Il software libero ti libera – #loptis

Post aggiornato il 9 febbraio 2014 con l’aggiunta della nota numero 2 sul download del sistema operativo WiildOs per l’impiego della lavagna digitale a basso costo WiiLD.


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Questo pezzo costituiva la prima di tre parti del prossimo post che si dovrebbe intitolare “Software libero e immagini – cos’è che fa la differenza”, ma mi stava palesemente prendendo la mano. Siccome l’argomento è cruciale, l’ho scorporato. Fra di voi vi sono alcuni studenti della IUL che si sono iscritti al prossimo appello di “Editing Multimediale”. Non ce più tempo per il prossimo post, che arriverà in settimana nuova e per quello successivo, su temi analoghi. Comunque, avendo visto il nostro concetto di corso e di esame espresso nel post precedente, confido nel fatto che tali studenti continuino a seguire le proposte successive attinenti all’editing. Ora è più importante soffermarsi su questo argomento.


In questo articolo glisso sulle differenze fra software libero e software open source, che sono invece rilevanti. Le abbiamo discusse in precedenza. Qui affrontiamo la questione alla larga.


L’evoluzione della cultura umana è punteggiata da una successione di discontinuità dirompenti, ognuna delle quali abbrevia drasticamente il percorso verso la successiva.

Nel 1993 l’antropologo Robin Dunbar ha pubblicato un articolo intitolato “Coevolution of neocortical size, group size and language in humans” [1] (Coevoluzione delle dimensioni neocorticali, della dimensione dei gruppi e del linguaggio negli umani). È un lavoro molto famoso perché è quello nel quale è stato definito il famoso numero di Dunbar, ovvero il numero di relazioni sociali che le capacità cognitive umane consentono di gestire – è un numero che sta fra 100 e 230, tipicamente 150.

Lo studio di Dunbar è famoso per il numero che porta il suo nome ma in realtà è pieno di considerazioni parecchio interessanti. Le scimmie si grattano, lo sanno tutti. Ma forse non tutti sanno che quella di grattarsi a vicenda è una pratica che ha un valore sociale importantissimo. Le scimmie sono animali sociali e lo sono perché questo ne facilita la sopravvivenza. La pratica di spulciarsi a vicenda – il grooming – è fondamentale per stabilire legami sociali importanti: io gratto te, che sei più grosso di me, così mi difendi quando quell’altro ignorante mi fa i dispetti… Nelle comunità di primati non umani si spende molto tempo nel grooming, fino al 15 del tempo totale, per comunità che arrivano fino a 30-50 individui. Più in là non si va. Dunbar stima che per arrivare ai valori tipici delle comunità umane, di 100-200 persone, il tempo dedicato al grooming supererebbe il 50%, troppo.

L’ipotesi di Dunbar è che il linguaggio sia comparso (anche) come sorta di grooming potenziato, sulla spinta di fattori ambientali che hanno favorito la formazione di comunità più ampie: per sopravvivere bisognava essere di più. È stato un passo micidiale: se gratto te non posso grattare anche un altro, ma se parlo posso rivolgermi a più compagni in un colpo! Non solo, il linguaggio ha anche generato un primo fondamentale livello di astrazione – forse già Lucy poteva sparlare con l’amica Lulù di quello screanzato che girava molto e portava poco… Una liberazione, la prima liberazione. Naturalmente, ogni liberazione apre nuovi mondi ma comporta nuovi rischi. Ciacolare troppo può essere pericoloso…

La seconda liberazione ha avuto luogo con la scrittura. Le civiltà antiche iniziano laddove appaiono i primi reperti scritti. Un formidabile potenziamento della trasmissione orale. Ma in particolare è l’alfabetico fonetico il passo fondamentale – 2000-1000 a.c., i Fenici, pare. La prima codifica di natura informatica: una ventina di simboli che combinati variamente possono esprimere qualsiasi concetto. Qui non è solo una questione di trasmissione, ma di espressione non più solo figurativa. L’alfabeto fonetico libera la via verso il pensiero astratto.

Il terzo passo è tecnologico ma non meno importante: la stampa – Gutenberg. I concetti astratti fissati nella scrittura possono essere distribuiti identicamente senza limiti. La comunicazione di massa ha preso le mosse alle soglie del rinascimento, lo catalizzò, con tutto quello che venne dopo.

Un passo dietro l’altro, ogni volta una spinta poderosa alla circolazione dell’informazione, ogni volta nuovi mondi. Fu Galileo a completare il successivo. Un passo lungo, sviluppato parallelamente a quello verbale, quello della matematica. Ma poi era rimasto intrappolato nella dicotomizzazione medievale della teoria e della pratica. Gli umanisti e gli scolastici dediti alla trasmissione delle verità, gli artigiani e i mestieranti vari si sporcavano le mani con la realtà. Michelangelo durò ancora non poca fatica ad elevare la scultura ad arte pura – troppa polvere. La matematica era sì ora astratta, ora strumento di calcolo, e poteva anche essere strumento di descrizione ma non linguaggio, non nel senso che rivelò Galileo: linguaggio per porre domande alla natura attraverso l’esperimento. La matematica a quel tempo era già tanta, e se l’alfabeto fonetico aveva consentito di fissare i costrutti astratti, la matematica consentiva di metterli a fuoco, di renderli nitidi e cristallini, più sicuramente trasmissibili, universali. Ma non era stata usata ancora per spiegare il mondo. Fu una fiammata, giusto quattro secoli fa, un attimo nella storia dell’umanità, divampa ancora, più impetuosa che mai. La conoscenza ha preso ad avanzare a passi da gigante. Una valanga: ogni due anni viene prodotta una quantità di conoscenza pari a tutta quella prodotta prima.

