Statico/dinamico

Dove racconto di un’esperienza molto divertente occorsa durante la pandemia, con qualche riflessione didattico scientifica, ovvero STEM, come si dice oggi, o anche STEAM: Science, Technology, Engineering, Art and Math. L’esplorazione è alla portata di studenti degli ultimi anni della scuola di secondo grado.

4 ottobre 2021

Helsinki, novembre 2019: a colazione mi capita di raccontare a due colleghe le meraviglie della Spira Mirabilis di Jacob Bernoulli. Un oggetto affascinante, nella sua ambiguità, dove nel finito si cela l’infinito, lo statico evoca il dinamico, l’autosomiglianza conduce alla ricorsione, che si trova celata in innumerevoli forme naturali.

Ad un certo punto appare un signore gentile che si scusa per avere orecchiato — in cuor mio subito mi pento del volume intrusivo della mia voce — ma desidera dire di avere trovato interessante la descrizione “naturale” di fatti matematici. Fra bambini curiosi ci si intende rapidamente. Jacques Toussaint esplora da una vita i territori dell’arte e del design. Veniamo quindi da percorsi diversi ma la comune curiosità alimenta uno scambio di idee nei successivi mesi pandemici. Ci mettiamo a ragionare sul suo “Elemento statico-dinamico”:

Un’immagine adeguata di questa opera si trova nel sito di Toussaint, è la N. 9 di questo slideshow.

Siamo lontani e il covid ci blocca ma non impedisce di realizzare un modello digitale 3D (realizzato con Tinkercad) e di farselo stampare e inviare per posta:

L’elemento statico-dinamico di Toussaint è così diventato un balocco che mi porto sempre in tasca. Giocandoci finisco col conoscerlo meglio e scopro che ha un caratterino bislacco, ambiguo se si vuole, come quello della spira mirabilis. Bipede, perché poggia sempre attraverso due soli punti, uno per ciascuno dei due semicerchi che lo compongono, ma sempre zoppo: sul vertice di un semicerchio e su qualche punto dello spigolo rotondo dell’altro. Bislacco e schizzinoso, perché non sta fermo volentieri, anche se in sé non ha alcun motore. Inequivocabilmente statico ma assai dinamico se disturbato. Delle infinite posizioni di cui dispone ne predilige due sole, rifuggendo prontamente da tutte le altre.

Lo potremmo anche definire pendolo doppio perché si comporta come un pendolo con due posizioni di riposo, le due sole possibili con un semicerchio verticale e l’altro orizzontale.

Ma è quando lo si forza a percorrere i suoi stati dinamici che svela tutta la sua indole bislacca, muovendosi come ubriaco e di maniera imprevedibile, quando frenando improvvisamente, quando inspiegabilmente sostenendo il moto.

Sensibilissimo alle irregolarità del piano accelera repentino alla minima pendenza in discesa.

La domanda sorge spontanea: ma che razza di moto è quello di statico-dinamico? In sostanza statico-dinamico produce due tracce fatte da successioni di archi di cerchio che vengono percorse in modo alterno: quando ruota su uno dei semicerchi fa perno fisso su uno dei vertici dell’altro, e viceversa, danzando fra i due opposti movimenti di rotazione.

Viene qui comoda la Geometria della Tartaruga (Turtle Geometry) con la quale si possono produrre figure geometriche disegnate immedesimandosi in un’immaginaria tartaruga che traccia le figure con il suo movimento. È una geometria che ha dato vita a linguaggi di programmazione didattici come Logo o Scratch. È anche perfetta per mostrarci le tracce di statico-dinamico, identificando ciascuno dei suoi due punti di contatto con due tartarughe, rossa e verde. In questo video si vede il risultato di una simulazione realizzata con il modulo Turtle di Python (successivamente distribuirò qui il codice).

Si chiarisce così che quello che pareva un movimento ubriaco è piuttosto una danza dei punti di appoggio.

E non si pensi che non costi fatica a statico-dinamico muoversi in questo modo. Potremmo pensare che, nel suo insieme, l’elemento proceda in linea retta ovvero che il suo baricentro proceda in tal modo, baricentro che, per ovvie considerazioni di simmetria si trova nel punto di contatto fra i due semicerchi. Invece no, il baricentro segue a sua volta una linea ondulata, fatta anch’essa di semicerchi alterni più piccoli (della metà):

Il moto, benché convoluto, ha quindi una sua regolarità. Tuttavia, come abbiamo visto prima, l’interazione con il piano di appoggio è complessa perché estremamente sensibile alle irregolarità anche minime del piano e dei contorni dell’elemento stesso. Il disegno delle tracce è facile da descrivere ma quando l’elemento, rallentando, arriva a scambiare i ruoli dei due semicerchi, si verifica un punto di massima incertezza, proprio al contrario dei due punti di stabilità. I due punti di passaggio da un semicerchio all’altro corrispondono a quando l’elemento poggia precisamente su due vertici, uno di un semicerchio e uno dell’altro. Lì deve decidere, se fermarsi e tornare indietro a cercare il punto di equilibrio del primo semicerchio, oscillandoci intorno come abbiamo visto all’inizio, oppure affrontare il nuovo, lanciandosi alla ricerca del punto di equilibrio del prossimo semicerchio.

Ecco, qui siamo nel dominio dell’incerto, dove non c’è equazione che tenga, perché troppi e troppo minuti sono i fattori che possono determinare la scelta dell’elemento, attriti, irregolarità casuali. Una piccola finestra sulla complessità, generata da un oggetto che pareva essere perfettamente descrivibile, conoscendo il pi greco e la radice di due…

Ci parla di tante cose statico-dinamico. Ad esempio del carattere bizzoso che lo può fare apparire un’eccezione. l’uomo disperso nei flutti della complessità cerca disperatamente regolarità e tende a classificare ogni anomalia come stranezza o eccezione. Invece no, la scienza del ‘900 proprio questo ci dice: il prevedibile è l’eccezione, il resto è imprevedibile.

