Metodo di insegnamento dell’informatica di base per la società della conoscenza

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Metodo di insegnamento sviluppato e sperimentato nel corso degli anni accademici dal 2001 al 2010 presso la Facoltà di Medicina di Firenze.

L’architettura di questo metodo deriva dal particolare contesto in cui si inserisce oggi l’insegnamento dell’informatica di base, caratterizzato dai seguenti punti:

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La radiolina, l’Ipad e il Kindle

Una piccola recensione di iPad e Kindle, che uso assiduamente da un paio di mesi, con un’esortazione finale ad abbandonarsi alle più gioiose sperimentazioni …


Quando ero piccolo, oziando la domenica pomeriggio alla finestra, iniziai a vedere gli uomini che, mentre passeggiavano con la moglie vestiti a festa, tenevano all’orecchio una scatolina di plastica. Era il 1960 e nell’ambiente agreste nel quale vivevo la tecnologia era poca. L’ingresso del frigorifero in una casa era un’avvenimento e quindi cose del genere facevano effetto.

Quelle scatoline erano le prime radio portatili, le famose radioline a transistor Chi si poteva permettere una radio-giradischi a valvole, splendidi mobili che diffondevano splendidi suoni, sosteneva che quella novità era l’ennesima bischerata di un mercato impazzito e che sarebbe presto scomparsa perché la musica era praticamente inascoltabile. Ma i passeggiatori domenicali, che erano contadini e operai, non ci ascoltavano Bach o Mozart bensì la partita di calcio.

Gli “esperti”, o fortunati possessori di radio, disponevano di una sola prospettiva possibile e sfuggiva loro il fatto che alcune diverse caratteristiche di quelle radio un po’ gracchianti, potevano dar luogo a impieghi del tutto diversi.

Infatti le radioline a transistor si rivelarono l’avanguardia di una rivoluzione economico-tecnologica che fece scomparire i bellissimi apparecchi a valvole nel giro di pochi anni.

Quelle radioline che conobbi da ragazzo mi sono rimaste molto impresse. Nei frammenti di memoria le vedo emanare una luce, la luce del futuro.

Ci sono episodi che si rivelano insegnamenti profondi, a distanza di anni. Mi colpì il contrasto fra la previsione perentoria di chi possedeva le radio, e quindi probabilmente se ne sarebbe dovuto intendere, e lo svolgimento dei fatti.

Quell’episodio mi ha aiutato a capire che per cogliere il nuovo si deve tornare ragazzi, ci si deve dimenticare delle proprie abitudini, convinzioni e convenienze, affrontando la novità con lo spirito del gioco. Bisogna tornare a zero, come gli ominidi di Kubrick che guardano l’incomprensibile monolite girandogli attorno. E forse con uno spirito simile dovremmo guardare alle varie novità che la tecnologia sta sfornando.

Prendere in mano questi nuovi balocchi, usarli, inserirli nella propria esistenza e nel proprio lavoro, vedere che succede, lasciarsi venire le idee. E forse parlarne meno perché parlandone e basta si rimane negli schemi convenzionali. Il nuovo si scopre esplorando e facendo …
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L’insegnante artigiano o …

More about L'uomo artigiano
Ha scritto recentemente una studentessa, in seguito alla mia usuale richiesta di esprimere dei pensieri sul corso o su alcuni testi:

Non saprei come iniziare questo elaborato, è difficile scegliere la forma, l’impostazione quando hai la possibilità di farlo, non che la mia sia una lamentela, anzi… sono quasi emozionata visto che non capita spesso in ambito universitario o scolastico di avere la possibilità di lasciarsi andare, di essere spontanei e di non dover per forza fingere di sapere tanto di qualcosa; dico “fingere” perché, spesso ciò che mi e’ stato chiesto di fare era di parlare di un argomento specifico, di un autore, di una teoria, approfondendo l’argomento; nessuno mi ha mai chiesto cosa ne pensassi, di tale argomento, anzi, quando ho provato ad esprimere un parere i risultati sono stati pessimi.

