ETICA HACKER

Creatività, tecnologia, economia

Una riflessione sulla creatività ed il suo ruolo in un mondo che oggi è fatto così tanto di tecnologia e di economia. Una riflessione per tentare di ritrovare l’uomo in quello che fino ad ora è sembrato essere una mostruosità globalizzata. Lo strapotere delle grandi multinazionali, i concreti spaventosi risvolti economici di quella pura astrazione che è il marchio, la legge inesorabile del profitto, i problemi titanici della risorse limitate e dell’equilibrio ecologico, sono solo alcuni aspetti di una mostruosità in grado di offrire a tutti opportunità di ogni tipo ma al prezzo di una competizione soffocante e grandissime sperequazioni economiche. L’etica hacker non è al centro della riflessione ma è un buon esempio da commentare per capire che qualcosa sta cambiando, forse un segno di rallentamento o diversificazione di una tendenza che pareva inesorabile. In ogni caso una riflessione che può essere utile per conoscere nuove possibilità di espressione e di azione che sino a pochissimo tempo fa nessuno avrebbe immaginato fossero possibili.

Descriviamo un hacker senza parlare di hacker

Stupore

Un bambino cammina sulla spiaggia, tenuto per mano dalla mamma. Cammina a strattoni, ogni pochino si volta, indica qualcosa, come fanno tutti i bambini. Ad un certo punto vede qualcosa giù per terra, sul bagnasciuga. Si oppone alla mamma che cerca di farlo continuare. Punta i piedi. La mamma cede. Il bambino si china e raccoglie una conchiglia che guarda con attenzione, rimanendo accoccolato. La mamma lo chiama ma lui niente, è rapito da questa cosa che non aveva mai visto. Inanimata come un sasso ma troppo strana per essere un sasso. Le striature, i colori cangianti, tracce palesi di qualcosa di vivo, ma cosa? È stata fatta da qualcuno? Era di un animale? È un animale strano? Niente sa il bambino di quella cosa che tuttavia lo stupisce. Se la rigira fra le manine, non sa cosa sia ma gli pare bella …

Lasciamo che Giacomo Leopardi ci racconti qualcosa in proposito ma prima soffermiamoci un attimo su quello che stava succedendo in quel periodo. Nel 1789 Antoine Lavoisier formula la legge della conservazione della massa (nulla si crea e nulla si distrugge), che è la base della chimica. Nel 1804 fu fatta la prima dimostrazione di una locomotiva a vapore e nel 1807 fu costruito il primo battello a vapore commerciale. Nel 1825 la la Stockton & Darlington Railway constava di 40 km di ferrovia e due locomotive a vapore, nel 1875 le linee superavano 250000 km e le locomotive erano 70000. Intorno al 1820 l’altoforno divenne un apparato industriale. Nel 1831 Michael Faraday dimostra che si può produrre energia elettrica a partire da un moto meccanico. Nel 1822 Charles Babbage inizia i suoi tentativi di costruzione di computer completamente meccanici. In altre parole, sta iniziando la rivoluzione industriale.

Ebbene, nel 1821, Giacomo Leopardi scriveva:

Scomponete una macchina complicatissima, toglietele una gran parte delle sue ruote, e ponetele da parte senza pensarvi più; quindi, ricomponete la macchina, e mettetevi a ragionare sopra le sue proprietà, i suoi mezzi, i suoi effetti: tutti i vostri ragionamenti saranno falsi, la macchina non è più quella, gli effetti non sono quelli che dovrebbero, i mezzi sono indeboliti, cambiati, o fatti inutili; voi andate arzigogolando sopra questo composto, vi sforzate di spiegare gli effetti della macchina dimezzata, come s’ella fosse intera; speculate minutamente tutte le ruote che ancora lo compongono, ed attribuite a questa o quella un effetto che la macchina non produce più, e che le avevate veduto produrre in virtù delle ruote che le avete tolte ecc. ecc. Così accade nel sistema della natura, quando l’è stato tolto e staccato di netto il meccanismo del bello, ch’era congegnato e immedesimato con tutte le altre parti del sistema, e con ciascuna di esse.

Questo è quello che si trova a pagina 1837 del manoscritto dello Zibaldone di pensieri e che Giacomo Leopardi ha scritto il 4 Ottobre 1821. Questa sua annotazione è presentata semplicemente, è lucida ed estremamente attuale nella descrizione della natura come “sistema” e nell’ammissione che vi è un punto dove con il solo raziocinio non si va oltre ma occorre affidarsi ad altre percezioni, per esempio a quella del bello. Dove finisce il ragionamento inizia lo stupore. La soverchiante complessità dei meccanismi della natura stupisce. La creatività stupisce. Il bello stupisce. Anche gli effetti della sofferenza umana stupiscono. La creatività stessa si nutre dello stupore. Dove il ragionamento cessa è lo stupore che guida l’intuito. Senza stupore, non si crea.

Giacomo Leopardi reagiva così all’entusiasmo generato dai grandi progressi scientifici e dalle innovazioni tecnologiche che hanno caratterizzato l’800. Il secolo della rivoluzione industriale alimentata dalla prima forma di produzione intensiva di energia con la macchina a vapore. C’era in quel tempo la fiducia che l’uomo sarebbe riuscito a spiegare e rendere ragione di tutto e che tutto potesse essere alla fine riconducibile a qualcosa che assomigliava alle prime macchine costruite in quell’epoca, tutte fatte di ruote e meccanismi di vario genere.

L’attitudine a stupirsi è innata in noi. Il bambino guarda con stupore la conchiglia che non ha mai visto. Tuttavia lo stupore non è un’esclusiva dell’infanzia. Lo stupore gioca un ruolo fondamentale quando uno scienziato osserva un fenomeno, un poeta si mette a scrivere, un medico si interroga sui sintomi di una persona, un matematico contempla uno dei suoi mondi astratti. Lo stupore consente di interrompere il flusso degli eventi e consente la nascita di qualcosa di nuovo.

