle discipline ritenute più “serie”, ma che ci voglia molto tempo sia a casa per preparare il lavoro che a scuola con i bambini…purtroppo la scelta di portare il monte ore di lezione settimanale a 27 ore della riforma Gelmini ha penalizzato molto questo aspetto. Insegno lingua italiana e cerco di farlo in modo creativo per realizzare le condizioni, il “terreno fertile” allo sviluppo dell’immaginazione, della riflessione, della capacità critica dei bambini. Altro spunto da sostenere…quello dell’errore …non da aberrare, ma da analizzare per capire il processo che lo ha generato e per costruire nuovi percorsi, dare nuove risposte…
    Mi sono iscritta per la traduzione, mi scuso perché come Nicoletta, non ho ancora potuto dare il mio contributo…cercherò di impegnarmi nei prossimi giorni.
    Paola

    1. Claude Almansi says:

      È così peccato l’evoluzione che descrivi, Paola: la scuola italiana, soprattutto quella dell’infanzia e primaria, è stata a lungo un modello di creatività per gli altri paesi. Infatti, forse la prima traduzione collaborativa cui ho partecipato era quella francese di Con gli occhi del bambino Francesco Tonucci, su iniziativa di e assieme a Anne-Nelly Perret-Clermont, professore di psicologia all’Università di Neuchâtel.
      E a parte quei fumetti sulla scuola, Tonucci aveva già scritto, assieme a docenti delle – allora – materne A tre anni si fa ricerca : esperienze della Scuola materna statale del quartiere Corea di Livorno nei primi quattro anni di sperimentazione.

      Poco dopo quella traduzione di Con gli occhi del bambino, ci siamo spostati in Toscana, e così mia figlia ha potuto beneficiare di quella creatività dai 2 ai 10 anni, quando ci siamo trasferiti in Svizzera – dove il modo di imparare acquisito in Italia le è servito per il resto della scuola, poi credo anche all’università. Forse la cosa che mi aveva colpito di più nelle scuole italiane – pubbliche – che ha frequentato era l’uso della narrazione – da recepire ma soprattutto da reinterpretare, rimescolare, ricreare, assieme con altri.

      OK, sono passati gli anni, ma mica tanti da non poter riallacciare con quell’approccio creativo pre “TIS”, mi pare. Anzi, le TIS potrebbero/dovrebbero essere un mezzo per rinnovarlo.

    2. sabinaminuto says:

      “L’idea di Vygotzky di zona di sviluppo prossimale” è quella a cui penso da tanto tempo e che mi metto sempre davanti quando progetto attività per i miei studenti, anche per quelli più fragili. Mi ha colpito subito, quando l’ho letta nei commenti alle “Nuove indicazioni per il curricolo 2012” per la scuola del primo ciclo.
      E’ spesso un lavoro difficile e non sempre l’azzecco e ho i risultati sperati.
      A volte però accade quel piccolo miracolo che mi apre il cuore.

      Per quanto riguarda l’uscire dalla scatola dei metodi ordinari e il ruolo dei dirigenti avrei da scrivere per ore.
      Purtroppo mi sono assolutamente convinta che la scuola pubblica oggi non sia il luogo dove progettare e far crescere una learning organization. Non c’è nulla di più lontano.

      La riflessione che “l’abitudine di considerare il proprio ruolo definito e definitivo, delegando la soluzione dei problemi all’organizzazione , è fallimentare nell’era contemporanea.” non sfiora minimamente la scuola pubblica. L’idea poi che la scuola sia un particolare tipo di learning organization, in cui processo e prodotto coincidono, con tutto ciò che ne consegue, è talmente ignota ai più che conferma appunto l’immagine di tragica inadeguatezza di cui parla lei, prof.

      Buon anno, comunque.

  9. Antonella C says:

    Dopo aver letto il post e i commenti e ascoltato la coinvolgente intervista di Robinsons, ho ricordato ancora una volta il pensiero di Mc Luhan: “lo studioso dichiara che il sistema scolastico è custode della cultura tipografica e, come tale, non lascia spazio al rude individualismo. È in effetti l’impastatrice dentro la quale gettiamo i nostri bambini integrali, perché vengano omogenizzati e lavorati”

    Avevo così commentato: “Si tratta di parole forti, perché vedo in quelle parole un rischio ancora molto attuale, e immagino il suo disappunto, perché ho letto che in un altro suo testo City as Classroom egli vedeva la scuola come società educante il cui compito è quello di insegnare metodi e strumenti per orientarsi all’interno di un eccesso di informazione; la scuola dovrebbe essere un ambiente in cui i bambini invece di essere “omogeneizzati” dovrebbero avere la possibilità di essere decongestionati dalle insidie di una società omologante, dallo strapotere dei messaggi persuasivi, dalla progressiva disumanizzazione delle relazioni”.