Tale conoscenza sedimenta strati fisici imponenti, composti di artefatti che a loro volta catalizzano la formazione di nuova conoscenza, in un ciclo con retroazione positiva – esplosione. Gli artefatti sono sempre più complessi – tecnologia. Non bastan più leve e pulsanti, per manovrarle c’è bisogno di qualcosa di nuovo. L’Apollo non sarebbe mai potuto arrivare sulla Luna. A far tutte le operazioni necessarie per vedere una singola TAC non basterebbe la vita di Keplero, che i calcoli li faceva da dio. Anche gli strumenti di indagine scientifica si sono evoluti – tecnologia per eccellenza. Le nuove macchine di indagine vomitano valanghe di dati. I calcoli matematici per interpretarli si son fatti troppo complessi, impossibili.

Ed ecco l’ultimo passo – il codice. Il linguaggio che serve per parlare con le macchine, per manovrarle e per elaborarne i risultati. Il codice lo pensa e lo scrive un uomo che vuole determinare il comportamento di una macchina, in tutti i suoi aspetti, quindi un ingegnere per esempio, o uno scienziato, certo. Ma oggi può capitare che anche un insegnante manipoli codice per realizzare il quiz di una pagina web per i suoi studenti. Oggi può capitare che anche un ragazzo di 12 anni possa realizzare una macchina in grado di leggere dati e fare cose, manipolandone il codice.

Il word processor è codice, l’orologio è codice, anche l’ABS dell’auto, praticamente tutto. Ma oggi il codice sbuzza fuori dalle macchine, lo possiamo toccare, è a disposizione, nel computer, in artefatti didattici, nel web, negli indirizzi URL, dappertutto. Ce l’abbiamo sotto il naso ma non ce ne accorgiamo quasi mai. La scuola non ha fatto tempo ad accorgersene, spesso nemmeno l’università. Usiamo tutto come fosse un ferro da stiro.

Linguaggio, scrittura, alfabeto fonetico, stampa, descrizione matematica, codice, ogni volta una spinta poderosa alla circolazione dell’informazione, ogni volta una liberazione per nuovi mondi. Ma quest’ultima volta c’è un ma.

Facciamo un passo indietro. Prendiamo un romanzo, “I vecchi e i giovani” di Pirandello per esempio. È scritto in italiano, ovvero un codice aperto e standard. Aperto perché la grammatica italiana è a disposizione di chiunque voglia impararla. Standard perché esiste una forma maggioritaria sulla quale i circa 65 milioni di italiani (4-5 risiedono all’estero) convengono e che la comunità internazionale riconosce come tale. Il testo del romanzo è disponibile con poca spesa – io, non so più come, ho l’edizione di certa “Editoriale Opportunity Book”, Milano 1995, £ 5000. Se voglio lo presto a un amico, poi a altri tre, poi lo regalo. Ne faccio quello che voglio. È scritto in italiano, ne copio dei brani, li studio – ne vale la pena: niente è cambiato… – li riuso nei miei scritti. La cultura viaggia sulle ali della libertà.

Poi ricevo un testo scritto da uno studente. Lui usa un sistema diverso dal mio, un sistema proprietario. Per leggerlo dovrei acquistare lo stesso software. Io ricevo testi da centinaia, migliaia di studenti. Su questi numeri capitano anche i casi più rari. Che devo fare: acquistare tutti i possibili software immaginabili, per tutti i possibili sistemi in circolazione? Oppure devo imporre ai miei studenti l’acquisto dei software e dei sistemi che uso io? Tutto regolare secondo voi?

Secondo noi no. E cosa faccio allora? Vado a vedere se in rete ci sono software di conversione dei formati liberamente e legittimamente disponibili. Mi potrei procurare facilmente le competenze tecniche per crackare i software proprietari che non posseggo ma non lo faccio, perché credo che il mondo vada fabbricato con soluzioni eticamente corrette. Se non trovo soluzioni legittime praticabili, invito lo studente ad andare a ripassare il capitolo dei software liberi e degli standard aperti, per poi ripropormi i suoi elaborati in una di queste forme, libere e legittime.

La questione dell’impiego del software libero, dell’open source se volete, e l’adesione verso gli standard aperti non è marginale, bensì rappresenta un elemento fondamentale per la cultura, la libertà d’espressione, l’etica sociale e lo sviluppo economico. Snoccioliamo un po’ di fatti.

Acquistando i software proprietari che vanno per la maggiore – Microsoft, Adobe, Oracle ecc. – contribuite ad elevare il prodotto interno lordo di un altro paese e perdete l’occasione di contribuire al vostro.

Copiando o crackando i software proprietari rubate.

Scaricando e utilizzando il software libero si contribuisce ad elevare la felicità interna lorda ed anche il prodotto interno lordo di molti paesi, inclusi il proprio.

Se io uso un programma proprietario di elaborazione delle immagini, diciamo Photoshop, e ho un problema, potrò provare a chiedere solo a persone che posseggono Photoshop. Altri amici culturalmente in grado di provare ad affrontare lo stesso problema non potranno cimentarsi e collaborare – difficilmente acquisteranno una licenza del software solo per questo motivo e se sono onesti, non utilizzeranno nemmeno una copia rubata. Se invece uso un programma di elaborazione di immagini libero, diciamo Gimp, avrò a disposizione un mondo sterminato di persone in grado di darmi una mano.

