Un cMOOC sulle tecnologie internet per la scuola – #ltis13

Iscritti al 14 maggio: 480

Invio a tutti una mail di conferma dell’iscrizione entro 24 ore. Chi non l’ha ricevuta controlli nella cartella “spam” della propria email e segnali il fatto con un commento a questo post oppure scrivendo a andreas(PUNTO)formiconi(CHIOCCIOLA)gmail(PUNTO)com.

Una persona ha inviato l’iscrizione da un indirizzo email di posta certificata (pec): se l’utente non configura adeguatamente la sua pec allora non può ricevere email normali, e quindi nemmeno una mia risposta!!!

Questa è la mappa delle iscrizioni giunte sino ad ora.

Puoi andare direttamente alle seguenti sezioni:


Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

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Come sono comparsi i MOOC?

Oggi i MOOC (Massive Open Online Courses) vanno di moda. Tutti ne parlano e esistono già società le quali, fungendo da intermediari, li offrono per conto delle università. È bene tuttavia chiarire che questo acronimo può indicare cose molto diverse fra loro. In questa sezione cerco di illustrare la questione.

I primi MOOC non si chiamavano così.  Nel 2007, grazie ad una provvidenziale segnalazione di Antonio Fini, mi capitò di iscrivermi al corso online “Introduction to Open Education”, tenuto da David Wiley, a quel tempo presso la Utah State University. Il corso rappresentava una clamorosa novità: chiunque poteva iscriversi liberamente, accedendo ad una semplice pagina wiki e scrivendovi le proprie generalità, eccola. Se scorrete la pagina trovate anche le iscrizioni di Antonio e di altri amici italiani.

Trovai subito affascinante quell’esperimento che ricordo come la più bella e proficua esperienza di tutta la mia carriera di studente: scoprire compagni di scuola, persone mai viste, dalle storie sconosciute, grazie all’affinità degli ideali e alla risonanza dei pensieri. Un’emozione che non avrei immaginato. Tecnicamente il metodo era di una semplicità disarmante. I partecipanti erano tenuti  ad usare un blog come fosse un quaderno, l’insegnante suggeriva i temi sul suo blog e tutti leggevano e commentavano i testi degli altri [1]. Il corso partì subito bene, come si può vedere dai primi commenti di Wiley ai pensieri dei suoi studenti sparsi nel mondo, fra cui quello dove avevo accennato alla storia di Don Milani.

andreas-certificateAlla fine delle 15 settimane di corso, coloro i quali, secondo il giudizio di Wiley, avevano partecipato attivamente, potevano ricevere un certificato di completamente del corso, a fronte di un modesto pagamento – mi pare 50 $ – alla Utah State University.

Qual è il valore legale di questo titolo? Credo che sia nullo.

Qual è il valore di questo titolo per me? Diciamo così: se per un qualche incanto, fossi costretto a fuggire in un altro mondo, portandomi dietro uno solo dei miei titoli di studio, allora mi porterei questo, lasciando tutti gli altri.

Misi subito a profitto l’insegnamento ricevuto, applicandolo nella primavera del 2008 alla classe di medicina e introducendo insieme a Maria Grazia Fiore l’idea di blogoclasse [2].

Sull’onda dell’entusiasmo, partecipai al corso “Connectivism and Connectivist Knowledge” (CCK08), tenuto nell’autunno del 2008 da George Siemens e Stephen Downes, il primo con un numero inusualmente grande di iscrizioni. Il corso fu offerto in forma online dalla University of Manitoba con due tipi d’iscrizione: una a pagamento, che prevedeva l’assegnazione di crediti, l’altra libera: le iscrizioni convenzionali furono 24, e quelle libere 2200. Jenny Mackness, Sui Fai John Make e Roy Williams, tre partecipanti del corso riferirono [3] di avere stimato un numero di partecipanti attivi pari a 150. È un dato plausibile, anche se ricordo di avere interagito in maniera significativa con circa una ventina di “compagni di classe”.

Pare che il termine MOOC sia emerso in una conversazione fra George Siemens e Dave Cormier, un esperto di tecnologie web che fu coinvolto nel corso CCK08, come lo stesso Cormier ha raccontato in un suo post. La gestazione è stata breve. Oggi esistono MOOC gestiti da aziende specializzate ai quali si iscrivono decine o addirittura centinaia di migliaia di studenti. Non è del tutto chiaro come, ma sono in molti a ritenere che i MOOC debbano risolversi in un grande business.

E qui occorre intendersi bene. Questi ultimi MOOC non hanno quasi niente a che vedere con le prime edizioni pionieristiche. Distinguiamo.

Nei MOOC “prima maniera” l’enfasi è sulle relazioni fra i partecipanti e sull’effetto di rete che ne scaturisce. Si assume che l’apprendimento emerga non solo dallo studio e dalla riflessione personale ma anche dal confronto con i pari e dalla condivisione di problemi e di soluzioni. L’insegnante interagisce anche con i singoli partecipanti ma non perde mai di vista la cura della comunità che va costituendosi, ritenendola il contesto fondamentale per favorire l’apprendimento di ciascuno. In questi corsi la tecnologia è un mezzo per mettere in opera nuovi modelli di insegnamento, motivati da considerazioni epistemologiche e pedagogiche. I primi esperimenti MOOC derivano dal connettivismo, la teoria dell’apprendimento formulata da George Siemens e Stephen Downes. Per questo motivo vengono designati dall’acronimo cMOOC: connectivist Massive Open Online Course.

Nei MOOC “seconda maniera” le tecnologie vengono invece applicate per estendere il modello convenzionale di insegnamente universitario alla massa. Gli studenti reperiscono i materiali didattici online e eseguono test online automatizzati. Per distinguerli dai precedenti, questi vengono designati dall’acronimo xMOOC. In effetti la “x” è appropriata, perché questi corsi possono essere progettati in una varietà di sfumature, magari avvicinandosi più o meno alla visione connettivista o anche ad altre prospettive. Ma il modello che sembra prevalere è quello industriale.

Bene, con questo ho detto il minimo che occorre per prendere posizione: i cMOOC costituiscono una grande occasione per sperimentare modalità didattiche che siano adatte alle esigenze della società contemporanea; gli xMOOC rappresentano invece l’ulteriore industrializzazione di un modello di insegnamento che già da anni mostra pesanti limiti, un modello che privilegia l’idea di insegnamento quale mero trasferimento di contenuti.

Quasi quasi, quello che stiamo proponendo dovrebbe designarsi CmOOC, dove l’enfasi è sulla cura delle relazioni piuttosto che sul fatto di essere potenzialmente “di massa”. Per chi vuole capire meglio, nella sezione seguente propongo la lettura delle testimonianze di alcuni studenti che hanno seguito un percorso affine a quello che stiamo proponendo.

Il cMOOC sarà molto simile a quello seguito da questi studenti, ma avrà l’incognita del numero di partecipanti: la dimensione della “M” è sconosciuta, e quindi i metodi che verranno applicati non sono del tutto prevedibili. Fa parte del gioco: ricerca in azione.

Ringrazio gli studenti #linf12 per avere dedicato parte del loro tempo a scrivere questi contributi.


Testimonianze

Propongo qui di seguito la lettura delle testimonianze degli studenti del “Laboratorio Informatico” #linf12. Questi studenti sono insegnanti e amministrativi che lavorano nella scuola primaria e secondaria e che stanno frequentando il primo anno del corso di laurea triennale “Metodi e Tecniche delle Interazioni Educative” presso l’Italian University Line. L’esperienza che stanno vivendo questi studenti è simile a quella che hanno vissuto tutti gli altri, nei corsi che ho proposto dal 2008 ad oggi, in una grande varietà di contesti , corsi di fatto CmOOC, in quanto, sebben innestati in curricula convenzionali, sono sempre stati aperti a chiunque e ispirati al modello MOOC “prima maniera”.

Beatrice

Insegnante tardiva. O come ho scoperto, ritardataria. Ogni volta che cerco di capire, esattamente, chi sono e qual è realmente la mia professione, comodamente, preferisco giudicare la scuola; trovare limiti e colpe nell’inadeguatezza di una struttura. Ma l’insegnante sono io e chi non sa imparare non può dare tanto. Sono io che devo guardare; prendere e dare. Imparare. Un corso di laurea scelto per caso, un corso (ops, per-corso) di linguaggi e comunicazioni virtuali, la superficialità del credere che un manuale potesse bastare. Poi si è aperto un mondo. Io ritardataria che rincorro contatti senza fili. Un libro senza pagine, senza l’ultima pagina, perché l’educazione non ha l’indice e nemmeno la copertina. L’ultima pagina è sempre da scrivere. Sapere che le parole non vanno sprecate, che in un tweet posso chiedere aiuto in modo efficace, che un archivio virtuale di esperienze ed informazioni è a portata di mano. Sapere che posso scambiare, ricevere, gridare senza filtri, senza pregiudizi o vizi di forma (di formalità). Sono riuscita, alla mia età, a creare un blog. Ed ho scritto. Io ho finalmente “detto”. E mentre scrivo mi pongo il problema di chi mi legge. Perché le parole hanno un peso, e non vanno sprecate. Non devo apparire, devo esserci. E citando il prof: io sperduta fino ad oggi, attaccata alla mia chiavetta fragile, forse mi sento libera dal peso dell’Eccellenza. Il mio essere in ritardo mi mette, oggi, di nuovo in viaggio. Il mio aggiornamento continuo e reale in una comunità di menti e non di volti. Virtualmente operativa. L’eleganza della parola, la bellezza del linguaggio, la grazia di una nuova conoscenza.

Errica

Essere un’insegnante con 22 anni di esperienza, significa essere stata studentessa negli anni ’80-’90, in un altro mondo, in realtà , quello delle lezioni frontali, dell’estremo riconoscimento delle competenze individuali. Non “era tempo” per il Coperative Learning, l’utilizzo delle tecnologie, gli stage.. ma era il nostro tempo, adeguato, colmo di entusiasmo, ricco di pensatori e progetti (da e per l’estero), con eclatanti cambiamenti di rotta in campo progettuale e di programma (i programmi ministeriali della scuola primaria dell’85 pare li abbiano ritenuti validi perfino in Cina!).

Persone come me, con un tale percorso alle spalle, però non “vogliono” aver appreso.

È il mondo che bisogna continuare a comprendere, e con esso ciò che ne è l’anima: i giovani.

Con coraggio, ed è una strada ardua, ci si ritrova ad iscriversi ad un corso di laurea, questo, alla “scoperta” di metodi e tecniche…quelle nuove…o forse, già  vecchie… Ma è il metodo che interessa e sprigiona grandi capacità : qui non c’è niente di “rigido”, nemmeno il disco! Poche nozioni espresse in modo laboratoriale, non sufficienti, per altro, ad arrivare alla fine del “compito”: va di scena il “cervello”; e poi si crede nella sterilità  della “macchina”!

Faccio un esempio: tutti sanno usare un programma di testo; certamente, ma utilizzando le impostazioni predefinite! Chi si sognerebbe di conoscere in profondità  il “codice”? E allora penso, penso, penso: mi viene in mente la mia infanzia (sono di quella generazione che viveva all’aperto senza giochi se non la corda, la palla, e noi stessi: gruppo del quartiere. Codice, linguaggio: i giochi di un tempo: l’alfabeto farfallino, ve lo ricordate? A cosa serviva? A comunicare, ma in maniera creativa!! Non ci si può fermare a utilizzare ciò che ci appartiene, creare è la via!

Pensiero – Linguaggio – Sviluppo Cognitivo risiedono nell’html!!

O se volete:

Penfesifieferofo – Linfigufuafaggifiofo – Svifilufuppofo Cofognifitifivofo rifisifiefedofonofo nellfe’ html!

Flavia

Cosa spinge un’insegnante alla soglia dei 50 anni a rimettersi in gioco? Per quale motivo decide di cambiare rotta? Che cosa la spinge a farlo? E … lo può fare? Queste sono domande che mi pongo ora, dopo aver già intrapreso il cammino, fermandomi a riflettere sulla scelta compiuta. Far parte del gruppo #linf12 è straordinario, è un’esperienza che coinvolge culturalmente ed emotivamente. I rapporti cosiddetti “virtuali”, che spaventano molti educatori non si sono per niente dimostrati asettici, ci siamo affiatate, ci siamo conosciute attraverso i nostri post e i nostri commenti e la riprova per alcune di noi è stata quando ci siamo viste per la prima volta in carne ed ossa e abbiamo cominciato a parlare: sembrava di conoscersi da sempre! Si parla tanto di pluralità di esperienze, pluralità di culture, pluralità di lingue, … beh l’università telematica, e nello specifico questo laboratorio informatico, ha permesso tutto ciò. Io ho seguito diversi corsi blended e pensavo che anche questo percorso avesse le stesse caratteristiche degli altri, ma invece si è dimostrato qualcosa di diverso, di sostanzialmente diverso! Abbiamo sperimentato un modo di apprendere veramente collaborativo che ci ha unite, ci siamo venute in aiuto quando ne avevamo bisogno, ci siamo date appuntamento nel pad per scambiarci informazioni immediate o solo per fare quattro chiacchiere, siamo cresciute all’ombra del regista che piano piano, giorno dopo giorno, ci lasciava più spazio, si ritraeva per concederci la libertà che avevamo conquistato.