In fin dei conti, statico-dinamico descrive bene l’esperienza umana con radi punti di equilibrio dispersi in un continuo di incertezza e punti dove necessita di prendere decisioni impossibili, dove non c’è manuale che tenga.

Ma ci dice anche questo: fai incontrare due curiosi e il divertimento è assicurato!


Equazioni delle tracce

Tutto dipende dal raggio r dei semicerchi che compongono statico-dinamico. Se guardiamo la proiezione laterale di statico-dinamico nella sua posizione di riposo:

comprendiamo come gli archi di cerchio che compongono le tracce sul piano abbiano raggio R=r\sqrt{2}. Vediamo ora la forma delle tracce disegnate da statico-dinamico sul piano.

Immaginiamo che uno dei semicerchi lasci una traccia rossa e l’altro verde.

Da questo troviamo:

  • Il semiperiodo della successione di semicerchi di ciascuna traccia T=R\cos{\frac{\pi}{2}}\left(1-\frac{1}{\sqrt{2}}\right)
  • L’ordinata dell’asse orizzontale su cui poggiano le tracce. Per la traccia rossa: S=R\sin{\frac{\pi}{2}}\left(1-\frac{1}{\sqrt{2}}\right); ovviamente sarà -S per la traccia verde.

Se chiamiamo y_r la traccia rossa e y_v quella verde abbiamo

y_r=\sqrt{R^2-\left(x-2Tk\right)^2} \text{ dove  } x \in \left]-T\left(2k+1\right),T\left(2k+1\right)\right],

y_v=-\sqrt{R^2-\left[x-T\left(2k+1\right)\right]^2} \text{ dove  } x \in \left]-2Tk,2T\left(k+1\right)\right],

con k \in \{... ,-1,0,1, ...\}.


Codice Python con libreria Turtle

Il seguente codice è servito per produrre il video precedente Tracce elemento-statico-dinamico e baricentro.

# Tracce elemento-statico-dinamico di Jacques Toussaint e baricentro
# Copyright Andreas Robert Formiconi 2021
# Rilasciato con licenza GPL v.3.0

from turtle import *
import math
import math

offx = 0.4 * window_width()

sc = 2.
r = 20 # mm
R = r*math.sqrt(2.) * sc
S = R * math.sin(math.pi/2.*(1-1/math.sqrt(2.)))
T = R * math.cos(math.pi/2.*(1-1/math.sqrt(2.)))
k = 0

print("r=", r, " R=", R, " S=", S, " T=", T, " alfa=", math.pi/2.*(1-1/math.sqrt(2.)))

red = Turtle()
red.color("red")
red.pencolor("red")
red.penup()
red.setpos(- T - offx, math.sqrt(R*R-T*T))
red.pendown()
red.setheading(0)
red.speed(-1)

green=Turtle()
green.color("green")
green.pencolor("green")
green.penup()
green.setpos(0 - offx, -math.sqrt(R*R-T*T))
green.pendown()
green.setheading(0)
green.speed(-1)

blue = Turtle()
blue.color("blue")
blue.pencolor("blue")
blue.penup()
blue.setpos(- T/2 - offx, 0)
blue.pendown()
blue.setheading(0)
blue.speed(-1)

violet = Turtle()
violet.color("violet")
violet.pencolor("violet")
violet.penup()
violet.setpos(- T/2 - offx, 0)
violet.pendown()
violet.setheading(0)
violet.speed(-1)


k = 0
while k < 5:
    i = 0
    ix = 0.
    while i < 100:
        xx = -T * (1 - 2*ix) + 2 *k*T - offx
        yy = math.sqrt(R * R - (xx - 2. * k * T + offx)**2)
        xb = -T * (1 - 2*ix)/2 + k*T - offx
        yb = math.sqrt(R * R/4 - (xb - k * T + offx)**2) - S/2
        red.goto(xx, yy)
        blue.goto(xb + T * k, yb)
        violet.goto(xb + T * k, 0)
        if (red.xcor() - 2*k*T + offx) != 0.:
            if (red.xcor() - 2*k*T + offx) < 0.:
                hh = 90 + math.atan(red.ycor()/(red.xcor() - 2*k*T + offx))/math.pi*180
            else:
                hh = -90 + math.atan(red.ycor()/(red.xcor() - 2*k*T + offx))/math.pi*180
        else:
            hh = 0
        red.setheading(hh)
        green.setheading(hh+90)  
        blue.setheading(hh)
        i += 1
        ix += .01

    i = 0
    ix = 0.
    while i < 100:
        xx = 2 * T * ix + 2*k*T - offx
        yy = -math.sqrt(R * R - (xx - (2. * k + 1 )* T + offx)**2)
        xb = -T * (1 - 2*ix)/2 + k*T - offx
        yb = - math.sqrt(R * R/4 - (xb - k * T + offx)**2) + S/2
        green.goto(xx, yy)
        blue.goto(xb + T * (k + 1), yb)
        violet.goto(xb + T * (k + 1), 0)
        if (green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx) != 0.:
            if (green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx) < 0.:
                hh = -180 + math.atan(green.ycor()/(green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx))/math.pi*180 #+ 90 - 63 #DA AGGIUSTARE!
            else:
                hh = math.atan(green.ycor()/(green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx))/math.pi*180 #+ 90 - 63 #DA AGGIUSTARE!
        else:
            hh = -90
        green.setheading(hh+90)
        red.setheading(hh)
        blue.setheading(hh+90)
        i += 1
        ix += .01
    k += 1

done()

Quando ritrovi il passato nel futuro

Scrivo per vari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico ma che si ritraggono sovente dal futuro. Sì lo chiamo tout court futuro perché a questi ritmi il contemporaneo e il futuro sono tutt’uno per gli occhi della nostra mente. Il nuovo appare così ancora più minaccioso agli animi più riflessivi. Anche se non si dovrebbe dimenticare che gli antichi che ammiriamo non di rado erano temerari nell’affrontare il nuovo, piuttosto sfidandolo anziché subirlo o negarlo.

