Progresso (?), problem solving e un po’ di nostalgia

Ai nostri bambini insegniamo ad amare le cose ben fatte piuttosto che il “valore” del successo.

Nostalgia di Tiberio, meccanico dalle mie parti quarant’anni fa. Volto sbozzato come quelli dei Prigioni di Michelangelo, occhiali bisunti storti sul naso: “Icché la c’ha codesta macchina?”. Apriva il cofano, s’appoggiava pesantemente a gambe larghe alla macchina e giù col busto a angolo retto a frugare nel motore con quelle manone — che a quei tempi sotto il cofano c’era posto — un amplesso. Tiberio risolveva qualsiasi magagna, smontava, rimontava, saldava, creava e faceva pagare il giusto. E suonava il trombone nella banda del paese.

Mi piace occuparmi di futuro, sono poco incline alle nostalgie e evito i lamentosi. La nostalgia di Tiberio m’è però venuta per via dell’ennesima pessima esperienza con i meccanici odierni: “La lo capisce anche da sé che non le conviene: la macchina ha trent’anni, è tutta arrugginita, chissà come la sarà dentro… noi si costa 40€ l’ora, la marca non esiste più, di pezzi di ricambio non se ne parla nemmeno… la fa prima a comprarla nuova, che l’è anche meglio.”

M’è successo altre volte. Ringrazio, torno a casa e mi metto all’opera appena posso. Vado in Internet: i pezzi di ricambio si possono ordinare quasi fino alla generazione della mia motozappa che è del 1992, la marca è viva e vegeta. Trovo anche il manuale e gli esplosi di tutte le parti. Tanto per iniziare.

Dedico poi due pomeriggi alla vecchietta. Smonto fin dove mi pare abbia senso, sblocco, pulisco , ingrasso, rimonto. Smadonno, smonto, ripulisco, registro, rimonto, mi devo rifare daccapo in varie occasioni. Ma poi funziona, perfettamente.

Ora, se ci ho messo due pomeriggi senza essere un meccanico e senza sapere nulla della macchina, quanto ci avresti messo tu che fai questo mestiere? La macchina nuova che mi avresti voluto appioppare sarebbe costata 700€.

M’è successo altre volte, troppe. Forse la prima che ricordo è quando mi volevano rivendere una tosaerba nuova dove scoprii, in altri due pomeriggi, che mi bastava acquistare due pezzetti per un valore totale di 1500 Lire, trent’anni fa. Dieci dopo Tiberio.

Sono contento di avere risolto un altro problema. Ma irritato perché tu, meccanico, dai per scontato di potermi gabbare. Sicuramente spesso ci riesci ma oggi ti è andata male. Tiè.

Preparando l’ultimo lab di tecnologie didattiche presso gli Orti Dipinti

Aggiornamento lampo del giorno dopo — seguirà un post-tutorial dettagliato.

Solo per segnalare, con soddisfazione, che gli studenti, dopo avere discusso insieme tutte le caratteristiche di quattro robot fra i più noti (Beebot, Mio Robot, Cubetto, Ozobot) e averli sperimentati approfonditamente, hanno concluso che quello più imperfetto, come fosse un po’ lo sfigato del gruppo, il Mio Robot da €25, era il preferibile. Bene, molto bene. L’entusiasmo, la curiosità e la lucidità di questi giovani fanno bene al cuore.

Preferendo fare meno e bene anzichè tutto così e così, l’esplorazione più complessa e necessariamente più articolata del Micro:Rover è rimasta fuori ieri. La approfondiremo qui e non è detto che non ci si ritrovi ancora presso gli Orti con alcuni di questi studenti: si studia sempre, non solo a scuola…

Ah… non abbiamo dimenticato di preporre un commento sulla matematica fatta con oggetti semplici di Emma Castelnuovo, mostrando e discutendo il quadrilatero fatto di spago e bacchette, per illustrare come all’invarianza del perimetro possa non corrispondere l’invarianza dell’area. (Emma Castelunovo, L’officina matematica — ragionare con i materiali. La Meridiana, Bari, 2008). Tecnologie, sì ma a mente larga…

Premessa

Post effimero con informazioni schematiche per il laboratorio di tecnologie didattiche di domani mercoledì 10 alle 14 presso gli Orti Dipinti (Borgo Pinti 76, Firenze). Lo ripubblicherò successivamente in forma più completa.

La strategia didattica

L’obiettivo è di toccare con mano e provare alcuni dei robot più comuni (i prezzi sono indicativi e variabili nel tempo, come noto, ma l’ordine di grandezza è quello):

Non è una forma di pubblicità, anzi: il messaggio tenderà ad essere più critico nei confronti dei dispositivi più costosi, secondo il principio che la scuola pubblica deve fare proposte che siano massimamente accessibili a tutti i cittadini (Articoli 3 e 34 della Costituzione).

Per la medesima ragione proporrò anche un’altra soluzione, meno nota e un po’ più impegnativa da usare, caratterizzata però da un eccezionale rapporto fra potenzialità didattiche e costo. Si tratta del robot Micro:Rover (€57), basato sulla scheda BBC micro:bit, che può anche essere acquistata a parte (€13) e utilizzata per una miriade di altri progetti.

Il Micro:Rover

Quando si apre la scatola si trovano tre elementi: il carrello, la scheda di controllo e il sensore a ultrasuoni di distanza, più un cavo USB. La batteria agli ioni di litio da 3.7V tipo 18650 va acquistata a parte. Il montaggio è banale. La scheda di controllo inclusa, il cervello del robot, è la BBC micro:bit. Una scheda dotata di numerosi sensori che può essere programmata con linguaggio a blocchi, Javascript o Python per le esperienze più disparate. Può essere comprata a parte (€13).

Ma una volta montato che fare?

Come succede spesso oggi, nella scatola non ci sono delle vere istruzioni, eccetto per un libretto di poche pagine che mostra cosa fare quando si alimenta la scheda micro:bit (da sola) per la prima volta. Ma sul MIcro:Rover nulla. C’è solo un’indicazione sulla scatola:

Get Tutorial:
http://freenove.com/fnk0037

Dal link si scarica un file zip che, una volta aperto, crea una cartella “Freenove_Micro_Rover” ma contenente alcuni tutorial in PDF e vari esempi caricabili nel robot suddivisi in due sottocartelle: quelli da caricare nel sistema a blocchi e quelli in Python. Le cose che si possono fare sono svariate e ci sono modi diversi per attuarle. Bisogna avere le idee chiare oppure essere disposti a cercare la propria strada. Completamente diverso dalla BeeBot e altri robot simili, con i quali il percorso è quasi subito chiaro e univoco.

Comunque ha abbastanza senso aprire semplicemente il primo file: tutorial.pdf. Dopo le semplici istruzioni per il montaggio la prima cosa che viene proposta è quella di scaricare un’app Android o IOS che consente di comandare il robot con i movimenti della mano (comunica via bluetooth). C’è anche la possibilità di attivare i sensori di prossimità, luminosità o tracciamento di linee. Siamo comunque nell’ambito della macchinina radiocomandata, che qui non ci interessa.