Ecco io ho trovato questo modo di apprendere diverso rispetto alle altre esperienze compiute: la conoscenza è stata veramente costruzione collaborativa, non individuale. Il prof ci ha parlato della metafora del bosco, uno ci deve entrare e poi piano piano conosce tutto ciò che forma quel bosco; se dovessi utilizzare un’altra immagine per raccontare il nostro per-corso utilizzerei l’immagine dell’oceano: ecco noi siamo state portate nell’oceano, qualcuna di noi aveva i braccioli, altre il salvagente, altre ancora il giubbotto di salvataggio, qualcuna era su una barchetta e si guardava intorno timidamente; piano piano utilizzando le nostre dotazioni abbiamo preso conoscenza dell’oceano e non ci ha più spaventate, nonostante i pesci strani che ogni tanto ci giravano intorno.

Poi ognuna di noi ha cominciato a staccarsi dal suo appoggio, che a un certo punto limitava i nostri movimenti, e si è tuffata, riemergendo soddisfatta da quell’enorme massa d’acqua che rappresenta la conoscenza. Stupendo. Ecco la nuova sfida della scuola, la sfida che coinvolge direttamente noi insegnanti. La buona scuola secondo me non parte dall’Istituzione, dall’alto, ma dalla base, dai suoi attori, in primis gli insegnanti, i veri artefici del cambiamento. La scuola delle nuove generazioni dovrebbe essere un po’ come il nostro per-corso, un nuovo modo di apprendere e di imparare facendo.

Laura

La prendiamo alla lontana, molti anni fa ero una studentessa che ha sempre contestato la scuola diventata insegnante, sicuramente per la legge del contrappasso; contestatrice da studente, insofferente da insegnante, ma mai vinta; l’unica differenza è che da studente contestavo la scuola e non capivo perché, ora ho capito perché la contestavo e quindi sono insofferente; insofferente all’immobilismo in cui versa la scuola che continua a impostare l’apprendimento come un sapere enciclopedico che l’insegnante versa nel ragazzo, una scuola di stampo illuminista….
L’illuminismo… indubbiamente una grande rivoluzione del 1700 … ma che dite, saranno cambiati i nostri ragazzi da allora?
La mia insofferenza ai modelli preposti, mi ha sempre spinto a ricercare nuovi modelli, nuove strade per l’insegnamento: la ricerca, questo è sempre stato il pallino da passare ai bambini che ho avuto la fortuna d’incontrare, perchè io ho dato a loro, ma loro non sapete quanto hanno dato a me.
Questo è il background che mi ha portato quasi per caso ad iscrivermi alla IUL e frequentare questo corso.
Comincio a seguire il corso in ritardo, la mia idea di università era ovviamente la solita, studio sul libro, sulle dispense, ricerco informazioni, mi presento agli esami… decido di seguire il corso del Laboratorio informatico, l’informatica applicata alla didattica è sempre stata il mio pallino, penso: – Magari trovo qualcosa che m’interessa!
Niente libri, niente dispense, ma cosa richiede questo prof? Cosa devo fare per seguire il corso? Mando una mail, vedo cosa stanno facendo gli altri… non capisco… è richiesto di aprire un BLOG.
Ok so cos’è un blog, ma ne ho mai aperto uno, anche perché un blog è un diario, ho sempre odiato quelle ragazzine tutte fiocchi e scarpette rosa che scrivevano i propri segreti nei diari, figuriamoci se ne apro uno, pure on line.
Ma il gruppo degli studenti era già attivo, comincio a leggere, vedere i blog che aprivano, erano davvero interessanti, post bellissimi pieni di esperienze di vita vissuta in classe, proposte didattiche, sperimentazioni.
Ma mentre sono lì a fare tutte le mie elucubrazioni sul “se fare o non fare il blog”, già il blog era superato e si parlava di aggregatori …non avevo mai sentito parlare di aggregatori, mando ancora una mail, ma in un post leggo che la mail era superata e si parlava solo attraverso i post del blog…io ero indietro, per la prima volta in vita mia annaspavo, niente prof, niente libri, niente dispense, pensavo:
– Ti sta bene! Hai sempre combattuto il sapere enciclopedico? Ecco ora sei servita! Chiedo aiuto? A chi? Le colleghe sono bravissime, ma inarrivabili.. e ora che faccio? Decido di fare quello che ho sempre fatto: cerco su internet!!!
Già internet, grande panacea del nostro tempo! E così apro il blog, mi sentivo un dio, scrivo una cavolata per vedere l’effetto, nessun effetto, nemmeno un commento, penso:
– Ah già, devo mettermi in pari con gli aggregatori, vediamo sul blog del prof cosa devo fare , ma sul blog del prof vedo che l’aggregatore era già superato e si parlava di screenshot… ero all’esasperazione! Ma siccome Dio esiste, ecco finalmente il Natale e con lui le vacanze e mentre tutti parlano di panettoni e torroni, io decisa a non darla vinta, con il mio computer comincio a collegarmi, comincio a rispondere ai post sui blog, comincio ad inserire sul mio blog dei post e ad entrare in relazione con le mie colleghe inarrivabili e capisco che tutte avevamo le nostre incertezza, che tutte avevamo le nostre difficoltà, ma tutte avevamo 3 cose che ci accomunavano: la curiosità, la caparbietà e la determinazione.
Entro così a far parte del famoso #linf12, un gruppo d’insegnanti e non, che sta dimostrando che l’età fisica non corrisponde all’età mentale, che lo studio è esclusivamente ricerca e non può essere fine a se stesso, che ha talmente tanta passione che non può non essere trasportata nella scuola, perché la passione è un vento che travolge, non puoi evitarlo.
Cosa ha insegnato a me #linf12? Il “sapere collaborativo”, sempre proposto e perorato, ma mai sperimentato in prima persona; beh, è qualcosa a cui non puoi mettere confini, l’idea di uno è il punto di partenza per l’altro, è spettacolare poter trasportare questo in classe, è l’entusiasmo della scoperta, del poter contribuire a qualcosa, del saper di essere parte di qualcosa che coinvolge e fa volare le menti. L’artefice di tutto questo? Il nostro comandante che io personalmente ho odiato quando non ho visto i miei solidi appigli, libri dispense e quant’altro, ma non ringrazierò mai abbastanza per avermi tolto i braccioli ed insegnato a nuotare.

Lisa

22 febbraio 2013, primo incontro di formazione per imparare a redigere il Piano di Gestione delle Diversità che ogni Istituto dovrebbe inserire nel proprio Pof. Il relatore, dopo una premessa durante la quale ci parla di ambiente di apprendimento, atteggiamento del docente ecc, ci propone una simulata: tutti in cerchio lui recita una frase e poi esce dal gruppo per registrare la conversazione che scaturirà nel gruppo. “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”. Inizia il confronto, da una parte i conservatori dall’altra i progressisti, è tutto molto attuale siamo a tre giorni dalle elezioni politiche. Io inizio il mio viaggio introspettivo, ho provato sulla mia pelle cosa significa lasciare la strada vecchia, fidarsi, lasciarsi andare agli istinti: pura meta cognizione. Chi lascia la strada vecchia è spinto da un bisogno: il migrante, il malato, il ricercatore, io, tutti uniti dal bisogno di qualcosa. Ma il fil rouge non è solo il bisogno, questo è quello che si vede, ma dentro si sente la speranza; speranza di un cambiamento in meglio. La scuola di oggi dà abbastanza speranze? Riesce a trasmettere il bisogno di lasciare le vecchie strade con la speranza che quello che vivremo sarà migliore di quello che abbiamo lasciato? È la base per la costruzione del pensiero divergente, mettere in dubbio quello che ci appare per sperimentare il nuovo. Quanti luoghi comuni sul ruolo della rete, delle nuove tecnologie, dell’uso dell’informatica, alimentati da me per prima; lo spauracchio della perdita delle relazioni, del controllo, dell’incontro dello sconosciuto, magari il diverso. Come se da una parte ci fosse il sentimento, la relazione e dall’altra la razionalità, la freddezza, l’asetticità sentimentale. Mente e corpo scissi ancora una volta, secoli di storia della filosofia, di ricerca sembra siano trascorsi inutilmente. Perché? Eppure è ormai una certezza che la rete abbia dato vita ad una comunità. Comunità: deriva da comune con il senso di scambiare, distribuire, misurare; unito all’altro con l’obbligo di qualche prestazione e col diritto di ricevere beneficio. Allora noi di #linf12 nel nostro per-corso di laboratorio di informatica ci siamo riuscite, abbiamo costruito una comunità dove lo scambio è stato la base dalla quale si è alimentato il nostro lavoro. La novità introdotta è stata la natura della comunità, il tutto è nato e si evoluto in maniera virtuale senza per questo tralasciare le relazioni umane. Questo esperimento è stato la dimostrazione che scegliere la strada nuova non implica dimenticarsi di quello che abbiamo scoperta sulla strada vecchia, significa mettere a frutto le conoscenze pregresse, le conquiste, i principi e le vecchie scoperte in prospettiva di nuove conquiste. Qual è in questo quadro il ruolo del docente? L’educatore, come ci ha dimostrato eccezionalmente il nostro Professore, è quello di accompagnare, suggerire, rassicurare lo studente in un per-corso che dovrà lui stesso inventare. Tutte le colpe non sono dei docenti che guardano con diffidenza le nuove strade ma di chi ci vuol far credere che la rivoluzione sta nella fornitura dei mezzi, non si investe nella scuola assegnando una Lim spesso senza le infrastrutture che la supportino. Oggi assistiamo a realtà in cui si istallano Lim, videoproiettori, pc in plessi dove non arriva la connessione internet o in luoghi fisicamente inaccessibili e a insegnanti che a loro spese e senza alcun riconoscimento dovrebbero utilizzarle senza poter contare su aggiornamenti adeguati. La solitudine inevitabilmente separa, toglie fiducia, inibisce la ricerca. Durante il nostro viaggio abbiamo assistito a cambiamenti epocali solo grazie alla forza del gruppo, favorita dal mezzo; persone come me che anno agito per sfida, grazie alla comunanza. Voglio qui riportare un bellissimo esempio sempre stimolato da questo aggiornamento sul piano di gestione delle diversità tratto dal libro “Natura incompleta” di Terence Deacon. Nella presentazione si parla della scomparsa di un bambino nel mezzo di un bosco e della ricerca di un gruppo di 50 persone che avranno il compito di cercarlo attuando un piano secondo il quale ognuno cercherà da solo senza ripercorrere la stessa strada o la strada di altri. Uno solo troverà il bambino, la ricerca degli altri 49 è stata inutile eppure se lui solo si fosse messo alla ricerca probabilmente non lo avrebbe trovato. In quel bosco noi di #linf12 ci siamo avventurate per due mesi e certi insight sono arrivati alla mente solo di alcune, ma se si fossero avventurate nel bosco da sole avrebbero avuto le stesse intuizioni? Se non avessero potuto sfruttare gli errori delle altre, avrebbero trovato lo stesso il bambino? Cos’è stato allora questo per-corso? La dimostrazione che la scuola deve trovare nuove strade facendo tesoro di quelle percorse fino ad ora, imparare a fidarsi e imparare a gestire il nuovo per re-interpretarlo e utilizzare quello che di buono ci può suggerire. Ma per farlo la scuola deve ritrovare il proprio posto nella comunità ammettere di farne parte, ammettere che gli altri 49 rappresentati dalla famiglia, dalle nuove tecnologie, dalle altre istituzioni, dalle altre agenzie formative, dal territorio locale, nazionale e soprattutto mondiale, hanno pari dignità; spogliarsi della veste autoreferenziale, della presunzione che la connota, perché da quel bosco possiamo uscirne tutti insieme.

Mariantonietta

“SANA FOLLIA ”

“Voglio capire ciò che è vero e distinguerlo da ciò che è falso – Oggi ho iniziato un’avventura… il Laboratorio informatico – Occasione per misurare i miei limiti ed eventualmente superarli“

Così scrivevo il 6 Gennaio 2013 sul mio Blog.

Avevo scoperto da pochi giorni un mondo che pensavo fino a quel momento freddo, grigio, senza colore e sapore… forse anche senza forma.

Voglio farvi capire quello che ho vissuto in 60 giorni, quello che ho capito, che mi ha entusiasmato, che mi ha fatto avvilire, che mi ha fatta crescere… E già , a 42 anni suonati, 14 d’insegnamento… mi sentivo una bambina di primo anno della scuola primaria. Bene, quando aprendo l’email, trovai il benvenuto del prof mi sono sentita coccolata, ma non le solite mielosità, percepivo attenzione, pazienza e un progetto pensato a misura per me.

Andando su http://iamarf.org, il nostro “nido”, vidi subito un video di presentazione, bello, affascinante… ma dopo 5 minuti mi ritrovai con la testa fra le mani. Unico pensiero: “queste cose non le so fare”. Silenzio, provai a rivedere il video, aprivo e chiudevo. Poi iniziai a esplorare. In seguito il prof disse a noi tutte che dovevamo esplorare un “bosco”. Capii che all’inizio era una grande foresta piena di pericoli, appena sbagliavi, dovevi provare e riprovare. Notti intere a dipingere una tela che subito rischiava di sbiadire in un niente.