Io amo Viareggio, per una serie di motivi personali che non mette conto enumerare qui ma anche per via di qualche lettura e qualche amico viareggino. Mi affascina per esempio la storia di questo popolo fattosi marinaio dopo qualche secolo di lotta per la sopravvivenza nelle venefiche paludi di un tempo. Marinaio ma soprattutto costruttore di navi ammirate in tutto il mondo.

Costruisti, Natino, i bastimenti più belli,
freschi e superbi in ogni mare,
avevano il soffio delle anfore greche.
E nessuno ti ricorda più,
non fosti mai celebrato.
Lascia che io viareggino
almeno mormori il tuo nome.

Questi sono i versi che Mario Tobino ha dedicato a Fortunato Celli, detto Natino, il calafato Natino, (“Sulla spiaggia e di là dal molo”, 1966)

Le barche viareggine erano così belle che anche gli inglesi — che se ne intendevano — le ammiravano e le copiavano:

Nel 1907 il brigantino goletta Nelly [costruito da Natino] di trecento tonnellate arrivò sul Tamigi. Gli inglesi lo videro, domandarono di provarlo, lo comprarono. Tennero La Nelly non per navigare, la tennero in cantiere per insegnamento.

Parlando con un amico viareggino venni a sapere che il figlio di Natino, Raffaello Celli, aveva scritto un libro su quella gloriosa stagione: “Con l’ascia e con la vela” per l’Ancora Editrice (1973).

Mi misi a cercarlo andando per librerie varie, fino ad arrivare a “Tuttocoppe”, un negozio viareggino che offre anche una vetrina di pubblicazioni dell’Ancora Editrice, o a Lettera22 (luogo ameno, da visitare…). Ma niente. L’amico che mi aveva messo questa pulce nell’orecchio, per consolarmi, mi prestò un altro bel libro: “Viareggio, momenti di storia e cronaca” di Leone Sbrana (1972) sempre per Ancora Editrice.

Una volta letto, volendolo rendere all’amico — anche perché la copia del libro è autografata dall’autore per suo padre — mi sono messo a cercare anche quello, con lo stesso minuzioso metodo. Pare naturale cercare libri del genere in librerie e bancarelle che trattano libri usati, o chiedendo in giro. Voglio dire che è anche bello, ti pare di ricreare un contesto, ti racconti qualcosa che ti piace. Ma niente, dopo due anni, dei due libri nemmeno l’ombra. Pensavo di lanciare la richiesta nella rubrica “Caccia al libro” di Fahrenheit a Radio 3, quando all’improvviso faccio la cosa che non mi piaceva fare, e che mi pareva anche inutile, il solito gesto sciatto: cerco in Internet. Ecco come sentirsi ingenuo e anche un po’ stupido, dopo tutto il tempo perso: li ho trovati quasi subito, in due diverse librerie, una di Roma e una di Rosignano.

Internet serve anche a questo, a trovare libri irreperibili. Questi due libri, ben conservati ma con le pagine ingiallite, l’odore di vecchio, le dediche degli autori, sono qui sul mio tavolo grazie all’infrastruttura globale per eccellenza. Ben venga…

Ma non è finita.

Poi venne il ferro. Gli anni erano corsi come puledri. Il ferro invade ogni carena, nasce il motoveliero, si innestano nelle poppe i motori.

E curiosamente, è quel ferro vittorioso lì, quello su cui mi capita di lavorare la terra.

— Un grande motore marino, il Perkins — mi disse un operaio della Landini in pensione che era capitato per caso dove io stavo lavorando. Uno di quei motori marini che avevano non da molti decenni soppiantato le affascinanti vele delle golette e dei “barcobestia”, le ultime creazioni dei calafati viareggini.

Ma di legno o ferro, tutte le macchine hanno un’anima, quella che l’uomo ci mette quando le fabbrica. E quando le usi, quando le devi manomettere, per manutenzione o emergenza, devi sapere come le tocchi, le devi ascoltare. E quando serri una vite la devi ascoltare, e ti devi domandare quanto puoi osare nel stringerla, affinché lavori come deve. E affinché non arrivi a troncarla, perché una leva non solleverà forse proprio il mondo intero ma una vite la spezza con facilità. Poi, se ti succede, non c’è il tasto “Undo”, c’è il vuoto irreparabile che ti riempie la mente.

Ecco, ti può sempre capitare, anche se hai una discreta esperienza e hai anche letto “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, Pirsig (1981), a suo tempo. Capita che finisci il gasolio, che devi quindi spurgare il circuito di alimentazione, che hai fretta, e che, arrivato a riserrare la “vite di spurgo”… ma senti, meglio serrarla un altro po’… la spezzi, te ne rimane un pezzo dentro e tu, nel bosco non sai a che santo votarti. La macchina è lì, inerte, trasformata in un’inutile montagna di ferro. Oltre mezzo secolo di onorato contributo all’industrializzazione dell’Italia agricola azzerato da un presuntuoso multitasker del 2021. Un idiota.

La vite è di fattura complessa. Chi l’avrà? Si troverà? Dove? Su qualche trattore vecchio? Chi le teneva le macchine vecchie? La mente turbina. Poi ti metti a cercare. È una roba antica, cerco in modo antico. Vado per vecchie officine amiche, quello è morto, quell’altro viene ormai solo la mattina. I giovani mi guardano straniti: mah la vedo bigia, qui ci vuole un pompista. Ti lanci nel mondo dei pompisti, quelli che lavorano solo sulle pompe del gasolio, fra Valdarno e piana di Sesto.

— Ma di che motore è codesta?
— Perkins 2500 tre cilindri
— Sièèè….
— Perché è troppo vecchio?
— No, quello no, si trova tutto di questi motori, è la Brexit, non arriva nulla da lassù…

Disperazione. Qui non c’è nemmeno l’ultima sponda della “Caccia al libro”. Ed è solo per disperazione che ciabatti verso il computer e scrivi “vite spurgo circuito alimentazione”.

Trovata subito: in tre giorni mi arriva una “Vite spurgo corto regolatore” peso 9 gr, € 4.71. Sul mio tavolo.