Passione

La mamma insiste: “Ora basta, continuiamo la passeggiata!” Niente, non ne vuole sapere. Si è accorto che ce ne sono delle altre di quelle conchiglie, alcune anche più belle della prima che ha trovato. Si è messo a raccoglierle tutte per farne un mucchietto. La mamma, tenta ancora di proseguire ma poi rinuncia, affascinata dal rapimento del bambino. Del resto, una piccola interruzione si può tollerare. Ad un certo punto il bambino rimane assorto, seduto davanti al mucchietto di conchiglie che è cresciuto, al punto che ci vorrebbe un secchiello per portarle via ma il secchiello non c’è. Si gira guardandosi intorno come a cercare una soluzione. Ad un certo punto si illumina, una risoluzione: si mette a costruire un piccolo castello di sabbia. La mamma riparte con le proteste ma lui è troppo preso. Un castello semplice, giusto le quattro mura e un’apertura ma ecco l’idea: si mette a rivestire il castello con le conchiglie, pazientemente. Niente lo distoglie. La mamma inizia a preoccuparsi per via del programma del pomeriggio che sta andando in frantumi ma è colpita dalla foga che il bambino pone nella realizzazione della sua opera.

Michelangelo Buonarroti non è stato solo scultore, pittore e architetto ma ha scritto anche molte poesie. Eccone una:

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.

Il mal ch’io fuggo, e ‘l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.

Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno,
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;

se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ‘l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.

Questo sonetto di Michelangelo, (Rime, 151) si presta bene ad illustrare un altro elemento essenziale: la passione. Chi meglio di Michelangelo può evocare la passione. Come si può realizzare una scultura quale il David, oltre cinque metri di marmo per più di cinque tonnellate, da un pezzo di marmo difettoso e già compromesso da mani più incerte? La prima strofa del sonetto esemplifica l’immagine cara a Michelangelo, della figura che è già vista dall’artista all’interno del sasso. Michelangelo utilizza proprio questa immagine come metafora della passione causata dall’amore per Vittoria Colonna. Michelangelo è un gigante ma la passione che l’ha guidato nella sua lunga e incredibile vita può essere prerogativa di chiunque. Non deve apparire ardito l’accostamento di Michelangelo al bambino rapito dal suo castello.

Tenacia

La mamma è attenta al rapimento del suo bambino ma non dimentica il programma della giornata. La passeggiata, che era appena iniziata è ormai naufragata. Ormai è l’ora del bagno. L’ombrellone non è poi così lontano. Vista la pervicacia del bambino la mamma si azzarda a raggiungere i bambini degli ombrelloni vicini per radunarli nei pressi del suo operoso figliolo e vedere di indurlo a riprendere la normale successione delle attività di spiaggia: ah è importante la regolarità per i bambini! Così arriva la ciurma degli amichetti che gridando e saltando affrontano i cavalloni. Tutti i bambini, eccetto il nostro costruttore di castelli decorati! La mamma si agita: passi per la passeggiata ma il bagno no! Il bagno è sacro, e che ci andiamo a fare al mare sennò? Fa tanto bene il bagno! Tutti propositi sacrosanti, forse, ma la mamma non ha fatto i conti con la determinazione della sua creatura. Ah ma questa è insubordinazione allora, stiamo scivolando verso la disobbedienza! Sì forse, sta comunque di fatto che il bambino è ormai completamente preso dalla passione per la sua opera al punto da essere disposto alla disobbedienza. Sta esagerando?

Bernardino degli Albizzeschi, detto Bernardino da Siena, frate francescano del XIV secolo, amava esprimersi chiarozzo chiarozzo. Sottoposto a tre processi per eresia, rifiutò per altrettante volte la nomina a vescovoperché …

Se io ci fussi venuto come voi volavate che io ci venisse, cioè per vostro vescovo, egli mi si sarebbe serrata la metà della bocca.

Vedi, così sarei stato, che non arei potuto parlare se non co’ la bocca chiusa.

E io so’ voluto venire a questo modo per poter parlare così a la larga; che così potrò dire ciò che io voglio e potrò parlare più a mio modo d’ogni cosa.

(Predica XVIII)

Non credo che qualcuno si stupisca, il nostro mondo politico attuale è pieno di personaggi simili! Scherzi a parte – ci piacerebbe davvero non scherzare in proposito, per inciso – la distanza e l’autorevolezza del personaggio ci inducono a valutare in modo senz’altro positivo la sua insubordinazione. Che possiamo dire invece del nostro bambino che disubbidisce alla mamma? Che pensano gli educatori qui presenti? Come risolvere il conflitto fra la necessità di seguire il programma e l’opportunità di dar corso all’impulso del bambino?

Hacker contemporanei e etica hacker

Il primo hacker informatico

E cosa c ‘entrano gli hacker con tutto questo? Sembrerebbe poco, visto che la stampa, o meglio i cosiddetti media, li hanno dipinti come delinquenti, identificandoli con la cupa immagine di pirati informatici. Purtroppo l’informazione ufficiale, la mainstream information, informa sorprendentemento poco rispetto a quanto comunica e spesso informa anche male. Questo è accaduto con la figura dell’hacker.

In realtà il termine hacker è nato intorno agli anni Settanta nell’ambiente dei laboratori di ricerca informatica del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, una delle più prestigiose università americane. Ad essere precisi, il termine è nato in un circolo ricreativo del MIT dove i ricercatori, che notoriamente sono dei grandi giocherelloni, si baloccavano ricostruendo in continuazione un grande impianto di ferrovie modello. Presto il termine fu esteso al comportamento tipico del ricercatore informatico che vorrebbe mettere sempre le mani nel software che usa per toglierne i difetti o per migliorarlo.

Il primo grande hacker si chiama Richard Stallman. Dopo essersi laureato in fisica si dedicò alla ricerca in informatica. Fra gli anni Settantae gli anni Ottanta, Stallman decise di abbandonare il suo posto prestigioso di ricercatore presso il laboratorio di intelligenza artificiale del MIT per dedicarsi alla causa del software libero, free software, termine inventato da lui medesimo. Stallman è considerato il primo grande hacker poiché è un programmatore geniale con una grande passione per scrivere ottimo software. Tuttavia, oltre ad essere tecnicamente molto bravo, è anche molto sensibile a questioni di interesse pubblico e umanitario. L’idea del software libero gli venne perché, negli anni Settanta, si accorse che le industrie di apparecchi dotati di computer stavano iniziando a considerare il software un vero e proprio prodotto commerciale anziché un mero optional dei loro apparecchi è trovò insopportabile che qualcuno facesse del lucro su qualcosa che era costituito in sostanza da idee. Sì, perché il software non è altro che un modo di scrivere pensieri, è un’astrazione. Come tale, Stallman riteneva che qualsiasi prodotto software, appena concepito, dovesse entrare immediatamente a far parte del patrimonio culturale comune, cioè del cosiddetto pubblico dominio.