Ci interessa sfruttare il robot per sviluppare pensiero… computazionale, matematico, scientifico…

Il valore didattico lo troviamo in primo luogo nella scrittura del software per manovrare il robot, attivando un processo del tipo seguente.

  1. Definizione obiettivo
    Voglio far compiere al robot una certa azione, o sequenza di azioni, ivi comprese eventuali reazioni ai segnali ricevuti dai sensori: prossimità, luce, inclinazione, orientazione, tracciamento sul suolo…
  2. Costruzione teoria
    Immagino traiettorie geometriche — segmenti retti, curve — e parametri fisici — tempo occorrente per superare un certo tratto, velocità… — che collegati opportunamente fra loro ipotizzo sortiscano l’effetto voluto
  3. Scrittura codice
    Scrivo il codice che interpreta le azioni suddette
  4. Verifica teoria
    Scarico il software nel robot e lo provo
  5. Ripetizione ciclo
    Torno al punto 2. se l’effetto ottenuto non corrisponde a quello immaginato — succede quasi sempre così.

In secondo luogo, se riusciamo a coinvolgere i ragazzi in tale processo, possiamo cercare di far emergere un’analogia dei movimenti del robot nel mondo reale con quelli della tartaruga sul foglio virtuale, sullo schermo. Se ci riesce è un passo importante perché quello di stabilire corrispondenze fra mondi diversi è uno dei fondamenti del pensiero matematico, o del pensiero scientifico tout court.

Come si programma il Micro:Rover?

Micro:Rover si può programmare in vari modi. La prima proposta del tutorial è quella di usare MakeCode che si presenta come una classica interfaccia di programmazione a blocchi ma offre anche un passaggio immediato a Python o JavaScript. Questo significa che in qualsiasi fase (entro certi limiti) di scrittura di un programma si può passare dalla versione blocchi ad una delle due versioni testuali. Ciò in armonia con una tendenza attuale crescente a facilitare la transizione dal linguaggio a blocchi a quello testuale. Ciò essenzialmente perché gli studiosi si sono accorti che nelle versioni a blocchi i ragazzi è bene che ci stazionino poco e, del resto, sono proprio loro a voler passare alla “programmazione vera” appena vengono presi dal meccanismo.

L’alternativa in versione web è l’editore Python micro:bit.

Ambedue questi sistemi sono servizi web, che non necessitano di scaricare un software sul proprio computer. Vanno bene se si ha una connessione internet e se i progetti non sono troppo complessi. Più professionale, per così dire, è l’uso dell’editore Python Mu, che va invece scaricato sul computer. Questo si può usare anche se si è scollegati da internet ed io l’ho trovato molto più comodo se si deve editare il software a ripetizione, come sempre succede quando si inizia a lavorarci per davvero.

Se la cosa avrà senso trasformerò questo articolo in un tutorial. Per ora mi limito a riportare alcuni esempi che ho realizzato pensando a un’attività che mi è capitato di fare in alcune classi di III primaria a Scuola-Città Pestalozzi, usando robot Lego della serie EV3 (oltre €500…). Gli esempi che riporto sono propedeutici a quel tipo di attività che consistevano in una serie di obiettivi per conseguire i quali i bambini dovevano cercare di programmare il robot per…

  • raggiungere in linea retta un birillo posto ad una certa distanza. L’attività prevedeva la misura della distanza del birillo con un metro e la taratura della velocità del robot: per quanto tempo devo far girare i motori per coprire una certa distanza?
  • raggiungere il solito birillo, girarci intorno e tornare alla base
  • eseguire una gimcana intorno a una fila di birilli e ritorno
  • immaginare e provare a coneguire un obiettivo a piacere

Molti diranno: troppo difficile! No, preparando perbene i bambini, assistendoli adeguatamente e dando loro tempo si sono dimostrati perfettamente all’altezza: giornata strepitosa!

Esempi

Riporto i codici in Python. Ho provato a realizzarne alcuni anche con i blocchi ma è disastrosamente più lento e io non ho tutto questo tempo a disposizione. I codici qui sotto funzionano sia nell’editore Python Mu in locale che con l’editore Python micro:bit da usare nel web.

Il quadrato

Non poteva certo mancare il solito quadrato!

Rivediamolo in Logo:

REPEAT 4 [
FORWARD 100
RIGHT 90
]

E poi con Python Turtle (il Logo con Python):

for i in range(4):
    forward(100)
    right(90)

Queste sono cose che abbiamo visto nel nostro corso edX Coding a scuola con il software libero. In ambedue i casi l’effetto è quello di disegnare un quadrato. Vediamo ora come appare in My Python (uso questa dizione che si riferisce all’impiego nel Micro:Rover):

for i in range(4):
    forward(100)
    right(90)

Sorpresa! È lo stesso di quello che disegna il quadrato virtuale con Python Turtle. Era proprio qui che volevo arrivare, per poi accedere alle simulazioni, ovvero a quelle che abbiamo proposto come simulazioni del mondo reale con la tartaruga virtuale che invece con il robot fisico sono la realtà. Però però…

C’è sempre qualche però. Quando si fruga fra le istruzioni disponibili per comandare Micro:Rover non si trovano i comandi forward e right! Si trovano istruzioni che tecnicamente si direbbero di più basso livello, ovvero di comando diretto dei due motori che animano le ruote del robot. E qui bisogna distinguere:

  • Scuola primaria
    L’insegnante deve prima confezionare questi comandi. Impossibile? Tutt’altro, basta imparare o chiedere supporto a qualcuno disposto a darlo, cosa che mi prefiggo di fare, distribuendo al pubblico ciò che serve per usare questi robot, o insegnando a farsi i comandi da soli.
  • Scuole secondarie
    Qui si possono coinvolgere i ragazzi stessi nella creazione dei comandi.

Che poi non è per niente complicato. Ad esempio:

# Definisco forward(s), dove s è la distanza in cm
def forward(s):              
    Rover.motor(50,50) 
    sleep(100*s) 
    Rover.motor(0,0) 
    sleep(1000)
 
# Definisco right(a), dove a è l'angolo in #
def right(a): 
    Rover.motor(35, -35)
    sleep(1100*a/90) 
    Rover.motor(0,0) 
    sleep(1000) 
     
# Percorro il contorno di un qudrato di 50 cem di lato
    for i in range(4): 
        forward(50) 
        right(90)  

Ci sono molte cose da dire ma ora non ho tempo e domani c’è il laboratorio. Aggiornerò successivamente mostrando questi esempi, che potranno essere scaricati e usati direttamente

  • Quadrato (manca solo qualche dettaglio all’esempio visto)
  • Quadrato con taratura degli angoli di rotazione. Perché scopriremo che far ruotare un robot con due ruote e un ruotino di appoggio non è un’operazione del tutto banale: ci sono gli attriti e il bilanciamento del robot. Tutto molto istruttivo…
  • Il robot vaga a caso, esattamente come la tartaruga Logo nella lezione 7 La Tartaruga fa la tartaruga del corso Coding a scuola con il software libero.
  • Il robot vaga a caso ma evita gli ostacoli come la peste…
  • Il robot impara a sterzare, come se fosse un’automobile. Si collega al disegno dei cerchi alla Seymour Papert che abbiamo visto nel corso.