Il modello proprietario impone l’onere della globalizzazione brutale. Poteri economici inarrivabili determinano cosa puoi fare a casa tua, cosa e come puoi fare con il software, quando lo devi aggiornare, quanto lo devi pagare. Tutto ciò nella migliore delle ipotesi: può anche succedere che il software compia operazioni che non tutti gli utenti potrebbero gradire, come raccogliere informazioni all’insaputa dell’utente o gestire in modo non trasparente i formati dei file. Un caso tipico era Word, che lasciava nascoste nel documento versioni del testo successivamente cancellate dall’autore, il quale inviava a sua insaputa il file con informazioni che un esperto avrebbe potuto vedere e che magari avrebbero potuto creare imbarazzo.

Il modello libero invece consente di unire gli aspetti positivi della globalizzazione al valore della localizzazione. Un caso tipico è quello dell’adattamento dei software alle lingue minoritarie o emarginate dall’economia occidentale. Cerco a caso fra le notizie più recenti. In Global Voices – sito che raccoglie notizie da tutto il mondo al di fuori della stampa ufficiale (mainstream information – trovo Un correttore ortografico per la lingua Bambara:

Il correttore ortografico è disponibile in programmi per testi e ufficio open source come OpenOffice, LibreOffice, NeoOffice per computer Windows, Mac e Linux. Come è stato possibile ottenere questo risultato? In primo luogo grazie alla pubblicazione online dell’enorme lavoro fatto dai linguisti, autori di dizionari e grammatiche, e poi alla collaborazione fra linguisti e specialisti di IT che hanno condiviso il sogno di disporre di un correttore in Bambara. La lingua Bambara è parlata da 3 milioni di persone in Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Senegal, Gambia, Guinea, Sierra Leone e Ghana.

Per inciso, una ventina d’anni fa ho collaborato con un fisico ghanese, John, caro amico che ricordo con affetto, molto bravo e di gentilezza rara. Mi rammento anche delle difficoltà che aveva, quando si trovava in Ghana, a leggere i file in Word che molti occidentali gli inviavano con versioni del software più recenti che là non si potevano permettere. Stesso identico problema con Natascia, anche lei un fisico, di Novosibirsk, anzi più precisamente di Akademgorodok – Академгородок, lei mi diceva orgogliosa “Città della Scienza” – altra persona amabile.

Conoscenza e cultura viaggiano sui canali liberi. E anche la giustizia, di conseguenza.

In Spagna è in atto da diversi anni un processo di diffusione dei sistemi linux nella pubbliche amministrazioni delle regioni svantaggiate. Esistono distribuzioni di Linux che sono state personalizzate localmente: LinEx per Extremadura, Trisquel per la Galizia, Asturix per l’Asturia, lliurex per la comunità di Valencia e Guadalinex per l’Andalusia.

Il caso di Extremadura è particolarmente interessante. Il governo di questa regione, notoriamente afflitta da condizioni di sottosviluppo particolarmente gravi, all’inizio dell’anno scorso annunciò il passaggio dei 40000 computer dell’amministrazione a software open source.

Gli amministratori di quella regione hanno quindi messo in pratica ciò che è noto ormai da tempo, ovvero che sostituendo software open source al posto di quello proprietario si possono realizzare risparmi significativi. L’operazione comporta l’impiego di una distribuzione di Linux – chiamata Sysgobex – adattata alle esigenze amministrative locali.

Il risparmio stimato è dell’ordine di 30 milioni di Euro l’anno. L’iniziativa segue una serie di esperienze precedenti: 70000 computer nelle scuole secondarie, 15000 computer nell’amministrazione sanitaria, 150 computer Linux in vari ministeri.

Vi sono altre iniziative di portata simile in Europa: 70000 computer adottati dalla polizia francese, 13000 computer dall’amministrazione comunale di Monaco di Baviera.

L’Italia purtroppo è un paese particolarmente fermo e tristemente sordo alle innovazioni, quelle buone. Il ciarpame no, quello lo assorbe a meraviglia. Ma non si deve generalizzare, i focolai di vita ci sono, forse più radi di quello che si desidererebbe, ma ci sono. A volte addirittura a livello istituzionale. C’è l’esempio dell’Azienda Usl 11 di Empoli, dove nella maggioranza dei casi i server sono Linux e la suite di software per ufficio adottata è Libreoffice, su tutti i 2000 computer dell’azienda. Davvero un buon risultato anche se certamente episodico, malgrado la Direttiva Stanca per l’open source nella Pubblica Amministrazione, del 2003.

Ma quello che dobbiamo fare è rendersi consapevoli delle innumerevoli realtà positive di cui il Paese è miracolosamente ricco, opera di gente competente e appassionata che vive e lavora nonostante il contesto istituzionale devastato; agiamo quindi su quelle realtà, cerchiamole, intrufoliamoci, aiutiamole, diffondiamone la notizia. Esistono i Linux User Group, i Fablabquesto è quello di Firenze – il mondo del coworking, giusto per menzionare alcune realtà, estremamente vitali, pervasive e soprattutto, interamente gestite da giovani. È lì che dobbiamo andare e co-operare, invece di sentenziare dai nostri scranni alla deriva.

In seguito approfondiremo e entremo nei dettagli di queste attività. Ora però citiamo un’attività che è particolarmente interessante per questo laboratorio: il caso di WiildOs [2], una distribuzione di Linux costruita intorno alla lavagna digitale di bassissimo costo realizzata con il telecomando Wiimote e pensata per insegnanti italiani, perché fatta da giovani italiani – qui la storia. Invito tutti a esplorare questi link e anche la Mappa di riferimento delle scuole e degli insegnanti che utilizzano software libero nella scuola. Torneremo presto sull’argomento.


