WordPress e due o tre cose sulle pagine web – #ltis13

Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

Prima un’informazione di servizio: ho aggiornato i file OPML con i nuovi blog comparsi fra il 27 aprile e il I maggio. I file si trovano nella colonna a destra in alto, sezione Info #ltis13, ma metto il link anche qui: pagina dei file OPML.


Anche questo post scaturisce da alcuni vostri commenti, ma questa volta colgo l’occasione per aggiungere un approfondimento.

L’argomento attiene al confronto fra Blogger e WordPress (WP) e appare più o meno esplicitamente in molti commenti: @Monica Terenghi #16,17 (WP toglie l’attributo che fa aprire una nuova pagina), @Mario (iciaunord) #27-29 (idem), @Claude Almansi #40,43 (allarga il tema: WP non solo toglie ma aggiunge…), @Andreas #70 (breve spiegazione) @luciab #83 (si vede trasformare il codice di embedding di un video in WP), @tnt54 #117, 120,121 (anche a lei WP toglie l’attributo di apertura in un’altra pagina) in  Costruire un link con HTML; Maria Grazia #10, Claude Almansi #12, Maria Grazia #15, Claude Almansi #18 (tutti sul confronto Blogger-WP), annaritabergianti #33 (perde il codice di embedding di sccop.it),  anelim54 #34-37 (non riesce a usare varie formattazioni nel commento) in Qualche altro elemento HTML. E quasi certamente ho dimenticato qualcosa.
Strutturo il post…

Web 2.0 e tecnologie di carta

Web 2.0Il web 2.0 non è poi tanto diverso da un foglio di carta bianca. Un’attrezzatura molto economica, che chiunque può usare.

Su di un foglio di carta si può scrivere un racconto, una poesia, si può fare un disegno o si può anche dimostrare un teorema matematico. È una tecnologia straordinaria. Un foglio di carta costa poco, è leggero e può trattenere una varietà illimitata di forme espressive. Può servire a lanciare un messaggio nella folla, si può mettere in una busta e spedirlo a qualsiasi indirizzo nel mondo per un modico prezzo. Ci si possono tracciare segni e figure con una grande varietà di mezzi, penne, lapis, carbone, acquerelli o colori di altri tipi, oppure vi si possono incollare altri fogli o altri materiali. Può essere anche piegato ad arte per fare sculture e macchine volanti, oppure colorato e tagliato in coriandoli e stelle filanti.

Ma la caratteristica più interessante è che tutte queste cose, e molte altre ancora, possono essere fatte da chiunque e in modo immediato. Può servire avere fatto un po’ di scuola, giusto i primi due o tre anni, ma in realtà il limite è solo la fantasia.

In questo post sostengo due tesi:

  1. il web 2.0 non è poi tanto diverso da un foglio di carta bianca
  2. per imparare a usare il Web 2.0 è bene partire dalle tecnologie di carta

Continua a leggere …

Il pacco

Spero di sbagliarmi. Sarei veramente felice di sbagliarmi. È una splendida pratica quella di riconoscere i propri errori.

Credo tuttavia che sia un pacco. Il classico pacco all’italiana. Lo so che era di origine napoletana ma quello oramai fa parte del folclore di una vecchia Italia e su quel folclore si sarebbe potuto costruire un percorso sano perché sui piccoli errori di percorso ci si forma. Invece è andata in un altro modo. Ora abbiamo il pacco all’italiana, il pacco assurto a metodo di una modernità posticcia tanto lustra all’esterno quanto abborracciata, anacronistica e furbesca all’interno.

Devo dire che, rivedendolo per bene, il video appare pure goffo, con quel

… soft ware e hard ware …

dove sembra che il narratore abbia pronunciato queste parole per la prima volta invita sua …

Sul sito, si legge che

InnovaScuola è una piattaforma collaborativa di nuova generazione (nell’ottica web 2.0), che intende mettere a disposizione delle scuole di ogni ordine e grado e di tutto il territorio nazionale le opportunità offerte dalle ICT.

Che vuol dire nell’ottica web 2.0? Il web 2.0 è tale quando è aperto e non contenuto in qualcosa. L’unica obiezione valida a FB secondo me è proprio questa: voler contenere il web 2.0 nella piattaforma.