Cronaca di un laboratorio sui circuiti morbidi

Ieri (6 ottobre) abbiamo fatto un bel laboratorio su circuiti morbidi (squishy circuits) e morbibot presso gli Orti Dipinti. Anche il tempo è stato favorevole, malgrado le previsioni fosche il pomeriggio è invece stato molto bello. Una sola cosa non ha funzionato: mi sono dimenticato di registrare l’introduzione. Ho rimediato con qualche discorso registrato mentre gli studenti lavoravano ma completo con alcuni brani registrati in studio e con queste righe.

Non abbiamo parlato all’inizio dei feedback degli studenti, come siamo soliti fare, per non perdere tempo, temendo l’arrivo della pioggia.    Come prima cosa abbiamo invece attribuito il lavoro alla Maestra Maria Grazia Fiore, senza la quale io queste cose non le avrei probabilmente mai fatte. Maria Grazia è venuta a fare un seminario nel  2018 e 2019, lasciando un grande ricordo agli studenti che l’hanno seguita. La gestione conseguente alla pandemia ha reso impossibile organizzare per tempo qualcosa di simile. Maria Grazia “era” comunque con noi. Sono molte le presenze in rete (e nella vita reale) di Maria Grazia che potete esplorare:

Abbiamo anche dedicato delle parole a Giacomo Salizzoni, creatore degli Orti Dipinti, contesto ideale per ospitare laboratori  di questo genere. Grazie!

Abbiamo commentato subito le possibili sinergie fra i temi promossi nel giardino e un laboratorio di tecnologie didattiche. Un esempio al volo: unire in un’esperienza didattica la tecnica antichissima della sub-irrigazione con anfore di terracotta utilizzata presso gli Orti Dipinti con la misura dell’umidità del terreno effettuata con Arduino. Antico e il moderno, paradigma che dovrebbe ispirare qualsiasi attività formativa.
Poi abbiamo passato in rassegna i principali componenti che avremmo usato, con dei brevissimi flash di “fisica raccontata” per essere in grado di affrontare i piccoli problemi che possono sorgere in questo tipo di attività. I componenti erano:    

  1.     Pile. Ne avevamo da 1.5, 3, 4.5, 9 volts, in vari formati: bottone, stilo, rettangolari ecc… È utile disporre di una gamma perché a seconda di come viene costruito il circuito può essere necessario usare un voltaggio piuttosto che un altro.
  1. Pasta conduttiva (grazie al sale) e pasta isolante (grazie allo zucchero). L’avevano fatta tutti: bravi! È emerso che quella fatta in casa è meglio di quella comprata perché più malleabile.
  1. LED rossi, gialli e verdi. Abbiamo spiegato come funzionano, in particolare il fatto che vanno collegati con la polarità giusta: hanno due gambe, quella lunga va collegata al polo positivo e l’altra a quello negativo, altrimenti il LED (Light Emitting Diode), come tutti i diodi, si comporta come uno sbarramento per la corrente.
  1. Interruttori. I nostri avevano tre poli. Per fare un semplice interruttore acceso-spento si deve collegare il polo centrale a un capo del circuito e l’altro a uno dei due laterali, non importa quale. Usandoli tutti e tre si può realizzare un deviatore, che indirizza la corrente in un ramo del circuito o in un altro. Un gruppo ieri ha escogitato una soluzione del genere.
  1. Cavi con coccodrilli. Comodissimi per  fare circuiti al volo.
  1. Più tardi abbiamo introdotto i motorini elettrici, con cui tutti hanno dotato i loro modelli di eliche o girandole.

Abbiamo cercato di illustrare con parole minime il concetto di potenziale. Ci siamo rifatti al concetto di energia potenziale che abbiamo illustrato con una gag dove 1 Kg di pasta cadeva sulla testa di una studentessa volontaria: da un 1 cm non ci sono stati problemi, da un metro… lei si fidava (commovente la fiducia…) ma io non me la sono sentita. Perché? Per via dell’energia potenziale: da una maggiore altezza il grave ha modo di acquisire maggiore velocità e siccome l’energia cinetica va come la velocità al quadrato il grave fa più lavoro, o più male, a seconda dei punti di vista… Quell’energia cinetica è immagazzinata sotto forma di energia potenziale nel grave tenuto ad una certa altezza. Analogo è il caso del potenziale elettrico creato da una batteria. In questo caso gli elettroni accumulati nel catodo della batteria tendono a “cadere” verso ciò che sentono positivo, travolgendo quello trovano. Costruendo un circuito elettrico noi facciamo trovare sul loro percorso dei congegni che vengono attivati dalla loro energia, come succede con l’acqua accumulata in una centrale idroelettrica (altra forma di accumulo di energia potenziale) quando  viene lasciata cadere lungo le condutture sulle pale di un dinamo (che girando produce energia elettrica). Abbiamo anche discusso il fatto che se l’acqua ha troppa energia distrugge le pale della dinamo, se ne ha troppo poca le bagna solamente, senza farle girare. Questo per capire che occorre scegliere la pila giusta a seconda del circuito. Gli ingegneri sanno fare i calcoli giusti. Nei nostri contesti didattici possiamo andare per tentativi. L’unico rischio con un diodo è che lo si tenga accesso con un voltaggio eccessivo per troppo tempo col rischio di bruciarlo. Basta staccarlo subito se si vede che fa una luce troppo intensa.

Per illustrare il concetto di resistenza elettrica abbiamo fatto finta che la studentessa fosse una sirena e io il maestro Tartaruga (Testuggine in questo caso)…

The master was an old Turtle — we used to call him Tortoise — “Why did you call him Tortoise, if he wasn’t one?” Alice asked.
“We called him Tortoise because he taught us,” said the Mock Turtle angrily; “really you are very dull!”
“You ought to be ashamed of yourself for asking such a simple question,” added the Gryphon; and then they both sat silent and looked at poor Alice, who felt ready to sink into the earth.

Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland

Se il peso specifico del grave è un poco superiore a quello dell’acqua questo cade lentamente: non c’è più pericolo. Nei circuiti elettrici si mettono le resistenze (anche) per salvaguardare altri componenti.

Come abbiamo visto nel lab in questo tipo di circuiti si può lavorare a occhio, anche perché grossi danni non si fanno. L’importante è essere in grado di fare ragionamenti idonei a risolvere i problemi che capitano. In fondo a questo post i curiosi trovano qualche dettaglio in più sulle caratteristiche dei diodi e su come aggiustare la resistenza per proteggerli.

È interessante qui citare le conclusioni a cui sono giunti spontaneamente alcuni di voi alla fine del lab: attività di questo tipo

  1. esercitano a elaborare i risultati negativi per individuare soluzioni
  2. esercitano il pensiero logico necessario per venire a capo dei problemi
  3. stimolano la socializzazione e l’atteggiamento cooperativo

Ottimo!

La richiesta generale è di continuare così. La prossima volta scribbling machines!