    Dobbiamo continuare a crederci!
    Antonella C

  10. Nicoletta Farmeschi says:

    Salve, tanti spunti anche stavolta e poi la bellissima presentazione di Ken Robinson: la scuola uccide l’immaginazione? Speriamo di no…per la traduzione, mi sono iscritta, ma non sono molto brava con l’inglese. Posso stare lo stesso a vedere ? E metto a disposizione la comune manovolanza: formattazione…ricomposizione, ditemi voi di cosa …se posso essere utile in qualsiasi modo.
    Buon 2014!
    Nicoletta

  11. luciab says:

    Trovo in questo bell’articolo del prof tanti spunti per me attualissimi, soprattutto sull’ “uscire dalla scatola” (per due ore ho scritto oggi sul mio blog quanto sia opportuno uscire dalla scatola delle LIM) e sulla necessità assoluta di sviluppare una mentalità collaborativa.
    Credo che buona parte del lavoro che si fa in classe consista nel creare il gruppo, la comunità-classe. Il sistema educativo italiano (quando non è rovinato dall’avvicendamento velocissimo e insensato dei precari) è caratterizzato dalla presenza di gruppi di studenti che crescono insieme per un periodo di 3-5 anni. Un’opportunità meravigliosa per creare il senso di squadra e lo spirito collaborativo.
    Cosa che riesce benissimo se li Consiglio di Classe a sua volta lavora con lo stesso spirito.
    Si tratta di un aspetto purtroppo ancora molto sottovalutato e che sta diventando sempre più centrale nel mio “dialogo didattico”. E che mi dà un gran senso di fallimento laddove i miei tentativi non vanno a buon fine – il che può avvenire per un’infinità di motivi.

    1. Claude Almansi says:

      Hai ragione, Lucia. Quand’ero liceale, intorno al 68, la mia classe aveva un fortissimo spirito di gruppo. Non so fino a che punto ci avevano influenzato in questo senso gli insegnanti: ricordo soltanto che alcuni ci stavano ed altri facevano come se niente fosse, ma nessuno si opponeva, per fortuna.

      Il nostro movente principale era evitare di venire rimescolati con le altre classi dello stesso grado, cosa che la direzione minacciava di fare in nome di qualche direttiva sulla ratio tra docenti e allievi se soltanto uno di noi doveva ripetere per insufficienza. Allora, siccome andavamo molto d’accordo, ci siamo organizzati per studiare, col più bravo in una materia che coachava i successivi più bravi che coachavano il resto a gruppetti. Io ad es. ero coachata in tutte le materie scientifiche, e coach in greco e latino.

      E ha funzionato: non solo nei quattro anni di liceo nessuno di noi ha dovuto ripetere, ma siamo riusciti a organizzare – e a far accettare dalla direzione – una settimana di sci e studio durante il calendario scolastico quando eravamo in terza.

      Però certo, se quello spirito di gruppo l’avesse avuto la direzione e il corpo docenti, ne avrebbero tratto vantaggio anche le altre classi.

      1. luciab says:

        Sì Claude, quando la squadra funziona, il risultato è più della somma delle singole parti, come si usa dire. E il vantaggio è per tutti.
        Quando il Consiglio di Classe lavora in armonia, i risultati sulla classe si vedono subito e gli studenti tendono ad essere più sereni e collaborativi e meno competitivi.

        La cosa difficilissima è che la squadra si formi fra dirigente, docenti e collaboratori. Per ora è come se si vivesse su pianeti diversi, con i dirigenti che ultimamente pare vengano formati a fare “il custode delle regole” o “il custode del portafogli”. Ma di nuovo, ci sarebbe tanto da dire! Anche che tutti questi problemi hanno come sfondo o come ideale ultimo la “atmosfera da Accademia” cui accennava il prof. E’ un background culturale che complica il tutto – se possibile.

  12. Claude Almansi says:

    Grazie, Andreas!

    A proposito della presentazione TED di Ken Robinson del 2006 di cui hai embeddato una versione vimeo: la cosa grande degli oggetti digitali è che sono moltiplicabili e adattabili … e che TED autorizza la ripubblicazione sotto licenza Creative Commons BY-NC-ND – attribuzione, non per uso commerciale, niente opere derivate.

    Perciò dalla pagina originale della presentazione di Robinson – http://www.ted.com/talks/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html – si può visualizzare il video con sottotitoli in una lingua e trascrizione interattiva sotto, anche in un’altra lingua, a scelta tra le lingue disponibili, oppure lo si può scaricare con a scelta i sottotitoli in una delle lingue disponibili incisi direttamente nel video, come avrà fatto Andrea Benassi prima di aggiungere una seconda serie di sottotitoli nella versione vimeo (inoltre è comodo se lo si vuol mostrare in un posto senza – o con scadente – connessione internet). Infine, si possono esplorare i video delle “playlist” correllate segnalate a destra.

    Però – tornando finalmente più o meno a bomba – la cosa particolarmente interessante nel contesto della traduzione collaborativa, è che i sottotitoli e le trascrizioni da essi generati in 58 lingue che vengono offerti sono tutti stati tradotti in modo collaborativo da volontari: in effetti, se si apre la trascrizione italiana della conferenza di Robinson, dice in cima: “Translated into Italian by Katja Comploj • Reviewed by Pierfranco Fasola“, con i link sui nomi che portano a pagine personali con l’elenco di tutti i lavori di traduzione e revisione per TED, ma anche una sezione “About” dove si possono aggiungere più informazioni (1) . Per saperne di più su come funziona, cfr. http://www.ted.com/OpenTranslationProject .

    (1) vedi ad es. la pagina di Anwar Dafa-Alla che tramite quel volontariato nella traduzione di sottotitoli è giunto ad organizzare lui stesso conferenze TEDx, ed altri progetti di sviluppo in Sudano.

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