Cari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico, per non dimenticare il passato può essere necessario volgere lo sguardo al futuro. E viceversa.

Il nuovo MOOC “Coding a scuola con Software Libero” per l’ultima volta…

Domani è la prima di una serie di ultime volte. Tutto ciò che farò presso l’università a partire da domani sarà l’ultima volta che lo farò. Dunque domani farò l’ultima prima lezione del Laboratorio di Tecnologie Didattiche presso il Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria. Il corso che più mi ha appassionato, anche se mi sono piaciuti tutti quelli che ho potuto tenere su questi temi, grazie all’ospitalità dei colleghi di Scienze della Formazione (Dip. FORLILPSI). Sì, sono molto grato perché da vent’anni a questa parte era la cosa che più desideravo. Ho potuto seguire cinque edizioni di alcuni di questi corsi, dal 2016 ad oggi. Non ci avrei sperato, quindi grazie!

L’ultimo anno non significa che non si cerchi di continuare a migliorare. Quest’anno provo a dare una forma compiuta al MOOC, perché quelli precedenti lo erano a metà. Vale a dire che offrivano tutti i contenuti necessari ma per la parte interattiva si confidava principalmente nelle normali relazioni in classe e in un forum esterno, che avevo realizzato in Reddit (e che rimane attivo).

Il nuovo MOOC si chiama sempre Coding a scuola con Software Libero ma viene offerto attraverso la piattaforma Edx. L’inquadramento è il medesimo: risulta sempre un MOOC tenuto da un professore dell’Università di Firenze e realizzato con il supporto di Federica, che nella fattispecie è in partnership con Edx. Il MOOC parte con il Laboratorio di Tecnologie Didattiche ma è aperto a tutti, non solo ai miei studenti, e continuerà a girare anche dopo la fine del laboratorio.

Benché il nome sia lo stesso il corso è sostanzialmente rinnovato. Al di là di numerosi piccoli aggiornamenti e correzioni, le novità maggiori sono due:

  1. La prima novità di questo MOOC è costituita dalle numerose domande e esercizi che integrano i contenuti. Diciamo che in questa versione i contenuti poggiano simmetricamente sul testo e sulle domande. Ci sono cose che non dico nel testo ma le dico mediante le domande. O suggerimenti, insinuazioni, suggestioni. Diciamo che il corso assume una nuance decisamente più maieutica. A dire il vero vorrei che questa impostazione fosse ancora più pronunciata, ci sto lavorando, si va per gradi. Naturalmente rimane centrale il ruolo del forum, che però deve funzionare dentro al MOOC. Questo è anche un percorso di ricerca sulla forma MOOC al fine di colmare il divario fra i primi MOOC connettivistici (cMOOC), basati sulla partecipazione attiva e quelli “industriali” (xMOOC), che prevalentemente son fruiti in modo passivo — anche se vi sono delle brillanti eccezioni, da imitare e migliorare ulteriormente.
  2. L’impiego di LibreLogo rimane una scelta di riferimento ma il percorso viene proposto parallelamente in Python, mediante la libreria standard Turtle. Sto aggiungendo una versione Python di tutti i codici LibreLogo già presenti nel corso. Una metà sono già disponibili, avrò finito presto. È una scelta conforme al titolo perché Python è una forma di software libero. Le opzioni che ho privilegiato sono motivate dalla diffusione degli strumenti e quindi dalla persistenza, valore non da poco in contesti così volatili. Python è qui per restare a lungo: si sta avviando ad essere il linguaggio più usato al mondo, con una presenza fortissima nel mondo scientifico e in particolare nel rampante settore della data science. Scrivere in Python vuol dire comunicare in modo durevole con una comunità vastissima nel mondo.
    Qualcosa di simile si può dire di LibreOffice, come suite di produttività, analoga a MS Office ma free. LibreLogo è un plugin disponibile di default nel wordprocessor Writer di LibreOffice. Probabile e auspicabile che venga mantenuto così ma la base di utenti è certamente inferiore. LibreLogo è fantastico per chi inizia e per i più piccoli. Mi auguro che rimanga disponibile a lungo.
    Tuttavia c’è un altro elemento che rende vincente il tandem LibreLogo Python: i comandi della tartaruga sono molto simili nei due linguaggi, ci sono delle differenze sintattiche ma è molto facile passare da un linguaggio all’altro. Sono interessato a insegnare queste forme di programmazione per la condivisione di idee e per la formazione di una vera cultura scientifica. La cultura umana si basa su linguaggi universali, quanto più universali possibile. Per questo faccio pochissimi esempi di programmi con linguaggi a blocchi, che sono tutti fortemente vincolati a ambienti sostanzialmente chiusi, alcuni magari molto diffusi ma chiusi, come lo sono i social, totalmente dipendenti dalla volontà e dalle sorti di chi li gestisce.

Appello per la sottotitolazione del documentario “Ubuntu. Io sono perché noi siamo”

Esiste la possibilità di distribuire il documentario Ubuntu. Io sono perché noi siamo in altri paesi attraverso l’agenzia Pressenza. Si rende quindi necessaria la sottotitolazione in varie lingue. Insieme agli autori abbiamo optato per una sottotitolazione social attraverso il servizio Amara. In questo modo chiunque può contribuire a produrre i sottotitoli in qualsiasi lingua conosca. E in questo modo così rispondo, in parte, ad alcune persone che hanno chiesto come possono contribuire.

Ho collegato il video del documentario ad Amara e ho inserito i sottotitoli del primo brano in italiano, inglese, spagnolo e francese, per fornire la partenza a chiunque desideri contribuire.

Clicca l’immagine per andare a questa pagina

Per contribuire occorre fare un account free in Amara: Sign up for free.

Ovviamente, si possono aggiungere tutte le lingue che si vuole… 😉

Unica richiesta: chi vuole contribuire mi scriva (arf@unifi.it) per coordinarsi meglio, anche condividendo il lavoro già fatto: la trascrizione completa in italiano e le traduzioni, anch’esse integrali, in spagnolo e francese (sono sotto forma di file ODT). In questi casi si tratta solo di riversare i testi nei sottotitoli, cosa che può fare anche una persona che non conosce perfettamente la lingua.