Appena un po’ più sul tecnico…

Qualche parola su come aggiustare le resistenze nei circuiti. La situazione può essere sintetizzata con uno schema di questo tipo:

Esempio con un LED ma potrebbe esserci qualsiasi altra cosa o combinazione di cose. Tutte le resistenze del circuito possono essere riunite nella resistenza R. V rappresenta il voltaggio della cosiddetta forza elettromotrice, nel nostro caso una pila. L’interruttore qui è aperto. Il verso (qui orario) della corrente è una convenzione consolidata anche se in realtà chi si muove sono gli elettroni nel senso opposto: ai fini dei calcoli parlare di cariche negative che vanno a sinistra o cariche positive che vanno a destra è la stessa cosa.

Qualche fatto pratico sui LED, senza entrare nei meandri della fisica quantistica che ha consentito di concepire questi e tutti gli altri micro-componenti elettronici che pervadono le nostre vite. La corrente può circolare in un verso solo, si è detto. Quindi in un verso non passa mentre nell’altro produce luce grazie alla forza elettromotrice della pila ma non a prescindere dal suo valore in Volt. Questo deve essere appropriato, affinché ci passi la giusta quantità di corrente. Può essere interessante e adeguato qui specificare come non debba trattarsi di un valore preciso ma come esista un range di valori in cui il LED si comporta sufficientemente bene e senza soffrire, semplicemente emettendo più o meno luce. Questo si capisce guardando la “curva caratteristica” fra tensione applicata (in Volt, V) e corrente ottenuta (in milliampere, mA). Tali informazioni insieme a molte altre si trovano nei dati che vengono sempre resi disponibili con tutti i componenti, i cosiddetti datasheet. A noi possono disorientare tutti quei numeri — comunque i curiosi possono andare a vedere quelli per i diodi rossi, gialli e verdi. Vediamo giusto i grafici tensione-corrente per i tre diodi:

Quello che si deve fare è cercare di stare più o meno nella parte centrale di queste curve.

Come fare se la nostra pila dà troppa tensione? Per ridurre la tensione che finisce ai capi del LED occorre aggiustare il valore della resistenza R. Questa si può calcolare con una formula che deriva da una delle cosiddette leggi di Kirkhoff:

R = \frac{\left(V-V_d\right)}{i}

dove R è la resistenza da caclcolare, V è la tensione della pila e V_d è la tensione che vorremmo dare al LED. Facciamo un esempio. Volendo dare a un LED rosso una tensione V_d pari a 1.9 V con una pila da 3 V, dal grafico a sinistra deduciamo che la corrente i deve essere di 10 mA e sostituendo questi valori nella formula precedente otteniamo:

R = \frac{\left(3-1.9\right)}{0.01} = 110

Il valore che si ottiene risulta espresso in Ohm (Ω), se si sono usati valori in Volts per la tensione e Ampere per la corrente, cosa che abbiamo fatto perché 3V andavano già bene mentre il valore di corrente di 10 mA equivale a 0.01 Ampere, che è quello che abbiamo usato. In realtà le resistenze commerciali sono disponibili solo per certi valori, ma l’approssimazione che si ottiene è sufficiente, per esempio nel nostro caso, la resistenza acquistabile con il valore più vicino a 110 Ω è quella di 120 Ω. Avremo solo una corrente un po’ diversa ma comunque accettabile, verrebbe pari a 9.2 mA che va benissimo lo stesso.

In fondo a questo sito c’è anche un modulo che consente di fare automaticamente il calcolo.

Statico/dinamico

Dove racconto di un’esperienza molto divertente occorsa durante la pandemia, con qualche riflessione didattico scientifica, ovvero STEM, come si dice oggi, o anche STEAM: Science, Technology, Engineering, Art and Math. L’esplorazione è alla portata di studenti degli ultimi anni della scuola di secondo grado.

4 ottobre 2021

Helsinki, novembre 2019: a colazione mi capita di raccontare a due colleghe le meraviglie della Spira Mirabilis di Jacob Bernoulli. Un oggetto affascinante, nella sua ambiguità, dove nel finito si cela l’infinito, lo statico evoca il dinamico, l’autosomiglianza conduce alla ricorsione, che si trova celata in innumerevoli forme naturali.

Ad un certo punto appare un signore gentile che si scusa per avere orecchiato — in cuor mio subito mi pento del volume intrusivo della mia voce — ma desidera dire di avere trovato interessante la descrizione “naturale” di fatti matematici. Fra bambini curiosi ci si intende rapidamente. Jacques Toussaint esplora da una vita i territori dell’arte e del design. Veniamo quindi da percorsi diversi ma la comune curiosità alimenta uno scambio di idee nei successivi mesi pandemici. Ci mettiamo a ragionare sul suo “Elemento statico-dinamico”:

Un’immagine adeguata di questa opera si trova nel sito di Toussaint, è la N. 9 di questo slideshow.

Siamo lontani e il covid ci blocca ma non impedisce di realizzare un modello digitale 3D (realizzato con Tinkercad) e di farselo stampare e inviare per posta:

L’elemento statico-dinamico di Toussaint è così diventato un balocco che mi porto sempre in tasca. Giocandoci finisco col conoscerlo meglio e scopro che ha un caratterino bislacco, ambiguo se si vuole, come quello della spira mirabilis. Bipede, perché poggia sempre attraverso due soli punti, uno per ciascuno dei due semicerchi che lo compongono, ma sempre zoppo: sul vertice di un semicerchio e su qualche punto dello spigolo rotondo dell’altro. Bislacco e schizzinoso, perché non sta fermo volentieri, anche se in sé non ha alcun motore. Inequivocabilmente statico ma assai dinamico se disturbato. Delle infinite posizioni di cui dispone ne predilige due sole, rifuggendo prontamente da tutte le altre.

Lo potremmo anche definire pendolo doppio perché si comporta come un pendolo con due posizioni di riposo, le due sole possibili con un semicerchio verticale e l’altro orizzontale.

Ma è quando lo si forza a percorrere i suoi stati dinamici che svela tutta la sua indole bislacca, muovendosi come ubriaco e di maniera imprevedibile, quando frenando improvvisamente, quando inspiegabilmente sostenendo il moto.

Sensibilissimo alle irregolarità del piano accelera repentino alla minima pendenza in discesa.

La domanda sorge spontanea: ma che razza di moto è quello di statico-dinamico? In sostanza statico-dinamico produce due tracce fatte da successioni di archi di cerchio che vengono percorse in modo alterno: quando ruota su uno dei semicerchi fa perno fisso su uno dei vertici dell’altro, e viceversa, danzando fra i due opposti movimenti di rotazione.

Viene qui comoda la Geometria della Tartaruga (Turtle Geometry) con la quale si possono produrre figure geometriche disegnate immedesimandosi in un’immaginaria tartaruga che traccia le figure con il suo movimento. È una geometria che ha dato vita a linguaggi di programmazione didattici come Logo o Scratch. È anche perfetta per mostrarci le tracce di statico-dinamico, identificando ciascuno dei suoi due punti di contatto con due tartarughe, rossa e verde. In questo video si vede il risultato di una simulazione realizzata con il modulo Turtle di Python (successivamente distribuirò qui il codice).

Si chiarisce così che quello che pareva un movimento ubriaco è piuttosto una danza dei punti di appoggio.