Ma c’era sempre un aiuto: un post, un commento, un articolo, un consiglio… e la rabbia di ognuna di noi; ci cercavamo… Da lì sicuramente la “genesi” del gruppo, forte e compatto che oggi siamo: #linf12. Per non parlare delle “favolose interazioni”.

Dodici disperate, tutte donne, tutte con un medio-basso livello di competenze informatiche. Non me ne vogliano le mie “amiche”… forse basso, bassissimo!!!

Sin da subito un blog! Ma chi ne aveva mai sentito parlare nei dettagli?

Eppure creai il Blog di Wittgens, giorni a cambiare, provare e poi è venuta fuori una creatura. Potevo cambiarne l’aspetto, i colori, farlo “mio”, farlo mutare.

Piano piano, mettere le foto, inserire articoli, anche qualche cavolata (dolce tipico del mio paese…), ma ogni volta era qualcosa di magico. Andavo a rivedere sempre quelle poche e misere cose che avevo inserito con fatica.

Il blog è stata la spinta, da quel momento iniziò la corsa… e che corsa! Che salita!

Post, foto, diario di bordo, screenshoot, aggregatori, feed, Rssowl, reader, codice, html, twitter, scrittura collaborativa, pad… boschi e marmellate e tante altre cose.

Ora qui, a Didamatica a raccontare un sogno, un’impresa, una sfida… una vittoria.

Si, ha vinto l’intelligenza di un percorso nuovo, fatto su misura, non un abito uguale per tutti, ma qualcosa fatto per noi, fatto per plasmare ed ammorbidire le menti irrigidite dal “sistema” oramai becero, stanco, arrugginito, superato… che vuole vedere le menti inzuppate di teorie, discorsi vuoti, povere del “fare”, del gusto di sfidare se stessi, di conoscere i propri limiti e le proprie potenzialità.

Concludo con una frase che mi è tornata spesso in mente in questi 60 giorni pieni di vita, di sensazioni, di emozioni, di crescita professionale e umana, di ricerca:

“Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe. Non vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quale messi di vantaggi ne derivi”

Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 1509

Noi di #linf12…siamo tra le pochissime.

Roberta

Sono un’insegnante di scuola primaria con 28 anni di esperienza.

Come è iniziata la mia storia interattiva di questo percorso informatico all’interno della piattaforma IUL?

Era da troppo tempo che, professionalmente parlando, sentivo una certa rigidità e fissità del mio ruolo. Mi sembrava di aver creato una barriera tra l”io insegnante” e i miei studenti. Questa parola mi ha fatto scattare il campanello d’allarme: barricata-barriera. Allora che fare? Nell’interazione educativa (e non solo) le barriere non portano a nulla di buono. Forse la soluzione era di tornare di nuovo studente: provare a vari livelli (emozionale, pratico…) quello che vivono i miei alunni: ciò potrà essere solo un Bene, perchè sono convinta che non ci sia altro modo per costruire relazioni proficue di ogni specie e per ogni scopo:provare sempre a mettersi in gioco stando nei panni degli altri. La parola chiave dunque per me è stata relazione. Nella mia pratica quotidiana ho sempre ricercato la relazione con gli studenti, i genitori e l’istituzione, perché l’apprendimento può passare solo da una spinta relazionale, motivazionale. Allora mi sono chiesta: – Come si stabiliscono nella nostra società odierna le relazioni? E mi sono data questa risposta: – Soprattutto con l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Io partivo letteralmente da zero. Le mie competenze si fermavano ad un corso lontano. Come è d’uopo per una ricerca di carattere storico, sono andata a rileggermi i documenti: i post del professore e i commenti che mi riguardavano all’inizio che poi si sono miracolosamente trasformati nel ci riguardavano. Ricordo ancora a dicembre quando timidamente ho inviato una e-mail a tutti i componenti della classe;non sapevo letteralmente da dove partire per rispondere alla prima richiesta: apertura di un blog. È ancora vivo lo stupore che ho provato nel leggere un post in cui il prof mi citava e chiedeva di utilizzare il blog iamarf per le nostre comunicazioni. Così ho iniziato a postare dei commenti, prima in forma anonima, dato che ancora non possedevo gli strumenti. Poi piano piano con l’apertura del mio blog, la mia identità si è resa presente e la cosa è stata reciproca con le altre corsiste. Guidate dal prof siamo riuscite a costituire un gruppo, che ora opera a livello di apprendimento cooperativo, scambio di materiali, condivisione nello studio, ma soprattutto di una relazione interpersonale, arricchente dal punto di vista umano. È possibile trasporre questa esperienza nella pratica quotidiana di apprendimento? Credo proprio di sì, anzi ne sono convinta, altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Quindi mettermi nei panni degli altri è stato utile per arricchire il mio bagaglio professionale al fine di tentare l’esperienza della blogoclasse con i miei alunni, superando e vincendo pregiudizi sull’uso delle nuove tecnologie che noi, non nativi digitali, ci portiamo dentro. Il titolo di un post del prof era abbiate fede che qualcosa germoglierà: queste parole me le porterò sempre dentro!

Rosaria

Insegno nella scuola primaria da appena diciottenne, sono tanti anni, ne ho 40! Ho iniziato a studiare all’università di Palermo e contemporaneamente iniziavo a lavorare presso un istituto religioso della mia città, cominciando ad insegnare in una seconda elementare. Facevo la maestra! Volevo farlo da sempre…Insegnare deve essere per forza qualcosa che se lo fai, devi proprio volerlo dal profondo, come dire una “passione”; questo perchè di ostacoli ne ho incontrati diversi, forse non li chiamerei ostacoli, ma percorsi obbligati, casi della vita… un incrocio di scelte dovute e volute. Quella di iscrivermi alla IUL è stata proprio una scelta voluta! Ponderata, avevo già chiesto l’anno accademico scorso… ma l’unica perplessità era stata la paura di non poter coinciliare tutti gli impegni: figli, lavoro, casa… anche marito. Alla fine è stato proprio mio marito che nella sua visione lineare, ottimistica e motivante, mi ha convinto che dopo tutto non sarebbe stata una cattiva idea ultimare un corso di studio, pensare un po’ di più a me stessa. Ed eccomi qui con voi a condividere la mia voglia di conoscere, imparare e crescere. Emblematico è stato l’incontro, il giorno del primo esame, con la collega fino a quel punto “virtuale”: ci siamo guardate, “riconosciute”…. “Ma tu sei…?” e abbracciate! Come si fa proprio con i vecchi amici. Questo fa capire la relazione che si è instaurata nel nostro gruppo. Il senso di appartenenza lo dobbiamo al creatore del gruppo #LINF12, il prof, che già dai primissimi contatti, si è prodigato a fare in modo che tale esperienza non restasse una trasmissione di sapere unidirezionale, ma che diventasse circolare! I continui feedback, chiamate esercitazioni, la sua giornaliera “presenza” nonostante i km che ci dividono, con stimolanti sfide, occasioni per… è la vera rivoluzionaria differenza di questo per-corso!! Adesso non siamo più un elenco di iscritti, ci lega un rapporto di scambi continui, di confronti e di esperienze di vita da condividere con gli altri.

Questo è “Cooperative Learning”: positiva interdipendenza, interazione, responsabilità individuale, uso appropriato delle proprie abilità nella collaborazione.

Il clima collaborativo che è nato è davvero speciale, in questo particolare momento di esami lo è ancora di più, il sostegno e la “vicinanza” di qualcuno che sa in prima persona, come te , cosa provi e come ti senti, ti rafforza!

Sabrina

Contrariamente alle altre io non sono una docente, sono un’amministrativa, tutto il giorno tra Dare/Avere, bilanci, registrazioni. Ho intrapreso questo percorso per curiosità, volevo conoscere il mondo scolastico dall’interno e non solo come appare a noi genitori. La volontà di iscrivermi a questo corso di laurea è una cosa che è cresciuta lentamente dentro di me, un bisogno di mettermi di nuovo in gioco e per insegnare a mia figlia che non è mai troppo tardi per fare una cosa a cui tieni, ma che è sicuramente meno faticoso ed impegnativo farlo nei tempi giusti.

Mi ricordo ancora il primo collegamento in sincrono, sull’Ipad, non avevo l’audio, quello che riuscivo a capire era che, ad eccezione di una o due colleghe, le altre erano tutte docenti di scuola elementare. Al termine ho pensato, ma che cosa ho fatto? Cosa ci faccio io qui? Che cosa ho io in comune con loro? Come potrò mai relazionarmi sui problemi lavorativi o di studio?

Poi il 9 dicembre 2012 mi è arrivata la prima mail del prof che esordiva così:

Cari studenti, sono “quello” del Laboratorio Informatico, uno degli insegnamenti del corso di laurea al quale vi siete coraggiosamente iscritti: Metodi e Tecniche delle Interazioni Educative” – omissis – Leggendo questo primo post, non vi fate prendere dall’ansia delle istruzioni per l’uso. Esplorate semplicemente. Durante il (per)corso, benché forzatamente breve, cercheremo di fare varie cose ma non sarà mai questione di studiare prima le istruzioni per l’uso, bensì di scoprirle insieme.

Cari saluti

Andreas

Ora la parola ansia in quel momento per me era un eufemismo …. terrore, non ansia. L’ansia fai due o tre respiri razionalizzi e la superi, il terrore no, non lo razionalizzi.

Il panico era già iniziato dal giorno in cui per caso ero andata a vedere sul sito della IUL il programma del laboratorio informatico. La presentazione era un video dove venivano illustrate le attività che avremmo dovuto imparato a svolgere con alla fine una schermata dove ruotavano parole come: Blog, open source, Web feed, twitter, social network, editing, linguaggio e chi più ne ha più ne metta. Fitta alla bocca dello stomaco ed il pensiero fisso: “My God! come farò io che il computer lo uso solo per lavoro e per ogni programma che imparo ad utilizzare, sia office o zucchetti, mi sembra sempre di aver fatto una delle fatiche di Ercole, se non tutte insieme?”

Non faccio in tempo a calmarmi e ripetermi come un mantra non ti preoccupare tanto c’è tempo adesso vedrai che piano piano le cose si faranno che il 10, dico 10 dicembre, appena 24 ore dopo, mi arriva una seconda mail con un “semplice” invito da parte di “Quello” del Laboratorio Informatico ovvero “…Vi propongo quindi uesto primo post dove siete invitati a leggere una riflessione sui servizi web in generale e quindi ad aprire un blog”. Le gambe sono diventate gelatina, la salivazione si è bloccata, i capelli dritti già li avevo dal giorno prima, quindi non si sono abbassati e ho preso visione di una cosa… Si stava facendo sul serio! Che fare? Dovevo provare. Così il 10 dicembre stesso è nato il mio blog. Semplice, semplice ma mio. Che conquista! Ero orgogliosa di me stessa. Ma era solo l’inizio dell’avventura.

Da quel giorno,sono trascorsi poco più di due mesi, in ordine ho imparato ad usare Google Reader; i famosi feed; lo screenshot, inserire nel blog link, immagini, video; mi sono sporcata con i colori come dice il prof, passo da un tweet ad una chattata sul piratepad, sembro posseduta dall’animo di Bill Gates. Ma soprattutto, sono diventata una #linf12 dipendente.

Perché all’interno di tutto questo percorso sono stata accompagnata, guidata, sostenuta dal prof, da Claude e dalle altre mie care compagne di avventura.

Oggi le mie domande iniziali: “Che ci faccio io qui? Che cosa ho in comune con loro?” hanno trovato una risposta: dovevo far parte del #linf12, dovevo essere anch’io all’interno della creatura del prof; un gruppo unito, curioso di scoprire cose nuove. Perché tramite questo modo di insegnare ho testato che niente è impossibile se uno viene portato a fare piuttosto che a memorizzare sterili concetti fini a se stessi. La teoria è utile ma solo se complementare alla sperimentazione, quando diventa caratteristica unica dell’insegnamento perde efficacia. Se oggi tutte noi siamo un gruppo unito che si cerca, trova, aiuta, operando in una sorta di apprendimento cooperativo con scambi quotidiani di sensazioni, emozioni, lavori e questo grazie ai mezzi ed alla passione donataci dal prof. Il suo modo dinamico di insegnare ci ha incoraggiato a misurarci in cose nuove, sconosciute e quando ci siamo trovate titubanti c’è sempre stato il conforto che se avessimo fatto qualche “guaio” ne saremmo sicuramente venute fuori tramite la forza del gruppo guidato dal suo Capitano.


Note

[1] Antonio Fini, Andreas Formiconi, Alessandro Giorni, Nuccia Silvana Pirruccello, Elisa Spadavecchia, Emanuela Zibordi, Open Educational Resources e comunità virtuali: riflessioni su un’esperienza, Journal of e-Learnin and Knowledge Society — Vol. 4, n. 1, 2008 (pp. 101 – 109)
[2] Maria Grazia Fiore, Andreas Robert Formiconi, Insegnare Apprendere Mutare: la blogo-classe va in scena! (pdf), Journal of e-Learnin and Knowledge Society — Vol. 4, n. 3, 2008 (pp. 51 – 59).
[3] Jenny Mackness, Sui Fai John Mak, Roy William, The Ideals and Reality of Participating in a MOOC (pdf), Proceedings of the 7 the International Conference on Networked Learning 2010, Edited by: Dirckinck-Holmfeld L, Hodgson V, Jones C, de Laat M, McConnell D & Ryberg T, Proceedings of the 7 the International Conference on Networked Learning 2010, Edited by: Dirckinck-Holmfeld L, Hodgson V, Jones C, de Laat M, McConnell D & Ryberg

Il Manifesto degli insegnanti è in rete

Dal blog di Sui Fai John Mak

Sono molto contento perché il Manifesto degli insegnanti è in rete. Sì, lo so che è stato reso pubblico il 2 di luglio, al LSCFcamp di Venezia ma quella è la data di lancio. Una cosa è il lancio e un’altra la visibilità, o meglio, la presenza, la reale presenza in rete.