Sono ovviamente disponibile a fornire supporto per usare Amara o qualsiasi altra cosa.

“Ubuntu. Io sono perché noi siamo” su Youtube

Forse non riuscirò mai a rendere conto compiutamente di questa storia, per come l’ho vissuta. Sarebbe appropriato, in occasione delle diffusione pubblica del documentario che la racconta. Ma troppi ricordi, troppo caldi, troppo intense le emozioni, positive e negative. Per trovare un equilibrio narrativo adeguato occorre un tempo di sedimentazione che forse non avrò mai. Mi limito ad aggiungere poche righe su quello che è successo dopo. Qui il documentario sul canale Youtube di TV2000, distribuito anche con la collaborazione dell’Agenzia Stampa Pressenza.

Il documentario è stato sviluppato nell’ambito di un finanziamento della Regione Toscana del 2019 a favore di soggetti del terzo settore. Il progetto “Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva” (LACA19) è stato realizzato da una variegata compagine, capofila la Pubblica Assistenza di San Polo in Chianti, otto associazioni (qui la lista) più Università di Firenze, Diocesi di Fiesole, Comune di Figline Incisa Valdarno e Comune di Greve in Chianti. Io ho contribuito nella veste di rappresentante dell’Università di Firenze, attraverso il Dipartimento di Statistica, Informatica e Applicazioni, cui appartengo.

In parte il documentario è stato sostenuto anche con un altro progetto simile nell’anno successivo: Azioni di Resilienza e Accoglienza per l’Integrazione (ARAI20). Poi è arrivato il Coronavirus e ci siamo tutti un po’ persi.

A dire il vero la dispersione era iniziata prima, con la chiusura della struttura di accoglienza nel paese. Le persone che frequentavano la Scuolina tenuta dai cittadini si sono recate in vari altri centri a Firenze. Solo poche sono rimaste nei pressi per via dei rapporti di lavoro che avevano contratto in zona e queste sono state seguite dai cittadini-insegnanti residenti nel paese, soprattutto per attività di accompagnamento nelle pratiche burocratiche, problemi sanitari, rapporti con i datori di lavoro ecc.

La Scuolina si è però trasferita presso la sede del Cospe, giusto prima che arrivasse il Coronavirus. Il trasferimento a Firenze si è rivelato un vantaggio perché più facilmente raggiungibile sia dai partecipanti che dai cittadini volontari. È infatti ripartita in quarta e nemmeno la pandemia è riuscita a fermarla: il 23 marzo è iniziata online e fino a ieri sono state fatte 548 lezioni su 161 giorni. Ovvio che in presenza è molto meglio ma anche online è molto meglio di nulla.

La partecipazione è stata molto arricchita da un gruppo nutrito di studenti di vari corsi di laurea di Scienze della Formazione, che si avvicendano con i cittadini volontari “veterani” nel fare le lezioni online.

La maggioranza dei ragazzi che hanno frequentato la Scuolina sono impegnati in varie forme di lavoro regolare: ristorazione, aziende di agriturismo, officine meccaniche, lavanderie. Ma il beneficio non è stato solo a loro favore e dei datori di lavoro che li hanno così “scoperti”. La maggior parte delle risorse dei progetti LACA19 e ARAI20 sono servite a dare una mano a giovani nella fase delicata fra la fine degli studi e i primi incarichi di lavoro, prevalentemente nel sociale. Inoltre quattro persone si sono laureate con tesi attinenti alle attività della Scuolina, altre due sono in corso.

Questi i fatti essenziali. Approfondimenti e analisi saranno affidati ad alcuni degli studenti che stanno ancora partecipando. Lo faranno molto meglio di me.

Documentario “Ubuntu. Io sono perché noi siamo” su TV2000

Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva

  1. Grazie a Pressenza, il documentario sull’esperienza di Poggio alla Croce, Ubuntu. Io sono perché noi siamo, è programmato su TV2000 lunedì 16 agosto in seconda serata.
    Vi chiedo, se vi va, di diffondere la notizia sui vostri canali.
  2. Esiste la possibilità di proiettare il documentario al Festival del libro per la pace e la nonviolenza che avrà luogo presso il Castello aragonese a Taranto, dal 23 al 26 settembre. Occorrerebbe che ci fosse qualcuno che ha seguito sufficientemente la storia per presentarlo. Purtroppo io sono impossibilitato per motivi di lavoro. Capisco: è una richiesta un po’ strana ma non occorre un grande approfondimento, meglio una brevissima presentazione fatta in presenza che nulla; o peggio perdere l’occasione.
  3. È in corso la produzione di sottotitoli in inglese, spagnolo e francese, per la diffusione sui canali internazionali di Pressenza. C’è qualcuno disposto a dare una mano?

View original post

Neocolonialismi digitali

Il 14 luglio scorso ho partecipato alla Summer School 2021 di MED Media Education. Insieme ad Alexis Kauffmann abbiamo contribuito al tema “colonialismi digitali”. Il mio (Neocolonialismi digitali: note critiche sull’uso delle piattaforme a scuola e all’università) è stato un discorso generale, Alexis (Colonizzazioni digitali – Case study: i nostri vicini francesi come fanno?) ha riferito sulla realtà del suo paese, dove le istituzioni hanno reagito con maggiore fermezza al dilagare delle piattaforme preconfezionate delle companies americane, seppur con molte difficoltà. Qui riporto la traccia della mia presentazione.