L’iniziativa di Stallman all’inizio fu considerata quella di un visionario e invece trovò presto tantissimi adepti, prendendo a crescere esponenzialmente sino ad oggi dove gli sviluppatori di software open source, il nome che si usa oggi per il software libero, si contano in decine di milioni. Non solo, il software open source è diventato un componente essenziale della tecnologia informatica ed ha costretto le più grandi aziende informatiche del mondo, le cosiddette aziende di Information Technology (IT) a rivedere alla radice il loro modo di produrre software e di venderlo ma su questo torniamo dopo.

Nasce il substrato adatto: Internet

Ma come ha fatto una cosa così strana a diffondersi così tanto? Sembra un evento in assoluta controtendenza visto che oggi sembra di dover pagare tutto, anche ogni respiro d’aria! La risposta è Internet. All’inizio non era Internet come la conoscete ora voi, fatta di browser, link e mouse, ma era una versione più castigata, fatta di tastiere e comandi astrusi scritti su terminali neri con scritte bianche disponibili solo nelle università e nei centri di ricerca. In quella fase iniziale tuttavia la grafica e la facilità d’uso giocavano un ruolo marginale perché chi si dedicava a queste cose non aveva difficoltà ad usare un computer. La chiave di volta della nascita del movimento open source si è rivelata essere invece la possibilità di potersi connettere ad una rete e scambiarsi con grande facilità informazioni e codici. L’idea del software libero di Stallman aveva senso proprio perché già negli anni Settanta qualunque ricercatore poteva spedire il proprio codice software a intere comunità di sviluppatori.

Il software open source e Internet sono due elementi fondamentali della tecnologia di oggi e sono nati quasi contemporaneamente, sviluppandosi di concerto: da un lato la rete Internet ha favorito lo scambio del software fra gli sviluppatori e dall’altro Internet stessa è costituita da componenti software open source. Forse a qualcuno può parere strano che Internet sia fatta anche di software, immaginandosi Internet come una moltitudine di computer collegati da cavi: si tende a pensare ai collegamenti, ai fili che in qualche modo collegano le macchine. Invece i collegamenti rappresentavano proprio uno dei problemi da risolvere perché ce n’erano, e ce ne sono, di tanti tipi diversi. Non solo, anche di computer ce ne sono tanti di tipi diversi. Già agli albori dell’informatica, negli anni Sessanta, i centri di ricerca e le università più grandi avevano la necessità di collegare i propri computer per scambiarsi i dati ma collegare tanti sistemi diversi era un vero e proprio incubo.

La grande innovazione di Internet è consistita nell’adozione di componenti software che consentivano a computer molto diversi fra loro di dialogare e scambiarsi dati di ogni tipo. Il progetto di Internet fu commissionato dall’esercito americano ad un gruppo di università negli anni sessanta con la missione di realizzare una nuova tecnologia in grado di far riguadagnare all’America il primato tecnologico messo in discussione dal recente lancio del primo satellite spaziale Sputnik da da parte dell’Unione Sovietica. Malgrado questa origine militare, negli anni Sessanta e Settanta in molti atenei americani si respirava un’atmosfera orientata a valori di libertà e di condivisione delle risorse, in parte per motivi di tradizione accademica e in parte per l’influenza dei nuovi movimenti sociali e politici. Questa atmosfera ispirò fin dall’origine l’architettura e la funzionalità di Internet.

Gli strati successivi di software che hanno arricchito la funzionalità di Internet, fino a giungere alle sofisticate interfacce grafiche di oggi, sono stati sviluppati in modo cooperativo con crescente facilità proprio grazie alla presenza di Internet stessa. Una sorta di ciclo virtuoso che, in parte, spiega la crescita esponenziale delle capacità di Internet. Intorno alla rete si è sviluppata così una sterminata comunità di programmatori diffusa in tutto il mondo: un esercito di hacker! Una comunità inizialmente costituita da ricercatori, nell’area dell’informatica e delle tecnologie di telecomunicazioni, ma successivamente anche studenti di ogni ordine e grado di scuole e anche di appassionati, che si è dedicata e si dedica allo sviluppo di qualche componente software per il puro divertimento di farlo e per la gratificazione di sapere che il risultato delle proprie fatiche è destinato ad essere utilizzato da comunità anche vastissime di utenti. Torneremo successivamente su questo concetto di gratificazione.

Il secondo grande hacker

Ora che conosciamo il primo grande hacker vale la pena di menzionarne un altro che è diventato estremamente famoso: Linus Torvalds, il creatore del sistema operativo Linux. Nel 1991, ancora studente di informatica a Helsinki, distribuì un messaggio in Internet rivolto alla comunità di tutti coloro che si occupavano di sistemi operativi, dicendo che aveva iniziato a scrivere un sistema operativo Unix che poteva funzionare nei personal computer. Il sistema operativo è il software che serve a dare le funzionalità di base in un computer. Il più noto è Windows, molto diffuso, costoso e poco stabile. Ebbene, Linus Torvalds si era messo in testa di scrivere un sistema operativo uguale a Unix, che da oltre vent’anni veniva usato sui grossi computer nei laboratori di ricerca e nelle università di tutto il mondo, ma in una versione che potesse essere ospitata dai piccoli Personal Computer che ormai iniziavano a diffondersi un po’ ovunque. Il motivo stava nel fatto che Windows è sempre stato piuttosto instabile mentre Unix era ormai da tempo un sistema molto robusto.