[1] R.I.M. Dunbar (1993) “Coevolution of neocortical size, group size and language in humans”, Behavioral and Brain Sciences, 16: 681-735.

[2] Gli sviluppatori del progetto WiildOs stanno ristrutturando l’organizzazione e la distribuzione del software. L’obiettivo è quello di poter offrire in estate una versione di Ubuntu con tutti i pacchetti che compongono il progetto WiildOs, al fine di offrire una distribuzione didatticamente valida e ancora più stabile. Tuttavia è già possibile sperimentare una buona versione di WiildOs: file ISO – 2.3 GB – per chi sa cos’è, la stringa di controllo MD5 dell’integrità del download è 102405f525771f2d02802dfc245d8459. Attenzione però, installare un sistema operativo non è come installare un singolo software, come potrebbe essere LibreOffice. Sebbene non sia una cosa trascendentale richiede un minimo di dimestichezza con operazioni del genere oppure la disponibilità di qualcuno che sia in grado di dare eventualmente una mano. In ogni caso, prima di installare un certo sistema operativo su una certa macchina, occorre fare un indagine in rete su eventuali esperienze preesistenti, relative all’installazione di quel sistema su quella macchina. In futuro cercheremo di approfondire questo tema.

40 thoughts on “Il software libero ti libera – #loptis

  1. antonellacolombo2013 says:

    Oggi sono stata a scuola 10 ore: 4 con i miei alunni, 6 per coordinare e monitorare la correzione delle prove Invalsi nelle scuole del mio Istituto.

    Una giornata faticosa, non sempre gratificante, perchè basta un piccolo errore nella macchina organizzativa e subito alcuni colleghi sono pronti a saltarti addosso, ma con una soddisfazione grande per me e che posso condividere ed esprimere solo qui in laboratorio.

    Sulla totalità delle macchine di tutti i laboratori, stiamo parlando di 17 classi interessate, ho installato maschere per la correzione con applicativo Java, quindi “libere”.

    Giusto un anno fa per me questo era un linguaggio sconosciuto, non conoscevo, quindi mi ponevo in un atteggiamento sospettoso e ignorante, critico.
    Ora invece mi sento davvero felice, come se avessi raggiunto chissà quale meta e ringrazio soprattutto Andreas per avermi guidato con le sue sollecitazioni, ma anche coloro che frequentano il laboratorio che con i loro contributi arricchiscono e aiutano a crescere, in particolare Paolo Mauri che tramite email mi ha dato un mano.

    A scuola solo un collega, che mi ha aiutato, sa che cosa significhi aver utlizzato quelle maschere e anche lui (che fa parte del gruppo di WiiILdos) è molto soddisfatto.

    Come ho già scritto a Paolo, oggi ho fatto un piccolo passo verso la libertà e sono felice.

  2. Maria Rita says:

    “La libertà consiste nell’essere in grado di prendere decisioni che influiscono principalmente su se stessi. Il potere consiste nel poter prendere decisioni che influiscono più sugli altri che su se stessi. Se confondiamo il potere con la libertà falliremo nel difendere la vera libertà.” (Richard Stallman)
    Quindi: libertà di eseguire il programma, libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (l’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito), libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo,libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti apportati (ed ev. versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (l’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito).
    Sostenendo il software libero possiamo avvicinare al mondo dell’informatica persone e comunità che altrimenti non ne avrebbero la possibilità ed anche porre un argine allo strapotere sul mercato di alcune grandi aziende informatiche.
    Comunque credo che potremmo contestare a queste grandi aziende il loro abuso di posizione dominante, ma non il fatto che realizzino software proprietario. In un mercato libero, nel quale vengano fatte rispettare certe regole, ci dovrebbe essere spazio per entrambe le tipologie di software (libero e proprietario).
    Un altro aspetto su cui riflettere è come le persone percepiscono la contrapposizione tra software libero e proprietario. Molti credono che il termine libero significhi gratuito. Così grandi aziende, annusando gli affari, hanno immesso sul mercato versioni ridotte ma gratuite dei loro software.
    Alla luce di tutto questo mi piace pensare il software come uno strumento utile per creare e/o migliorare dei servizi e considerare il suo essere ben fatto, con “la consapevolezza della natura degli strumenti software che state usando, la consapevolezza che non siete obbligati ad usarne un certo tipo solamente perché l’avete trovato nel computer e infine, la consapevolezza che la scelta del software comporta ben precise implicazioni economiche e sociali”, come dice lei Prof.!

  3. simouni says:

    Le vostre conversazioni sono state molto interessanti, mi rendo conto di quanto i software riescano a dividere le persone, soprattutto nell’ambiente scolastico. Io sono a favore dei docenti che cercano di introdurre software open source, il problema oggi è che ancora non c’è il massimo dell’informazione in materia, e per questo le persone sono critiche e non vogliono accettare ciò che viene proposto da altri.
    è veramente seccante avere programmi come microsoft office che a oggi ha sviluppato varie versioni non sempre compatibili tra loro. è altrettanto seccante avere programmi che chiedono continuamente aggiornamenti da fare anche se non li utilizziamo molto.
    Vediamo un po’ cosa ci riserva il futuro!