“… nessuno mi ha mai chiesto cosa ne pensassi …”

Io penso che un’affermazione del genere riveli uno stato di degrado profondo. Un sistema di istruzione nel quale ad uno studente non viene mai chiesto cosa pensa è una follia, un controsenso. Attenzione, niente a che vedere con l’interrogazione, la quale piuttosto che alla riflessione incita alla piaggeria; capire come “la vuole sentire lei o lui” fa parte di una delle competenze principali che oggi sviluppano gli studenti, utilissima anche all’università.

Invece chiedere “cosa ne pensi” è un’altra cosa. E non bastano le parole, perché la domanda funziona solo se l’atmosfera è tale da creare un clima di fiducia: ciò che dirai non verrà usato contro di te …
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Far del mondo la classe III.b

Breve passeggiata nel museo degli “scandali della scienza”, dove sono documentati gli attacchi del disordine all’edificazione della torre delle scienze esatte, cercando di mostrare come la visione del mondo sia cambiata rispetto a quella che ancora viene tramandata pervicacemente.

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Noosfera N.2

Come avevo anticipato nella puntata introduttiva di questa serie del far del mondo la classe, qui propongo una breve passeggiata nel museo degli “scandali della scienza”, dove sono documentati gli attacchi del disordine alla edificazione della torre delle scienze esatte.

Prima però vorrei ricordare come concetti quali il disordine, l’incertezza, l’ambiguità, la soggettività, concetti portatori di vaghezza e per questo sostanzialmente banditi dal ragionamento scientifico, non siano affatto scomparsi dal ragionamento generale sul mondo, ma siano invece stati oggetto di esplorazione profonda nella letteratura e nelle arti, per esempio mediante la ricerca sulla complessità delle percezioni e sull’incertezza dei destini degli uomini condotta dalla narrativa dell’ottocento. 

Ci troviamo ora con una cultura spaccata in due, dove il mondo umanistico è quasi ridotto ad occuparsi degli avanzi del ricco pasto del mondo scientifico, che determina gli indirizzi e drena la maggior parte delle risorse.

Ebbene, proseguiamo quindi vedendo che alcuni di questi avanzi, che qui denoto genericamente con il termine “disordine”, non siano poi così accidentali e secondari, e come gli scienziati si siano resi conto, in varie e fondamentali circostanze, che quegli avanzi sono in realtà componenti fondamentali del mondo che vanno investigando. 
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Risposta ad una studentessa che teme di essersi smarrita

Dove si approfitta della lettera ad una studentessa che teme di essersi smarrita per insistere sulla natura di Internet oggi e sul ruolo del disordine.

zollePrima di continuare il discorso iniziato a proposito di Far del mondo la classe e di aggiungere qualche considerazione al margine della Cronaca di un guasto al computer, ripropongo questa lettera ad una studentessa che teme di essersi smarrita, pubblicata la prima volta in questo blog il 9 ottobre scorso.

La ripropongo, citando qui solo i passi essenziali della lettera che mi aveva scritto la studentessa Elisa e che mi aveva indotto a rispondere in questo modo. Il testo integrale della lettera di Elisa si trova nel post originale.

Replico questo post perché si inserisce bene sia nelle considerazioni intorno al disordine che in quelle relative ad una visione allargata della rete ed anche perché in questa stagione c’è sempre qualche studente che vaga sperso nella blogoclasse che che assomiglia un po’ ad una piazza dove c’è stata una festa ma che è ormai deserta (chi ha visto Basilicata coast to coast può pensar a quella piazza lì, alla fine del film).
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Far del mondo la classe III.a

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Noosfera N.2

In due post precedenti, uno e due, ho proposto delle testimonianze di studenti che hanno seguito i miei corsi.

Qui voglio specificare meglio cosa intendo dire con l’espressione “Far del mondo la classe”. Il rischio è infatti che molti pensino che si tratti giusto di un metodo didattico facente uso di nuove tecnologie per migliorare l’insegnamento, e che l’idea di uscire dalla classe, raffigurata nel disegno qui accanto, consista nell’integrare nelle pratiche didattiche i mezzi di comunicazione e le tecnologie che i giovani oggi usano diffusamente.