Nell’OLDaily del 19 luglio, Stephen Downes ha citato il Teacher’s Manifesto, sostenendo che:

It’s the sort of manifesto I can support – it’s about teaching by example, empowering students, and making the world a classroom.

Questo è un fatto che mi fa un grandissimo piacere perché la teoria del connettivismo, della quale Stephen Downes insieme a George Siemens è promotore, rappresenta il mio principale contesto di riferimento da due anni a questa parte, quando ho partecipato in veste di studente al Corso online Connectivism and Connective Knowledge nell’autunno 2008.

Il mio impegno nella Scuola Che Funziona e il mio piccolo contributo per aiutare gli estensori del Manifesto sono il frutto della visione che vo maturando in questi anni e che è molto affine al pensiero connettivistico di Siemens e Downes.

Nella sua nota, Stephen, cita a sua volta il post di Claude Almansi nel blog ETC journal che fa riferimento alla traduzione della “nostra” Luciana Guido.

Va bene così. Il network La Scuola Che Funziona è uno dei fenomeni più interessanti che abbia avuto modo di osservare in questi anni. Deve essere chiaro che l’interesse del network risiede negli obbiettivi condivisi, bene espressi dal manifesto, ma anche nella diversità della sua popolazione.

La diversità può, in certi momenti, causare confusione e rallentamenti ma rappresenta un valore troppo importante perché si possa pensare di indulgere a scorciatoie e semplificazioni. Mi auguro che questo venga compreso da tutti e che si proceda come è stato fino ad ora.

messaggio liofilizzato sul corso nella bottiglia

nutrito e assai confortato dai pensieri di varie persone libere
per esempio vicino e recentemente da

Gianni Marconato
Maria Grazia Fiore

Noa Carpignano

(alcuni maestri lontani li ho nominati un’altra volta)

soffocato nelle spire degli adempimenti banali
impedito dal pensiero lento
liofilizzo in poche righe l’idea che mi ronza nella mente

quella cosa che si chiama
qua informatica di base
là tecnologia della comunicazione online
più in là ancora editing multimediale

e che mi è cresciuta fra le mani

ricercando l’insegnamento
insegnando la ricerca

ebbene, quella cosa è un corso open source
di fatto

ne ha già completamente la natura
quindi
può essere gettata nell’oceano come un messaggio nella bottiglia

messaggio scritto con un tizzone spento preso dal fuoco di ieri
su un pezzo di carta ripianata recuperato dal cestino
messo nella bottiglia di vino finito stanotte
di sugheri era già pieno il cassetto

insomma, un corso fatto con quello che c’è
tutti componenti open o quasi
blog
wiki
aule virtuali
altro
tutte cose di cui è ormai ricca la rete

budget annuale due o trecento euro
giusto per concedersi qualche lusso

totale indipendenza da ciascuno di questi servizi
morto uno si passa ad un altro

un corso sospeso fra

minimalismo del “programma”
profondità dell’esperienza

segna coloro che credono in quello che fanno
non costa quasi niente ma ha valore espresso da molte centinaia di
messaggi
post
commenti
valutazioni

questo corso è germogliato nell’università
è vero
ma non ne avrebbe più alcun bisogno eccetto che per una cosa:
ha bisogno degli studenti che passano di lì perché un percorso obbligato glielo impone

questo è il filo ormai tenue che ancora mi lega all’università
altro no
purtroppo

la domanda è quindi una sola:

come fare a raggiungere coloro che non abitano la rete
perché non hanno avuto occasioni
perché ne hanno avute di sfortunate
ma che se solo si potessero rendere conto
ne diverrebbero cittadini vitali?

dopo avervi traghettato migliaia di studenti
so che queste persone sono tante

gli insegnanti si sono rivelati i più appassionati degli studenti

studenti insegnanti intercettati grazie ad un paio di corsi universitari

come fare per raggiungere quelli che non s’imbarcano in una laurea triennale vissuta dopo cena e nei weekend
ma che forse si imbarcherebbero in un nano-corso galleggiante nella rete
gratuito
un paio di mesi alla scoperta della propria cittadinanza digitale

quale comunità
quale organizzazione
quale azienda

in grado di raggiungere i potenziali ignari abitanti della rete potrebbe capitalizzare su tale valore?

non so se quest’idea che mi ronza in mente si poserà da qualche parte del mio percorso
ma so che contiene il seme dell’università del futuro

a me basterebbe vederlo germogliare

CCK09: How to look at a blogroom (3)

(Versione italiana)

Abstract, A kind of introduction

Beginning to look at numbers

After the kind of introduction it would be natural to give some details about methods and tools but  I prefer to further clarify what we are about first.

I’m reporting data relative to an online class of 21 students who were teachers of primary and secondary schools from all over Italy. The class was about using digital technologies in teaching activities and took part of a three-years graduation in an all-online university called Italian University Line based on the cooperation of five italian universities

and a National Agency devoted to the research and development in education: Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’autonomia Scolastica .

This is the class where the blogroom method was most successful. The students reported this experience as a very rewarding one and all had the feeling to have learned a lot of things in a meaningful way. Furthermore, they felt to be engaged in a community.

The impression of having learned a lot of things is remarkable because the course was organized in a very loose way. I did not declare a “program” as a list of contents but I suggested a number of objectives, partly to be determined in function of the experiences and the needs of students. I claimed that contents would emerge from activities and that the whole course had to be thought of as a path, not necessarily the same path for all the students.

The case of this class was advantaged by the small number of students with respect to the majority of my classes which may reach more than 200 students. However there were also strong adverse factors, such as the busy life of adult students and the 100% online nature of the course, that made the experience significant.

The thesis I’m anticipating here is that, the perception of meaningfulness claimed by the students has to be advocated to the  emergence of a living community, very much akin to a community of practice, a context where the learning process is substantially improved.

The idea is therefore to use this class as a kind of reference to be compared with other classes, in order to understand the most significant factors affecting the learning experience.

The formal part of this course consisted in eight assignments where the students were required to write a short essay or to comment about a specific activity. Therefore, in the conventional perspective, each student was supposed to produce eight posts on its blog, meaning a total of 168 posts for all the students. Instead, the students, wrote 484 posts meaning that 316 posts have been written spontaneously. In other words, we can say that the students wrote about 23 posts each instead of eight.

One could wonder how much pertinent these extra 15 posts per student are. Here comes another reason I have chosen this class among many others. These students are in the range 30-50, therefore they usually have families duties and a job. That is to say that these are highly motivated people and, actually, almost all the posts concerned the topics of the course. Having said that, I do not mean that students are blamed for broadening the subjects of their posts, and very often their blogs are quite reach and colored, indeed. However, for what I’m trying to show here, it is good to know that the extra posts had a high probability of being “meaningful”.

So far, it appears that those 21 people did a great deal of work producing a 200% more of what it was expected. Even if this statement has some value and can be used for comparison with other classes, it is worthwhile to look at the results in more detail.

First of all, the average result may be a significant estimator of the global performance of a class but it is a very poor estimator of individual performances that are by no means homogeneous. Let us look at the distribution of number of posts per student. In reality, the figure shows the number of posts for each blog. In all cases this corresponds to the number of posts per student except in one case were two students shared one blog.  The point is the first one at the left. Keeping this exception in mind, in what follows I will refer to the number of posts per student.

f1_plot_IUL_esplicitaWe see that there are very large differences among the students. As a matter of fact, we found that the 484 posts were distributed among 143 “due posts” and 341 “extra posts”. This is due to the fact that the five students at the right wrote less then eight posts for a number of reasons: some had still to finish at the time of data uptake and some others needed a reduced number of credits for this course. Fifteen students wrote more than the minimum of eight posts, and about half wrote more the double of the required posts.

The 70% figure of “extra posts” (341 over 484) can be thought of as a measure of the community effect, in some way. In fact, it is well known that when a population is just free to undertake something or to contribute actively, the so called 1-9-90 rule holds true. That is over 100 people, one starts contributing, 9 follow the first one and the remaining 90 just look at what’s going on. These last people are the so called lurkers in the Internet. According to such a rule, the plot should be quite different, showing perhaps one or two outstanding contributors and the rest with just eight posts. The plot should therefore be completely flat except for a very narrow peak at the extreme left, instead of being almost triangular.

However, even if the distribution of posts gives an idea of the contributions exceeding the required minimum, we still miss the most important side, which is represented by comments exchanges among the students.  In order to get a visual feeling of such kind of activity it is useful to look at the sociogram of the blogroom.f1_gplot_IUL_esplicita

The sociogram shows the connections among the participants as well as their role. The existence of a line between two nodes means that at least one of the participants relative to that nodes made a comment to the other but it may also mean that multiple comments in both directions were made. Red nodes represents students belonging to the class, blue nodes students from other classes, green nodes educators external to the class that got involved in the blogroom, the light blue one is me, the teacher. The layout of the sociogram was determined by means of an algorithm called “Multidimensional Scaling (MDS)”, which is capable to discriminate somewhat the role of different actors in the network solely on the base the connections.

Actually, the MDS algorithm did a pretty nice job by placing the most active actors to the right and the less active ones towards the left side. However, the most relevant point is the amount of connections among the nodes and, in this respect, it is worthwhile to compare this sociogram with the extreme simulations I  showed in the introduction, were a conventional class and an almost all-connected classes were represented.

The star-like sociogram describing a conventional class is compatible with the plot of the number of posts. At most, we cold add arrows towards the teacher to say that the students produced a significant amount of contents and that this fact made a difference for the teacher.

This represents a conventional were the students produce such a lot of information that the teacher begins to notice it …

This diagram represents a conventional class were the students produced a lot of content, beyond what was required by the teacher.

We could call this a kind of high-performance class with highly performant students but there isn’t any “network effect”, everybody is just working harder, both the students and the teacher. Instead, in our blogroom a great deal of communication took place among the members.

The sociogram of our blogroom gives a spatial perception of the web of connections but it is interesting to go further by quantifying those connections. We can do this by plotting the number of comments that have been made or have been received and, eventually, some measures of the role played by different members in the network.

f2_plot_IUL_esplicitaThe first twenty points at the left represents students belonging to the class and are the same of the precedent plot about the number of posts. The nine points at the right side are relative to students belonging to other classes or educators that engaged spontaneously in the blogroom. The last point at the right is the teacher. The number of posts written by these last members (black line) is not plotted.

The black line corresponds exactly to that of the precedent plot. The difference is that here are reported data for all the members of the blogroom and not only the students, such as students not belonging to this class or educators that became interested in the activities of this blogroom. For these new members the number of posts in their blogs is not reported here so that the black line drops to zero towards right.

The red line shows the number of comments received from other members by each student. In the jargon of social network analysis this is the “indegree” value of a node. The green line shows the comments made to other members blogs by each student, that is the “outdegree” value. Indegree and outdegree are measures of  “centrality” of a node, that is the relative importance of that node in the network. In our case, a high indegree describes a prestigious actor and a high outdegree an outgoing one.

There is a rather loose correlation among the number of posts, the number of received comments and that of written comments. There are people that wrote quite a large number of posts but experienced few contacts with respect to others who wrote a comparable quantity of posts. Conversely, there are someone who preferred to comment others blog instead of writing on its own. Such particular behaviours are worthwhile of careful consideration because they may reveal interesting approaches as well as potential problems. It is difficult to follow all the interactions that are going on within the blogroom, thus this kind of representation may be useful detect relevant situations.

Even more interesting is the quantity plotted as a blue line: the so called betwenness, another measure of centrality which takes into account how much a node “is between” other nodes. The following picture taken from the article Centrality of Wikipedia (in this article you can find also the rigorous definition of betwenness centrality) gives an intuitive idea:

Color (from red=0 to blue=max) shows the node betweenness. Image downloaded from article <a href=

Color (from red=0 to blue=max) shows the node betweenness.

Together with the degree measures of centrality, betwenness is among the “classic” parameters of social network analysis since it was introduced in the seventies, however it is still considered a very effective measure of centrality. The difference with respect to the degree measures of centrality is that these are local, counting how many nodes are connected to a node, whereas betwenness measures how many paths among couple of nodes a node is intercepting, were the nodes may be also many steps apart.

That is, betwenness measures how much a node is connecting different parts of the network and not only neighbour nodes. Actually, I found that this centrality measure was very good at detecting the most active students.

A node with high betwenness acts as a sort of catalyst enabling the spread of  a 1-9-90 kind of participation towards a broader distribution. Thus, the high-betwenness nodes may play a crucial role for the blogroom life. We can think to that nodes as “key nodes” to which it is worthwhile to pay attention in order to facilitate the rise of the community.

It is not to say that those students associated to “key nodes” necessarily will get high grades. This may happen but it is not the point. It is to say that the teacher should spend some time in facilitating the action of “key nodes” because this may foster the health of the whole network improving, in turn, the participation of all its members.