Dice il video

L’innovazione entra nelle scuole italiane

No, le scuole, italiane in particolare ma non solo, non hanno la possibilità di accogliere questo tipo di innovazione. Questo non significa che non esistano delle esperienze splendide ma quando queste esistono sono sempre dovute all’idealismo ed alla buona volontà di qualche individuo.

L’innovazione associata al web 2.0 può entrare nelle scuole solo se queste cessano di esistere nella loro forma attuale. Vale a dire che prima devono essere abbattute le pareti e poi l’innovazione potrà perfondere ciò che quelle pareti chiudevano e dividevano. Oppure, la scuola per rinnovarsi adeguatamente dovrebbe evaporare nel mondo .

Il portale … punto di incontro tra didattica e tecnologia …

Nessuno oggi può pretendere di trovarsi in un crocevia strategico. La novità oggi è la rete e nessuna rete ha punti strategici, per definizione. Le reti, sono pervasive, aperte, ridondanti e prive di punti critici.

E in effetti il mondo pullula di esperienze, tutte là fuori. Concludo accatastando riferimenti presi quasi a caso.

C’è un blog intitolato International Edubloggers Directory che raccoglie i link di blog dedicati alla formazione. Ora ne elenca 638 e quando ho aggiunto questo blog in novembre scorso erano 393.

Ci sono blog  dedicati alla raccolta di esperienze di blogging in classe come per esempio questo. I riferimenti sono innumerevoli, questo è un esempio.

Si trovano commenti su come fare il sito di una scuola mediante un blog. Qui si trovano dei consigli e qui c’è un esempio.  Ho trovato questi riferimenti quando un amico mi chiese informazioni in proposito perché nella sua scuola era stato proposto di far fare il sito ad un’azienda ma costava troppo …

Ci sono molte esperienze interessanti sull’impiego di strumenti di microblogging come Twitter. Questo mi è piaciuto particolarmente.

O i tanti tanti modi con i quali si possono usare i Google Docs, o altri strumenti condivisi, per esempio questo sull’impiego dei form.

C’è da perdersi ma è facile rendersi conto che le esperienze più interessanti sono tutte all’aperto.

… assignment 5-bis

(Translation in Italian)

In case someone did not follow the comments of the previous post:

First we are going to write in this wiki page provided by Ilaria the social networking tools we are using, therefore go to that page and add the tools you are using …

Successively, Matteo will send a form to everybody to make a survey on how the students of these are on the net …

Assignment 5

(Translation in Italian)

Facebook is invading Italy too. I do not like very much facebook because it is a closed environment. More precisely, I do not like the fact that it is an environment that offers a whole set of web 2.0 functionalities and at the same time it is run by a company. I have nothing against companies, in principle; most of the popular web 2.0 are run by companies. I don’t like the fact that a lot of activities take place in a space that is controlled by just one company. I prefer the most open situation where people use different tools to do web 2.0 activities.

However, it is a fact that many of you are on facebook and I’m there too, in some ways. Therefore, let us try to investigate this fact. I propose the following.

  • If you have a facebook address include it in the google spreadsheet where you are tracking your activities
  • Write a post telling how have you been involved in facebook, what do you think of it and if you use it for some peculiar tasks
  • If you are not on facebook, write a post telling if you know something about it and if you are using some other social networking tools
  • If you have ideas to use facebook in some school-related activities write them; it seems in Internet there is a great deal of stuff like that

Finally, are there some of you willing to organize a survey in this whole classroom to know who is using facebook, myspace, deviantart, windows live, twitter and other social networking tools? If yes, put a comment on this post outlining your intentions: what to include in the survey, how to do it, how to organize data. If more than one would like to do this we will try to cooperate.

CCK08: useless computer rooms

(Translation in Italian)

The blogroom materializes in one of our classrooms when needs arise. Yesterday I was in Empoli to discuss with some students. The university centre is new there and it is outfitted with advanced facilities, such as a sparkling computer room, the Aula Multimediale. We met there of course, being digital literacy the subject of the course for these students.

Our computer room
Our computer room

However, we used the Aula Multimediale as a normal classroom because we needed to use Web 2.0 tools and they were all blocked. When I had to show a couple of things to the students we went outside where, just in front of the institute, there is a nice gazebo were the signal strength was sufficient for my modem.

When I went home and browsed the news I found one in Stephen‘s OLDaily about the practice to block Web 2.0 tools in schools! This note points to an interesting article by Suzie Boss where I learned that the problem is very common all over the world.