La cosa veramente rivoluzionaria fu il fatto che Linus non si limitò a dire che cosa aveva fatto ma distribuì liberamente il frutto della sua fatica. Un comportamento che sarebbe parso del tutto dissennato dal punto di vista di un’azienda di software. In sostanza Linus era un hacker che aveva aderito alla proposta di Richard Stallman di diffondere liberamente il proprio software. L’adesione di Linus al progetto di Stallman ebbe anche risvolti pratici perché utilizzò molti componenti software di Stallman. Il nuovo sistema operativo, noto con il nome di Linux e talvolta anche con quello di GNU/Linux perché GNU rappresenta la parte realizzata da Stallman, si è sviluppato e diffuso in tutto il mondo ad un ritmo assolutamente imprevedibile. Si può tranquillamente dire che un fenomeno del genere non si era mai verificato prima. La prima versione del sistema Linux che Linus diffuse nel 1991 era scritta, all’incirca, in 10000 righe. Ragionando in modo molto approssimativo un libro tascabile di 250 pagine. Da quel punto in poi il sistema operativo iniziò a crescere a dismisura grazie alle aggiunte e alle integrazioni che programmatori, hacker cioè, di tutto il mondo scrivevano freneticamente. Nel 1995 aveva raggiunto la dimensione di 250000 righe e nel 2000 di dieci milioni di righe, che vuol dire un crescita di 25 volte nel 1995 e di 1000 volte nel 2000!Proprio quella che si chiama una crescita esponenziale!

Il fenomeno di Linux e di tanti altri software che sono cresciuti intorno ad esso, è andato ben al di là del prevedibile investendo l’industria informatica internazionale, la cosiddetta Information Technology, come un tornado che ha costretto le più grandi multinazionali a trasformare radicalmente il proprio modo di fare ricerca, di produrre e di stare sul mercato. Vedremo alla fine qualche esempio.

Etica hacker

Prima vorrei però mettere bene in evidenza il comportamento dell’hacker. Spesso a questo punto mi viene fatta una domanda: Stallman e Linux saranno diventati ricchi dopo avere creato una cosa così rilevante? La risposta è no. Sono due persone che fanno una vita completamente normale, non credo che versino in condizioni disagiate ma non sono assolutamente diventati dei nababbi come per esempio è il caso di Bill Gates, il creatore della Microsoft. Il punto che mi preme mettere in evidenza è che queste persone non hanno fatto niente per trarre profitto dalle loro creature, preferendo lavorare perché queste crescessero nel modo più libero e condiviso possibile.

Stallman e Torvalds non sono due eroi bensì due tipici esempi di hacker, fortemente motivati a creare qualcosa di nuovo e utile per la comunità facendo una cosa molto divertente. L’hacker è molto curioso ed è sensibile a situazioni inusuali o inaspettate, subito disposto a buttarsi a capofitto su un nuovo problema; lavora con grande passione ai progetti che intraprende; non si lascia intimorire per niente dalle opinioni comuni o dalle gerarchie, potendo assumere molto facilmente atteggiamenti di insubordinazione agli ordini costituiti, per così dire. Vale a dire: stupore, passione e tenacia, le caratteristiche di cui abbiamo discusso nella prima parte e, che a ben vedere, sono proprie di qualunque persona che svolga attività di tipo creativo.

La comunità degli hacker, estremamente disomogenea e sparpagliata in tutto il mondo, è talmente vasta da dar sostanza al concetto di Etica Hacker. Un modo di lavorare ma anche di vedere la vita, dove passione e piacere di condivisione superano quello del successo economico, della carriera. Non a caso si parla di etica e il tema dell’etica hacker è diventato un argomento di interesse sociologico. Si inizia a trovare letteratura sull’argomento. Per esempio L’Etica hacker di Pekka Himanen (Feltrinelli, 2003) propone una descrizione esauriente e anche divertente che analizza il fenomeno sociale ma avvicina anche il lettore al pensiero di un hacker. Vi sono anche analisi più prettamente sociologiche, comeUn manifesto hacker di Wark McKenzie (Feltrinelli, 2005) che rivisita la descrizione della società in classi, ridefinendole ex novo rispetto a quelle classiche che derivano dal pensiero di Marx. Un saggio molto interessante in proposito è”Felicità privata e felicità pubblica” di Albert Hirschman (il Mulino, 1983). Scritto quando ancora non esistevano né gli hacker né il software open source, in realtà analizza dal punto di vista sociologico le motivazioni che inducono i singoli a dedicarsi ad attività di interesse collettivo.

Dagli argomenti di Hirshman vorrei riprendere un punto che serve a caratterizzare ulteriormente il comportamento di un hacker e la sua etica. La tesi fondamentale del libro concerne l’esistenza nelle nostre società di un’alternanza relativamente regolare fra periodi di preoccupazione intensa per i temi pubblici e periodi di concentrazione prevalente su obiettivi di benessere privato. Fra le motivazioni che possono indurre un individuo a dedicare parte delle sue energie ad attività di interesse collettivo, Hirshman annovera la gratificazione intrinseca all’attività medesima: quando si lavora per uno scopo di natura privata è solitamente facile distinguere una fase preliminare dove l’individuo sostiene l’onere di un’attività con la prospettiva di goderne il frutto in una fase successiva, prima la fatica e poi il premio; quando si lavora per una causa comune spesso è il lavoro medesimo a costituire la gratificazione, alimentata dal sentimento di partecipazione e utilità alla collettività.

La gratificazione insita nello svolgimento del lavoro gioca un ruolo molto importante nella mentalità di un hacker perché causa un marcato alleggerimento del desiderio di una qualche altra remunerazione, come la remunerazione di natura economica che accompagna qualsiasi altra forma di lavoro. L’hacker è socialmente motivato dal piacere di partecipare ad un’impresa di interesse collettivo ed è, in misura variabile ma spesso marcata, disinteressato ad un ritorno economico.