  4. magister13 says:

    Ho provato, ma purtroppo non riesco. CMQ è un problema mio. Stamattina avevo lo stesso problema con un altro file, ho telefonato a Patrizia Barone e le ho chiesto di scaricare il file (dalla piattaforma IUL) nel suo pc (windows), di rinominarlo e spedirmelo via e-mail. Il file mi è giunto in maniera corretta.
    Sarà un problema del mio download (però mi capita solo con i file caricati sul sito della IUL). Grazie ancora e sempre. FABIO

    1. Andreas says:

      Dunque, sono andato a vedere anch’io nella piattaforma IUL e ho cercato qualche file da scaricare. Hanno link del tipo http://www.iuline.it/ambiente/allegati/Materiali%20di%20studio%20primo%20semestre.pdf

      Bisogna cliccarci semplicemente, con il tasto sinistro, si dovrebbe aprire una seconda finestra nella quale viene mostrato il file pdf, che poi tu puoi salvare sul tuo computer, se vuoi.

      Riprova e facci sapere. Se nel tuo caso continua a funzionare in maniera strana, senti cosa succede ai tuoi compagni di corso – a loro funziona? Se sì, provate una volta insieme, per capire – dico questo perché siete in tre che vi potete vedere con una certa facilità. Se invece il problema concerne tutti, allora potrebbe essere un problema della piattaforma IUL, e in tal caso è opportuno avvisare i gestori.

  5. magister13 says:

    Posso porre un quesito?
    Quando completo gli elaborati li salvo il formato PDF e li invio alla IUL in materiali dei corsisti.
    Mi è successo che, non trovando un mio file, già inviato da tempo alla IUL nel mio mac, ho deciso di collegarmi alla IUL e scaricarlo.
    Il file si scarica nel download in formato .php e quando tento di aprirlo è illeggibile. COme posso fare?
    Fabio (come vede prof ogni tanto ci sono). Grazie sempre

    1. Claude Almansi says:

      Non so se sarà pertinente al tuo caso, Fabio, ma ogni tanto quando un oggetto (file PDF nel tuo caso) è caricato in un repositorio online, quello ti dà un URL che sembra quello del file, ma in realtà è quello della pagina web da cui scaricare il file.

      Esempio: nel wiki http://loptis.wikispaces.com/ che Andreas Formiconi ha creato per questo laboratorio, se guardi i Files , l’ultimo link che vedi è intitolato tinsley-lebak.pdf con URL http://loptis.wikispaces.com/file/detail/tinsley-lebak.pdf .
      Però se a quel punto salvi con “clic destro -> salva il bersaglio del link”, il file salvato sarà sì intitolato tinsley-lebak.pdf, ma non funzionerà, perché in realtà si tratta della pagina web da cui scaricare il vero file, anch’esso intitolato tinsley-lebak.pdf, però il cui URL è http://loptis.wikispaces.com/file/view/tinsley-lebak.pdf/479334116/tinsley-lebak.pdf .

      Problema consimile ad es. con i link di condivisione su rapidshare.com

      In breve: quando un repositorio ti mostra un link che sembra essere quello del file che vuoi, diffida: clicca prima normalmente col tasto sinistro per vedere cosa succede: se ti si apre un dialogo di scaricamento, OK: si tratta veramente del file. Altrimenti, ti si aprirà la pagina dalla quale scaricare il vero file.

  6. Claude Almansi says:

    A proposito dei problemi di compatibilità che sorgono quando non tutti i partner educativi adottano software liberi, menzionati da Magister13, un paradosso interessante:

    Sono ormai anni che i software liberi sono stati ufficialmente adottati per tutte le scuole statali dal Dipartimento della pubblica istruzione (DIP) del Canton Ginevra, una specie di ministero visto che in Svizzera non abbiamo un ministero nazionale dell’educazione. E il Servizio Scuola-Media del DIP ha anche prodotto un’ottima documentazione sui software liberi, non soltanto tecnica, ma sul loro valore educativo, in http://icp.ge.ch/sem/gelibredu/ .

    Però… quella pagina gelibredu contiene un’immagine linkata a un’altra pagina con un video di una conferenza di Stallman in francese. E quell’altra pagina – http://wwwedu.ge.ch/sem/gelibredu/ – dice:

    “NB: gli attuali parametri del server web non ci consentono di utilizzare direttamente il formato .ogg per il video integrato via streaming nella pagina: da qui l’uso del formato proprietario flash.” (traduzione mia)

    Per giunta, quel file flash viene streamato in un player con commandi inutilizzabili dai ciechi.

    Vabbé, danno anche un link per scaricare il file .ogg libero zippato: http://wwwedu.ge.ch/sem/gelibredu/Stalmann_720x480.zip [sic]. 277 dannati Mb per 10 minuti della faccia di Stallman che parla e nessun altra info visiva, grrr: mo’ lo scarico, per farne un file audio in mono a 56 kb/s che sbatterò online da qualche parte e trascriverò.

    Ma tornando al punto: qua abbiamo una chiara decisione politica ed educativa a favore dei software liberi – che viene intralciata dalla lentezza burocratica nell’adottare un sistema di gestione dei contenuti (CMS) adatto alla comunicazione attuale, che è multimediale.

    1. maupao says:

      Interessante la tua segnalazione, Claude. Non sapevo che le scuole del cantone di Ginevra utilizzassero software libero. Concordo con te sul fatto che è necessaria una decisione dirigenziale chiara. Ma, nonostante questo, il lavoro da fare è ancora molto.