I would feel like a crook by ignoring the exploding Web 2.0 world in a digital literacy course. So, we base our  course on these tools and the results seems to be quite good.

As a matter of fact, I’m escaping from the university in the sense that I do not need (almost) anymore servers, technical people to maintain and manage them, I do not need (almost) anymore funds. Ah what a liberation, no more competition for funds! Very often we use the classrooms to make lectures and to talk together; then everybody goes home to work and we meet in the blogroom. Not so bad after all.

Unfortunately, there is a caveat there. The large majority has an online access at home but not everybody! There are many students that live just in a room because they come from other towns or from abroad. From another post pointed by Suzie Boss:

Sooner or later someone is going to expect my students to be able to quickly and effortlessly post to a blog, add to a wiki, or collaborate via some sort of social networking protocol. And once again, my school will have failed to prepare them for such a task.

I’m aware that this is the case for a part of my students and even if I try to find some remedies  the problem remains basically unsolved.

I think we should advocate for open access in educational institutions, otherwise computer rooms and similar facilities are almost useless with two serious drawbacks:

  1. waist of money
  2. lack of social justice.

Thanks to the students that allowed me to publish the picture 🙂

Compito 4: Twitter

Sì lo so, si era rimasti a metà del compito 3, nel quale vi avevo detto di studiare (anche qui) PubMed e di giocarci. Questo vale sempre e vedrete che vi darò questo compito ma per le vacanze di Pasqua può essere divertente provare Twitter.

Lo chiamo compito 4 ma è facoltativo. Certo, chi ci prova il punteggio lo aumenta …

Si tratta di iscriversi a Twitter. Propongo di usarlo per comunicare con me e, naturalmente fra di voi o con chi altro desideriate: invece di scrivermi un messaggio email, come fate usualmente, potete condensare il messaggio in Twitter. Il mio account Twitter è http://twitter.com/iamarf.

Trovate notizie e tutorial su questo sistema nella pagina sul social networking. Qui riassumo.

Tutti gli strumenti di social networking facilitano la comunicazione fra le persone e la condivisione delle idee. Il più estremo di questi, in un certo senso, è Twitter, forse uno dei più curiosi. Twitter consente di diffondere e ricevere messaggi lunghi al massimo 140 caratteri, può essere usato mediante la propria interfaccia Web ma anche mediante molti altri client, anche da cellulare. Gli utenti in Twitter si aggregano spontaneamente mediante il meccanismo della sottoscrizione: io posso decidere di divenire un follower di qualsiasi altro utente come qualisasi altro utente può decidere di divenire un mio follower. Se decidete di fare questa esperienza dovete cercarmi (in Twitter sono iamarf) e e diventare un mio follower. È facilissimo: quando visualizzate il profilo di un membro di Twitter appare un tasto Follow …  io mi accorgerò dei nuovi arrivi perché Twitter mi avvertirà delle nuove richieste.

Oltre al materiale che ho posto nella pagina sul social networking suggerisco di leggere la Guida per dummies e non di Caterina Policaro.

Web 2.0

Gli strumenti di social networking: il Web 2.0

Dopo aver letto il materiale (in divenire) nel capitolo sul social networking, qualche studente viene da me a chiedere: “Ma insomma, cos’è infine questo Web 2.0?”

Provo a mettere qui insieme ciò che mi capita di rispondere.

Iniziamo dal fenomeno macroscopico: la comparsa di un nuovo attore, la massa. Sì, la massa è sempre esistita ma con pochissime capacità espressive. Difficile che si parli bene della massa: la massa è una cosa che si manovra, che si spreme, che di solito fa cose banali se non addirittura stupide, cose di massa appunto. La massa è muta o quasi. Si esprime attraverso le sue azioni, oggi principalmente attraverso le sue preferenze nel mercato. Quando in passato la massa si era espressa più incisivamente, lo aveva fatto in modo rozzo se non violento. La massa fa fatica a dire cosa pensa e se ci prova è subito manovrata. Insomma è un soggetto passivo che emette qualche grugnito. È giusto molto grande e conviene tenerla buona perché l’economia ne ha bisogno. Almeno così è stato fino ad ora, più o meno.