Ed ecco la seconda domanda tipica: come fanno a vivere gli hacker se non guadagnano? Probabilmente vi sono molte eccezioni ma è certo che la grande maggioranza dei programmatori di software open source è costituita da giovani. Vi sono studenti che programmano per esercizio perché serve per i loro studi. Altri per divertimento, vi sono del resto tantissimi giovani che dedicano cospicue energie ad una loro passione. Quando si lavora con passione si possono conseguire risultati straordinari. Linus Torvalds scrisse le sue famose diecimila righe di codice in pochi anni, mentre studiava informatica. Vi sono tuttavia anche molte persone che sviluppano un software open source perché è utile nella loro professione. Apache, il miglior software per Web server, è scritto da tecnici che lavorano in aziende di telecomunicazioni. Vi sono radiologi che hanno il pallino della programmazione e che hanno creato delle splendide applicazioni per l’elaborazione delle immagini mediche oppure medici che hanno scritto applicazioni per la gestione di uno studio medico. Altre volte i programmi open source sono prodotti da aziende software che offrono una versione sotto forma open source e poi commercializzano altre versioni per particolari mercati.

Come si vede, il campionario dei possibili contributori al grande mondo dell’open source è molto ampio. Ognuno di questi singoli casi, se considerato per conto suo, sembra molto particolare e decisamente improbabile ma qui entra in gioco la magia dei grandi numeri: se il numero dei casi è molto grande ciò che è improbabile diviene certezza. L’elemento fondamentale alla base del successo di vari fenomeni di Internet è la massa critica che è quella massa oltre la quale circostanze altrimenti improbabili diventano certezza: quando si supera la massa critica compaiono fenomeni nuovi.

È molto difficile reperire stime plausibili del numero totale di sviluppatori open source. Possiamo tuttavia fare un rapido conto che ci dà un’idea delle dimensioni del fenomeno considerando la crescita di Linux. Se confrontiamo i dieci milioni di righe di codice di Linux nel 2000 con le diecimila righe scritte inizialmente da Linus Torvalds, e se ammettiamo che gli altri sviluppatori fossero altrettanto produttivi otteniamo che il loro numero si deve essere aggirato intorno a mille. Probabilmente sono ancora di più perché è probabile che molti contributi siano più contenuti di quello di Linus. Se poi consideriamo che oramai il sistema operativo Linux è diventato una parte molto piccola di tutto il software open source che gira per il mondo, ci si può immaginare quanto possa esser grande questa comunità.

C’è una terza perplessità che viene tipicamente manifestata da coloro che hanno interessi consolidati nella produzione commerciale convenzionale del software, il più noto dei quali è Bill Gates, l’artefice del successo della Microsoft: il fenomeno del software open source è assimilabile al comunismo perché insidia il meccanismo di produzione di beni fondato sul libero mercato. In altre parole, i comunisti attaccano il sistema cammuffati da innovatori tecnologici.

È un’osservazione molto superficiale. In realtà l’etica hacker è antitetica rispetto al comunismo perché mette al centro l’iniziativa degli individui mentre i tentativi storici di attuazione del comunismo hanno sofferto, fra le altre cose, dell’assenza di incentivi per i medesimi. Il comunismo aveva ricondotto tutto alla disponibilità di beni e servizi materiali, in realtà non di soli beni e servizi vive un uomo bensì anche e, forse, principalmente, di aspirazioni, obiettivi, sogni. Per realizzare la cosiddetta dittatura del proletariato, il comunismo ha bisogno di realizzare una struttura rigidamente gerarchica e centralizzata. Niente di più lontano dalla psicologia dell’hacker cheha bisogno di libertà come dell’aria, e che è perfettamente cosciente di essere profondamente integrato in un libero mercato e di averne anzi bisogno. Come abbiamo accennato poco sopra, vi sono sviluppatori di softwareche realizzano un’applicazione open source ma a fianco di questa ne sviluppano anche delle versioni distribuite in un normale contesto commerciale, con un ampio spettro di possibili modalità. Vedremo nella terza parte che l’industria stessa ha iniziato ad accettare il modello di sviluppo open source.

Possiamo quindi tranquillamente sostenere che l’etica hacker non è una rivisitazione del pensiero comunista bensì una creatura generata dal libero mercato che ha potuto manifestarsi non appena si è resa disponibile una infrastruttura di rete adatta alla diffusione ed allo scambio ubiquitario delle idee e, in particolare, del software.

I fatti che hanno portato alla comparsa del software open source e dell’etica hacker rappresentano indubbiamente un fenomeno di grande rilevanza sociale ma stanno portando anche conseguenze dirompenti nella realtà economica a livello planetario alle quali dedichiamo la terza parte di questa discussione.

Qualcosa sta cambiando

Un episodio sorprendente in una grande industria lontano dal mondo del software

Rob McEwen, si è ritrovato ad essere CEO (Chief Executive Manager, cioè amministratore delegato, insomma il capo) della Goldcorp Inc., una importante azienda canadese di estrazione dell’oro, in un momento di grande difficoltà per l’azienda che nel 1998 stava lottando per sopravvivere stretta fra debiti e costi di produzione eccessivi. L’unica soluzione reale poteva essere estrarre più oro a costi inferiori, insomma bisognava trovare nuovi giacimenti e se possibile buoni.

Ad aggravare, apparentemente, la situazione c’era il fatto che Rob McEwen non sapeva niente di di questioni geologiche. McEwen era arrivato in quella posizione grazie alle sue brillanti capacità di manager ma non aveva una preparazione specifica ed era assai isolato in un consiglio composto di esperti in tecniche minerarie e geologia. Era tuttavia un tipo deciso e convinse i suoi collaboratori che era assolutamente necessario trovare nuovi giacimenti e tentare una nuova campagna di saggi per verificare la loro presenza.I risultati dei sondaggi furono buoni ma i tentativi di estrarre l’oro promesso fallirono.

McEwen si prese una pausa di riposo andando a frequentare dei seminari al MIT dove gli capitò di udire la straordinaria storia dello sviluppo di Linux. Fu folgorato dall’idea che una moltitudine di programmatori indipendenti avesse potuto sviluppare un sistema operativo competitivo con quelli commerciali. Tornò in Canada determinato a realizzare un’idea pazzesca: diffondere in Internet tutti i dati geologici di un terreno in possesso dell’azienda nella speranza di trovare qualche esperto in grado di dare delle indicazioni utili in cambio di un premio in denaro. L’idea sconvolse i geologi perché non c’è niente di più segreto in un’azienda di estrazione mineraria. Una cosa che nessuno avrebbe preso in considerazione. La situazione era tuttavia così pesante che il consiglio di amministrazione della Goldcorp fu costretto ad accettare e nel marzo 2000 fu lanciato il “Goldcorp Challenge” con un monte premi totale di oltre mezzo milione di dollari. Un vero e proprio salto nel vuoto!

