Scoprendo e riscoprendo… [4] (fabbricare mondi)

Sì, è interessante la presentazione trovata e proposta da Luisella nel suo post Evoluzione dei media ai tempi di Twitter.

In quella presentazione l’autore conclude (condivido abbastanza, non proprio tutto) che:

  • La crisi dei media tradizionali non deriva dagli andamenti del mercato, ma da ragioni più profonde, innescate dalle nuove tecnologie
  • Perdono audience i media a “forma lunga” (il libro, il cinema…), e prevalgono i media a “forma breve”
  • … immediatamente accessibili in mobilità, aggiornati in tempo reale, e contestualizzati
  • L’overload informativo rende impossibile un approccio strutturato alla nostra [in]formazione -> serendipità, multitasking
  • Abbiamo ottenuto una totale libertà di esprimerci e di raccontarci pubblicamente, in cambio di una perdita complessiva di controllo sull’attendibilità dell’infosfera
  • Gli storici del futuro non avranno vita facile…

e propone due pensieri…

Daily: la discussione sulle connessioni si protrae

Sociogramma 8 aprile 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.
Sociogramma 8 aprile 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.

Giornataccia con poco tempo a disposizione. Mi limito a segnalare la mia risposta ad un corposo commento di Matteo sulla faccenda delle connessioni. La mia risposta è poco più giù, subito dopo un commento di Mariaserena.

 

Daily: connessioni

Sociogramma 29 marzo 2011
Sociogramma 29 marzo 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.

Ha fatto bene erezjames a esprimere le sue perplessità sulle questioni sollevate da “Coltivare le connessioni”, oggetto dell’assignment 3. Ottimo. Le posizioni contrastanti sono molto utili.

Qui commento uno dei punti sollevati nel suo post:

Si sono decontestualizzate le immagini, le sensazioni, i tempi tecnici di presa di coscienza di sé, ma è probabile che tutto questo sia a discapito della totalità e della profondità della conoscenza. Oggi è possibile dissipare ogni minimo dubbio digitando qualsiasi parola sul motore di ricerca, ma spesso il risultato è la frammentarietà della conoscenza, che può sfociare nell’impossibilità di avere una visione d’insieme.

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Assignment 3: coltivare le connessioni

Immagine di una lavagna con su scritto "Coltivare le connessioni"

Inutile cercare il manuale per conoscere il cyberspazio. Inutile cercare un corso. Se ne trovate uno è sicuramente gestito da un imbonitore. Sarebbe come limitarsi a studiare la segnaletica stradale per esplorare il mondo: la prima volta che ti trovi in un bosco ti perdi. A dire vero, non solo nel cyberspazio, ma non ci possiamo allargare troppo qui.

E come si fa a esplorare? Non esistendo regole da imparare occorre continuamente confrontare il particolare con il generale, come fa il pittore accorto. Agire ora in un particolare ora in una altro, ma presto alzare la testa rapportando il piccolo con il tutto, se si vuole anche, il gesto concreto con quella che chiamiamo teoria. E poi di nuovo sul particolare.

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Tentando di far funzionare la scuola …

Riporto qui la lettera ricevuta da Stefania Carioli, studentessa del corso di laurea in Teorie della Comunicazione (dove “insegno” una cosa che si chiama Tecnologia della Comunicazione Online). Stefania, insegnante di scuola primaria, narra di come stia travasando l’esperienza fatta nel nostro corso in una sua classe.

Non lo so spiegare bene, ma nessuna pubblicazione, nessun problema risolto o titolo ricevuto mi ha mai dato tanta soddisfazione come la testimonianza di una qualche conseguenza concreta di ciò che vado cercando di realizzare in queste vicende di insegnamento.

Quando storie di questo genere, si riferiscono poi ad esperienze fatte con i bambini delle scuole elementari per me è il massimo …

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Assignment 4: Feed, Personal Learning Environment

Abbiamo introdotto i feed come uno strumento che serve a tenere d’occhio i siti web che ci interessano, uno strumento tecnico insomma.