Agli albori del terzo millenio le cose stanno cambiando. In Internet la massa ha preso a parlare. Non solo, ha preso a fare. Lavora e costruisce delle cose. Cose anche molto complesse e che funzionano molto bene, talvolta meglio delle altre. Chi le aveva fatte fino ad ora le cose? Le aziende, le industrie, le organizzazioni pubbliche. Tutte entità che funzionano in modo gerarchico e rigidamente determinato. Vuol dire che ci deve essere sempre un capo o un piccolo numero di capi che individuano gli obiettivi e dettano le linee guida per poterli perseguire. I dettagli delle operazioni vengono decisi da sottocapi strutturati in un’organizzazione gerarchica. Ai livelli più bassi non si decide quasi nulla, si esegue e basta. Così hanno funzionato tutte le organizzazioni sino ad oggi, ad iniziare da quelle militari. Questo è in effetti il modello militare, sino ad ora riferimento per quasi tutte le forme di organizzazione.

La massa ha preso la parola in Internet o meglio, in quella parte di Internet che si chiama Web 2.0. Come a dire un’altra Internet: prima c’era il Web, ora c’è il Web 2.0. I fenomeni che si svolgono nel Web 2.0 si chiamano fenomeni di social networking: attività svolte mediante la rete che prendono le forme di fenomeni di natura sociale.

Non c’è struttura nella collaborazione di massa. Chi vuole collabora, quando vuole e nella misura in cui desidera farlo. La cosa funziona perché la massa è grande quindi qualcuno che è in grado di collaborare e vuole farlo si trova. Inoltre, la cosa funziona perché la massa è stata “interconnessa”, questo è l’aspetto tecnologico nuovo.

Perché se Internet esiste da quasi vent’anni la collaborazione di massa è esplosa improvvisamente solo da dieci anni? Perché, attraverso una gestazione relativamente lunga, sono infine apparsi degli strumenti che sono realmente facili da usare, per esempio i blog e i wiki, ma non solo. Vale a dire strumenti che chiunque può usare, senza avere particolari competenze e senza bisogno di un “tecnico” del Web, per potersi esprimere in Internet. “Fare il sito” è un operazione che oggi possono fare tutti. La cosa si è rapidamente generalizzata per cui ci sono molte altre cose che chiunque può fare in Internet.

Non è un’iperbole dire che la collaborazione di massa è “esplosa”, infatti tutti i fenomeni che questa ha causato crescono realmente in maniera esponenziale. Per fare un esempio, la cosiddetta blogosfera, cioè l’insieme dei blog attivi nel mondo, annovera oggi 57 milioni di utenti e dal 2004 ad oggi è raddoppiata ogni 200 giorni: tre milioni di nuovi blog al mese, centomila al giorno. Nel linguaggio della matematica questa si chiama crescita esponenziale. La crescita esponenziale caratterizza i fenomeni nuovi che si sviluppano in modo esplosivo. Le dimensioni dei più rilevanti fenomeni di social networking si misurano in decine e centinaia di milioni di partecipanti. Tali numeri ci dicono che le dimensioni saranno, e sono già, di dimensioni planetarie.

I fenomeni di social networking che si possono osservare oggi sono di grandissima rilevanza e investono numerosi aspetti della vita privata, del lavoro e dell’economia. Essi nascono quasi sempre intorno a qualche nuova applicazione di Internet ed è sorprendente il contrasto fra la semplicità dello strumento ed il suo effetto. In effetti ho già commentato come sia importante la facilità d’uso ma questo non basta a spiegare le crescite esplosive che stiamo osservando. Soprattutto rischiamo di trascurare il fattore veramente importante che è quello umano.

È un po’ come quando in un terreno si raggiungono le condizioni per cui i semi si mettono a germogliare. Il terreno c’è e i semi stanno dentro. Magari per mesi non succede niente poi, all’improvviso, quando la concomitanza delle condizioni è adeguata i semi iniziano a germogliare tutti insieme; chi ha erba da tagliare sa bene cosa significhi …

Il ruolo del seme qui è giocato dall’uomo che, appena le condizioni lo consentono, tende ad aggregarsi. L’impulso all’aggregazione è fortissimo e di origini ataviche. Per capirlo bene può essere rivelatore il comportamento di tante specie animali, con le quali condividiamo un’enorme quota di storia del mondo (condividiamo il 98% del DNA con i gorilla e il 90% con il topo).