      1. Claude Almansi says:

        Al caso di Ginevra mi ci ha fatto ripensare il post di Andreas, con l’insistenza sulla liberazione già dal titolo. Perché è con la stessa insistenza che quelli del Service Ecole Média di Ginevra hanno avuto l’adesione sia dei politici sia dei docenti.

        Andreas scrive: “In questo articolo glisso sulle differenze fra software libero e software open source, che sono invece rilevanti.” Non mi ci addentrerò nemmeno, salvo sull’aspetto della ricezione da parte di chi non ha mai guardato un pezzo di codice – la mia situazione 12 anni fa.

        Esagerando grossolanamente: quelli che si riferiscono al libero parlano normale e sono sempre pronti a spiegare, mentre i fautori dell’open source usano un gergo loro, e se fai domande da principiante, spesso ribattono RTFB (Read the fucking book, leggiti il dannato manuale). In particolare per insegnanti, il primo approccio è più allettante.

        Ho poi fatto quel che scrivevo nel commento precedente – vedi Stallman a Ginevra, 2010 #loptis. Traducendo dalla trascrizione:

        “…Ruolo e responsabilità degli/delle insegnanti

        Il software privativo è strumento di potere ingiusto. E per capire il risultato, possiamo ricorrere all’analogia tra software e ricette di cucina, perché tutte e due sono opere funzionali. Vale a dire, non si scrive un software per ammirarne il codice sorgente, bensì per adoperarlo. Lo stesso con una ricetta: normalmente, non si scrive una ricetta per ammirarne il testo, bensì per preparare un pasto.

        Tutti e due sono serie di tappe da eseguire per conseguire il risultato desiderato. Immagina che un giorno, lo stato dica a tutti: “D’ora in poi, se copiate o modificate una ricetta, vi chiameremo pirati e vi sbatteremo in galera.” Immaginate l’ira di tutti i cittadini a venir trattati in questo modo. Era con la stessa ira che ho lanciato il movimento del software libero.

        Tutti gli utenti del software privativo dovrebbero provare la stessa ira. …”

  7. magister13 says:

    Ho letto il post …
    La coscienza si ribella se rifletto su quanti software installiamo sul nostro pc, la maggior parte dei quali diventano puri ornamenti (o intralci) sul nostro desktop. Sempre pronti a consigliare o farci consigliare da amici e conoscenti programmi di grafica, programmi per presentazioni o impaginazioni sempre più ricchi e complessi che, nel momento in cui dovremmo adoperarli, richiedono aggiornamenti a pagamento, ovviamente.
    Nella parte del post in cui viene visualizzata la mappa delle scuole d’Italia che utilizza pratiche libere e strumenti open source, vedo con dispiacere che al sud, io sono di Palermo, la pratica è quasi del tutto assente. Ho apprezzato molto la frase “L’Italia purtroppo è un paese particolarmente fermo e sordo alle buone innovazioni, mentre il ciarpame lo assorbe a meraviglia” perché esprime chiaramente la situazione. Anche nella scuola dove lavoro assieme alle colleghe Barone e Mezzatesta, gli uffici di segreteria adoperano software open source, come OpenOffice. A volte però si creano dei problemi di “lettura” quando i vari USP, USR, MIUR, Enti Locali, Associazioni varie, inviano documenti e file creati con modelli proprietari che vengono visualizzati in modo differente rispetto quello con cui sono stati creati. Le tabelle, per fare un esempio, impazziscono e diventano altro; i loghi diventano difficili da gestire ….

    1. maupao says:

      La mappa è sicuramente parziale, probabilmente, anzi ne sono certo, molte realtà in cui si usa software libero non sono presenti. Ad esempio, in Sicilia è molto attivo il prof. Antonio Cantaro con il sito dell'<a href="http://www.istitutomajorana.it/"Istituto Majorana di Gela, punto di riferimento per l’uso di programmi liberi. È pieno di guide e consigli sui principali programmi (libreoffice, gimp, ubuntu…).
      Riguardo il fatto che la gran parte dei documenti che ci vengono inviati dagli uffici con cui la scuola ha a che fare siano scritti utilizzando un formato proprietario è anche questione di educazione e rispetto dell’altro: si da’ per scontato che dall’altra parte tutti siano forniti dello stesso programma che utilizzo io, senza pensare minimamente a rilasciare documenti che siano leggibili indipendentemente dal programma che ho usato per generarli. La strada è lunga, ed è facile scoraggiarsi. Ma le ragioni che Andreas ha così lucidamente snocciolato nel suo post credo che siano un motivo più che valido per continuare su questa strada. Da parte mia continuo in tutte le occasioni a cercare di sensibilizzare, proporre e promuovere soluzioni libere. Spessissimo poi i problemi di visualizzazione di questi documenti sono dovuti ad una formattazione che ricalca l’uso di una macchina da scrivere piuttosto che di un word processor, da qui poi tutti i problemi che esistono anche se si utilizzano versioni diverse del tanto diffuso word.

  8. Claude Almansi says:

    Ci sono musicisti tra i lettori?

    Chiedo perché ieri, Jérémie Zimmermann di La Quadrature du Net e la cantautrice satirica La Parisienne Libérée hanno pubblicato Rien à cacher, il primo dei duetti della loro serie datalove, dedicata a tematiche di cittadinanza sul web, viste dalla prospettiva del movimento libero. Cfr. http://www.laparisienneliberee.com/rien-a-cacher/ .
    Siccome il duetto è sotto licenza CC BY, e danno i testi e i riferimenti, si potrebbe forse adattare al contesto italiano?