In realtà l’impiego dei feed ha implicazioni ben più profonde che sono connesse ad un altro concetto, il Personal Learning Environment, che travalica parecchio l’ambito tecnico.

Vi chiedo di leggere un articolo che ho scritto su questo tema.  È lungo (!) quindi non vi darò nuovi assignment per una settimana. Poi potete scrivere un post sull’argomento.

Leggere l’articolo e scrivere il post non è obbligatorio ma vale parecchio, specialmente se il post è scritto “di pancia” 😉

Il link che vi ho dato punta a Scribd, un social network che chiunque può usare per diffondere liberamente i propri testi. Emerge quindi il concetto che social network non è solo Facebook. Ne troveremo degli altri.

messaggio liofilizzato sul corso nella bottiglia

nutrito e assai confortato dai pensieri di varie persone libere
per esempio vicino e recentemente da

Gianni Marconato
Maria Grazia Fiore

Noa Carpignano

(alcuni maestri lontani li ho nominati un’altra volta)

soffocato nelle spire degli adempimenti banali
impedito dal pensiero lento
liofilizzo in poche righe l’idea che mi ronza nella mente

quella cosa che si chiama
qua informatica di base
là tecnologia della comunicazione online
più in là ancora editing multimediale

e che mi è cresciuta fra le mani

ricercando l’insegnamento
insegnando la ricerca

ebbene, quella cosa è un corso open source
di fatto

ne ha già completamente la natura
quindi
può essere gettata nell’oceano come un messaggio nella bottiglia

messaggio scritto con un tizzone spento preso dal fuoco di ieri
su un pezzo di carta ripianata recuperato dal cestino
messo nella bottiglia di vino finito stanotte
di sugheri era già pieno il cassetto

insomma, un corso fatto con quello che c’è
tutti componenti open o quasi
blog
wiki
aule virtuali
altro
tutte cose di cui è ormai ricca la rete

budget annuale due o trecento euro
giusto per concedersi qualche lusso

totale indipendenza da ciascuno di questi servizi
morto uno si passa ad un altro

un corso sospeso fra

minimalismo del “programma”
profondità dell’esperienza

segna coloro che credono in quello che fanno
non costa quasi niente ma ha valore espresso da molte centinaia di
messaggi
post
commenti
valutazioni

questo corso è germogliato nell’università
è vero
ma non ne avrebbe più alcun bisogno eccetto che per una cosa:
ha bisogno degli studenti che passano di lì perché un percorso obbligato glielo impone

questo è il filo ormai tenue che ancora mi lega all’università
altro no
purtroppo

la domanda è quindi una sola:

come fare a raggiungere coloro che non abitano la rete
perché non hanno avuto occasioni
perché ne hanno avute di sfortunate
ma che se solo si potessero rendere conto
ne diverrebbero cittadini vitali?

dopo avervi traghettato migliaia di studenti
so che queste persone sono tante

gli insegnanti si sono rivelati i più appassionati degli studenti

studenti insegnanti intercettati grazie ad un paio di corsi universitari

come fare per raggiungere quelli che non s’imbarcano in una laurea triennale vissuta dopo cena e nei weekend
ma che forse si imbarcherebbero in un nano-corso galleggiante nella rete
gratuito
un paio di mesi alla scoperta della propria cittadinanza digitale

quale comunità
quale organizzazione
quale azienda

in grado di raggiungere i potenziali ignari abitanti della rete potrebbe capitalizzare su tale valore?

non so se quest’idea che mi ronza in mente si poserà da qualche parte del mio percorso
ma so che contiene il seme dell’università del futuro

a me basterebbe vederlo germogliare

Intervista

Tralascio le circostanze, sostanzialmente fortuite, che mi hanno portato ad essere intervistato da Stefano Balassone nel programma “RESTI TRA NOI” su RED tv (canale 890 di Sky).

Lascio anche perdere una serie di integrazioni e commenti che “a caldo” mi sembrava opportuno aggiungere all’intervista. Mi raccontava infatti Balassone che preferisce fare le interviste in diretta anziché in differita perché succede spesso che le persone intervistate chiedano di apportare delle correzioni a posteriori ma così si perde la natura di queste interviste che consiste, io credo, nel cogliere una sorta di instantanea della persona e di quello che in quella circostanza vuole trasmettere.