Non si tratta solo di questo, anzi, si tratta di questo solo in minima parte. Far del mondo la classe non può prescindere dal modo di vedere il mondo, in particolare dalla necessità di rivedere il modo di vedere il mondo. Non si tratta quindi semplicemente di applicare nuove tecnologie per insegnare meglio le stesse cose.

Con questo post, cercherò di evocare il contesto necessario per capire il senso degli esperimenti didattici di cui ho presentato alcune testimonianze. Per comprendere come questi corsi siano, rispetto allo standard corrente, meglio descritti come non-corsi, i programmi come non-programmi, il professore come non-professore; ripeto, rispetto allo standard corrente. Non è facile comprendere tutto questo, non tanto perché ci sia qualcosa di molto difficile da capire, ma perché è una questione di prospettiva, di visione del mondo, di paradigma di conoscenza.

Sono consapevole di non avere gli strumenti adatti per essere convincente ma ci provo lo stesso a mettere per iscritto questi pensieri. Del resto la forma del blog si presta a scrivere per cercare di chiarire le idee anche a se stessi, con il vantaggio non trascurabile di ricevere eventuali osservazioni da parte di qualche lettore di passaggio che potrebbero rivelarsi preziose.

In passato alcuni amici mi hanno esortato a scrivere post più agili, conformemente allo stile tipico dei blog. Provo qui ad adeguarmi articolando questo testo in due o tre post più piccoli che pubblicherò in sequenza a brevi intervalli di tempo.

In ultimo, mi accorgo in questo momento di un articolo di Gianni Marconato sul tema del connettivismo che attiene notevolmente al tema di questi post.

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Far del mondo la classe II

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Noosfera N.2
In Far del mondo la classe avevo riportato la testimonianza di uno studente di medicina. Qui invece propongo il lavoro fatto da Stefania, studentessa nel corso di laurea magistrale in Teorie della Comunicazione, ma anche insegnante in una scuola primaria.

L’insegnamento che Emanuele e Stefania hanno ricevuto è molto simile, malgrado la diversità del corso di laurea e la condizione personale, di studente appena “maturato” in un caso e di studente-lavoratore nell’altro.

Ambedue sono andati ben oltre a quanto esplicitamente specificato e richiesto nel corso ma la cosa interessante è che, pur avendo ricevuto stimoli molto simili, hanno esplorato ambiti molto diversi realizzando un’esperienza concreta. Per chi volesse controllare Stefania aveva seguito gli Assignment blogoclasse autunno 2009 e Emanuele gli Assignment blogoclasse primavera 2010.

Invito il lettore curioso a riflettere su questo fatto.

Web 2.0 e tecnologie di carta

Web 2.0Il web 2.0 non è poi tanto diverso da un foglio di carta bianca. Un’attrezzatura molto economica, che chiunque può usare.

Su di un foglio di carta si può scrivere un racconto, una poesia, si può fare un disegno o si può anche dimostrare un teorema matematico. È una tecnologia straordinaria. Un foglio di carta costa poco, è leggero e può trattenere una varietà illimitata di forme espressive. Può servire a lanciare un messaggio nella folla, si può mettere in una busta e spedirlo a qualsiasi indirizzo nel mondo per un modico prezzo. Ci si possono tracciare segni e figure con una grande varietà di mezzi, penne, lapis, carbone, acquerelli o colori di altri tipi, oppure vi si possono incollare altri fogli o altri materiali. Può essere anche piegato ad arte per fare sculture e macchine volanti, oppure colorato e tagliato in coriandoli e stelle filanti.

Ma la caratteristica più interessante è che tutte queste cose, e molte altre ancora, possono essere fatte da chiunque e in modo immediato. Può servire avere fatto un po’ di scuola, giusto i primi due o tre anni, ma in realtà il limite è solo la fantasia.