La reazione del popolo di Internet fu sorprendente. Già nelle prime settimane iniziarono a giungere proposte dalle origini più disparate e non solo da geologi come ci si sarebbe aspettato ma anche da matematici o semplici studenti con una varietà di metodi che i tecnici delle Goldcorp non avrebbero nemmeno potuto immaginare. I risultati furono stupefacenti: i concorrenti avevano identificato 110 possibili siti da scavare, la metà dei quali non erano mai stati identificati dai tecnici dell’azienda. Più dell’ottanta percento di questi nuovi siti si rivelarono ricchi del prezioso elemento. E non si è trattato di un fuoco di paglia. Nel giro di tre anni il fatturato della Goldcorp è passato da 100 milioni di dollari a 9 miliardi, crescendo quasi di cento volte. Chi avesse investito 100 in azioni Goldcorp nel 1993 si sarebbe ritrovato con 3000 dollari nel 2006!

Una situazione molto diversa da quella della produzione di software. La peculiarità e l’evanescenza del software, fatto alla fin fine di sole idee, potrebbe in parte giustificare la stranezza del fenomeno dell’open source. L’esempio della Goldcorp, ci mostra invece che c’è qualcos’altro perché il loro problema non era per niente evanescente bensì piuttosto concreto, direi unbrutale problema industriale. E qual è stata la grande novità introdotta per risolvere questo problema? L’idea di cedere una parte della propria Proprietà Intellettuale in cambio di soluzioni al problema. Questa è un’idea che altre grandissime industrie hanno applicato recentemente in altri contesti con molto successo. Ne vedremo un altro esempio successivamente.

Software open source e industria

Torniamo ora un attimo sul software perché al punto in cui avevamo lasciato la storia potrebbe parere sì un fenomeno di grande respiro ma sostanzialmente di natura sociale. Questo sarebbe vero se il primo grande prodotto open source, il sistema operativo Linux, fosse rimasto una curiosità pur piacevole ma non in grado di intaccare le posizioni dei grandi prodotti di riferimento dell’industria del software. Invece non è così, anzi, è successo proprio il contrario. Linux si è rapidissimamente affermato come un prodotto di punta per la sua qualità.

Ormai tanti navigano in Internet. In tanti si sono abituati a riconoscere quelle paroline colorate sulle quali il cursore del mouse diventa una manina la quale sta ad indicare che se si fa clic si sprofonda in un tunnel che magicamente ci può portare in un’altra pagina, una pagina che può trovarsi ovunque. Questo è l’ipertesto, un testo che ci può far saltare da un mondo all’altro premendo un tasto ma non solo in senso figurato. Infatti quando si fa clic su una parola di ipertesto, cioè su un link, andiamo a frugare nel disco rigido di un computer che può trovarsi in qualsiasi parte del mondo. È un po’ come fermare con un dito un mappamondo che gira avendo gli occhi chiusi. Ebbene, su 100 clic che facciamo, circa 70 sono serviti da computer sui quali funziona Linux ed altro software open source. In altre parole, il 70% circa dei web server, i computer che offrono le pagine Web, funziona con software open source. Una percentuale così elevata riferita all’intero scenario mondiale significa che il software open source è stato scelto da organizzazioni di ogni tipo, private e pubbliche, piccole e grandi.

Tuttavia la notizia in assoluto più inaspettata fu l’annuncio fatto dal CEO di IBM, Louis Gerstner, nel 2001 di voler investire un miliardo di dollari nell’adozione del sistema operativo Linux in tutte le tipologie di computer venduti dall’azienda coinvolgendo in tale attività circa 1500 dipendenti. Ancora più sorprendente fu l’annuncio diffuso l’anno successivo con il quale IBM dichiarava di avere già recuperato quasi per intero questo enorme investimento. Se c’è un’azienda che nel mondo incarna più di tutte le altre l’immagine di una grandissima multinazionale, già da più di mezzo secolo protagonista delle più importanti innovazioni tecnologiche in settori strategici dell’economia, questa è senza ombra di dubbio IBM. Presente sul mercato dal 1917, per vari decenni ha rappresentato la base di qualsiasi investimento di natura finanziaria.

Sembra una favola eppure è una storia già archiviata. È ormai un fatto acquisito: IBM si è calata nei panni di un pari fra i pari che sviluppano open source, rinunciando in ampi settori dello sviluppo software al modello convenzionale di sviluppo e produzione di tipo centralizzato e rigidamente gerarchico. Comportandosi come se fosse un qualsiasi singolo sviluppatore open source, IBM reintroduce brevetti software nel circuito open source per un valore di diverse decine di milioni dollari all’anno.

Riemerge così il concetto che abbiamo citato prima descrivendo le vicende della Goldcorp: una grande azienda cede parte della sua Proprietà Intellettuale in cambio di soluzioni.

Industria e ricerca: the world is your R&D department

Vediamo un altro esempio di grande rilevanza: la gestione del settore ricerca e sviluppo (R&D: Research and Development) di una grande industria farmaceutica, la Procter & Gamble. Un’azienda farmaceutica da quasi 80 miliardi di dollari di fatturato. Un colosso dell’industria internazionale.

Innovazione è la parola chiave per tutte le aziende oggi ma in particolare per quelle attive in settori ad alto tasso tecnologico. Il reinvestimento di una buona quota di utili nel reparto ricerca e sviluppo, il cosiddetto R&D department, è un fattore di importanza primaria per il successo di un’azienda. Dei 140000 dipendenti della Procter & Gamble, 9000 sono ricercatori e circa il 4% del valore delle vendite viene investito nel reparto ricerca e sviluppo.