I foresee to use betwenness in much larger classes, where it is difficult to become aware of all potential “key nodes” in time. I would like to detect those nodes at an early stage so as to exploit their potential before the class is going to finish.

The instrumentarium of social network analysis is extremely reach and with the simple examples I have made we have only scratched the set of possibilities. Of course, abundance of possibilities does not mean certainty of success but it is worthwhile to explore them provided we stick to this objective: devising methods to nourish the community in the blogroom giving rise to an experience of meaningfulness in its members.

In successive posts I will tell about other ways to look at blogrooms and as well as about the methods I’m applying.

CCK09: How to look at a blogroom (1)

Versione in italiano

Abstract

A kind of introduction

Why I’m doing this work?

I have been applying the blogroom method during the past four semesters with about 800 students out of a total of about 1400 distributed in 20 different curricula, some of the Faculty of Medicine and some of the Faculty of Education Science.

I have being applying this method when teaching digital literacy or related subjects, so far.

Short description

To describe the method in a nutshell, there are only a couple of conventional lessons at the beginning of the course, where the students are told the basics of the method. Then, the teacher is available for some weeks in a computer room to help students when needed, to engage in discussions or to make seminars.

In the computer room the students are encouraged to help each other. The rest of the course life take place within the blog community. The teacher gives assignments in his or her blog and the students are supposed to write their essays as posts in their own blogs.

The  assignments are not intended to “cover” a range of topics or to assess skills directly but are conceived as stimula to explore autonomously. We may say that assignments are chosen just to address some broad relevant topics.

In online courses where it is impossible to organize conventional lessons and other kind of meetings, the blogroom is supported with weekly virtual meetings.

Peculiarities of a blogroom

Besides the rough participation numbers and the distribution of grades, the teacher is left with a tangle of impressions and feelings, a very strong trace even if a subjective one.

Nonetheless, from such tangle of impressions some clear points emerge regularly:

  • Something very different happens when the blogroom method “works”.
  • The success of the method is very much peculiar to the curriculum. Even the degree of a priori acceptation – that is the number of students that decide to try the new method, since they have the freedom to choose between the new and the conventional approach – is variable, ranging from 10-20% to almost 100% depending on the curriculum.
  • The most striking feature of a working blogroom is the emergence of an emotional component: a significant number of students get involved in a manner that is quite unusual in a conventional class.
  • In a working blogroom a significant proportion of the students would like to continue and, as a matter of fact, the blogroom survives the term of the course.

In short, the blogroom appears to be a living being.

The problem

In the classroom the teacher follows each student separately and usually, the relationships among classmates are kept to a minimum.

In a conventional classroom information flows almost only from the teacher to the students.
In a conventional classroom information flows almost only from the teacher to the students.

On the contrary, in the blogroom, students are encouraged to engage in discussions with classmates and other people and not necessarily about the taught topics.

In a blogroom there may be a rich exchange of information giving rise to a true network. The picture shows a simulation of an extreme situation where everyone is communicating with almost everybody.
In a blogroom there may be a rich exchange of information giving rise to a true network. The picture shows a simulation of an extreme situation where everyone is communicating with almost everybody.

When students get the message, the blogroom comes to life in the shape of a network that is quite difficult to follow since a living network is a chaotic entity.

Of course, I remember well a lot of posts, comments and whole threads of discussions. I know very well many students and often I get a rather clear idea of their personalities. However, for sure a great deal of threads get lost and in my perceptions, the relative proportions may be distorted by my own feelings or preferences.

The idea

However, by its nature, the Internet has memory or, perhaps, is a kind of memory. It hosts life forms and often their traces impressed in the time course can be recovered. This happens to the blogroom, too. All the posts and the comment are retrievable from the feed aggregator and they can be analyzed by means of mathematical and graphical tools.

The idea is to try to construct ways to look at the blogroom in its entirety from different perspectives and having the possibility to focus on specific aspects.

We could put it in the following way. The blogroom is a living entity but its multidimensional nature may be quite complex and therefore we need instruments that allow us to look at it in a reliable way.

I believe that the idea could be interesting being aware that 1) the subjective perception of the teacher remain fundamental, 2) mathematical devices are not magic.

PS: I will be very grateful to anyone willing to tell me about similar works or papers on this subject.

Sociograms have been made with Stanet.

CCK09: Connectivism and Connective Knowledge

(Versione italiana)

Last year I participated to the online course Connectivism and Connective Knowledge given by George Siemens and Stephen Downes. It was a great experience that influenced deeply my practices. It is a good new that they will deliver another version in the fall of this year.

One of the interesting features of these courses is that everyone is free to participate in its own way. This year it will not possible for me to attend the course as I did last year. Nevertheless, I subscribed with the intention of  posting during the course about a work I’m doing that I believe is related to some of the topics  that will be faced in this new version. I will try to listen to those that share similar interests in CCK09.

In this first post I’m going to outline this work.

The objective is to investigate the potential of web 2 technologies to improve the learning experience in a variety of graduate and post graduate courses. Basically, with the method I’m investigating, the teacher tries to facilitate the personal involvement and the practice of the students by keeping to a minimum its own interventions. From the technical point of view, the teaching method is based on the use of blogs and feed syndacation. Both the students and teachers use the blogs to write assignments, to pose questions, to comment and to collaborate. More details are available in this paper (pdf).

My thesis is that by means of the blog community and a sensible conduit of the teacher it is possible to give life to a phenomenon akin to what Etienne Wenger described as a community of practice (CoP), where the feeling of common objectives, the active collaboration among participants and the development of a set of common practices, substantially improve the process of meaning creation and, consequently, the learning experience. However, in my perspective the role of the teacher should not be that of controlling and managing that community as it is often intended when talking about CoPs. Instead, I see this community as something that should grow by itself, free to establish connections with resources, people, organizations and networks that are external to the class environment, much in the sense of connectivism as it has been formulated by George Siemens and Stephen Downes.

Thus, the class is the place where I welcome my students but then I try to bring them “outside” through what I’m calling the “blogroom”. The blogroom is a living community and the teacher has to take care of it as it is common with every newborn form of life. When you are taking care of a living being – it could be a newborn infant  as well as a grove or anything else – the most important thing is to learn to observe it before doing anything.

The blogroom community is a living being because it is composed of humans but it is also a living being in its whole. The teacher should be able to see this creature being aware that its well being is of great importance to improve substantially the learning experience of its components.

The main objective of this work is to explore methods to observe this community, supporting, but not replacing, the complex subjective impressions and feelings of the teacher. Since the life of the blogroom is trackable in all its details, the idea is to use methods of the social network analysis to extract relevant information from its traces.

The method is based on a set of web services and open source tools that allow one to extract the history of the blog community and to perform statistical and graphical network analysis on such data. The tools are 1) Google Reader for feed aggregation, 2) Google Docs for management of students data, 3) a set of Ruby packages to automatically browse the internet and exctract data from web services, 4) the Statnet package of the R environment for social network analysis and, finally, 5) some software I’m writing in Ruby myself to glue all together.

In this method, a variety of social network analysis tools are used to evaluate the part of students activities beyond the minimum trivial level constituted of a standard sequence of assignments. These evaluations may be done both on longitudinal studies as well as to compare different students populations. Conventional measures of networks as well as recent network modelling methods based on exponential-family random graph models (ERGM) are used.

This is a no cost project since all these web sevices, software tools and software languages are free and I will use them as long as they will remain free.

During the next months I will posts on specific aspects of this work.

Coltivare le connessioni (II)

English (Traduzione di Ilaria Montagni)

Nel post precedente, Coltivare le connessioni (I), ho cercato di mettere in evidenza il ruolo fondamentale delle reti in un’evoluzione che non ha mai visto soluzioni di continuità.

Le reti sono apparse nella scienza occidentale quando negli anni 20 del secolo scorso gli studiosi di ecologia hanno descritto gli ecosistemi come comunità di organismi connessi fra loro in una rete definita dalle relazioni alimentari fra le specie.

Successivamente le caratteristiche delle reti sono state riconosciute in molti altri contesti: per esempio gli organismi possono essere pensati come reti di cellule, le cellule come reti di molecole e via dicendo.

Le generalizzazioni si susseguono e le terminologie contaminano ambiti molto diversi. Per esempio Google trova più di quattro milioni di siti cercando “economic ecosystem”. Infatti oggi il termine ecosistema è molto comune nella descrizione dei sistemi economici.

Dire che mediante le reti si possono spiegare i misteri della vita è certamente esagerato tuttavia dove c’è vita ci sono reti. Fritjof Capra chiama living networks le reti che formano organismi viventi [1]. Non tutte le reti sono “viventi”. Le reti viventi sono quelle in grado di autogenerarsi, cioè di impiegare i propri componenti per trasformare o costruire nuovi componenti.

Il panorama scientifico si è molto complicato. Gli strumenti della scienza del IXX e del XX secolo si stanno rivelando insufficienti per tentare di comprendere e descrivere il mondo in cui viviamo. Forse, il risultato dell’indagine scientifica più significativo nel XX secolo è stato proprio quello di riconoscere i propri limiti in una grande varietà di campi. Un fatto che ha indotto la comunità scientifica a revisionare l’insieme dei concetti, dei valori e dei metodi condivisi per definire i problemi e ricercare la loro soluzione, il processo che Thomas Kuhn ha descritto come slittamento del paradigma del metodo scientifico.

Ci troviamo così di fronte a vari nuovi campi di ricerca che condividono il tentativo di affrontare in qualche modo la complessità: teoria dei sistemi, sistemi complessi, caos, frattali, dinamica non lineare, sistemi cognitivi, pensiero sistemico per menzionarne solo alcuni.

In misura variabile, in tutti questi ambiti si rinuncia all’approccio riduzionistico, che ha dominato il metodo scientifico prima del XX secolo e mediante il quale si scompone un sistema nelle sue parti confidando di poter dedurre il comportamento dell’insieme a partire da quello delle singole parti.

Questo modo di guardare all’insieme senza recidere le relazioni di ogni sua parte con il contesto rappresenta l’approccio olistico all’indagine scientifica. Come sempre succede quando si presenta una dicotomia bisogna stare attenti a non restarci intrappolati e il rischio è notevole perché oggi le diatribe fra “riduzionisti” e “olisti” abbondano.

Deve essere chiaro che non voglio condurre il lettore né da una parte né dall’altra di questa ennesima dicotomia ma solo sottolineare come nel corso del XX secolo l’uomo sia stato costretto ad accettare un netto cambio di paradigma nella metodologia dell’indagine scientifica e in generale nella visione del mondo.

Si tratta di un cambio di paradigma che è tutt’altro che indolore e che è anche ben lungi dall’essere accettato dalla comunità scientifica e interiorizzato dalla comunità in generale. La via della conoscenza non è lineare. I semi delle novità germogliano quando il terreno che li accoglie è pronto. Una nuova visione che può folgorare alcuni può risultare inaccettabile per altri. Quello che ancora facciamo fatica ad accettare oggi, nel 2009, può essere stato l’oggetto dell’intuizione di un poeta due secoli prima. Ecco per esempio cosa ha scritto Giacomo Leopardi il 4 ottobre del 1821 a pagina 1837 del suo Zibaldone dei Pensieri [2]:

Scomponete una macchina complicatissima, toglietele una gran parte delle sue ruote, e ponetele da parte senza pensarvi più; quindi, ricomponete la macchina, e mettetevi a ragionare sopra le sue proprietà, i suoi mezzi, i suoi effetti: tutti i vostri ragionamenti saranno falsi, la macchina non è più quella, gli effetti non sono quelli che dovrebbero, i mezzi sono indeboliti, cambiati, o fatti inutili; voi andate arzigogolando sopra questo composto, vi sforzate di spiegare gli effetti della macchina dimezzata, come s’ella fosse intera; speculate minutamente tutte le ruote che ancora lo compongono, ed attribuite a questa o quella un effetto che la macchina non produce più, e che le avevate veduto produrre in virtù delle ruote che le avete tolte ecc. ecc. Così accade nel sistema della natura, quando l’è stato tolto e staccato di netto il meccanismo del bello, ch’era congegnato e immedesimato con tutte le altre parti del sistema, e con ciascuna di esse.

Con l’intuizione che solo i poeti possono avere, Leopardi anticipa il cambio di paradigma nella visione del mondo che ancora oggi, nel XX secolo, facciamo fatica ad accettare.

Le reti rappresentano un elemento centrale nella nuova visione del mondo, quasi una risposta all’obiezione fatta da Giacomo Leopardi due secoli fa.

Torniamo dunque a considerare Internet, la rete che ormai rappresenta la principale infrastruttura per la comunicazione, alla quale tutti possono accedere con una varietà di strumenti di uso comune, non solo col computer [3].

Ebbene, internet è una “living network” perché ha capacità autogenerative. Le tecnologie che stanno alla base della gran parte delle funzionalità di internet si sono sviluppate proprio grazie alle caratteristiche della rete stessa. Solo per fare un esempio, il più importante software di gestione delle pagine web che viene utilizzato nei web server è Apache, un prodotto open source e quindi un prodotto di un componente peculiare di internet.

Internet è una cosa viva come vive sono le innumerevoli comunità che ospita. Ve ne sono di buone e di meno buone, ve ne sono di tutti i tipi. Sono vive perché nascono e muoiono, perché hanno tutte una certa tendenza alla sopravvivenza, perché si possono trasformare, scindere e riunire. Sono vive perché sono comunità umane. Se volete, potete stabilire connessioni con una qualsiasi di esse e con quante volete.