E non si pensi che non costi fatica a statico-dinamico muoversi in questo modo. Potremmo pensare che, nel suo insieme, l’elemento proceda in linea retta ovvero che il suo baricentro proceda in tal modo, baricentro che, per ovvie considerazioni di simmetria si trova nel punto di contatto fra i due semicerchi. Invece no, il baricentro segue a sua volta una linea ondulata, fatta anch’essa di semicerchi alterni più piccoli (della metà):

Il moto, benché convoluto, ha quindi una sua regolarità. Tuttavia, come abbiamo visto prima, l’interazione con il piano di appoggio è complessa perché estremamente sensibile alle irregolarità anche minime del piano e dei contorni dell’elemento stesso. Il disegno delle tracce è facile da descrivere ma quando l’elemento, rallentando, arriva a scambiare i ruoli dei due semicerchi, si verifica un punto di massima incertezza, proprio al contrario dei due punti di stabilità. I due punti di passaggio da un semicerchio all’altro corrispondono a quando l’elemento poggia precisamente su due vertici, uno di un semicerchio e uno dell’altro. Lì deve decidere, se fermarsi e tornare indietro a cercare il punto di equilibrio del primo semicerchio, oscillandoci intorno come abbiamo visto all’inizio, oppure affrontare il nuovo, lanciandosi alla ricerca del punto di equilibrio del prossimo semicerchio.

Ecco, qui siamo nel dominio dell’incerto, dove non c’è equazione che tenga, perché troppi e troppo minuti sono i fattori che possono determinare la scelta dell’elemento, attriti, irregolarità casuali. Una piccola finestra sulla complessità, generata da un oggetto che pareva essere perfettamente descrivibile, conoscendo il pi greco e la radice di due…

Ci parla di tante cose statico-dinamico. Ad esempio del carattere bizzoso che lo può fare apparire un’eccezione. l’uomo disperso nei flutti della complessità cerca disperatamente regolarità e tende a classificare ogni anomalia come stranezza o eccezione. Invece no, la scienza del ‘900 proprio questo ci dice: il prevedibile è l’eccezione, il resto è imprevedibile.

In fin dei conti, statico-dinamico descrive bene l’esperienza umana con radi punti di equilibrio dispersi in un continuo di incertezza e punti dove necessita di prendere decisioni impossibili, dove non c’è manuale che tenga.

Ma ci dice anche questo: fai incontrare due curiosi e il divertimento è assicurato!


Equazioni delle tracce

Tutto dipende dal raggio r dei semicerchi che compongono statico-dinamico. Se guardiamo la proiezione laterale di statico-dinamico nella sua posizione di riposo:

comprendiamo come gli archi di cerchio che compongono le tracce sul piano abbiano raggio R=r\sqrt{2}. Vediamo ora la forma delle tracce disegnate da statico-dinamico sul piano.

Immaginiamo che uno dei semicerchi lasci una traccia rossa e l’altro verde.

Da questo troviamo:

  • Il semiperiodo della successione di semicerchi di ciascuna traccia T=R\cos{\frac{\pi}{2}}\left(1-\frac{1}{\sqrt{2}}\right)
  • L’ordinata dell’asse orizzontale su cui poggiano le tracce. Per la traccia rossa: S=R\sin{\frac{\pi}{2}}\left(1-\frac{1}{\sqrt{2}}\right); ovviamente sarà -S per la traccia verde.

Se chiamiamo y_r la traccia rossa e y_v quella verde abbiamo

y_r=\sqrt{R^2-\left(x-2Tk\right)^2} \text{ dove  } x \in \left]-T\left(2k+1\right),T\left(2k+1\right)\right],

y_v=-\sqrt{R^2-\left[x-T\left(2k+1\right)\right]^2} \text{ dove  } x \in \left]-2Tk,2T\left(k+1\right)\right],

con k \in \{... ,-1,0,1, ...\}.


Codice Python con libreria Turtle

Il seguente codice è servito per produrre il video precedente Tracce elemento-statico-dinamico e baricentro.

# Tracce elemento-statico-dinamico di Jacques Toussaint e baricentro
# Copyright Andreas Robert Formiconi 2021
# Rilasciato con licenza GPL v.3.0

from turtle import *
import math
import math

offx = 0.4 * window_width()

sc = 2.
r = 20 # mm
R = r*math.sqrt(2.) * sc
S = R * math.sin(math.pi/2.*(1-1/math.sqrt(2.)))
T = R * math.cos(math.pi/2.*(1-1/math.sqrt(2.)))
k = 0

print("r=", r, " R=", R, " S=", S, " T=", T, " alfa=", math.pi/2.*(1-1/math.sqrt(2.)))

red = Turtle()
red.color("red")
red.pencolor("red")
red.penup()
red.setpos(- T - offx, math.sqrt(R*R-T*T))
red.pendown()
red.setheading(0)
red.speed(-1)

green=Turtle()
green.color("green")
green.pencolor("green")
green.penup()
green.setpos(0 - offx, -math.sqrt(R*R-T*T))
green.pendown()
green.setheading(0)
green.speed(-1)

blue = Turtle()
blue.color("blue")
blue.pencolor("blue")
blue.penup()
blue.setpos(- T/2 - offx, 0)
blue.pendown()
blue.setheading(0)
blue.speed(-1)

violet = Turtle()
violet.color("violet")
violet.pencolor("violet")
violet.penup()
violet.setpos(- T/2 - offx, 0)
violet.pendown()
violet.setheading(0)
violet.speed(-1)


k = 0
while k < 5:
    i = 0
    ix = 0.
    while i < 100:
        xx = -T * (1 - 2*ix) + 2 *k*T - offx
        yy = math.sqrt(R * R - (xx - 2. * k * T + offx)**2)
        xb = -T * (1 - 2*ix)/2 + k*T - offx
        yb = math.sqrt(R * R/4 - (xb - k * T + offx)**2) - S/2
        red.goto(xx, yy)
        blue.goto(xb + T * k, yb)
        violet.goto(xb + T * k, 0)
        if (red.xcor() - 2*k*T + offx) != 0.:
            if (red.xcor() - 2*k*T + offx) < 0.:
                hh = 90 + math.atan(red.ycor()/(red.xcor() - 2*k*T + offx))/math.pi*180
            else:
                hh = -90 + math.atan(red.ycor()/(red.xcor() - 2*k*T + offx))/math.pi*180
        else:
            hh = 0
        red.setheading(hh)
        green.setheading(hh+90)  
        blue.setheading(hh)
        i += 1
        ix += .01

    i = 0
    ix = 0.
    while i < 100:
        xx = 2 * T * ix + 2*k*T - offx
        yy = -math.sqrt(R * R - (xx - (2. * k + 1 )* T + offx)**2)
        xb = -T * (1 - 2*ix)/2 + k*T - offx
        yb = - math.sqrt(R * R/4 - (xb - k * T + offx)**2) + S/2
        green.goto(xx, yy)
        blue.goto(xb + T * (k + 1), yb)
        violet.goto(xb + T * (k + 1), 0)
        if (green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx) != 0.:
            if (green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx) < 0.:
                hh = -180 + math.atan(green.ycor()/(green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx))/math.pi*180 #+ 90 - 63 #DA AGGIUSTARE!
            else:
                hh = math.atan(green.ycor()/(green.xcor() - (2. * k + 1 )* T + offx))/math.pi*180 #+ 90 - 63 #DA AGGIUSTARE!
        else:
            hh = -90
        green.setheading(hh+90)
        red.setheading(hh)
        blue.setheading(hh+90)
        i += 1
        ix += .01
    k += 1

done()

Da ASGI: Criminalizzare la solidarietà significa tradire la Costituzione

Condivido il comunicato ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) sulla sentenza del Tribunale di Locri per i fatti legati alla gestione del sistema di accoglienza a Riace fino al 2017. Qui l’articolo originale e di seguito la trascrizione.