Il 2 giugno 1988 i senatori Ventre, Coviello, Pinto, Tagliamonte, Murmura, Lombardi, Grassi Bertazzi e Salerno presentano un disegno di legge recante norme concernenti l’allevamento dei colombi viaggiatori per l’impiego sportivo:

“…Se le trasmissioni teleradio costituiscono certamente il mezzo più rapido, si deve tenere presente che possono facilmente essere intercettate, mentre il colombo viaggiatore conserva un elevatissimo coefficiente di segretezza superiore a qualsiasi altro mezzo di trasmissione…”

Disegno di Legge N. 1077 2 giugno 1988

I senatori intendevano mantenere la legge, scritta in origine come Regio Decreto nel 1929, che poneva sotto il controllo del Ministero della Guerra l’allevamento dei colombi viaggiatori. I “regnicoli” che volevano creare una colombaia dovevano richiedere l’autorizzazione alla prefettura.
Non più Regno ma Stato, non più regnicoli ma cittadini, non più Ministero della Guerra ma Ministero della Difesa. Per il resto le disposizioni erano le stesse e tali rimasero sino all’abrogazione del 2008.

Bè sì, sono stato un colombofilo…

Nella mia vecchia tessera di colombofilo si legge che la Federazione Colombofila Italiana era un “ente morale sotto la vigilanza del ministero della difesa e dell’esercito”. Insomma, negli anni ’80 lo stato nazionale si faceva ancora sentire, con un’attenzione scrupolosa a tutto ciò che riguardava le comunicazione. Anche quelle realizzate con i colombi viaggiatori. L’abrogazione definitiva di questa normativa si è avuta solo nel 2008, in piena esplosione internettiana.

Ma la terra non è più tonda, come ce la figuravamo guardando le carte geopolitiche novecentesche, dove erano gli stati nazionali e le loro reciproche relazioni a contare. Ora siamo migrati nei frattali della noosfera, che si estende in mille dimensioni al di fuori della superficie bidimensionale degli stati nazionali —  viene in mente Flatland di Abbott —  nativi digitali e non, stati, istituzioni, companies e tutto il resto, ammassati alla rinfusa — largo ai più furbi e ai più potenti. Altro che dichiarazione di indipendenza del cyberspazio.

Ci avevo creduto anche io a quella dichiarazione, povero ingenuo, alla Declaration of the Independence of Cyberspace letta da John Perry Barlow l’8 febbraio 1996 al Forum di Davos:

Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind. On behalf of the future, I ask you of the past to leave us alone. You are not welcome among us. You have no sovereignty where we gather.

We will create a civilization of the Mind in Cyberspace. May it be more humane and fair than the world your governments have made before.

Durata poco davvero l’euforia degli ingenui: nel 1999 l’avvocato Lawrence Lessig se ne esce con Code: And Other Laws of Cyberspace , seguito nel 2006 da Code: And Other Laws of Cyberspace, Version 2.0. L’intuizione fondamentale l’ha avuta lui, Lessig, e si è rivelata tragicamente giusta:

Code is law

Le leggi nei nuovi territori da colonizzare le fanno i primi che arrivano. Le regolamentazioni istituzionali arrivano dopo. Ma oggi il mondo corre veloce, le istituzioni infinitamente meno. E poi gli attori sono grossi, troppo. Confrontando le capitalizzazioni delle maggiori companies hi-tech con il PIL degli stati nazionali in una partita di Risiko, Apple e Microsoft avrebbero già vinto.

Perché l’università delle piattaforme è la fine dell’università. Scrive Domenico Fiormonte:

Scuole e università italiane nell’emergenza COVID si sono affidate a a piattaforme e strumenti proprietari perlopiù della galassia GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft.

In effetti su 68 atenei italiani, per la gestione della posta elettronica, 31 hanno scelto Google, 17 Microsoft e i rimanenti 20 una soluzione interna. Ancora più schiacciante la differenza per quanto riguarda la gestione delle videolezioni, dove pare che solo il Politecnico di Torino abbia sviluppato una soluzione completamente interna. Scrive Angelo Raffaele Meo:

“Ad esempio nell’arco di pochi giorni alcuni tecnici del Politecnico di Torino hanno realizzato, utilizzando una piattaforma libera, l’intero sistema di videolezioni che trasmette ogni giorno oltre 600 lezioni a 10.000 studenti”.

Quindi è possibile… Il sistema in questione si chiama Free Architecture for Remote Education.

E avremmo anche delle importanti risorse organizzative. Esiste infatti il GARR: Gruppo per l’Armonizzazione delle Reti della Ricerca, i cui soci sono enti come il Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e tutte le università italiane rappresentate dalla Fondazione Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI). Ma fioccano gli accordi con Microsoft e Google ecc.

Teledidattica: proprietaria e privata o libera e pubblica? Scrive Maria Chiara Pievatolo:

“La questione ha un lato tecnico che qui ho cercato di ridurre al minimo, ma il suo cuore è filosofico, politico e culturale: in un mondo che
l’emergenza pandemica ha reso ancor più digitalizzato, la rinuncia a determinare i propri sistemi senza delegarli a un tutore neppure disinteressato rischia di produrre non solo un ritardo tecnologico e economico, ma, post-democraticamente, una condizione di minorità non soltanto digitale. È, in altre parole, una cosa troppo seria per lasciarla decidere agli amministratori.”

Sempre Domenico Fiormonte:

“La questione va però al di là del diritto alla privatezza nostra e dei nostri studenti. Nella rinnovata emergenza COVID sappiamo che vi sono enormi interessi economici in ballo e che le piattaforme digitali, che in questi mesi hanno moltiplicato i loro fatturati, hanno la forza e il potere per plasmare il futuro dell’educazione in tutto il mondo. Un esempio è quello che sta accadendo nella scuola con il progetto nazionale “Smart Class”, finanziato con fondi UE dal Ministero dell’Istruzione. Si tratta di un pacchetto preconfezionato di “didattica integrata” dove i contenuti (di tutte le materie) li mette Pearson, il software Google e l’hardware è Acer-Chrome Book.”

Cloud, perché serve un’infrastruttura digitale pubblica per scuola e università. Enrico Nardelli:

“Una comunità pubblica che non sviluppa e controlla una propria infrastruttura di gestione e scambio di dati e competenze pagherà un prezzo enorme in termini di possibilità di scegliere la sua direzione di sviluppo perché sarà sempre più dipendente da sistemi e conoscenze che non le appartengono, soggetta alla sorveglianza di chi controlla le infrastrutture usate.”