Non ne viene fuori un prodotto rifinito ma un qualcosa di più vicino a quello che si avrebbe da una conversazione occasionale con una persona incontrata per strada, un qualcosa che include entusiasmi, esitazioni, umori, accenti, alti e bassi, l’uomo così com’è insomma.

Ecco, se questo è vero allora mi piace e devo ammettere che rappresenta un uso del mezzo televisivo al quale non avevo pensato, essendo abbastanza imprigionato in quello che è forse il luogo comune della televisione solo di artifici composta, o quasi.

La cosa funziona bene anche perché Balassone si diverte moltissimo a fare queste interviste che prendono così vita grazie alla sua genuina curiosità. E siccome si diverte ne fa tante, al ritmo di tre interviste al giorno, tre faccia a faccia di mezz’ora ciascuno preceduti da un brevissimo accordo sul tema principale ma dove poi la conversazione fluisce liberamente.

Ancora più interessante è il caleidoscopio di anime che vien fuori da questa quantità di persone, 180 sino ad ora, che forse descrive un’altra Italia, ben diversa da quella che appare dalla mainstream information. Un’Italia, fatta di gente che immagina, crea, si dà da fare per perseguire obiettivi nei quali crede e che non necessariamente si riducono a denaro, potere, visibilità.

Forse un’Italia che è quella che mantiene in piedi il paese per davvero, malgrado tutto, e che Gianni Marconato ha descritto in un post recente sulla scuola che non funziona e quella che funziona, certamente meglio di quanto potrei fare io.

L’operazione di Balassone è resa credibile dal fatto che le interviste coinvolgono persone che svolgono le attività più diverse, scrittori, poeti, commercianti, artigiani, webbisti, politici, giornalisti, persone che hanno fatto qualcosa di eccezionale ma anche persone che apparentemente non hanno fatto qualcosa di particolarmente notevole, perché ogni persona può offrire una prospettiva eccezionale sul mondo.

Ebbene, come è naturale offro qui sotto il collegamento alla mia intervista ma soprattutto vi invito a frugare nell’archivo di “RESTI TRA NOI” perché ne vale la pena. Ho saputo che l’archivio è in via di perfezionamento nel senso che i link delle interviste vengono via via dotati da un abstract e, immagino, da tag (parole chiave) adatte a facilitare la ricerca. Questo è un tipico caso dove sarebbe interessante visualizzare la nuvola dei tag per visualizzare e perlustrare l’universo offerto dalle interviste, come forse anche un sistema di rilevazione del gradimento delle interviste da parte dei visitatori.

Assignment … non numerato: saper ascoltare …

Ieri sono andato a vedere A serious man, l’ultimo film dei fratelli Coen.

È pericoloso e molto frequente attribuire ad altri, a cause esterne, organizzazioni, cattiva sorte o addirittura a maledizioni, casi avversi che sono forse invece dovuti alla propria incapacità di ascoltare e quindi mutare prospettiva. Questo mi pare che dicesse il film, in sintesi.

Una enorme parte degli innumerevoli problemi che affliggono le società più ricche ed anche gli individui che le compongono, derivano da una crescente incapacità di ascoltare. Anche molti problemi apparentemente tecnici, istituzionali, meramente organizzativi derivano da una carenza culturale che riassumerei sinteticamente e molto semplicemente in “carenza di ascolto”.

È bene tenere presente che la pratica dell’ascolto, a tutti i livelli, non è solo di fatto fuori moda ma è anche ritenuta antieconomica, almeno nel breve periodo.

Quando si ascolta non si fa e questo oggi non piace. Quando si ascolta non si accumula prodotto, non si muove nulla, non ci si muove. La pratica dell’ascolto non si misura, non è quantificabile e quindi all’homo economicus non serve.

Si assiste così al risultato perverso per cui coloro i quali, in quanto caricati di responsabilità pubbliche, dovrebbero avere particolari attitudini all’ascolto, si rivelano sistematicamente i più incapaci.

