Il Duomo di Firenze secondo Viola e una questione sulla colorazione delle figure con LibreLogo

Bello il Duomo che Viola ha disegnato con LibreLogo, fra l’altro con un codice scritto molto bene. Nel fare questo lavoro Viola aveva segnalato un problema con la colorazione dei tetti. Riporto qui qualche considerazione in merito perché è un problema ricorrente nel quale gli studenti rimangono intrappolati pensando di avere sbagliato. In realtà si tratta di una particolarità di LibreLogo che forse dovrei documentare meglio nei manuali.

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Sei anni di Laboratorio di Tecnologie Didattiche a Scienze della Formazione Primaria

“Vaso con girasoli” interpretato da Alessandra Lucerni con il linguaggio di programmazione Logo in ambiente LibreLogo—LibreOffice.

Con questo contributo alla raccolta degli elaborati soprendenti degli studenti colgo l’occasione per riassumere succintamente i fondamenti del metodo messo a punto in sei anni di lavoro nel Laboratorio di Tecnologie Didattiche per il corso di laurea in Scienze della Formazione primaria.

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Discorso sulle tesi e molto altro

Salve professore vorrei ringraziarla per avermi permesso di scrivere la tesi su un argomento a me caro. Non le è interessata la mia media dei voti, non mi ha detto cosa era giusto e cosa era sbagliato. Mi ha semplicemente accompagnato in questo percorso, dandomi consigli preziosi. Il suo comportamento non è per niente scontato. Quindi la ringrazio doppiamente: è stato un relatore “top” e mi ha permesso di vedere l’università come dovrebbe essere, una comunità di persone  che sono entusiaste nel fare ricerca. E magari si divertono pure.

Dalla mia ultima laureanda

Giusto l’ultimo dei messaggi che molti studenti mi inviano dopo la laurea. Diversi dei quali arrivano alla meta non necessariamente con medie elevate, poi fanno ottime tesi. E molti si meravigliano: come è possibile… Invece eccome se è possibile. Ci sono molte cose da dire sull’istituto della tesi. Ma anche sui metodi di valutazione all’università, sui metodi di valutazione nella scuola, sui metodi di insegnamento tout court, alla luce di ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. Anzi al buio, perché sembra che i due mondi, quello dell’istruzione e quello della ricerca neuroscientifica, siano completamente scollegati. Non è una sorpresa, la conoscenza dissociata, la ricerca del Lutto, la scuola del Lutto, secondo Morin, e altri.

Molte cose da raccontare e da approfondire. Quando avrò finito.

Quando gli studenti preferiscono il foglio bianco di Logo

Il lavoro di Valentina va ad arricchire la raccolta di lavori interessanti fatti dagli studenti. Lei voleva realizzare una cartolina dalla quale gli oggetti dovevano come uscire fuori. Ma il suo contributo va al di là del logo prodotto per l’esame. Ricordavo che mi aveva detto qualcosa di interessante ma non ne ero più completamente sicuro, dopo alcuni mesi e centinaia di esami. Le ho quindi scritto:

Sto riguardando il lavoro che avevi fatto per il laboratorio di tecnologie didattiche che, come forse ti avevo accennato durante il colloquio dell’esame, vorrei includere fra i lavori sorprendenti dei miei studenti. Nei miei appunti ritrovo scritto che tu avevi fatto una considerazione interessante sul confronto tra Scratch e Logo. Ora mi pare che la tua considerazione fosse del tipo — …mi sento più libera in Logo che in Scratch, dove l’eccesso di informazioni mi inibisce: preferisco il “foglio bianco” di LibreLogo… — Però non sono proprio sicuro, potrei anche fare confusione con qualche altro studente.
Tu ti ricordi?

Ha risposto:

…certamente mi ricordo benissimo. Le confermo la mia considerazione. Ho trovato molto più stimolante Logo perché non era così scontato come l’altro e soprattutto molto più creativo e pieno di spunti interessanti, impressione che Scratch non mi aveva fatto.

Oggi le persone sono sommerse da stimoli, ambienti, strumenti, app che tendono a urlarti tutto quello che potresti fare. Leggevo stamani un’intervista fatta ad Angelo Guglielmi (92 anni ma sempre gagliardo):

— Sa che mi avevano proposto di insegnare televisione ai direttori Rai?
— E lei? Ha rifiutato?
— Ovvio. La verità è che io la televisione non la sapevo fare. Ed è per questa ragione che forse ho saputo farla. Cosa avrei dovuto insegnare?
— Ci sono scuole dove insegnano di tutto, creatività, fantasia, scrittura. Sul serio insegnare la spaventa?
— Non mi piace. L’unica cosa che non insegnano è la più semplice: mettetevi le mani tra i capelli e riflettete. Il segreto non è inventare ma dimenticare. Non può cominciare nulla se non dal bianco. Un suggerimento: dimenticate.