You are not a Gadget. Jaron Lanier:

“Costruiamo estensioni per il vostro essere, come occhi e orecchi remoti (web-cam e telefoni cellulari) e memorie espanse (la massa di minuzie che si può cercare online). Esse diventano le strutture con cui vi connettete al mondo e agli altri. Queste strutture, a loro volta, possono cambiare il modo in cui concepite voi stessi e il mondo. Smanettiamo con la vostra filosofia manipolando direttamente la vostra esperienza cognitiva, non indirettamente, tramite l’argomentazione. Basta un minuscolo gruppo di ingegneri per creare una tecnologia in grado di dar forma, a incredibile velocità, a tutto il futuro dell’esperienza umana. Perciò sviluppatori e utenti dovrebbero fare le discussioni fondamentali sulla relazione umana con la tecnologia prima di progettare tali manipolazioni (You are not a Gadget, cap. I).”

Jaron Lanier lo potete sentire nel docufilm Netflix The social dilemma.

La questione è anche legale.

Il 16 luglio 2020 la Corte di Giustizia Europea ha emanato una sentenza molto importante, dove, in sintesi, si afferma che le imprese statunitensi non garantiscono la privacy degli utenti secondo il regolamento europeo sulla protezioni dei dati, conosciuto come GDPR (General Data Protection Regulation). Dunque allo stato tutti i trasferimenti di dati da UE a Stati Uniti devono essere considerati non conformi alla direttiva europea e perciò illegittimi.

La Corte ha ritenuto che i requisiti del diritto interno degli Stati Uniti, e in particolare determinati programmi che consentono alle autorità pubbliche degli Stati Uniti di accedere ai dati personali trasferiti dall’UE agli Stati Uniti ai fini della sicurezza nazionale, comportino limitazioni alla protezione dei dati personali che non sono configurate in modo da soddisfare requisiti sostanzialmente equivalenti a quelli previsti dal diritto dell’UE e che tale legislazione non accordi ai soggetti interessati diritti azionabili in sede giudiziaria nei confronti delle autorità statunitensi.

Dobbiamo rifare un passo indietro, ripartendo dal discorso fatto da Piero Calamandrei, padre costituente, il 26 gennaio 1955 agli studenti:

“Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.”

E che dice la Costituzione in proposito?

Articolo 34
La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Che si inquadra nell’articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

C’è bisogno d’altro?

Risorse utili per chi fa la tesi

In un forum avevo raccolto una serie di post scritti per gli studenti che fanno le tesi. Era un forum all’inizio destinato a raccogliere risorse sulla DaD in tempo di Coronavirus ma poi ci sono finiti una serie di contributi utili in generale per le tesi. Quuesti li ho raccolti in una pagina apposita. Alcuni, più specifici, li ho linkati direttamente qui sotto.

Aggiungo anche…

Conversazione con Roberto Maragliano, Stefano Penge e Pino Moscato

Delle volte dimentico che questo è un po’ il luogo delle mia memoria. Quindi recupero quella di alcuni eventi recenti. Qui la piacevole conversazione con Roberto Maragliano, Stefano Penge e Pino Moscato. Commenta Maragliano:

Una didattica ‘altra’, con contenuti ‘altri’, può essere fatta anche all’università, come ‘zona franca’ utile a formare (ed evitare di deformare) il futuro e l’attuale docente della scuola. Seguite quel che dice Andreas Formiconi in questa nostra chiacchierata del lunedì. Un po’ di ossigeno

Grazie

Relazioni sufficientemente buone

Trascrivo questo capitolo tratto da “Insegnare al principe di Danimarca” di Carla Melazzini (a cura di Cesare Moreno, Sellerio, 2011), nella speranza di indurre qualcuno ad acquistare e a leggere il libro. Le parole scritte da Carla Melazzini chiariscono bene delle considerazioni che stiamo facendo presso la Scuolina, realtà infinitamente più piccola e diversa da quella dei maestri di strada di Napoli ma con delle affinità importanti, per noi. I nostri contesti sono diversi ma le considerazioni svolte, opportunamente adeguate, inducono riflessioni che ci possono essere utili. I maestri di strada esistono sempre. Chi vuole vedere cosa e come è eventualmente cambiato rispetto all’epoca cui si riferisce il libro – circa i primi dieci anni del millenio – può andare a visitare il sito Maestri di Strada Onlus. C’è da imparare e non è “altro”. Napoli riguarda tutti noi, come ogni altro angolo del paese.

Sarebbe interessante fare un repertorio delle caratteristiche che fanno di una relazione una “buona relazione”. Ne menziono due o tre brevemente. Un primo elemento irrinunciabile mi sembra quello del tempo: per fare una buona relazione ci vuole una quantità di tempo. E qui si presenta già un primo conflitto con la politica, perché al di là delle lungaggini infinite della burocrazia (ma quello è un non-tempo, un tempo vuoto, tempo perso) i tempi politici seguono altre logiche, si confrontano con le elezioni, con le approvazioni dei bilanci, con le scadenze elettorali, purtroppo sempre di più col sondaggio quotidiano, che collidono drammaticamente con i tempi di una buona relazione.

Per costruire buone relazioni ci vuole molto tempo, anche perché bisogna riparare dei danni. E qui emerge un’altra e più grave contraddizione, perché mentre per fare un danno basta un secondo, per fare una guerra basta una settimana (dopodiché hai distrutto un paese, un’intera generazione); ecco, poi a ricostruire e a medicare ci vogliono decenni, se non secoli.