Salvo eccezioni, i politici non capiscono “la base”, i vescovi non capiscono le greggi, i manager non capiscono il mercato, gli insegnanti non capiscono i loro studenti. La base e le greggi si assottigliano riducendosi a club di fedeli, i manager sono sempre più perseguitati dall’imprevedibilità delle disruptive technologies, gli studenti, obbligati allo studio, sviluppano meccanismi di difesa che sono l’esatto opposto di quello che la pedagogia insegna, tutti disimparano l’ascolto, tutti competono.

A scuola si studia ma non si ascolta, a scuola si “fa lezione” o si “interroga”. Non c’è tempo per ascoltare e, mancando l’ascolto, tutto quello studio, anche se condotto con risultati scolastici brillanti, risulta in larga parte sterile.

All’università si ascolta ancora meno. Lo si vede anche da come sono gestiti gli spazi fisici o addirittura da come vengon progettate le strutture nuove, magari rutilanti di marmi e guarnite di strutture tecnologiche, ma in realtà nuove solo nell’odore del nuovo, nel lucido del nuovo, nel non vissuto del nuovo. Nuovo che abbaglia e euforizza sempre un po’ ma già manifestamente effimero.

E il retrogusto è quello delle televisioni a colori nelle baraccopoli del sottoproletariato di tante metropoli, il retrogusto è quello del “pacco”. Scartato il pacco viene fuori il pensiero fermo, statico, quindi in realtà il non pensiero. Un non pensiero con il quale non è stato pensato che la formazione è intrisa di dialogo e di confronto fra pari e fra non pari. Un non pensiero anche provinciale che impedisce di andare a vedere come sono fatte le università che funzionano in giro per il mondo, prima di metter mano alle proprie, quasi sempre per finta.

Nella nostra università non è previsto che la gente ci viva dentro, ci studi, ci conversi, ci si possa rilassare, oziare, connettere con il mondo esterno ivi comprese altre università, seguire lezioni in Internet di altri insegnanti, accedere ad altre risorse didattiche, alle Open Educational Resources. Non è previsto, in generale ascoltare, che non vuol dire stare a lezione e nemmeno interrogare. Nessuno ascolta nessuno. Tutti competono con tutti. Studenti e professori. Improduttivamente, sia gli uni che gli altri.

Sono quasi sicuro che una maggior parte dei docenti ritengano considerazioni del genere una perdita di tempo, se non pericolose. Anche la valutazione da parte degli studenti è ritenuta da tanti una perdita di tempo, se non un pratica pericolosa.

E alfine anche gli studenti ritengono l’ascolto una perdita di tempo e finiscono con l’essere interessati solo a ciò che produce crediti nel più breve tempo possibile, strategia ormai generalizzata e malamente cammuffata con il desiderio di imparare “ciò che realmente serve nel lavoro”. L’ascolto non è praticamente mai incluso in “ciò che serve realmente nel lavoro”.

Nei percorsi di formazione (in realtà non sono di formazione bensì di semplice istruzione), stipati di tutto “ciò che serve realmente nel lavoro” in una dissennata e angosciante crescita di informazioni, è difficilissimo inserire proposte che affianchino l’ascolto allo studio, pur con tutta la buona volontà, perché gli studenti hanno in larga maggioranza la sensazione di perdere tempo.

Incidentalmente, vorrei far notare che ascolto non significa solo ascolto del prossimo, preoccupazione per il prossimo, concernimento per una categoria di persone ma significa anche ascolto del mondo, delle cose, attitudine a capire come stanno le cose e soprattutto le relazioni fra esse, attitudine all’ascolto di linguaggi non proposizionali ma non per questo meno portatori di significati.

Alla fin fine, la carenza di esercizio all’ascolto, trasforma anche lo studio medesimo da pratica di conoscenza in mero apprendimento di istruzioni, istruzioni per l’uso di una realtà oggettiva, trasmissibili per mero passaggio di descrizioni.