Qualunque allevatore di erbivori sa che un animale si comporta in modo completamente diverso quando è solo. Un individuo di una specie predata quando è solo si trova in uno stato di ansietà perché il gruppo rappresenta per lui una delle principali difese. Anche molte specie predatrici hanno sviluppato una marcata socialità perché vitale ai fini della sopravvivenza, vuoi per la tecnica di predazione o per le necessità riproduttive. Chi possiede più di un cane sa che in branco l’individuo cambia molti atteggiamenti.

Il successo dell’homo sapiens è strettamente collegato alla sua socialità. L’immagine di un uomo solo e nudo in un ambiente selvaggio contrasta enormemente con quella dell’uomo “dominatore” della terra. Dominatore sì ma perché ciascun individuo si issa sulle spalle di un gigante che è rappresentato dall’umanità presente e passata.

Avvicinandoci a noi ma rimanendo ancora nel passato, diciamo un secolo fa, all’epoca dei nostri bisnonni, i luoghi dell’aggregazione erano fisici. Presso il focolare le grandi famiglie contadine si riunivano a veglia per raccontarsi fatti correnti e storie del passato. Nelle città e nei paesi la piazza e il corso ospitavano lo “struscio” nei giorni di festa, la chiesa le adunanze religiose, l’osteria il riposo dei braccianti. In tutte queste occasioni le vite degli uomini si intrecciavano dando vita a quel tessuto sociale che consente di instaurare legami affettivi, di lavoro, di cooperazione. Erano occasioni importanti e assolutamente necessarie. Un tessuto che si è evoluto lentamente nei millenni.

Poi, improvvisamente, con l’avvento dell’industrializzazione la vita degli uomini si è fortemente delocalizzata ed il ruolo dei luoghi di aggregazione tradizionali si è dissolto. Sì, gli uomini si sono concentrati nelle città ma in realtà si sono allontanati fra loro se pensiamo alla natura psicologica del concetto di vicinanza. Nelle città gli uomini vivono fitti ma le loro vite scorrono molto più parallele, intersecandosi molto meno di quanto non facessero in passato. Esistono anche oggi forme di aggregazione ma sono quasi sempre un debole surrogato di quelle che hanno caratterizzato la vita dell’uomo fino a pochi decenni fa.

Negli ultimi cinquant’anni sono comparsi i “media”, stampa, radio , televisione. I media aggregano, in qualche modo, ma non è la stessa cosa, per un motivo fondamentale: i media concedono poco al ruolo attivo dell’individuo, giusto scegliere il canale informativo, poi l’individuo assorbe le informazioni.

Il lavoro aggrega ma in un contesto estremamente vincolato. Al lavoro vi sono poche occasioni di sviluppo di rapporti umani al di là delle ovvie interazioni richieste dalle attività specifiche. Anzi, non sono trascurabili problemi di natura opposta come quelli del “mobbing”, il fenomeno delle prevaricazioni psicologiche da parte di superiori e colleghi. In ambienti di lavoro più moderni ed ispirati, si tenta di introdurre forme di aggregazione sociali. Per esempio in alcune aziende High Tech particolarmente avanzate sono previsti spazi e tempi per favorire l’aggregazione sociale fra i dipendenti, perché ritenuta un fattore favorevole al profitto dell’azienda anziché una perdita di tempo. In taluni istituti di matematica esiste la “common room”, un salotto accogliente con comode poltrone e attrezzature per bere e mangiare qualcosa insieme, perché si ritiene che questi momenti siano favorevoli allo scambio delle idee e quindi, in ultima analisi, favorevoli alla produttività. Tuttavia questi sono esempi sporadici e poco rappresentativi della realtà lavorativa generale.

Le persone si aggregano nelle attività del tempo libero. Nelle comunità occidentali esiste molto tempo libero che viene trascorso in attività sportive e ludiche varie. Sono però attività nelle quali prevale sempre più la performance: invece di andare a giocare un po’ a tennis si deve lavorare sul rovescio … è difficile trovare luoghi di aggregazione veri e propri.