Nel 2000 l’azienda si trovò in difficoltà e la sua quotazione in borsa precipitò di conseguenza. Fra le azioni intraprese per tornare a galla vi fu una coraggiosa e innovativa politica di ricerca: l’azienda decise di offrire in Internet alcuni dei problemi per i quali stava cercando una soluzione. Offrire il problema vuol dire pubblicizzare i termini del problema e quindi anche una serie di informazioni che tradizionalmente le aziende conservano gelosamente. L’iniziativa ha avuto un successo sorprendente. Grazie a questo nuovo approccio la produttività del reparto R&D è cresciuta del 60%. Conseguentemente, le quotazioni in borsa della Procter & Gamble sono raddoppiate.

I manager dell’azienda sostengono che le dimensioni dell’azienda e la competitività del mercato sono tali che anche un esercito di 9000 ricercatori rischia di essere insufficiente. Stimano che per ogni ricercatore in azienda ve ne siano almeno altri 200 con competenze e capacità perlomeno analoghe in giro per il mondo e disponibili a rispondere ad una richiesta in internet, come dire di disporre di un organico pari a 1.8 milioni di ricercatori!

Il caso della Procter & Gamble è il più eclatante ma vi sono molti altri esempi. La cosa interessante è che le aziende si stanno accorgendo che una maggiore apertura crea occasioni favorevoli. Nessuno ovviamente può pretendere che gli attori inun libero mercato basato sulla competitività simettano a regalare qualcosa. Il punto è che convenzionalmente le idee venivano per così dire segregate per molti anni nel patrimonio intellettuale di ciascuna azienda, la cosiddetta Intellectual Property (IP). Questo approccio era nato per proteggere gli investimenti delle aziende ma ora ci si sta accorgendo che, oltre un certo limite, la tendenza a proteggere per tempi eccessivi il patrimonio intellettuale ostacola molto il tasso di innovazione del quale peraltro hanno tutti molto bisogno.

È così che stanno comparendo in Internet meccanismi per lo scambio delle idee, una sorta di piazze virtuali dove si posso offrire soluzioni in cerca di problemi oppure quesiti in cerca di soluzioni.Un esempio del primo tipo è yet2.com, un ambiente Web nel quale le aziende possono offrire le tecnologie in loro possesso che altre aziende potrebbero trovare utili per risolvere problemi anche molto diversi; invece l’ambiente InnoCentive è un esempio del secondo tipo poiché consente alle aziende di offrire dei problemi ad eventuali solutori in giro per Internet.

Sono tutti fenomeni che conducono ad una gestione più liquida del patrimonio intellettuale delle aziende al fine di migliorare le capacità di innovazione di tutti e da cui tutti traggono beneficio.

Collaborazione in un opera culturale

Wikipedia è un’enciclopedia disponibile in Internet che ha la caratteristica di essere scritta dai lettori medesimi. Chiunque può aggiungere una voce o correggerne un’altra, è sufficiente iscriversi, ci vuole un attimo e non costa nulla.

Vediamo prima di tutto come è nata. Nel 1998 Jimmy Wales dette vita al progetto Nupedia: una enciclopedia in Internet alla quale chiunque poteva contribuire con un articolo che doveva superare il vaglio di una commissione di revisori, un meccanismo analogo a quello utilizzato per la pubblicazione degli articoli sulle riviste scientifiche. Il progetto richiese un investimento di 120,000 dollari e nel primo anno di vita furono pubblicate 24 voci. Un fallimento per qualcosa che si propone di essere un enciclopedia.

Wales giocò una carta molto azzardata abolendo il processo di revisione. Cambiò nome al progetto chiamandolo Wikipedia (contrazione di Wiki, un sistema di pagine Web facili da modificare, e enciclopedia), chiunque poteva aggiungere una nuova voce o correggerne una esistente senza nessuna commissione di controllo. Il progetto esplose: nel primo mese furono pubblicati 200 articoli, nel primo anno 18000. Oggi Wikipedia offre oltre 9 milioni di articoli in 253 lingue. La versione in inglese consta di oltre 2 milioni di voci, quella in italiano quasi 400000 voci. Un fenomeno difficile da ignorare.

È inevitabile porsi la domanda di quanto possa essere affidabile un sistema del genere. Sta di fatto che si instaura un meccanismo automatico di selezione positiva degli articoli. La questione è indubbiamente di notevole interesse sociologico e certamente dipende in modo cruciale dal superamento di un’adeguata massa critica. Possiamo commentare il meccanismo dal punto di vista del singolo utente. Chi prende a contribuire scrivendo e correggendo degli articoli, tende a provare gratificazione per la partecipazione ad un’opera di interesse collettivo. Nasce così in questi soggetti un marcato desiderio che le voci siano accurate e, normalmente, le informazioni scorrette vengono corrette molto rapidamente. È chiaro che non vi è la certezza dell’accuratezza di una voce ma non vi è dubbio che la correttezza dell’insieme delle voci sia molto alta. Del resto, anche il livello di accuratezza di un’enciclopedia convenzionale non è assoluto e in generale i libri di testo di ogni tipo sono tutt’altro che privi di errori.

In proposito, alla fine del 2005, la più prestigiosa rivista scientifica del mondo, Nature, pubblicò un articolo dove si descriveva il risultato di un confronto fra un certo numero di voci su Wikipedia e le corrispondenti voci sulla più famosa enciclopedia tradizionale, la Britannica. Il risultato fu sorprendente perché fu trovata la stessa quantità di errori concettuali nelle due enciclopedie. L’articolo fu molto discusso e naturalmente emerse che il confronto aveva una validità limitata per via della natura diversa delle due opere. Tuttavia, non vi è dubbio che, data per scontata tale diversità, la ricchezza e l’affidabilità di Wikipedia rappresentano un fenomeno assolutamente sorprendente e di grande rilevanza perché è un dato di fatto che Wikipedia sia oggi una fonte di informazioni alla quale attingono un grandissimo numero di persone nel mondo.