In questo post sostengo due tesi:

  1. il web 2.0 non è poi tanto diverso da un foglio di carta bianca
  2. per imparare a usare il Web 2.0 è bene partire dalle tecnologie di carta

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Far del mondo la classe

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Noosfera N.2

“… making the world a classroom …” ha scritto Stephen Downes nella nota sul Manifesto degli insegnanti. Ecco non si potrebbe sintetizzare meglio quello che sto cercando di fare in questi anni, incastrato nella posizione di prof di una materia di poco peso (1-3 crediti, durata 6 settimane) cacciata ai primi anni di un’insalata russa di corsi di laurea.

Ci sono diversi post in questo blog che sono volti a descrivere, in una salsa o nell’altra, quello che avviene nelle nostre classi esplose – la maggior parte sono taggati blogoclasse – ma l’immagine più efficace è proprio questa: far del mondo la classe.

Da altre parti (tag blogoclasse, appunto) ho descritto i risultati di questo metodo, in termini qualitativi e quantitativi. Qui colgo l’occasione di dare sostanza al far del mondo la classe mediante la lettera ricevuta qualche giorno fa da uno studente di medicina.

Le attività descritte da Emauele nella sua lettera vanno confrontate con i pochi “compiti” che io assegno nel corso del semestre, per esempio quelli di quest’anno: assignment blogoclasse primavera 2010.

Ecco, questo confronto rivela in modo concreto il senso delle parole di Stephen:

it’s about teaching by example, empowering students, and making the world a classroom

Prima che leggiate la lettera occorre specificare che le espressioni “Zoccolo Duro” e “Durozoccolandia” son quelle con le quali, nella prima lezione, mi riferisco a coloro che sono irrimediabilmente affezionati allo schema lezione-studio-quiz, che io peraltro offro sempre come ultima opzione. Il post originale di Emanuele, dal quale ho estratto la lettera che segue dopo avergli chiesto il permesso,  è questo. Altre impressioni ricevute sino ad ora si trovano in questa serie di pagine condivise di Google Reader.

Leggi la lettera di Emanuele …

Il Manifesto degli insegnanti è in rete

Dal blog di Sui Fai John Mak

Sono molto contento perché il Manifesto degli insegnanti è in rete. Sì, lo so che è stato reso pubblico il 2 di luglio, al LSCFcamp di Venezia ma quella è la data di lancio. Una cosa è il lancio e un’altra la visibilità, o meglio, la presenza, la reale presenza in rete.

Nell’OLDaily del 19 luglio, Stephen Downes ha citato il Teacher’s Manifesto, sostenendo che:

It’s the sort of manifesto I can support – it’s about teaching by example, empowering students, and making the world a classroom.

Questo è un fatto che mi fa un grandissimo piacere perché la teoria del connettivismo, della quale Stephen Downes insieme a George Siemens è promotore, rappresenta il mio principale contesto di riferimento da due anni a questa parte, quando ho partecipato in veste di studente al Corso online Connectivism and Connective Knowledge nell’autunno 2008.

Il mio impegno nella Scuola Che Funziona e il mio piccolo contributo per aiutare gli estensori del Manifesto sono il frutto della visione che vo maturando in questi anni e che è molto affine al pensiero connettivistico di Siemens e Downes.

Nella sua nota, Stephen, cita a sua volta il post di Claude Almansi nel blog ETC journal che fa riferimento alla traduzione della “nostra” Luciana Guido.

Va bene così. Il network La Scuola Che Funziona è uno dei fenomeni più interessanti che abbia avuto modo di osservare in questi anni. Deve essere chiaro che l’interesse del network risiede negli obbiettivi condivisi, bene espressi dal manifesto, ma anche nella diversità della sua popolazione.

La diversità può, in certi momenti, causare confusione e rallentamenti ma rappresenta un valore troppo importante perché si possa pensare di indulgere a scorciatoie e semplificazioni. Mi auguro che questo venga compreso da tutti e che si proceda come è stato fino ad ora.