Eppure le teorie dell’apprendimento si vanno spostando sempre più sul fabbricar mondi, ognuno il suo, sospeso mediante connessioni di ogni genere a innumerevoli mondi da altri fabbricati, in assenza di un mondo oggettivo e riconoscibile che funga da sistema di riferimento assoluto. E i filosofi su tutto questo vanno arrovellandosi su quale sia infine il concetto di verità visto e considerato anche che la scienza, che doveva rappresentare la via maestra per la conoscenza del mondo quale esso si immaginava che fosse, macchina fatta di macchine, ci ha ormai abituati, ormai da un secolo, a convivere con descrizioni apparentemente assurde e assolutamente contrastanti fra loro ma tutte perfettamente funzionanti.

Mai come ora, la famiglia umana, si è trovata a misurarsi in modo così impari con la complessità del mondo, proprio in virtù di quelli strumenti che dovevano servire a riconoscerne i mattoni e l’ordine e che pur son serviti a migliorare così tanto la condizione materiale dell’uomo; mai come ora è stato così necessario fermarsi e cercare di recuperare il valore dell’ascolto, capacità innata in tutti gli esseri viventi non soffocati da un eccesso di raziocinio, ivi compresi i bambini.

Mai come ora, nelle attività di cura dell’uomo, ove cura della salute, ove della formazione, è stato così necessario recuperare il valore dell’ascolto.

Qualcosa si muove ma siamo ben lontani da dove potremmo essere. Un esempio positivo è l’ascolto che è stato dato ad uno studente, Fausto, che aveva proposto una proiezione commemorativa della versione integrale della Last Lecture tenuta a Pittsburgh presso la Carnegie Mellon University il 18 settembre 2007 dal professor Randy Paush, che sapeva del tempo che aveva da vivere, terminato il 25 luglio 2008. Di questo ascolto va dato atto a Rosa Valanzano, attuale presidente del corso di laurea di medicina a Firenze. Il fatto è stato rilanciato proprio da Fausto mediante un opportuno post nel blog di CIN@MED.

Al di là della toccante vicenda umana e del valore del discorso di Randy Paush che merita certamente ascolto, vorrei mettere in luce l’evento inusitato dove una facoltà raccoglie e realizza l’intuizione di uno studente. Ecco, un evento del genere non dovrebbe essere inusitato ma dovrebbe essere una pratica costante. Una pratica volta non soltanto a raccogliere intuizioni e suggerimenti ma anche a valorizzare tante attività collaterali e di supporto alla didattica che molti studenti sono disposti a fare, sempre che venga concesso loro lo spazio ed il riconoscimento.

Se gli studenti percepiscono, come avviene di norma, che tutto ciò che esula dalla routine di studio e esami vale poco o niente e che in particolare a poco valgono spirito d’iniziativa, fantasia e pensiero laterale, quando saranno “formati” propagheranno lo stesso messaggio e, inerentemente, la stessa scarsa attitudine all’ascolto. Fatto quest’ultimo particolarmente grave per persone che si sono prefisse di dedicarsi ad una professione di cura.

La malattia del “non ascolto” tuttavia è generalizzata, è il frutto di un malcostume e di una formazione carente che si manifesta come una vera e propria patologia della società e della quale uno dei sintomi più evidenti è la distanza delle istituzioni dai cittadini. Questa percezione di distanza fra istituzioni e individui è un sintomo molto pericoloso in presenza del quale non si può pensare di costruire una società sana e competitiva, dove lo sforzo di chiunque sia apprezzato e valorizzato a prescindere dalla propria identità, dove chi lavora sia contento di farlo perché ne percepisce il valore per la comunità, dove le forme di lavoro precario comportino sicure forme di capitalizzazione per l’inserimento nel mondo  del lavoro.


P.S.

E l’assignment in cosa consiste? Non lo so di preciso. Dovevo scrivere un’altra cosa e invece ho scritto questa. So tuttavia che il tema è rilevante per tutti i mestieri che fanno o andranno fare gli studenti di questa blogoclasse, professioni sanitarie, insegnanti, operatori della formazione. Vedete un po’ voi … l’assignment potrebbe essere: pensateci, e se ne vale la pena scrivete qualcosa …