Tiriamo le fila

Gli esempi precedenti si riferiscono a contesti molto diversi ma devono certamente tutti la loro esistenza alla disponibilità di un’infrastruttura di rete quale è Internet come la conosciamo oggi. Vorrei chiarire tuttavia che non è solo questione della disponibilità di un nuovo strumento ma dell’emergenza di un nuovo modo di pensare e di collocarsi nel contesto sociale e nel mondo del lavoro. Un pensiero che trova le sue origini nella cultura hacker ma che sta perfondendo il mondo delle grandi organizzazioni. Recentemente è stato coniato un termine per esprimere questo fenomeno: wikinomics, contrazione di wiki e economics, ovvero economia collaborativa. Wikinomics è il titolo di un libro (Portfolio – Penguin, 2006) che ha avuto molto successo e che evidenzia quattro elementi del tutto nuovi che caratterizzano la wikinomics rispetto alla economics:

1) Apertura (openness): tendenza a rendere più accessibili le proprie idee o il proprio patrimonio intellettuale

2) Orizzontalità (peering): minore enfasi sull’organizzazione gerarchica e accettazione della collaborazione fra pari in certi contesti

3) Condivisione (sharing): disponibilità a condividere i risultati del proprio lavoro

4) Azione globale (acting globally): attitudine a rivolgere i propri messaggi o i propri prodotti a comunità molto allargate, se non planetarie.

Ho citato solo unpiccolo numero di esempi ed ho tralasciato di descrivere i fenomeni di natura sociale, quali quello delle comunità emerse intorno a strumenti di social networking come MySpace, Facebook, Twitter e tanti altri. È un argomento talmente vasto che richiederebbe un’altra intera discussione solo per scalfirne la superficie.

Giusto per dare un’idea della rilevanza del tema mi limito qui a citare il dibattito online che sta avendo luogo in questi giorni sulle pagine Web dell’Economist sulla seguente proposizione:

 

Social networking technologies will bring large [positive] changes to educational methods, in and out of the classroom.

 

Il dibattito è interessante sia per la modalità di svolgimento che per l’argomento, in particolar modo per tutti i soggetti interessati al mondo della scuola.

[16 gennaio: purtroppo il link non è più attivo]

Qui ho preferito svolgere il discorso collegando il tema dell’etica hacker, visto da una prospettiva individuale, ad alcuni grandi fenomeni che hanno avuto luogo recentemente nel mondo dell’economia internazionale, che sembra sempre più così lontano dalla realtà dei singoli. La speranza è quella di avere suggerito che qualcosa forse sta cambiando, che forse vi sono dei tratti positivi in questi cambiamenti e che può valere la pena di seguire gli eventi, specialmente per i giovani ed i loro educatori.

9 thoughts on “Etica hacker

  1. Francesco Mastriani (@framastriani) says:

    Ho letto con attenzione il post sull’etica hacker … e da persona abbastanza ignorante di concetti informatici mi ha sorpreso molto in positivo leggere di cio’che hanno fatto i due primi hacker e della profonda utilità che puo’avere questo sistema gratuito di scambio di idee , opinioni e di soluzioni ai problemi che possono avere le aziende ma anche il singolo individuo su qualsiasi argomento fornitoci da internet e dai software .

  2. Andreas says:

    @Ilaria

    Più o meno la faccenda sta così: Wikipedia si differenzia dalle altre entità colossali che dominano il cyberspazio, quali Google o Facebook, per il fatto che non sono una grande azienda bensì una piccola organizzazione che si limita alla gestione essenziale. Il grosso del lavoro è fatto da volontari in giro per il mondo:

    Google might have close to a million servers. Yahoo has something like 13,000 staff. We have 400 servers and 95 staff.

    Purtuttavia hanno dei costi, soprattutto di hosting nei server che offrono il servizio e quindi talvolta rischiano di non farcela. Si basano sulle donazioni. Io ho donato perché a me Wikipedia ha donato moltissimo senza esigere niente in cambio, nemmeno la mia identità – parleremo di questo nella prossima settimana.

  3. Ilaria Foschi says:

    Ho molto apprezzato questa lettura, da ignorante quale sono sulle tecnologie informatiche, mi sono sentita arricchita da queste spiegazioni anche perché è un argomento che mi incuriosisce molto. A proposito della questione del guadagno, è vero che la maggior parte delle persone lo fanno per i motivi che lei già ha elencato ma come può spiegarmi la recente richiesta di denaro da parte dei fondatori di Wikipedia? Sicuramente una persona che gestisce un sito di questo tipo non può trasformarlo in un lavoro, o sbaglio?

  4. Ciambello says:

    Ho letto questo post quando avrei dovuto studiare matematica, ma non sono riuscito a fermarmi (per fortuna). È un tema così affascinante! Come può la scuola formare persona in grado di adattarsi a questo nuovo modo di pensare e prepararle a condividere e collaborare? Sono doti molto personali che non tutti hanno, o almeno non mostrano con facilità.

    P.S.: il link dell’Economist non va più

  5. Andreas says:

    In un certo senso sì. Tuttavia la parola socialismo è ormai “consumata”, nel senso che in molti diventa una specie di trappola che fa scattare un meccanismo di difesa, e questo ottenebra la mente. Meglio usarla poco …

  6. ledygàgami says:

    Ma se la realizzazione delle idee è sempre più affidata alla tecnologia. Se le idee sono sempre più liberamente condivise. Se anche le risorse cominciassero ad essere condivise più equamente, ci staremmo avviando a nostra insaputa verso una specie di “socialismo reale positivo”…
    luciano

  7. alivin70 says:

    @donatella
    Wikipedia e’ l’esempio piu’ lampante di come l’accesso condiviso e trasparente alle informazioni permetta ad una vasta comunita’ di condividere la propria conoscenza mettendola a disposizione di tutti.
    E’ proprio la trasperenza del processo di aggiornamento di Wikipedia che ribalta il concetto “Cicero pro domo sua”. Ogni modifica e’ sottoposta agli occhi di migliaia di utenti e l’interesse degli autori e’ quello di creare voci di qualita’.

    Wikipedia e’ oggi la migliore enciclopedia del mondo alla quale ognuno puo’ contribuire con la sua conoscenza e tutti possono usufruirne, contribuendo con aggiunte e correzioni.

  8. Donatella says:

    Se ho capito bene, le voci di Wikipedia non vengono “adottate”, ma è possibile intervenire liberamente e senza “censura”.
    Non credi che questo possa favorire una prassi del tipo “Cicero pro domo sua”?

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