    1. Claude Almansi says:

      Qualcosa di più sulla possibilità di fare remix di Rien à cacher: la pagina http://www.laparisienneliberee.com/rien-a-cacher/ dà anche un link a http://www.laparisienneliberee.com/datalove-remix/rienacacher/ da dove si possono scaricare, come file .mp3 o .flac, le tre piste audio per rimescolarle: strumenti, percussioni (? “rythmique”) e voci, e dà un indirizzo dove spedire le versioni rimescolate: datalove[at/chez]laparisienneliberee.com .

      Però c’è una piccola incertezza sulla licenza creative commons per questi remix: mentre la versione YouTube è sotto licenza CC By (sola attribuzione), c’è una versione vimeo sotto licenza CC By-SA (attribuzione, condividi allo stesso modo), e quelle piste audio sono sotto licenza CC By-NC (attribuzione, non uso commerciale).

      Ho tweetato agli autori per chiedere. Perciò forse meglio aspettare la risposta prima di pubblicare eventuali remix online.

      1. Claude Almansi says:

        Risposta twitter di La Parisienne Libérée: BY NC. Ha corretto su vimeo, invece YT consente solo © stretto o BY.
        Perciò eventuali remix sono da mettere su piattaforme che consentono l’uso di una licenza BY-NC: vimeo o Internet Archive, non su YT che per giunta è commerciale. Vantaggio dell’Internet Archive su vimeo: si possono anche caricare file audio senza farne finti video.

  9. luciapp64 says:

    … grazie di questo articolo lo farò girare nel’Istituto dove lavoro attualmente con la speranza che qualcuno prima o poi si decida a seguirmi. Anch’io ho, come dice Gerando, risuscitato macchine con il sistema operativo e il software open source, ma le resistenze delle colleghe hanno vanificato spesso il grande impegno messo in campo…comunque non mi arrendo!
    Gimp, Audiacity, eXe-learning, Open office, Tux Paint sono alcuni dei programmi gratuiti che ho imparato ad usare con gli alunni e con piccoli gruppi di colleghe pronte a mettersi in gioco!
    Dalle risorse web poi ho affinato le mie conoscenze in merito alle piattaforme che permettono la condivisione di documenti con la relativa possibilità di scrivere, correggere e operare sullo stesso documento a distanza!
    Grazie prof. i materiali di studio e le attività hanno ampliato le mie conoscenze, anche se i miei contributi sono stati pochi, ho cercato di leggere e tradurre (nel blog della mia classe e nel sito della scuola) la teoria in pratica.
    Gli articoli ho deciso di scaricarli e raccoglierli in una cartella per utilizzare le sue indicazioni anche in futuro!
    Lucia

  10. Mariantonietta#linf12 says:

    Il mio parere/rapporto con l’open source? Tenterò di chiarirlo soprattutto a me stessa. Per farlo vi riporto una citazione di George Bernard Shaw, autore che ho apprezzato nel corso IUL di Lingua e Letteratura Inglese II.

    ” Se tu hai una mela, e io ho una mela e ce le scambiamo,
    allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno.
    Ma se tu hai un’idea ed io ho un’idea e ce le scambiamo,
    allora abbiamo entrambe due idee”

    Prima di Linf12 avevo sentito parlare di “sorgenti aperte”, cioè di software i cui autori ne permettono e ne favoriscono il libero utilizzo, senza costi…ma io ero diffidente, vedevo dietro a tutto ciò qualche fregatura. Oggi so che trattasi di ricchezza allo stato puro. Piano piano ho utilizzato Firefox, poi Chrome, il Linf12 e in Loptis WordPress e con i cellulari e tab varie Android. Ho capito in seguito che dietro, alle spalle c’è una community di programmatori che pensa anche all’aggiornamento, che è una comunità attiva, con migliaia di progetti e che cresce in continuazione. Sbalorditivo.
    Abbracciare la filosofia open source ci fa crescere, da piccini e chiusi in una visione personale abbracciamo e ci apriamo. Ognuno nell’open source puo’ dare ciò che sa fare meglio, riesce a donare, a condividere, ad aiutare per poi arrivare ad un arricchimento culturale e forse anche intellettuale immenso. Nessuno diventa povero e misero con l’open source mi vien da dire ” Il totale è maggiore della somma delle parti”. Poi riflettiamo bene: non ci sono costi, apparteniamo ad una grande famiglia, scambiamo idee e poi investire e provare l’open source non distrugge niente e nessuno…anzi crea!
    Parlando con un collega, ingegnere informatico di nuova leva, sono rimasta colpita, io portavo l’esperienza avuta tramite il Prof.Andreas, la rivoluzione nel modo di intendere e vedere questa realtà e lui ha cercato ( ma non è riuscito) a smontare la mia visione delle cose. Tante le diffide: necessitano di buone conoscenze di programmazione,, non sono qualitativamente buoni, non c’è un servizio di assistenza cliente…
    Ho risposto semplicemente con alcuni dati: in molti stanno abbracciando la filosofia open source: SUNMicrosystems, HP…e anche Microsoft sta giocando a nascondino!
    Dopo aver detto ciò un silenzio assordante. Bene, io non cambio idea. Grazie per l’attenzione. Buona serata.