Stanislas Dehaene, in How we learn, scrive :

For instance, field experiments demonstrate that an overly decorated classroom distracts children and prevents them from concentrating.[1] Another recent study shows that when students are allowed to use their smartphones in class, their performance suffers, even months later, when they are tested on the specific content of that day’s class.[2] For optimal learning, the brain must avoid any distraction.

Dehaene, Stanislas. How We Learn (p.162). Penguin Books Ltd. Edizione del Kindle.
[1] An exceedingly decorated classroom distracts pupils: Fisher, Godwin, and Seltman, 2014.
[2] Use of electronic devices in class reduces exam performance: Glass and Kang, 2018.

L’eccesso di informazione non aiuta la creatività, che invece richiede spazio e tempo. Spazio da riempire, tempo per pensare. Lo spazio può essere quello del foglio su cui scrivere, versi, note, istruzioni software o altro, una tela da dipingere, spazio da vuotare, se occupato da un pezzo di marmo etc.

Interfacce zeppe di bottoni come corsi pieni di istruzioni per essere più creativi non rendono più creativi ma conformano.

Soverchiato dalla ricchezza che torna indietro

Soverchiato dalla ricchezza che torna indietro. Sessanta elaborati da leggere, fra formazione primaria, educazione degli adulti e educatori. Alcuni compositi, con blog o minimooc da leggere. Poi 240 diari prodotti dal tirocinio diretto online in emergenza covid. E detta così è solo massa, solo un pacco di lavoro brutale da smaltire.

E già al primo lavoro ti trovi travolto da passione, ricchezza, profondità, inebriante riflesso dell’altro. E ci stai mezz’ora, esplorando, riflettendo e rispondendo. Ed è solo il primo. Quando finirò? Non lo so ma non è più fatica, solo meraviglia. E il lavoro si fa leggero.

Qualcosa andrà reso di tutto questo ma ora non ho tempo. Per ora prendo a caso un brano, da uno dei diari del tirocinio, di cui parleremo successivamente. Prima però voglio esprimere gratitudine alle colleghe e ai colleghi di Scienza della Formazione, Raffaella Biagioli, Maria Ranieri e molti altri che non sono qui per avermi offerto nutrimento e opportunità.

Dal diario di Alice, che ho letto qualche giorno fa:

Finalmente. Finalmente qualcuno mi vede. Finalmente ho avvertito uno spiraglio, un filo d’aria passare in questo senso di isolamento che mi stringeva alla gola. E no, non era un isolamento dovuto solo alla quarantena o alle misure restrittive imposte per il contenimento del virus Covid-19, è un altro tipo di sensazione quella di cui parlo. È una sensazione di solitudine, di smarrimento e di fragilità più ampia. Tutte queste parole sono venute fuori oggi nel primo incontro del laboratorio di riflessione per la costruzione della personalità docente, collegato al tirocinio diretto in emergenza coronavirus. Non mi sento sola solo perché non posso vedere altre persone, almeno non tutte quelle che vorrei. Mi sento sola perché di fronte ad un’emergenza come questa, di fronte ad una pandemia mondiale vedo gente intorno a me che continua a pensare solo ai libri, al capitolo da fare o da eliminare dal programma. Ho letto messaggi di persone giovani, su gruppi di WhatsApp che incitavano a non “polemizzare”, ad usare altri spazi. Sarà che è da quando sono venuta al mondo che provo piacere nel “polemizzare” (certo… non a caso, non per forza), sarà l’effetto dell’isolamento forzato a cui siamo stati sottoposti, ma questa situazione di estrema passività intorno a me in questo preciso momento storico mi ha fatto rabbrividire. Come mi ha fatto rabbrividire il fatto che professori intorno a noi si comportassero come se niente fosse. Ogni giorno mi chiedo se questa enorme crisi che ci ha travolto non sia un’occasione per cambiare le lenti attraverso cui guardiamo il mondo, o perlomeno per renderci conto del fatto che portiamo sopra il naso delle lenti. E allora perchè non discutere di come queste lenti modificano la nostra percezione del mondo? E la nostra percezione è l’unica possibile? Intorno il tempo si è dilatato con il virus per poi riaccartocciarsi su se stesso… a volte ho la sensazione che molti di noi abbiano semplicemente sostituito attività automatiche con altre. Fa troppa paura vivere il senso del vuoto. Fa paura ritrovarsi smarriti, non è simpatico, non è che è una cosa che vai a sbandierare a giro. Meglio avere certezze granitiche, meglio avere schede da caricare su classroom due volte alla settimana, meglio portare avanti il “programma”. Poi oggi uno spiraglio di luce. Oggi ho sentito per la prima volta provenire dall’ambiente universitario delle parole umane. Oggi ho sentito parlare il professore di smarrimento, di contraddizioni, di cercare un senso, dell’importanza di essere una comunità. E mi sono commossa. Perché anche se eravamo tutti su meet, anche se non avevo occhi e non avevo voce, ma ero solo un’iniziale dentro un pallino colorato insieme ad altri 200 pallini, io mi sono sentita vista. Ho sentito che quelle parole erano autenticamente per noi, per noi tutti. Possiamo dirlo quindi che abbiamo paura, possiamo dirlo che il problema va ben oltre questo tirocinio diretto, possiamo dirlo? Sì, oggi abbiamo potuto dirlo. Ed è stata una liberazione. Una liberazione che non mi solleva solo dal senso di oppressione, ma che mi permette di alzare lo sguardo e di pormi nuovi interrogativi rispetto alla didattica. Se tutto questo sta succedendo a me, in questo momento, se mi sento senza riferimenti, senza certezze, ma provo una sensazione di riconoscimento importante attraverso l’incontro su meet di oggi, allora come si sentirà un bambino di scuola primaria di fronte a questo epocale cambiamento? Come si sente un bambino su meet in mezzo agli altri bambini durante una lezione a distanza? Come possiamo pensare a mantenere una didattica tradizionale mentre il terreno ci crolla sotto i piedi? Come trasformare il senso di frustrazione che sicuramente emerge in questo nuovo scenario? Possiamo prenderci il diritto di dire che non sappiamo davvero come fare? Oggi ho capito che non solo è giusto prenderci questo diritto ma forse è un nostro dovere, di fronte alla responsabilità collegate alla nostra professione (ma anche alla nostra natura umana) e di fronte ai bambini.Quindi posso creare uno spazio dentro di me, un giaciglio in cui posso sedermi, dire che no, non va tutto bene, ma posso mantenere la calma e riflettere. E la cosa bella e che posso farlo in un gruppo pieno di altri pallini colorati con l’iniziale nel mezzo (F cosa sarà… Francesca? Magari è la rappresentante. F di Filippo? No..non ci sono abbastanza uomini in questo corso di laurea. Ah no, è F di Federica? Ma chi è, chissà che faccia ha..), che non posso vedere in faccia ma che sento collegati a me nella condivisione, nostro malgrado, di questa situazione.

Se incontri un professore che ti tratta come un bambino

Riprendo il post precedente e lo asciugo completamente, trascrivendo giusto la conlusione dell’articolo ivi citato, affidata completamente alle parole di Eleonora, ricevute in un messaggio quattro anni fa, a metà della mia prima edizione del Laboratorio di Tecnologie Didattiche. Le sue parole riassumono perfettamente quello che intendo dire quando affermo, ancor più sinteticamente, che per insegnare molto bene le tecnologie lavoro principalmente sulle emozioni.

“Ventitré anni, diciotto dei quali passati a studiare. Ultimo anno di università. Unico obiettivo: laurearsi. O meglio, laurearsi il prima possibile. Per togliermi il torpore di dosso delle  lezioni con le slides, lette alla penombra di un’aula semi deserta.  Per sfuggire all’impaginazione della mia testa, messa costantemente a dura prova dallo studiare pagine e pagine di libri che rimestano la stessa minestra, da cinque anni ormai. Per liberarmi da rigide impalcature di relazioni, piene di burocrazia e vuote di valori.

“Non siete più bambini” ci dicono. Dunque è questo quello che ci aspetta fuori? Una vita da adulti, persi a fare tutto (…a sapere tutto!!) e incapaci di fare niente?

Poi eccoti l’ennesimo Laboratorio, l’ennesimo massacro di massa in aula.

“Non è nemmeno in gruppi ristretti”

Annaspo.

“Laboratorio di Tecnologie didattiche”, recita il mio Piano di Studi.

Affogo!

Io di queste cose non ne so niente. Il panico che si trasforma nel motto “Questo lo boccio, questo lo punto solo a passare”. Il risultato finale: rassegnazione.