ASGI esprime sconcerto per la condanna e la palese sproporzione delle pene inflitte, il 30 settembre 2021, dal Tribunale di Locri nei confronti di vari imputati, tra i quali l’ex sindaco di Riace Domenico Lucano, per fatti legati alla gestione del sistema di accoglienza a Riace fino al 2017. 

Quella gestione del sistema di accoglienza è stata ritenuta criminale con condanne che non hanno riguardato solo Lucano ma molte persone che, insieme a lui, hanno per anni vissuto e lavorato ad un modello che ha suscitato l’interesse e l’ammirazione in tutto il mondo per le modalità di integrazione espresse.

Il Tribunale di Locri ha ritenuto che, nel dedicarsi all’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo, si sia costituita una vera e propria associazione a delinquere per propri interessi personali, di fatto deviando risorse dal sistema legale pubblico per fini privati. Tuttavia, non un euro è stato effettivamente percepito dai condannati, molti dei quali vivono in condizioni di seria povertà e mai si sono arricchiti.

Non si conoscono le motivazioni delle pesanti condanne e dunque si avrà modo di analizzarle non appena saranno pubblicate. Anche prescindendo da qualunque considerazione sulla esemplarità delle pene, rimane comunque, oltre all’amarezza, la valutazione dell’oggettiva sproporzione tra la condanna inflittaa Lucano (13 anni e 2 mesi) e quelle, minori, comminate agli imputati di ben altri processi come il noto “Mafia Capitale” (i cui membri per anni hanno lucrato sull’accoglienza a Roma, con l’uso sistematico di minacce e violenza ) o il processo a carico di Traini (per il reato a Macerata di strage aggravata dall’odio razziale e porto abusivo d’arma).

La sentenza del Tribunale di Locri appare essere la criminalizzazione di un  modello di accoglienza non ghettizzante, di un esperimento che, per quanto non unico, ha voluto porsi esplicitamente come esempio di alterità e diversità. E ciò è avvenuto in un territorio estremamente problematico, dove sono ben radicate le organizzazioni malavitose e dove gran parte dell’economia è basata sullo sfruttamento intensivo della manodopera, soprattutto (ma non solo) straniera, in assenza di un effettivo intervento dello Stato.

Una terra difficile, rispetto alla quale il modello Riace è andato in direzione ostinata e contraria, cercando di modificarne i modelli culturali ed economici creandone uno che si è distinto da quello ordinario dell’accoglienza, i cui limiti strutturali sono noti da tempo. Pare assurdo che chi si è con generosità dedicato a questa esperienza di assistenza a migranti fuggiti dai loro Paesi a causa di gravi persecuzioni o conflitti, per tale meritevole attività si trovi a subire decenni di reclusione in ragione di presunte irregolarità contabili, che, se provate, avrebbero potuto essere sanzionate sotto il profilo amministrativo; mentre si è voluto trasporle sul ben diverso piano penale con reati ordinariamente addebitati in ben altri ambiti.

Punire in questo modo una gestione amministrativa lontana da ogni forma di arricchimento personale ed ispirata da encomiabili finalità di integrazione e di progresso sociali, significa creare uno iato tra giustizia e legalità, tradire quei valori profondi di umanità e di solidarietà che stanno a fondamento del nostro ordinamento costituzionale.

ASGI tuttavia è convinta nel ritenere che ciò non basterà per fermare la spinta critica e propositiva di quanto ha saputo insegnarci l’esperienza di quel piccolo borgo calabro.

Quando ritrovi il passato nel futuro

Scrivo per vari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico ma che si ritraggono sovente dal futuro. Sì lo chiamo tout court futuro perché a questi ritmi il contemporaneo e il futuro sono tutt’uno per gli occhi della nostra mente. Il nuovo appare così ancora più minaccioso agli animi più riflessivi. Anche se non si dovrebbe dimenticare che gli antichi che ammiriamo non di rado erano temerari nell’affrontare il nuovo, piuttosto sfidandolo anziché subirlo o negarlo.

Io amo Viareggio, per una serie di motivi personali che non mette conto enumerare qui ma anche per via di qualche lettura e qualche amico viareggino. Mi affascina per esempio la storia di questo popolo fattosi marinaio dopo qualche secolo di lotta per la sopravvivenza nelle venefiche paludi di un tempo. Marinaio ma soprattutto costruttore di navi ammirate in tutto il mondo.

Costruisti, Natino, i bastimenti più belli,
freschi e superbi in ogni mare,
avevano il soffio delle anfore greche.
E nessuno ti ricorda più,
non fosti mai celebrato.
Lascia che io viareggino
almeno mormori il tuo nome.

Questi sono i versi che Mario Tobino ha dedicato a Fortunato Celli, detto Natino, il calafato Natino, (“Sulla spiaggia e di là dal molo”, 1966)

Le barche viareggine erano così belle che anche gli inglesi — che se ne intendevano — le ammiravano e le copiavano:

Nel 1907 il brigantino goletta Nelly [costruito da Natino] di trecento tonnellate arrivò sul Tamigi. Gli inglesi lo videro, domandarono di provarlo, lo comprarono. Tennero La Nelly non per navigare, la tennero in cantiere per insegnamento.

Parlando con un amico viareggino venni a sapere che il figlio di Natino, Raffaello Celli, aveva scritto un libro su quella gloriosa stagione: “Con l’ascia e con la vela” per l’Ancora Editrice (1973).

Mi misi a cercarlo andando per librerie varie, fino ad arrivare a “Tuttocoppe”, un negozio viareggino che offre anche una vetrina di pubblicazioni dell’Ancora Editrice, o a Lettera22 (luogo ameno, da visitare…). Ma niente. L’amico che mi aveva messo questa pulce nell’orecchio, per consolarmi, mi prestò un altro bel libro: “Viareggio, momenti di storia e cronaca” di Leone Sbrana (1972) sempre per Ancora Editrice.

Una volta letto, volendolo rendere all’amico — anche perché la copia del libro è autografata dall’autore per suo padre — mi sono messo a cercare anche quello, con lo stesso minuzioso metodo. Pare naturale cercare libri del genere in librerie e bancarelle che trattano libri usati, o chiedendo in giro. Voglio dire che è anche bello, ti pare di ricreare un contesto, ti racconti qualcosa che ti piace. Ma niente, dopo due anni, dei due libri nemmeno l’ombra. Pensavo di lanciare la richiesta nella rubrica “Caccia al libro” di Fahrenheit a Radio 3, quando all’improvviso faccio la cosa che non mi piaceva fare, e che mi pareva anche inutile, il solito gesto sciatto: cerco in Internet. Ecco come sentirsi ingenuo e anche un po’ stupido, dopo tutto il tempo perso: li ho trovati quasi subito, in due diverse librerie, una di Roma e una di Rosignano.