  11. casteldelpiano1 says:

    E dov’è l’articolo sulla lavagna con la wi? Ho un telecomando pronto nel cassetto, ma ho bisogno di una guida “semplificata” per i “duri” come me…(ho visto la tua foto e se funziona a te…ho speranza di carpirne i segreti…)
    Nicoletta

    1. Andreas says:

      Ecco, ora penso di poterlo fare – giusto ieri ho ricevuto il telecomando e la sera, all’ultimo tuffo ho potuto fare la prima prova. La mia idea era appunto di farvi una dimostrazione pratica della WiiLD quando verr a Casteldelpiano. Fra l’altro, stasera vedr i giovanotti e le giovanotte di WiilldOs Milano, per approfondire – insomma, sto studiando… Il 06/feb/2014 08:46 “Laboratorio Online Permanente di Tecnologie Internet

  12. casteldelpiano1 says:

    Come al solito molto interessante. Nella mia scuola si usano a metà, software liberi come OpenOffice, ma di Linux neppure l’ombra…
    Le cose continuano ad andare, nonostante tutto, come non si vorrebbe. Quanta responsabilità abbiamo in tutto ciò, anche singolarmente? A volte pensandoci, mi scoraggio…
    Buona giornata
    Nicoletta

  13. iuli says:

    Bellissimo articolo Andreas! Anche se non partecipo attivamente ai suoi corsi (aimè per motivi d tempo) mi incanto nel leggere la limpidezza dei suoi pensieri e trovo ogni volta qualcosa di nuovo e di interessante dove traspare la passione che ci metti.

  14. Gerardo Totaro says:

    Prof., forse l’ho già citato in un’altro post, io provengo dal quel povero sub-“mondo” che crede ancora nella programmazione … anche perchè devo insegnarla !!!
    A proposito del post, molto efficace, devo ricordare a noi tutti che spesso nelle scuole ci sforziamo di aderire a progetti che valorizzino l’uso di software open source come ad esempio il “PROGETTO LAZZARO” ossia resuscitare vecchi Pc installando versioni ottimizzate di Linux.
    Ma poi non è raro entrare in questi laboratori o classi che siano e vedere in bella vista il nostro portatile accesso con il logo MS ben in vista con la scusa che spesso su internet non si trova materiale per Open Source !!
    Ricordiamoci bene, che con questi atteggiamenti, vanifichiamo ogni sforzo teso a rendere il nostro “mondo” libero dagli egemoni della informazione !!

    Totaro G.

    P.S. Scusate per qualche errore ma ho preferito esternare in maniera polemica quello che ho osservato non molto tempo fa … ma oggi !!!!!

    1. Claude Almansi says:

      Ciao Gerardo,

      Le tue osservazioni mi ricordano Hai Ti!, un fumetto namibiano, mirato ad incoraggiare l’uso del computer, e in particolare dei software liberi – open-source a scuola. Trucco psicologico interessante: in realtà gli autori volevano raggiungere gli insegnanti, molto più riluttanti dei ragazzi. Però facendo appunto un fumetto per ragazzi, e facendolo inserire nel supplemento per ragazzi del maggior giornale namibiano, consentivano agli insegnanti di leggerlo “per sapere cosa leggono gli studenti”.
      L’avevo presentato 8 anni fa, in http://adisi.livejournal.com/44158.html . Volevo intitolare il post “Namibia-Svizzera 10:0” però il co-blogghista mi aveva fatto notare che sarebbe stato più efficace qualcosa di più diplomatico 😉
      Nel frattempo Hai Ti! è scomparso dalla rete, perché è anche sparita l’associazione che l’aveva prodotto. Però si trova ancora tramite l’Internet Archive: Introductionvolume 1volume 2volume 3.

    1. Antonella C says:

      Che dire? …un post bellissimo, mi ha coinvolto anche dal punto di vista emotivo, perchè in molti passaggi mi sono commossa, e non sto esagerando; il fatto stesso di dichiararlo pubblicamente, scelta che richiede di forzare le proprie ritrosie e di mettersi a nudo, non può che confermare la sincerità di quello che ho scritto.
      E poi c’è la questione dell’etica: quanto grande è il bisogno ne abbiamo e qui è evidente che l’etica può/deve permeare ogni momento della vita. Anche come utilizzo un pc deve essere governato da una precisa una scelta etica. Mi vien da pensare al relativismo che impera nella nostra società.
      E infine l’ignoranza: sì, perchè tante cose che ho letto non le conoscevo, bene diventeranno, almeno per me, un punto di partenza, un trampolino di lancio, perchè è dalle piccole cose che si può trasformare il mondo, a cominciare dal proprio piccolo habitat.

      Questo post necessita però di essere ripensato e serbato nel proprio intimo e nel proprio cuore per poi diventare azione, soprattutto per chi come me su alcune cose ha ancora molto da imparare.

      Antonella C

  15. maupao says:

    Gran bell’articolo, lo divulgo ben ben in giro. Proprio l’altro giorno parlavo con le mie colleghe cercando di far riflettere su tutte queste cose che tu esponi in modo così preciso, chiaro e efficace.
    In Italia ti segnalo anche l’esperienza di LibreUmbria e dell’USL di Vicenza, oltre ad altre che non conosco e che restano nascoste. Per questo ho iniziato una mappa anche per segnalare chi utilizza Libre Office, la suite per l’ufficio libera. Lo so… sono un po’ fissato con le mappe, ma credo che sia importante che, di fronte al bombardamento mediatico e commerciale, troviamo il modo di fare presente che soluzioni alternative ci sono, sono percorribili e ci sono persone che tutti i giorni fanno questa scelta. E perchè non incontrarsi, allora? Basta vedere se c’è un puntino rosso vicino a casa mia e, con un riferimento, tutto è possibile.
    Grazie Prof!

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