La quantità di opportunità offerte da internet è sconvolgente e non era immaginabile fino a 10 anni fa. Eppure sembra prevalere nell’opinione delle persone, e forse con ragione, l’idea di una cosa effimera, dove la quantità prevale sulla qualità, la stupidità sulla profondità.

È veramente così? Laddove c’è massa è inevitabile che la qualità scompaia e prevalga il peggio? Internet, con la sua straordinaria capacità di fluidificare l’informazione, è la chiara dimostrazione di questa triste tesi?

Devo dire che, considerata la nostra situazione su questo pianeta, l’idea che tutto ciò che concerne la massa debba essere negativo mi mette alquanto a disagio. E poi, dobbiamo dimenticare alcuni fenomeni straordinari come il software open source, il sistema operativo Linux, IBM che fa affari con mondo open source, come tutte le altre grandi aziende IT, le multinazionali che fanno ricerca collaborando con la massa, la possibilità per gli autori di decidere quanto e come rendere libero delle proprie opere con le licenze Creative Commons?

Tante persone, dopo avere udito qualche mia descrizione di questi fenomeni, dicono: “Ma queste belle cose riguardano altri, quelli che sanno, quelli che possono … io non ho questi strumenti, non ho le competenze”.

No. Non sono d’accordo. Non è un problema di competenze. Non è un problema di strumenti. Non è perché a potere sono sempre gli altri.

L’esplosione di internet dal 2000 in poi è proprio dovuta al fatto che per esprimersi ed agire in rete bastano competenze elementari e strumenti di bassissimo costo, ubiquitari e che le nuove generazioni usano quasi senza accorgersene.

Quello delle carenza di competenze e di strumenti idonei per partecipare è un alibi che nasconde un disagio più profondo che credo derivi dalla scolasticità dell’istruzione (ahimè, non formazione) e dalla scolarizzazione della nostra società con almeno due gravi conseguenze:

  1. malgrado il continuo sfoggio di attivismo abbiamo in realtà un atteggiamento molto passivo, conformista e scarsamente creativo
  2. non siamo ormai più abituati ad avere a che fare con le cose vive, o quasi.

Il primo punto è quello che ho sviluppato in un post precedente dedicato a Facebook dove mi riferivo al cambio di paradigma suggerito da Patch Adams con il quale si sostituisce il so that … al because of …”: ora faccio questo perché ho l’obiettivo di … anziché non posso fare questo per colpa di … Concludevo dicendo che la questione non è su dove “stare”, nel mondo reale o in quello virtuale o da qualche altra parte, ma su quali strumenti impiegare per tentare di realizzare i propri progetti, magari il proprio progetto di vita.

Qui vorrei invece soffermarmi sul secondo punto: abbiamo perso la sensibilità necessaria per comunicare con le entità vive, non le sappiamo più ascoltare, non sappiamo più parlare loro, abbiamo perso la capacità di empatizzare al punto che talvolta non le “vediamo” nemmeno.

Forse qualcuno si sta domandando cosa intenda per cosa viva. Ecco degli esempi: la pianta che tenete in un vaso ma anche la terra che la ospita, il lievito (di birra) che mettete nell’impasto per fare un dolce, tutte le cose per fare le quali chiediamo aiuto a popolazioni di batteri come il pane, il vino, il formaggio, e poi la terra dalla quale proviene tutta la nostra alimentazione, anche un bambino è una cosa viva e anche una classe di studenti, la nostra blogoclasse, una comunità di persone che si riuniscono periodicamente per discutere su un argomento di comune interesse, magari in internet, una comunità di pratica, l’insieme dei feed dei siti che mi interessano.

Alcune delle cose che ho elencato sembrano ovvie ma a giudicare per esempio da come in generale mangiamo, da come parliamo ai giovani, da come insegniamo nelle classi scolastiche, nutro seri dubbi che si sappia ancora parlare alle cose vive.

Carlo Petrini scrive nella presentazione del bellissimo dvd Storie di terra e di rezdore:

Il savoir faire dei bravi artigiani e contadini di tutto il mondo ci racconta di come l’uomo un tempo abbia stretto un’alleanza con la natura , prima di iniziare a distruggerla sistematicamente, credendo di poterla dominare.

Una cosa viva si distrugge allorché non la si capisce più e non si è più in grado di parlarle. Si può distruggere un figlio senza toccarlo. Si possono distruggere parti di mondo (le famigerate materie scolastiche) nella mente dei propri studenti. Accade di norma, salvo splendide eccezioni. Si può distruggere la propria terra.

Perché è accaduto questo? È accaduto per il processo di atomizzazione della società che ha condotto alla disgregazione delle piccole comunità umane, famiglie, paesi, borghi. È accaduto per la conseguente scolarizzazione della società. La famiglia non educa più, appalta l’educazione ad altri e gestisce la giornata dei figli. I genitori sono diventati i manager dei propri figli. In parte perché non hanno tempo ma in parte perché non hanno molto da tramandare.

Si sono interrotti i fili lungo i quali si trasmetteva il sapere, di generazione in generazione. Ora si va a scuola ma questa dà solo un surrogato finalizzato all’inserimento nel mondo del lavoro, peraltro spesso in modo non soddisfacente. La scuola non può dare quella conoscenza che prima fluiva dai vecchi ai giovani per osmosi, per atti osservati e condivisi, che è difficile codificare in forme proposizionali e certamente non in quelle dei manuali scolastici.

In tutta quella parte di sapere che si è estinto nel giro di un paio di generazioni, vi è anche la conoscenza delle cose vive. E mi riferisco solo in minima misura alla conoscenza scolastica eminentemente nozionistica, pur carente, come per esempio non sapere che per produrre il latte le mucche devono partorire un vitello all’anno.

Mi riferisco all’insieme di sensibilità e percezioni che consentono di parlare con la cosa viva. Tutte le cose vive parlano, anche quelle che non conoscono un linguaggio simbolico. Me lo insegnò il mio nonno contadino quando avevo dieci anni:

“Vedi Andrea, le piante parlano”

“Come sarebbe a dire?”

“Le devi osservare per capire quello che ti dicono, devi imparare i loro segni.Per esempio se le foglie pendono e avvizziscono vuol dire che hanno sete. Tutte le cose vive parlano. Bisogna aspettare e osservare, loro ti daranno dei segni. Si può parlare con le piante ma ci vuole tempo”.

Mio padre, laureato, uomo colto e di valore non avrebbe saputo dirmi la stessa cosa. Io ora ho 54 anni, quindi siamo di fronte ad un fenomeno di estinzione.

Nel panorama della generazione dei miei figli non c’è più niente di tutto questo e, ripeto, ciò che non conosciamo, lo uccidiamo senza accorgercene. A onor del vero stanno riemergendo dei segni di attenzione grazie alle iniziative e all’opera di personaggi come Carlo Petrini, ideatore di Slow Food. Dobbiamo esser contenti di questi segni ma sono gocce nell’oceano rispetto a quella che era la cultura di un popolo.

La mia tesi è che non riusciamo a trarre vantaggio dalla ricchezza del mondo online perché abbiamo perso una cultura sviluppata e tramandata da millenni e che, nel processo di scolarizzazione della società iniziato nel IXX secolo, è ormai estinta perché la scuola non è stata in grado di raccoglierla e tenerla viva.

La cultura che abbiamo perso contemplava l’alleanza con la natura citata da Petrini, come tutte le alleanze fondata sul dialogo e sulla comprensione. Si possono fare tanti esempi che possono fungere da metafore utili nella vita online. Il problema è che le metafore funzionano quando portano in un contesto familiare e invece molte di queste portano in un contesto purtroppo già remoto. Per questo ne propongo alcune nella speranza che per ciascuno ve ne sia almeno una congegnale.

Il mezzadro

Inizio con quella che è più congegnale a me e che potrei chiamare del mezzadro. Perché proprio mezzadro e non semplicemente contadino? La mezzadria [4] era un contratto di lavoro fra padrone e contadino che prevedeva che il contadino abitasse con la famiglia sul podere facendosi completamente carico della sua conduzione e cedendo il 50% dei prodotti al padrone.

È la principale forma di conduzione del territorio agricolo nelle zone collinari e montane in Toscana, Umbria, Marche ed Emilia Romagna. In realtà, salvo lodevoli eccezioni, si è trattato di una forma di sfruttamento che ha raggiunto livelli odiosi, soprattutto nei poderi di montagna che sono meno prodighi di frutti.

Un vero peccato perché il mezzadro, un po’ per necessità e ristrettezze, un po’ per la grande varietà di attività che la conduzione di un podere richiedeva era un uomo di grande competenza e versatilità. La competenza del mezzadro, valutata in un mercato del lavoro equo sarebbe come il vin santo fatto per bene: senza prezzo. Peccato che lo sviluppo economico se ne sia andato da un’altra parte.
È lunga la lista di tutto ciò che un mezzadro aveva da controllare, curare, intraprendere, correggere, mantenere, costruire sul suo podere e per i suoi animali. Tutte le cose dalle quali dipendeva la sopravvivenza della sua famiglia erano vive, piante, colture, orti, animali, cacciagione. Doveva per forza saper parlare con esse. Non doveva mai perdere di vista l’insieme ed essere sempre pronto ad intervenire.

È una mentalità molto diversa da quella dominante nel lavoro secondario e terziario, dove prevale la manipolazione, la costruzione, la gestione di entità viste come inanimate, oggetti da assemblare, pratiche da evadere, personale con requisiti predefiniti da reclutare, risorse da allocare, obiettivi da conseguire.

Nel lavoro del mezzadro vi erano momenti di pianificazione e costruzione ma prevaleva la pratica dell’ascolto. Per esempio l’orto – che fa l’uomo morto – richiedeva una visita quotidiana e le cose da fare dipendevano da condizioni sempre variabili e solo in parte predicibili – oggi l’insalata ha bisogno di più acqua perché stanotte c’è stata poca guazza, ai pomodori le erbacce sono cresciute troppo, quei fagiolini vanno colti sennò induriscono … ah le lumache mi mangiano le fragole …

I feed che voi scegliete di seguire sono come gli ortaggi che decidete di seminare e di piantare, lo dovete sapere voi di cosa avete bisogno.

Feed è un termine tecnico ma rappresenta una connessione con un essere umano e tale connessione deve essere seguita come una pianta nell’orto affinché dia i frutti sperati, va coltivata: leggere quando interessa, riflettere, commentare,rispondere, proporre.

L’insieme delle vostre connessioni è il vostro orto.

Non spendo altre parole perché so che più di tanto le parole non possono comunicare. Se avete nella vostra vita reale una connessione di questo tipo, una persona o un ricordo collegati al mondo della terra, ebbene cercate di recuperarla e approfondirla, otterrete di più che dalle mie parole.

La madre

Tracciare le fila di questa metafora dovrebbe essere facile dopo quello che ho detto nella precedente. Inoltre dovrebbe funzionare bene per la metà degli esseri umani, in teoria.

In realtà non ne sono tanto sicuro. Ricordo la conversazione di un’ostetrica che lamentava l’assurdità delle domande fatte da un numero crescente di genitori. Domande che un tempo non sarebbero venute in mente a nessuno e che rivelano l’imbarazzo per non saper che pesci prendere di fronte ad una cosa viva: “Chiediamo al dottore!”, “Iscriviamoci ad un corso!”

Luigi Pirandello, in “Donna Mimma” [5] descrive il sofferto passaggio dall’esperienza della mammana alla professionalità dell’ostetrica e quando donna Mimma è costretta ad andare all’università per ottenere il diploma necessario per continuare la professione che di fatto aveva esercitato da 35 anni

… mano a mano che quella famosa conoscenza implicita, di cui il professor Torresi ha parlato, le diviene esplicita, donna Mimma – veder più chiaro? altro che veder più chiaro! – Non riesce a veder più nulla.

Ora anche mamme e babbi stanno perdendo la conoscenza implicita!

Ecco un bell’esempio di ciò che intendo per società scolarizzata. Cercare in forme proposizionali, somministrate da una cattedra e pagate un certo prezzo conoscenze che prima erano respirate nella comunità.

Come confrontare l’acquisto e la consumazione di una barretta con la preparazione di una piatto e la sua degustazione con un amico. La differenza è la vita.

Credo che la scolarizzazione contribuisca tragicamente al rapporto con le generazioni successive, sempre che si possa ancora parlare di rapporto … ma chissà …

Il maestro

Trovo che questa sarebbe la metafora più bella. La cura, il rispetto e l’umiltà in un anziano che segue il percorso di un giovane. Il vero maestro parla poco, interviene poco, il minimo. Il vero maestro si disinteressa della quantità ma solo della qualità, perché la quantità sarà affare del giovane ma è sulla ricerca della qualità che il maestro può essere utile.

Raro. Rarissimo a scuola. La rarità rende ancor più fulgide le eccezioni che fortunatamente esistono. Se avete avuto la fortuna di trovare un maestro sul vostro cammino, ebbene ripensate a quell’esperienza.

Se dedicate alle vostre attenzioni l’attenzione e la cura che il maestro dedica ai suoi giovani allora avrete delle piacevoli sorprese.