Ai giovani poi, le possibilità di aggregazione le abbiamo addirittura azzerate. La scuola? Le attività sportive? Quelle artistiche? Le discoteche? Tutti luoghi nei quali l’enfasi è sulla competizione, sulla specializzazione, sulla performance, sull’auto-esibizione, non sulla cooperazione, sul piacere di stare insieme, di darsi reciprocamente qualcosa, di arricchirsi a vicenda, di interessarsi al problema dell’altro. La vita di un giovane oggi è congestionata e ritmata al pari di quella di un manager. Di fatto i genitori non sono più educatori bensì manager del tempo e dell’educazione dei loro figli, quest’ultima delegata completamente a figure estranee.

Non si passa più il tempo insieme e invece gli esseri umani hanno un grande bisogno di comunicare con in propri simili, di sentirsi parte di qualche cosa, di sentirsi utili.

A fronte di queste constatazioni abbiamo l’esplosione di una serie di stupefacenti esempi di comunicazione e collaborazione di massa. Fenomeni sorti intorno al 2000 che in pochi anni hanno dato vita a comunità da alcune centinaia di migliaia fino a centinaia di milioni di persone.

La comunità di sviluppatori di software open source, come il sistema operativo Linux o la suite di applicazioni per ufficio OpenOffice tanto per fare solo due esempi famosi, coinvolge oggi molti milioni di persone in un’attività molto specialistica e complessa. Il sistema operativo Linux è risultato il più robusto sistema operativo disponibile nel mercato per funzioni critiche come quelle assolte dai server. IL sistema OpenOffice fa concorrenza nel mondo al corrispondente prodotto Microsoft per la grande facilità ad essere adattato alle lingue locali. La massa ha fatto qualcosa ed è qualcosa che ha valore industriale e commerciale. La IBM ci costruisce i suoi sistemi.

L’enciclopedia in rete scritta dagli utenti stessi, Wikipedia, supera in mole tutte le enciclopedie esistenti di granlunga. L’accuratezza e la profondità delle sue voci è paragonabile a quelle convenzionali ed è certamente più idonea a seguire il ritmo vorticoso di crescita delle conoscenze. La massa fa qualcosa: redige un’enciclopedia.

La comunità degli iscritti a MySpace, uno dei tanti ambienti di socializzazione, molto usato dai giovani, consta oggi di 300 milioni di membri. I giovani cui, nel mondo occidentale, è stato sottratto lo spazio per esprimersi, lo fanno in Internet. Inutile accusarli di svolgere una vita virtuale e paventare tutti i pericoli che da ciò possono derivare. Il tempo è stato loro scippato, i possibili luoghi di socializzazione si sono trasformati in qualcos’altro. Loro si esprimono e comunicano dove possono. Riflettiamo sulla cifra: 300 milioni! Una massa che sente il bisogno di esprimersi e che probabilmente non sanno che farsene della televisione.

Alcune grandi aziende hanno capito per tempo che sta succedendo qualcosa di diverso e di importante.

La IBM, forse la più famosa multinazionale di Information Technology, ha accettato il modello di sviluppo del software libero, via ha investito miliardi di dollari ricavandone prontamente cospicui profitti e rimette in libera circolazione i suoi brevetti software, come farebbe qualsiasi singolo programmatore open source. L’IBM ha riconosciuto la massa come interlocutore.

Scienziati e tecnici di tutto il mondo con tempo libero a disposizione oppure in pensione, collaborano con entusiasmo ai problemi di ricerca offerti in Internet da aziende del calibro della Procter & Gamble. Queste grandi aziende high tech, pur disponendo di veri e propri eserciti di ricercatori nelle loro divisioni di ricerca e sviluppo (la P&G ne ha 9000), trovano proficuo diffondere liberamente in Internet alcuni loro progetti di ricerca perché confidano nella capacità della massa di risolvere i loro problemi: seminano i problemi nella massa e in questa germogliano soluzioni. La P&G ha riconsciuto la massa come interlocutore.

Vi sono molti altri esempi del genere ma rappresentano ancora una piccola minoranza nel panorama industriale internazionale. Sono tuttavia esempi di grande rilevanza che sanciscono l’esistenza di un nuovo tipo di economia nella quale un nuovo paradigma organizzativo affianca e integra quello tradizionale di tipo gerarchico. Un paradigma organizzativo sorto spontaneamente in seguito all’apparizione di nuovi strumenti di comunicazione, gli strumenti Web 2.0, che hanno dato parola e capacità di azione alla massa. La spinta deriva dall’atavico bisogno di aggregazione e partecipazione degli uomini.