Un altro parametro fondamentale è l’indipendenza: una relazione che crea dipendenza non è una buona relazione. E qui bisogna essere conseguenti: il volontariato, anche le persone con le migliori intenzioni, se creano dipendenza non lavorano bene. Questa è una faccenda difficilissima da gestire perché l’indipendenza è legata a doppio filo con un’altra caratteristica a mio avviso irrinunciabile di una relazione, che è la reciprocità: se non è reciproca, una relazione non è “buona”. Reciproco cosa vuol dire? Che si cresce insieme. Tante volte nel volontariato, ma in tutte le azioni che investono il sociale, c’è la tentazione della relazione unilaterale: “io faccio qualcosa per te”, che è la tentazione del potere. Perché se io faccio qualcosa per te e tu ricevi qualcosa da me, io ho più potere di te e la relazione è asimmetrica. E questa cosa è pericolosa, e si supera a una sola condizione: “io faccio una cosa per te perché tu ne fai una per me”. Però anche qui poi le cose sono molto complicate perché c’è un tipo di reciprocità che è malsana. E allora anche qui cito il volontariato perché è la cosa più clamorosa, però succede in tutti i tipi di intervento. Io ho una sorella che lavora in Perù con gli indios. Il fatto è che lì il problema grosso non sono tanto gli indios (con cui il rischio della dipendenza è evidentemente enorme), bensì i volontari che arrivano dall’Italia certo per “dare”, ma spesso anche per ricevere la soluzione dei loro problemi “personali”; e questo sulla pelle di questi poveri disgraziati, i quali oltre che il oro si devono incaricare di risolvere anche i problemi psicologici e relazionali dei loro volontari. Ecco, questo è malsano.

Bonificare questo tipo di relazioni e faticoso, è difficile e non si può fare senza dei sostegni appropriati, di tipo psicologico, ma di una psicologia sana. Dipendenza, parassitismo, sono patologie molto gravi della relazione. La relazione buona è quella dove tu espliciti che stai ricevono molto, per esempio in termini di conoscenza, perché in una buona relazione si crea pensiero. Noi maestri di strada, nei tanti anni del progetto, abbiamo imparato una quantità di cose sterminata. Allora qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione. In una relazione buona si cresce anche in termini di arricchimento emotivo. E tutto questo va esplicitato perché il cosiddetto “ricevente”, l’altro contraente del patto – ecco, forse il termine esatto è patto – deve essere consapevole di questo, deve sapere quanto lui ti sta dando in questa relazione.

A me piace un termine psicanalitico che è quello di “sufficientemente buono”. Che non a caso è stato fatto da un inglese, Donald Winnicott, 1896-1971), che prima di essere uno specialista era un pediatra, un medico.

Cosa vuol dire sufficientemente buono? Che non c’è la perfezione, perché se tu parli e pensi in termini di perfezione sei paranoico, stai delirando. E però la sufficienza ci deve essere, se no sono guai.

Questi mi sembrano tutti parametri per definire se una relazione è sufficientemente buona. Ma tutte queste cose vanno costruite, progettate, preparate, non possono essere affidate a un qualche spontaneismo.

Un altro parametro è quello delle parole: non bisogna usare parole senza significato. In una buona relazione tutte le parole assumono un significato sostanziale.

Per esempio, la critica maggiore che faccio alla sinistra è questo uso e abuso della retorica, di avere tolto significato alle alle parole, cioè di dire parole anche buone ma in maniera retorica. Tutta questa terminologia dell'”altro”, del “diverso”, rischiano di creare dei cortocircuiti perché fanno lustro, fanno immagine, ma non fanno sostanza, non dicono la fatica che c’è dietro l’incontro con un diverso. E guardate che il primo diverso sono i nostri figli, il primo diverso è il nostro vicino di casa…

Questo è un punto importante. Mariana, la ragazza albanese che è intervenuta ieri, è molto più vicina a me, simile a me, del ragazzo con cui io faccio la maestra di strada che casomai abita a trecento metri da casa mai – ma tra noi c’è un abisso. Non prendere atto di questa differenza antropologica (cioè culturale, linguistica) tra l’altro accentua la percezione sbagliata di alcuni fenomeni. Prendiamo l’immigrazione. Ebbene, ricordiamoci che quelli che arrivano coi gommoni, che noi percepiamo come il pericolo, il nemico, sono molto più simili a noi di quelli che rimangono nei loro paesi. Quello che prende il gommone, che riesce a lasciare la nicchia, il paese, la comunità, è molto più simile a me del ragazzo che non riesce a ad attraversare la strada per uscire dal suo quartiere perché ha paura. Perché c’è una lingua e un mondo che lui non conosce. Allora, se io non riesco a prendere atto – e questo è faticoso – della differenza che c’è tra me e lui o lei, primo, non riesco a dargli una mano vera a superare questo abisso invisibile; secondo non riesco a rendermi conto di quanto sia difficile per lui, ma ancor più per lei. Una ragazza di questi quartieri di Napoli, a cui io propongo di fare un percorso di scuola e di lavoro, in alternativa al suo (che è la gravidanza a quindici anni, il matrimonio più o meno coatto con uno che la controlla giorno e notte, eccetera); ecco, se io non mi rendo conto di che cosa le sto chiedendo di fare, io la inguaio. E questa è un’esperienza molto dolorosa, che ci è capitata e ci continua a capitare. Noi ci stiamo rendendo conto solo oggi, dopo diversi anni, che a questi ragazzi spesso chiediamo di scavalcare un ponte su un abisso. Ed è delicatissimo perché poi, se io insisto, c’è di nuovo il rischio di cadere nella dipendenza perché la ragazzina ti dice: “Vabbè, io ci vengo dietro a te, ma tu non mi abbandoni più perché io da sola non ce la faccio”. Invece l’obiettivo di tutte queste attività è arrivare alla separazione, all’autonomia, alla fine della dipendenza. Però per poterci arrivare io devo essere perfettamente di cosa sto chiedendo a queste persone.

Nelle zone dove noi abitiamo e lavoriamo – parliamo di decine di migliaia di famiglie – come campa la gente? Campa con tre tipi di welfare: il welfare della camorra, il welfare dello stato e poi gli usurai; sono tre forme di credito di cui forse, in base ai discorsi fatti qui, la più malsana è il welfare statale: sono briciole, fanno schifo, sono sempre di meno, però nessuno ti chiede niente in cambio. La camorra ti chiede in cambio qualcosa che può significare anche la tua morte. L’usuraio ugualmente chiede in cambio qualcosa che può significare anche la tua morte. Lo stato non ti chiede niente in cambio. Soltanto fa di te un parassita.