La passeggiata nel bosco

Sia andando in cerca di connessioni che coltivando quelle selezionate, può venire molto facilmente l’ansia di non poter affrontare una quantità così grande e soprattutto di perdere qualcosa nella vastità della quale non si scorgono i limiti. Un altro effetto della scolarizzazione: voler vedere i limiti del territorio, avere bisogno del manuale, voler sapere tutto ciò che serve. Questa è una mal-formazione di origine scolastica. La vita non è così. Mai.

Queste ansie sono emerse con evidenza nel corso online Connectivism and Connective Knowledge tenuto da George Siemens e Stephen Downes nel semestre autunnale di quest’anno.

Durante la seconda settimana del corso proposi la metafora che traduco qui di seguito.

Pare , forse non sorprendentemente, che molti di noi si trovino disorientati e talvolta infastiditi dalla struttura caotica del corso.

Ebbene, facciamo una passeggiata in un bosco e rilassiamoci …

cosa vuol dire conoscere un bosco?

• conoscerne il nome?
• conoscere tutti i sentieri del bosco così da poter tornare indietro con sicurezza in qualsiasi condizione?
• conoscere tutti i tipi di alberi, piante e animali che lo popolano?
• conoscerlo così da poterci cacciare animali selvatici?
• sapere se in qualche sua parte scorre dell’acqua sotto il suolo?
• sapere dove e quando ci si possono trovare dei buoni funghi?
• sapere che vi ebbe luogo un importante fatto storico?
• sapere che vi trovò ispirazione un poeta famoso?
• essersi innamorati di qualcuno in quel luogo?

Oh, quanti modi diversi ci sono di conoscere quel bosco, alcuni richiedono una vita intera, altri pochi istanti.

Tuttavia, nessuno può credere che per conoscere quel bosco sia necessario conoscerne esattamente tutti gli alberi, uno per uno, le loro forme, età e posizione. Tutte le piante. Tutte le foglie di ciascuna pianta. Tutti gli animali e dove si trova e cosa fa ciascun animale in ogni istante. Tutte le pietre. Tutte le particelle.

Certo che no! È semplicemente troppo e del resto, potrebbe essere desiderabile un simile tipo di conoscenza? No, questo tipo di conoscenza completa e dissennata è certamente meno desiderabile di una qualsiasi delle precedenti.

No, quello di cui abbiamo bisogno è di trovare ciascuno il proprio percorso per conoscere quel bosco. I modi di conoscerlo sono illimitati e ciascuno può impiegare un sistema di concetti diversi per conoscerlo. Un sistema diverso di connessioni. Una rete diversa di connessioni. Persino la stessa persona in momenti diversi può ricorrere ad un diverso sistema di concetti per conoscere quel bosco.

In ogni caso, qual è il modo migliore per raggiungerne quella vostra particolare conoscenza? Semplicemente godendosi una passeggiata, una, due, molte volte e andando dove vedete qualcosa che vi piace. Col passare del tempo conoscerete quel bosco nel vostro particolare modo.

Conclusione prima che arrivi la III e ultima parte

Se siete ancora qui ma le metafore che vi ho suggerito non vi convincono e non trovate riferimenti significativi a qualche esperienza del vostro passato, potrei suggerirvi di procurarvi il dvd Storie di terra e di rezdore e guardarlo con attenzione. Ci sono sequenze che meritano visioni ripetute.
Se anche dopo questo, non vedete il nesso … beh, allora forse è meglio che in Internet ci stiate il meno possibile, effettivamente.
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[1] Capra, Fritjof, The Web of Life, Flamingo, London, 1997.

[2] Leopardi, Giacomo, Zibaldone dei Pensieri (pag. 1837, 4 ottobre 1821), Oscar Mondadori, Milano, 2004.

[3] Il computer è ormai già sulla la via dell’obsolescenza. Secondo varie varie fonti, il telefono cellulare è la tecnologia che sta invadendo il mondo. In molte parti del mondo nella quali sino ad ora si è rivelato impossibile costruire le infrastrutture tecnologiche tradizionali dispongono già di reti di telefonia cellulare che offrono ampia copertura e velocità di trasmissione dati elevate (”The art of the possible” Economist, 13 novembre 2008). Per esempio, il 72% della popolazione Afgana è coperta dalla rete e nel 2006 il 68% delle nuove richieste di sottoscrizione ad un nuovo numero di cellulare sono provenute dai paesi in via di sviluppo

[4] Casanova, Paolo ; Sorbetti Guerri, Francesco, La vita e le cacce dei contadini fra Ottocento e Novecento : quando si cacciava per vivere, Edizioni Polistampa, Firenze, 2007.

[5] Pirandello, Luigi, Novelle per un anno, Donna Mimma, Il vecchio Dio, La giara, Garzanti, Milano, 1994.

Coltivare le connessioni (I)

English (Traduzione di Ilaria Montagni)

È difficile affrontare il nuovo. È difficile comunicare il nuovo. È difficile scrivere per comunicare il nuovo. Chi legge cerca immediatamente di trovare punti di riferimento e questi si trovano nel territorio del vecchio, del preesistente, del familiare. Per affrontare il nuovo tutti devono compiere uno sforzo addizionale: colui che  scrive deve ingegnarsi per trovare strumenti espressivi adeguati, colui che legge deve essere predisposto al nuovo, deve essere predisposto all’avventura. Uno strumento fondamentale per comunicare il nuovo è la metafora ma perché essa funzioni deve poggiare nel territorio familiare del lettore.

Ciò che sto cercando di spiegare riguardo al modo di stare online è in realtà molto semplice ma al tempo stesso molto difficile da comunicare. Credo che il motivo stia nella difficoltà di reperire metafore adeguate, per un motivo o per l’altro. In questo articolo proverò quindi ad usare tutte quelle che mi vengono in mente nella speranza che laddove non funzioni una possa funzionare l’altra. Tuttavia, caro lettore, prima di ricorrere a questo stratagemma, vorrei rassicurarti sul fatto che lo sforzo che ti richiedo non è gratuito, non è un mero esercizio scolastico. È uno sforzo che tutti dobbiamo fare perché è imposto dalle grandi mutazioni del mondo nel quale viviamo.

In questo post, che è il primo di una serie di tre (almeno credo) propongo una riflessione su due elementi fondamentali che è necessario focalizzare prima di qualsiasi altra considerazione: la crescita esponenziale dell’evoluzione e il ruolo delle reti. Nel secondo post della serie proveremo a giocare un po’ con alcune metafore nella speranza che ci possano essere utili per imparare ad avere cura delle proprie connessioni. Infine, nella terza parte proveremo a fare qualche considerazione sulle comunità di blog e sull’idea di Personal Learning Environment.

La conclusione, che possiamo anticipare subito, sarà più o meno del tipo: per utilizzare al meglio le nuove tecnologie di comunicazione dobbiamo imparare ad ignorarle.

Evoluzione e crescita esponenziale

È indubbio che viviamo in un epoca di grandi mutazioni ma sarebbe un errore ritenere queste novità senza precedenti che turbano e sconvolgono una condizione di equilibrio, e che forse avremmo potuto evitare o cambiare se avessimo agito in un modo diverso. Il mondo non è mai stato fermo, anzi esso esiste e noi, a questo punto della sua storia, lo percepiamo grazie al fatto che esso è fatto di solo divenire. Noi siamo il frutto dell’evoluzione che ha luogo su questo pianeta ed è un fatto universalmente accettato che l’evoluzione abbia un andamento esponenziale [1].

Ci sono parole inflazionate. Esponenziale è una di queste: andamento esponenziale, crescita esponenziale, esplosione esponenziale. Credo che tutti associno alla parola esponenziale l’idea di qualcosa che cresce in un  modo esplosivo, giustamente. Ma non c’è solo questo. L’esponenziale è una funzione matematica, diamole un’occhiata [2]

exp
È vero che l’esponenziale esplode ma non sempre! Esplode a destra, per x -> ∞ dicono i matematici. A sinistra invece l’esponenziale è del tutto tranquillo, sembra che non succeda niente. Ora, se l’esponenziale rappresenta l’evoluzione, sulle ascisse (asse delle x, quello orizzontale)  mettiamo il tempo e sulle ordinate (asse y, quello verticale) mettiamo qualche indicatore dell’evoluzione: entità della popolazione umana, conoscenza acquisita, livello di complessità degli organismi biologici o altro. Qualsiasi quantità ci mettiate, se l’andamento è esponenziale, nella parte iniziale la crescita è molto lenta e solo da un certo punto in poi ci si rende conto di trovarsi in una situazione esplosiva. È così che nasce l’illusione che le cose si siano messe a correre all’improvviso. Nella fase iniziale delle crescite esponenziali nessuno si accorge di niente e le approssimazioni lineari o addirittura le ipotesi di equilibrio stabile trovano facilmente credito. Invece il mondo è sempre cambiato, l’evoluzione ha avuto inizio sulla terra non appena le condizioni lo hanno consentito, acqua, atmosfera, sufficiente quantità di specie atomiche disponibili e adeguatamente diffuse, e da allora non si è più fermata.

Ora, all’inizio del terzo millenio, la fase esplosiva è diventata manifesta e all’umanità si pone la sfida di imparare ad affrontare una successione sempre più serrata di mutamenti. Non c’è scampo e non c’è attività umana che possa prescindere da questo. Il nuovo sarà il nostro elemento naturale.

Reti e organizzazioni

Negli ultimi 400 anni, nel corso dei quali tecnologia ed economia hanno preso a crescere con impeto alimentandosi dei progressi della scienza a partire da Galileo Galilei in poi, le organizzazioni di ogni tipo si sono strutturate secondo il modello gerarchico mutuato dalle organizzazioni di tipo militare, forse il primo modello organizzativo della storia.

All’albore del terzo millenio è comparso un nuovo elemento che è sempre esistito ma di cui solo ora si inizia ad intravedere il ruolo fondamentale: la rete [3].

La vita emerge malgrado l’inesorabile aumento dell’entropia stabilito dal secondo principio della termodinamica con due gambe: organizzazioni  e reti.

Le reti sono insiemi di nodi e connessioni. Si chiamano reti a prescindere dalla natura e dal numero dei nodi, dalla natura, dal numero e dalla struttura delle connessioni. Le reti non hanno ordine né gerarchia. I nodi, ai fini della funzionalità della rete, sono tutti equivalenti. Non esistono ruoli diversi per i nodi, non ci sono nodi di un tipo e nodi di un altro. Le reti crescono spontaneamente in modo caotico.

Con il termine organizzazioni qui mi riferisco a qualsiasi struttura che riveli qualche tipo di gerarchia. Le organizzazioni hanno una struttura ordinata e le parti che la compongono hanno ruoli ben definiti.

Il nodo di una rete, in quanto tale, è un’entità puntiforme che si limita ad interagire con gli altri nodi secondo delle regole uguali per tutti i nodi e peculiari del tipo di rete. Tuttavia, se andiamo a vedere un singolo nodo con il “microscopio” scopriamo che esso ha una struttura interna, a sua volta composta di organizzazioni e reti.

In natura, organizzazioni e reti sono sinergiche. Ogni cosa è costituita da complessi insiemi di entità nei quali talvolta prevale la natura della rete e talvolta quella dell’organizzazione. Sistemi sempre più complessi sono costruiti mediante inestricabili coacervi di reti e organizzazioni di livello inferiore in una sorta di  illimitato e complicatissimo sistema di scatole cinesi.

Questo paradigma si applica a tutti gli aspetti del mondo, dalla descrizione dei sistemi biologici a quella dei sistemi macroeconomici.

Come si costruisce una macchina oggi? Qualche tempo fa ho letto di una nuova macchina cinese che è cinese perché la concezione e il management del processo industriale hanno avuto luogo in Cina. Tuttavia, i vari sistemi che compongono la macchina vengono fabbricati negli Stati Uniti, in Germania, Austria, Cina e qualche altro paese. La macchina viene assemblata in una fabbrica dell’Italia meridionale. Questa è una tendenza che caratterizza l’intera economia mondiale. È normale oggi acquistare un’auto di una certa marca nella quale più del 50% dei sistemi che la compongono sono stati progettati, costruiti e assemblati da una rete internazionale di produttori indipendenti dalla marca del prodotto finale. Avete bisogno di freni per la macchina che state progettando? Bene, dovrete considerare tutti i produttori di freni disponibili sul mercato e scegliere quello in grado di fornire i freni con i dati requisiti e al minor costo.

I nodi di una rete industriale sono le aziende le quali sono delle organizzazioni caratterizzate da una gerarchia ben precisa, amministratore delegato (Cheaf Executive Officer), membri del consiglio di amministrazione,  manager e via dicendo. Tuttavia per funzionare, ogni singola azienda si deve comportare come un nodo di una rete di aziende. L’ insieme di regole che caratterizzano le connessioni fra le aziende è piuttosto ben definito ma la rete di aziende cresce in modo caotico. Nessuno può controllare realmente il modo in cui una rete cresce.

La nostra società è composta da insediamenti che vanno dal più minuscolo dei villaggi alla più grande metropoli. Ogni insediamento umano è composto da reti e organizzazioni. Per esempio, ogni città ha un sindaco, un consiglio comunale, una serie di uffici tecnici dove lavorano persone con precise competenze e responsabilità e via dicendo.  Tuttavia in ogni paese l’insieme degli insediamenti rappresenta una rete che si è sviluppata nel corso della storia in modo spontaneo e caotico sotto l’influenza di un coacervo di fattori estremamente complesso.  Nessuno ha mai pianificato l’intera distribuzione di insediamenti in un paese. Tentativi del genere in passato sono forse riferibili a qualche regime dittatoriale ma si tratta di episodi che il corso naturale delle cose riassorbe in fretta.