Internet serve anche a questo, a trovare libri irreperibili. Questi due libri, ben conservati ma con le pagine ingiallite, l’odore di vecchio, le dediche degli autori, sono qui sul mio tavolo grazie all’infrastruttura globale per eccellenza. Ben venga…

Ma non è finita.

Poi venne il ferro. Gli anni erano corsi come puledri. Il ferro invade ogni carena, nasce il motoveliero, si innestano nelle poppe i motori.

E curiosamente, è quel ferro vittorioso lì, quello su cui mi capita di lavorare la terra.

— Un grande motore marino, il Perkins — mi disse un operaio della Landini in pensione che era capitato per caso dove io stavo lavorando. Uno di quei motori marini che avevano non da molti decenni soppiantato le affascinanti vele delle golette e dei “barcobestia”, le ultime creazioni dei calafati viareggini.

Ma di legno o ferro, tutte le macchine hanno un’anima, quella che l’uomo ci mette quando le fabbrica. E quando le usi, quando le devi manomettere, per manutenzione o emergenza, devi sapere come le tocchi, le devi ascoltare. E quando serri una vite la devi ascoltare, e ti devi domandare quanto puoi osare nel stringerla, affinché lavori come deve. E affinché non arrivi a troncarla, perché una leva non solleverà forse proprio il mondo intero ma una vite la spezza con facilità. Poi, se ti succede, non c’è il tasto “Undo”, c’è il vuoto irreparabile che ti riempie la mente.

Ecco, ti può sempre capitare, anche se hai una discreta esperienza e hai anche letto “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, Pirsig (1981), a suo tempo. Capita che finisci il gasolio, che devi quindi spurgare il circuito di alimentazione, che hai fretta, e che, arrivato a riserrare la “vite di spurgo”… ma senti, meglio serrarla un altro po’… la spezzi, te ne rimane un pezzo dentro e tu, nel bosco non sai a che santo votarti. La macchina è lì, inerte, trasformata in un’inutile montagna di ferro. Oltre mezzo secolo di onorato contributo all’industrializzazione dell’Italia agricola azzerato da un presuntuoso multitasker del 2021. Un idiota.

La vite è di fattura complessa. Chi l’avrà? Si troverà? Dove? Su qualche trattore vecchio? Chi le teneva le macchine vecchie? La mente turbina. Poi ti metti a cercare. È una roba antica, cerco in modo antico. Vado per vecchie officine amiche, quello è morto, quell’altro viene ormai solo la mattina. I giovani mi guardano straniti: mah la vedo bigia, qui ci vuole un pompista. Ti lanci nel mondo dei pompisti, quelli che lavorano solo sulle pompe del gasolio, fra Valdarno e piana di Sesto.

— Ma di che motore è codesta?
— Perkins 2500 tre cilindri
— Sièèè….
— Perché è troppo vecchio?
— No, quello no, si trova tutto di questi motori, è la Brexit, non arriva nulla da lassù…

Disperazione. Qui non c’è nemmeno l’ultima sponda della “Caccia al libro”. Ed è solo per disperazione che ciabatti verso il computer e scrivi “vite spurgo circuito alimentazione”.

Trovata subito: in tre giorni mi arriva una “Vite spurgo corto regolatore” peso 9 gr, € 4.71. Sul mio tavolo.

Cari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico, per non dimenticare il passato può essere necessario volgere lo sguardo al futuro. E viceversa.

Il nuovo MOOC “Coding a scuola con Software Libero” per l’ultima volta…

Domani è la prima di una serie di ultime volte. Tutto ciò che farò presso l’università a partire da domani sarà l’ultima volta che lo farò. Dunque domani farò l’ultima prima lezione del Laboratorio di Tecnologie Didattiche presso il Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria. Il corso che più mi ha appassionato, anche se mi sono piaciuti tutti quelli che ho potuto tenere su questi temi, grazie all’ospitalità dei colleghi di Scienze della Formazione (Dip. FORLILPSI). Sì, sono molto grato perché da vent’anni a questa parte era la cosa che più desideravo. Ho potuto seguire cinque edizioni di alcuni di questi corsi, dal 2016 ad oggi. Non ci avrei sperato, quindi grazie!

L’ultimo anno non significa che non si cerchi di continuare a migliorare. Quest’anno provo a dare una forma compiuta al MOOC, perché quelli precedenti lo erano a metà. Vale a dire che offrivano tutti i contenuti necessari ma per la parte interattiva si confidava principalmente nelle normali relazioni in classe e in un forum esterno, che avevo realizzato in Reddit (e che rimane attivo).

Il nuovo MOOC si chiama sempre Coding a scuola con Software Libero ma viene offerto attraverso la piattaforma Edx. L’inquadramento è il medesimo: risulta sempre un MOOC tenuto da un professore dell’Università di Firenze e realizzato con il supporto di Federica, che nella fattispecie è in partnership con Edx. Il MOOC parte con il Laboratorio di Tecnologie Didattiche ma è aperto a tutti, non solo ai miei studenti, e continuerà a girare anche dopo la fine del laboratorio.

Benché il nome sia lo stesso il corso è sostanzialmente rinnovato. Al di là di numerosi piccoli aggiornamenti e correzioni, le novità maggiori sono due:

  1. La prima novità di questo MOOC è costituita dalle numerose domande e esercizi che integrano i contenuti. Diciamo che in questa versione i contenuti poggiano simmetricamente sul testo e sulle domande. Ci sono cose che non dico nel testo ma le dico mediante le domande. O suggerimenti, insinuazioni, suggestioni. Diciamo che il corso assume una nuance decisamente più maieutica. A dire il vero vorrei che questa impostazione fosse ancora più pronunciata, ci sto lavorando, si va per gradi. Naturalmente rimane centrale il ruolo del forum, che però deve funzionare dentro al MOOC. Questo è anche un percorso di ricerca sulla forma MOOC al fine di colmare il divario fra i primi MOOC connettivistici (cMOOC), basati sulla partecipazione attiva e quelli “industriali” (xMOOC), che prevalentemente son fruiti in modo passivo — anche se vi sono delle brillanti eccezioni, da imitare e migliorare ulteriormente.
  2. L’impiego di LibreLogo rimane una scelta di riferimento ma il percorso viene proposto parallelamente in Python, mediante la libreria standard Turtle. Sto aggiungendo una versione Python di tutti i codici LibreLogo già presenti nel corso. Una metà sono già disponibili, avrò finito presto. È una scelta conforme al titolo perché Python è una forma di software libero. Le opzioni che ho privilegiato sono motivate dalla diffusione degli strumenti e quindi dalla persistenza, valore non da poco in contesti così volatili. Python è qui per restare a lungo: si sta avviando ad essere il linguaggio più usato al mondo, con una presenza fortissima nel mondo scientifico e in particolare nel rampante settore della data science. Scrivere in Python vuol dire comunicare in modo durevole con una comunità vastissima nel mondo.
    Qualcosa di simile si può dire di LibreOffice, come suite di produttività, analoga a MS Office ma free. LibreLogo è un plugin disponibile di default nel wordprocessor Writer di LibreOffice. Probabile e auspicabile che venga mantenuto così ma la base di utenti è certamente inferiore. LibreLogo è fantastico per chi inizia e per i più piccoli. Mi auguro che rimanga disponibile a lungo.
    Tuttavia c’è un altro elemento che rende vincente il tandem LibreLogo Python: i comandi della tartaruga sono molto simili nei due linguaggi, ci sono delle differenze sintattiche ma è molto facile passare da un linguaggio all’altro. Sono interessato a insegnare queste forme di programmazione per la condivisione di idee e per la formazione di una vera cultura scientifica. La cultura umana si basa su linguaggi universali, quanto più universali possibile. Per questo faccio pochissimi esempi di programmi con linguaggi a blocchi, che sono tutti fortemente vincolati a ambienti sostanzialmente chiusi, alcuni magari molto diffusi ma chiusi, come lo sono i social, totalmente dipendenti dalla volontà e dalle sorti di chi li gestisce.