Ecco, tutto questo è Web 2.0.

Inizia il II semestre

Premessa

Questo post non è una critica agli organi di governo dell’università. Non è nemmeno una critica agli uffici amministrativi e tecnici nei quali ho trovato persone che hanno cercato di darci una mano e che ringrazio ancora.

Questo post rappresenta uno spunto di riflessione sulla cronica inadeguatezza delle nostre istituzioni a seguire i mutamenti del mondo che si avvicendano ormai ad un ritmo vertiginoso. È quindi una riflessione che si riferisce ad un contesto e ad una cultura che caratterizzano un ambito ben più ampio di quello del singolo ateneo. Sta di fatto che il problema c’è ed è grave.

Antefatto

All’inizio del I semestre fui giustamente indotto da molti amici a trasferire le attività online per l’insegnamento dell’informatica di base sui server che l’ateneo ha deputato alle attività didattiche attinenti all’e-learning.

L’operazione è stata semplice e indolore ma l’impiego di questo sistema ha generato un problema cospicuo. In breve:

  1. Per poter utililizzare la piattaforma, il sistema di e-learning richiede a ciascun studente matricola e password assegnate dall’università per poter accedere ai servizi
  2. Per gli studenti di molti corsi di laurea la partecipazione ai servizi di e-learning risulta di fatto impossibile perché le complesse procedure di assegnazione degli studenti ai vari corsi di laurea ritardano l’attivazione delle password anche di molti mesi.

A causa di questa situazione nel corso del I semestre è stato necessario cambiare al volo le procedure previste dal corso cercando di salvaguardare al massimo la qualità dell’offerta didattica agli studenti.

Rimedio

Il problema concerne soprattuto il I semestre ma avendo capito che non sarà facile trovare una soluzione in tempi brevi ed essendo il mio compito primario di docente e ricercatore quello di perseguire tutte le occasioni di innovazioni, risolvo la questione sin da questo II semestre rinnovando ulteriormente l’architettura del corso secondo le più recenti proposte emerse a livello internazionale nel campo dell’applicazione delle tecnologie informatiche alla didattica. Il rinnovamento comporta lo spostamento del fulcro delle attività dall’interno di una piattaforma di e-learning all’esterno verso servizi WEB liberamente disponibili. Seguo in questo modo i più recenti suggerimenti di personaggi del calibro di David Wiley e Stephen Downes, giusto per menzionare gli esponenti di maggior rilievo. Un buon riassunto dell’argomento è stato scritto da Caterina Policaro. La nuova architettura si evince dalla descrizione del corso che si trova nelle pagine wiki del medesimo.

Ripresa della premessa

Ripeto. Mi rifaccio ad un antefatto preciso perché è esemplificativo e perché giova ragionare su cose concrete ma non vi è nessuna critica specifica nei confronti di nessuno. L’inadeguatezza che ho menzionato è strutturale e culturale. Riguarda tutti noi. Le considerazioni di Maria Grazia Fiore sulla valutazione nell’università sono un altro buon esempio.

Vi è la consuetudine di identificare l’innovazione con iniziative top-down che vengono subito istituzionalizzate, prima ancora che esse possano avere mosso i primi passi. Come dire: “Di questo bel neonato facciamo un grande ingegnere!”

Oggi questa è una strategia perdente.

Tutte le grandi innovazioni nate nel terzo millenio sono del tipo bottom-up.

Compito delle istituzioni e delle organizzazioni deve essere quello di favorire al massimo le circostanze affinché nuovi fenomeni sorgano spontaneamente. Codifica, regolamentazione, istituzionalizzazione vengono dopo.

Aziende del calibro di IBM o di Procter & Gamble l’hanno capito bene, per esempio. Varie altre aziende e organizzazioni si sono adeguate prontamente ma siamo solo agli inizi. In tutto il mondo le istituzioni pubbliche stanno arrancando, massimamente quelle didattiche. In Italia, duole dirlo, non brilliamo davvero.

Dibattito sull’Economist

Nelle pagine Web dell’Economist si sta svolgendo un dibattito online sulla seguente proposizione

Social networking technologies will bring large [positive] changes to educational methods, in and out of the classroom.

Per partecipare è necessario fare un account free.

Ho avuto questa informazione da un messaggio di Sharon Peters in twitter. È interessante anche il post della medesima autrice dove compare la segnalazione.