Il mondo del software open source, il sistema operativo Linux tanto per fare un esempio, è una rete di sviluppatori di software, ognuno dei quali si comporta come un nodo di una rete.  A livello “microscopico” possiamo riconoscere che i singoli nodi possono essere molto diversi. Si può andare dallo studente di informatica a chi lo fa semplicemente per hobby, dall’azienda di Information Technology che sviluppa un software Open Source come una variante di una propria linea di prodotti alla multinazionale che investe miliardi di Euro nell’integrazione dei prodotti Open Source disponibili con quelli della casa. Malgrado la tipologia estremamente varia dei contributori, tutti interagiscono con il mondo Open Source adeguandosi alle stesse regole e agendo quindi come nodi di una rete.

In un articolo apparso sull’Economist del 25 ottobre del 2005, Il signor Kelly, responsabile della divisione Proprietà Intellettuale della IBM, alla domanda su come mai l’IBM, maggior produttore di brevetti industriali nel mondo, si sia messa a regalarne per un valore cospicuo (40 milioni di dollari nel 2003)  al mondo Open Source, risponde: “It isn’t because we are nice guys” spiegando in sostanza che ormai è chiaro che la vitalità dell’ecosistema costituito dalla rete di sviluppatori Open Source è troppo importante per la salute del business di IBM.

I singoli nodi che costituiscono la rete di sviluppatori Open Source, si comportano in modo del tutto simile ma possono avere strutture interne molto diverse, da quella di una grande multinazionale a quella di una singola persona, quest’ultima per esempio composta da un complicatissimo sistema di cellule organizzate in varie strutture. Forse la più complessa di queste strutture è il cervello che è composto da una rete di cellule, ogni neurone un nodo. A sua volta, la singola cellula è un sistema complesso di macromolecole analizzando il quale troviamo altre strutture e reti. E così via.

C’è probabilmente ancora tantissimo da capire sulle proprietà delle reti e delle loro relazioni con le organizzazioni ma non vi è dubbio che in tutti i campi si guardi con estremo interesse al ruolo che le reti sembrano giocare in tutti gli aspetti del mondo che ci circonda. Un fatto ormai certo sul quale i più concordano è che quando, in qualsiasi contesto, appare “il nuovo”, questo accade sempre come prodotto di una rete: la rete, quando gode di buona salute, produce qualcosa che è superiore alla mera somma delle sue parti. Un insieme di sviluppatori software caoticamente affacciati sulla stessa rete non hanno prodotto solo una certa quantità di software somma dei singoli contributi, bensì hanno dato vita a quello che si è rivelato un prodotto industriale in grado di competere e in alcuni settori vincere la competizione con i prodotti industriali convenzionali. In altre parole, hanno dato vita ad un nuovo modello di produzione, successivamente replicato in vari altri contesti. Hanno dato vita al nuovo. Il nuovo nasce come cosa superiore alla somma delle sue parti nelle reti che godono di buona salute: vita da una rete di macromeloecole, mente da una rete di neuroni, cultura da una rete di menti. Non è un caso che vi siano rilevanti osservatori del mondo politico i quali stanno considerando con molta attenzione il ruolo delle reti nelle vicende economiche e politiche della società [4].

La nostra posizione nella storia dell’evoluzione sulla terra ed il ruolo delle reti, che sono sempre esistite ma delle quali solo ora si inizia a percepire il ruolo, sono elementi essenziali che devono essere tenuti in considerazione  per tentare di affrontare i grandi mutamenti che nessuno può ignorare. È solo alla luce di considerazioni del genere che possiamo affrontare anche quello che chiamiamo il mondo online.

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[1]     The law of accelerating returns, Ray Kurzweil.
[2]     Per inciso per fare questo grafico ho utilizzato un tool disponibile in Internet che ho trovato dando a Google la seguente stringa di ricerca: “web tool plot function”. Ho trovato questo. È occorso meno di un minuto fra il desiderio di raffigurare l’esponenziale e la sua produzione. Per il mio lavoro di ricerca ho usato in passato innumerevoli software di elaborazione e produzione di grafici scientifici ma se mi fossi messo a riesumare uno qualsiasi di questi ci avrei messo sicuramente di più.
[3]     Living Networks, in Network Logic, cap. 2,  di Fritjof Capra.
[4]     Connexity revisited,  in Network Logic, cap. 4, di Geoff Mulgan.

Ancora sui social networks

English (translated by Ilaria Montagni)

Facebook sì o no? La domanda è stupida ma ricorre quando emerge qualche nuovo fenomeno di massa. “O non ce l’ha fatta proprio lui questa domanda?” diranno molti di voi. Sì, l’ho fatta proprio io la domanda stupida, con l’assignment 5. L’ho fatta per provocare una riflessione più ampia su cosa possa voler dire “essere online” e avvalermi del vostro aiuto per vederci più chiaro. Proprio per questo infatti stiamo facendo il sondaggio che, per inciso, è obbligatorio per tutti, anche per coloro che non usano nessun strumento di social networking e persino per gli appassionati dei quiz.

Leggendo le risposte che si stanno accumulando nel questionario, ne abbiamo 106 per ora, colpisce una reazione che mi sembra abbastanza ricorrente e che si potrebbe riassumere così: “Ah quanto è meglio la vita fisica di quella virtuale!”. Questa è una di quelle affermazioni sulle quali è talmente ovvio concordare, situazioni patologiche a parte, che uno finisce per fermarsi lì, perdendo l’occasione di approfondire qualcosa di importante. In questo post vorrei suggerire un approfondimento della questione e mi piacerebbe poi sentire cosa ne pensate.

Come ho avuto occasione di dire o scrivere qua e là, a me FB non piace e ci passo pochissimo tempo. Non mi piace perché tutto è estremamente volatile, perché si deve far fronte a troppe richieste, perché richiederebbe troppo tempo valutare se l’adesione a un certo gruppo abbia senso o meno, perché si è costretti a udire anche voci che si vorrebbe non sentire, tanti e tanti contatti fugaci e superficiali, un generale traccheggiare, perché tutto finisce col ridursi a mera quantità e in questa quantità un inesorabile e dilagante annacquamento delle parole.

Povere parole, quanta fatica fanno a fare il loro mestiere oggi. Quante se ne emettono  ma poi pochissime giungono a destinazione. Dette alla coop, dette in classe alla messa e al comizio in piazza, trasmesse in mille modi, stampate, radioemesse, televisionate, telefonate telefonate e telefonate e essemmessate, e poi lette, spesso giusto viste, sui manifesti, gli striscioni sui lampioni, i cartelloni, i cartelloni dove vanno e vengono come nello screensaver, appunto e poi sullo screensaver, sulle magliette e tutto il resto con cui ci si copre e poi e poi …

Voglio dire che di tutto ciò che disturba in FB il mondo è già pieno, il mondo non virtuale. Perché forse le scritte a pennarello sui sedili degli autobus o quelle spruzzate sui muri delle case son tanto diverse da quelle sulle pareti   di FB? O quella conversazione che l’altro giorno m’ha sfondato i filtri della mente mentre bevevo una birra “… perché lui se la mette così, cioè nel senso, perché deve uscire con noi, cioè, voglio dire, nel senso … lei … lui… come mi vede …  non me ne può fregar di meno … a un certo punto … non ci posso credere … veramente … allucinante … nel senso …”, quella conversazione è tanto diversa da quelle che si svolgono in FB? O le parole vomitate da palinsesti televisivi demenziali, milioni, miliardi di parole emesse in ore e ore di dedizione quotidiana di fette di popolo certamente di gran lunga maggioritario, son quelle parole meglio di quelle che svolazzano in FB? Le parole tritate dal frastuono delle discoteche? Quelle condite da quintali di salatini ed ettolitri di aperitivi da folle che pienano i bar, folle a volte strabuzzanti su marciapiedi se non strade? Molto diverso tutto ciò da FB? O le parole dotte, tecnologiche, nuove di conio, emesse in gran copia in una miriade di convegni, conferenze, congressi, eventi, manifestazioni scientifiche, quelle no saranno serie, porteranno significati importanti, cose difficili, cose da specialisti? Chissà … succede tuttavia che quando ti capita di udirle nel tuo mondo, scopri che son tanto spesso ripetute, ridondanti come la schiuma di una birra versata male venduta al prezzo di una birra versata bene, a volte anche parole mariuole. Insomma parole stropicciate strapazzate diluite, o che son tanto diverse da quelle che inondano FB? E le parole della politica? Oh, lasciamo stare …

Certo che la vita reale è meglio di quella virtuale ma siamo sicuri che la vita reale sia sempre così magnifica? O forse esistono forme di partecipazione virtuale che hanno qualità umana superiore a tanti aspetti della vita reale?

Questo quindi è il mio primo punto: nella vita reale si può comunicare in modo denso e empatico partecipando a gioie e dolori del prossimo ma si può anche vivere truffando, scompigliando, calpestando o semplicemente annacquando sentimenti preziosi; parimenti nel mondo virtuale si possono stabilire connessioni meravigliose online come si può contribuire alla universale diluizione delle parole.

Ma allora, cosa può fare la differenza? Come stare online? Come non farsi travolgere da qualcosa che ci sembra inutile se non dannoso o semplicemente stupido come potrebbe essere FB o qualche altro social network?

La risposta secondo me è a monte, molto più a monte di qualsiasi strumento si decida di usare per fare qualsiasi cosa, quindi molto più a monte anche degli strumenti online. La risposta sta nel proprio atteggiamento verso il mondo esterno, nello spirito con il quale usciamo di casa la mattina o con il quale ci accingiamo a fare una cosa nuova.

In passato mi è capitato di assistere ad alcune conferenze di Patch Adams, il medico americano che ha posto il sorriso e l’empatia nella borsa del medico. Molti lo conosceranno per il famoso film sulla sua vita interpretato da Robin Williams. Il punto fondamentale da cui Patch Adams parte per tutte le sue considerazioni è proprio l’atteggiamento verso il mondo esterno dove propone di sostituire il paradigma

non posso fare questo per colpa di …

… della stanchezza, della mia negazione in matematica, della mancanza di tempo, della recessione economica, della pioggia, del figlio che non mi fa dormire, della malattia, del fatto che non so l’inglese, della mia negazione per la tecnologia, della sfortuna … oh non ho tempo di respirare … non posso non posso … ah questa non è cosa per me … io e questa cosa siamo lontani …

con

ora faccio questo perché ho l’obiettivo di …

cioè essere disposti ad usare qualsiasi modo e strumento per perseguire un obiettivo preciso

In altre parole, il problema non è se stare nella vita reale o stare nella vita virtuale, ma utilizzare gli strumenti della vita reale e di quella virtuale per perseguire un obiettivo, più in generale per realizzare un progetto, magari infine per realizzare il proprio progetto di vita.

In questa luce tutti gli strumenti del mondo sono potenzialmente utili e possono essere allo stesso tempo dannosi. In FB si perde tempo e si costruiscono relazioni evanescenti se ci si passa del tempo in mancanza di meglio. Altrimenti, possiamo provare a domandarci se FB non possa avere una qualche utilità per qualche nostro obiettivo e quindi plasmarne le caratteristiche ai propri fini.

Così è con tutti gli altri strumenti del mondo e quindi con tutti gli strumenti di social networking. Si tratta di capire quali sono le potenzialità peculiari di ciascun strumento. Il cacciavite è molto buono per avvitare le viti e la zappa per dissodare il terreno. Se per perseguire un nostro obiettivo può essere utile avvitare viti o dissodare terreni faremo bene ad impadronirci del loro impiego. Se, in mancanza di obiettivi meritevoli, ci appassioniamo all’uso della zappa, ne diventiamo schiavi.

La potenzialità fondamentale degli strumenti di social networking è quella di facilitare enormemente le connessioni con persone animate da interessi simili nel resto del mondo. Tutto qua. Si tratta di utilizzarli giusto per quello che possono dare e nella misura in cui migliorano la nostra capacità di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi.

Concludo tornando dove siamo partiti: che ci possiamo fare con FB? Io ho risolto la questione come segue. Non ho tempo e voglia di passare il tempo in FB e ciò che vedo non mi piace. Tuttavia, FB è estremamente popolare, ci sono quasi tutti dentro, o comunque tanti. Per il tipo di lavoro che sto facendo ho una notevole necessità di raggiungere le persone per far sapere loro delle cose. Allora uso FB come una cassa di risonanza. A me piace molto di più Twitter. Quando voglio fare sapere che ho scritto un post, per esempio, e desidero che quel post raggiunga una certa popolazione, scrivo un messaggio in Twitter. Così intanto raggiungo la comunità di persone che mi seguono in Twitter ma poiché ho configurato FB in modo da replicare i messaggi che scrivo in Twitter, raggiungo anche coloro che mi vedono in FB. D’altro canto, ho anche configurato FB in modo da notificarmi per email i messaggi che la gente mi indirizza in FB. Tutto qua. Per il resto in FB butto via tutto.

Anche uno strumento apparentemente stupido può migliorare la vita di una persona.