Come difendersi dalle allucinazioni? Prendere le misure all’AI confrontando chatbot diversi

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Premessa

Un chatbot può essere usato per una miriade di scopi, ognuno deve trovare la quadra per il caso suo. Qui mi concentro sull’uso scolastico, dove la questione non è se sia il caso di “fare usare l’AI ai ragazzi” oppure no. La usano, di fatto, e molto, per ricerca di informazioni e di spiegazioni. Si pone quindi l’imperativo di capirci qualcosa onde prendere il toro per le corna. Da questo articolo, un po’ noioso – mi dispiace, ma se non si va un po’ a fondo si rischia di parlare a vanvera – emerge che le prestazioni di questi sistemi sono indubbiamente sorprendenti e affascinanti ma fidarsene è un’altra cosa. Non possono essere usati alla stregua di fonti di informazioni, per via di variabilità delle risposte, vaghezza di talune costruzioni, contestualizzazioni errate, allucinazioni vere e proprie (panzane). Lasciati in mano agli studenti senza intervenire significa rinforzare ulteriormente il paradigma dell’apprendimento a pappagallo.

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Transformer 1: il cavallo di battaglia dell’AI

Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti sull’AI — il link conduce a un indice aggiornato. Allo stesso tempo fa parte di una trilogia dedicata al Transformer:

Transformer 1: il cavallo di battaglia dell’AI (questo articolo)
Un’introduzione moderatamente tecnica

Transformer 2: genesi e qualche domanda
Giusto la storia, facile da leggere

Transformer 3: Come funziona?
Un tentativo di guardare dentro al Transformer, per i più curiosi


Nella storia dell’intelligenza artificiale si alternano fasi di progressivo miglioramento di metodi apparentemente consolidati con accelerazioni dirompenti che stravolgono lo scenario in pochi mesi. È il caso dei transformer, di cui avevamo accennato precedentemente. Apparsi nel 2017, già dal 2019 in poi hanno soppiantato le reti neurali ricorrenti RNN (Recurrent Neural Network) che animavano tutte le applicazioni di natural language processing. Il successo di questa architettura ha investito anche altri campi dell’AI come la predizione della struttura tridimensionale delle proteine o la trasformazione di descrizioni testuali in immagini.

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AI: non parole ma tocchetti

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Difficile fare un discorso breve sull’AI. Questi appunti sono destinati a proliferare, obbligandoci anche a compiere vari passi indietro. Ad esempio, è già emerso come per l’AI le parole siano meri numeri ma non si tratta di una semplice questione di codifica. Se lasciamo la cosa lì rischiamo di capire poco.

Cosa intendiamo normalmente per codifica? Ad esempio, semplificando, le lettere che sto scrivendo in questo testo vengono immediatamente trasformate in sequenze di uno e zero, un byte (otto bit) per ogni carattere, per la precisione. Il testo verrà memorizzato, eventualmente elaborato e infine in qualche modo riprodotto ma all’interno di tale processo i byte viaggeranno indisturbati, codici di simboli che per noi sono lettere. Altrettanto indisturbate viaggeranno le parole composte da tali lettere, e così i relativi significati.

Nell’AI la storia è assai diversa e ritroveremo le nostre fidate parole disperse in spazi talmente complessi da non potere essere immaginati. Ci vorrà un po’ di tempo e un po’ di fantasia per farsene una ragione. Andiamo quindi per gradi rifacendosi dall’inizio: cosa succede ad una parola appena introdotta nell’AI?

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Nota su alcuni termini che compaiono parlando di AI: vettori e matrici

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Un amico mi ha fatto notare che nel post della conversazione con l’AI sarebbero utili delle note esplicative in parole povere di termini estranei all’uso comune, come gradiente, matrici, etc. Ha ragione anche perché qui mi rivolgo a lettori non specializzati. Nessuna pretesa di completezza. Mi sforzo di dire il minimo per dare un’idea intuitiva di alcuni concetti in relazione all’armamentario dell’AI. Mi riferisco inoltre ai sistemi di Natural Language Processing, tipo ChatGPT e similari.

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