Appello per la sottotitolazione del documentario “Ubuntu. Io sono perché noi siamo”

Esiste la possibilità di distribuire il documentario Ubuntu. Io sono perché noi siamo in altri paesi attraverso l’agenzia Pressenza. Si rende quindi necessaria la sottotitolazione in varie lingue. Insieme agli autori abbiamo optato per una sottotitolazione social attraverso il servizio Amara. In questo modo chiunque può contribuire a produrre i sottotitoli in qualsiasi lingua conosca. E in questo modo così rispondo, in parte, ad alcune persone che hanno chiesto come possono contribuire.

Ho collegato il video del documentario ad Amara e ho inserito i sottotitoli del primo brano in italiano, inglese, spagnolo e francese, per fornire la partenza a chiunque desideri contribuire.

Clicca l’immagine per andare a questa pagina

Per contribuire occorre fare un account free in Amara: Sign up for free.

Ovviamente, si possono aggiungere tutte le lingue che si vuole… 😉

Unica richiesta: chi vuole contribuire mi scriva (arf@unifi.it) per coordinarsi meglio, anche condividendo il lavoro già fatto: la trascrizione completa in italiano e le traduzioni, anch’esse integrali, in spagnolo e francese (sono sotto forma di file ODT). In questi casi si tratta solo di riversare i testi nei sottotitoli, cosa che può fare anche una persona che non conosce perfettamente la lingua.

Sono ovviamente disponibile a fornire supporto per usare Amara o qualsiasi altra cosa.

“Ubuntu. Io sono perché noi siamo” su Youtube

Forse non riuscirò mai a rendere conto compiutamente di questa storia, per come l’ho vissuta. Sarebbe appropriato, in occasione delle diffusione pubblica del documentario che la racconta. Ma troppi ricordi, troppo caldi, troppo intense le emozioni, positive e negative. Per trovare un equilibrio narrativo adeguato occorre un tempo di sedimentazione che forse non avrò mai. Mi limito ad aggiungere poche righe su quello che è successo dopo. Qui il documentario sul canale Youtube di TV2000, distribuito anche con la collaborazione dell’Agenzia Stampa Pressenza.

Il documentario è stato sviluppato nell’ambito di un finanziamento della Regione Toscana del 2019 a favore di soggetti del terzo settore. Il progetto “Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva” (LACA19) è stato realizzato da una variegata compagine, capofila la Pubblica Assistenza di San Polo in Chianti, otto associazioni (qui la lista) più Università di Firenze, Diocesi di Fiesole, Comune di Figline Incisa Valdarno e Comune di Greve in Chianti. Io ho contribuito nella veste di rappresentante dell’Università di Firenze, attraverso il Dipartimento di Statistica, Informatica e Applicazioni, cui appartengo.

In parte il documentario è stato sostenuto anche con un altro progetto simile nell’anno successivo: Azioni di Resilienza e Accoglienza per l’Integrazione (ARAI20). Poi è arrivato il Coronavirus e ci siamo tutti un po’ persi.

A dire il vero la dispersione era iniziata prima, con la chiusura della struttura di accoglienza nel paese. Le persone che frequentavano la Scuolina tenuta dai cittadini si sono recate in vari altri centri a Firenze. Solo poche sono rimaste nei pressi per via dei rapporti di lavoro che avevano contratto in zona e queste sono state seguite dai cittadini-insegnanti residenti nel paese, soprattutto per attività di accompagnamento nelle pratiche burocratiche, problemi sanitari, rapporti con i datori di lavoro ecc.

La Scuolina si è però trasferita presso la sede del Cospe, giusto prima che arrivasse il Coronavirus. Il trasferimento a Firenze si è rivelato un vantaggio perché più facilmente raggiungibile sia dai partecipanti che dai cittadini volontari. È infatti ripartita in quarta e nemmeno la pandemia è riuscita a fermarla: il 23 marzo è iniziata online e fino a ieri sono state fatte 548 lezioni su 161 giorni. Ovvio che in presenza è molto meglio ma anche online è molto meglio di nulla.

La partecipazione è stata molto arricchita da un gruppo nutrito di studenti di vari corsi di laurea di Scienze della Formazione, che si avvicendano con i cittadini volontari “veterani” nel fare le lezioni online.

La maggioranza dei ragazzi che hanno frequentato la Scuolina sono impegnati in varie forme di lavoro regolare: ristorazione, aziende di agriturismo, officine meccaniche, lavanderie. Ma il beneficio non è stato solo a loro favore e dei datori di lavoro che li hanno così “scoperti”. La maggior parte delle risorse dei progetti LACA19 e ARAI20 sono servite a dare una mano a giovani nella fase delicata fra la fine degli studi e i primi incarichi di lavoro, prevalentemente nel sociale. Inoltre quattro persone si sono laureate con tesi attinenti alle attività della Scuolina, altre due sono in corso.

Questi i fatti essenziali. Approfondimenti e analisi saranno affidati ad alcuni degli studenti che stanno ancora partecipando. Lo faranno molto meglio di me.

Documentario “Ubuntu. Io sono perché noi siamo” su TV2000

Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva

  1. Grazie a Pressenza, il documentario sull’esperienza di Poggio alla Croce, Ubuntu. Io sono perché noi siamo, è programmato su TV2000 lunedì 16 agosto in seconda serata.
    Vi chiedo, se vi va, di diffondere la notizia sui vostri canali.
  2. Esiste la possibilità di proiettare il documentario al Festival del libro per la pace e la nonviolenza che avrà luogo presso il Castello aragonese a Taranto, dal 23 al 26 settembre. Occorrerebbe che ci fosse qualcuno che ha seguito sufficientemente la storia per presentarlo. Purtroppo io sono impossibilitato per motivi di lavoro. Capisco: è una richiesta un po’ strana ma non occorre un grande approfondimento, meglio una brevissima presentazione fatta in presenza che nulla; o peggio perdere l’occasione.
  3. È in corso la produzione di sottotitoli in inglese, spagnolo e francese, per la diffusione sui canali internazionali di Pressenza. C’è qualcuno disposto a dare una mano?

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