Poi le prime e-mail del professore. Dice di non voler gente a scaldare le sedie in aula (una frase celebre nella letteratura docente a scuola…), ma non prenderà nemmeno le firme degli studenti presenti. Anzi, il laboratorio potrà essere svolto anche in remoto, a casa, usando la piattaforma.

“Ma che tipo strano è mai questo…”

Così, incuriosita e spaventata, mi paleso in aula al primo incontro. Il professore è lì, sta disponendo i suoi oggetti sulla cattedra: dei dieci che tira fuori conosco al massimo le tre palline da giocoliere e i portatili. Ottimo: sento già l’acqua in gola. 

Si, ma che lezione strana è mai questa? Dove sono le slide da lettura monocorde? E i riferimenti bibliografici?

No, nulla di tutto questo. Ma solo una domanda: “Sapete cosa è questo?” No, non lo so. Perché sui trecento e passa libri che ho studiato non c’è nessun paragrafo dedicato a quella scatolina che – dice! – trasmette informazioni ai dispositivi che si collegano ad essa. La chiama “Pirate Box” – una specie di router. Interessante, la voglio provare… Come fa una bambina….

Poi ci chiede di installare LibreOffice sul nostro computer e iniziare a prendere confidenza con una piccola tartaruga chiamata Logo.

“Ora quando torno a casa ci provo…”

E la frittata è fatta: me ne innamoro a prima vista. Devo capire, devo capire come muovere questa tartaruga, come farle cambiare direzione, come colorare il suo tracciato. Devo, altrimenti non ne esco viva da questa situazione. Prendo il Piccolo Manuale di LibreLogo senza paura e lo apro: non inizio dalla prima pagina e vado a cercare le risposte alle mie domande. Non sottolineo, non mi faccio note a margine (mica lo devo sapere a pappagallo!) ma lo spulcio, lo interrogo e lui mi risponde solo dandomi indizi. Il resto viene da sé. Esploro come fa un bambino…

E scopro un mondo, un mondo pieno di spunti, di intuizioni: la mia mente viaggia alla velocità della luce, crea mille connessioni. Nessuna categoria, nessuna impaginazione mentale. La mia mente costruisce ponti e li demolisce, crea sinapsi, idee che mi brillano in testa. Sento il mio cervello annaspare, ma in senso buono: sto imparando dalla pratica, non solo dalla teoria. Libero i miei pensieri come se fossero un fiume in piena, come una pioggia di meteoriti. Penso come fa un bambino…

Faccio domande, cerco risposte, esploro e – a tentoni – cerco di aiutare anche gli altri compagni sulla mia “stessa barca”. Non ci riesco sempre, ma almeno ci provo. Provo ad aiutarli con la mia esperienza, e loro aiutano me con la loro. Bello questo lavoro di squadra. Come fanno i bambini….

Un passo indietro verso il futuro per una conoscenza peninsulare

L’ispirazione nel pensiero di Edgar Morin, Jerome Bruner, Seymour Papert e nell’opera che sta portando avanti Juraj Hromkovič della ETH di Zurigo con l’Ausbildung- und Beratungszentrum für Informatikunterricht ETH Zürich (ABZ).

Intorno allo sviluppo del pensiero scientifico attraverso la programmazione del computer, gli esercizi con il corpo, l’esplorazione delle forme e del loro divenire, la ricerca del bello.

Gli esiti attraverso le opere e le parole degli studenti: Antonella, Elena, Clarissa, Marta, Eleonora.

Un articolo per il convegno “Professione Insegnante: quali Strategie per la Formazione?“, organizzato dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e dal Centro di Ricerca Interuniversitario GEO – Giovani Educazione Orientamento – Napoli 15-17 giugno.

Articolo disponibile qui.

ceci n’est pas un magritte

Questo elaborato è eccellente in qualunque modo lo si consideri: la genesi dell’idea, il riferimento al contesto che stiamo vivendo, il collegamento al pensiero di un grande artista, il codice ottimo, la realizzazione minuziosa.

Risultati del genere sono possibili solo uscendo dal paradigma disciplinaristico che affligge l’Accademia e demolendo gli stereotipi che ne derivano: il “disciplinarista” – in questo caso di informatica – che cerca “di far capire qualcosa alle maestrine” – espressione orrida ma che ho sentito.

Il caso di Scienze della Formazione Primaria è esemplare per descrivere la segregazione disciplinare stigmatizzata da Morin: non si tratta di andare a insegnare una “informatica diminuita”, in miniatura (o una fisica o una matematica…), ma di creare un contesto nel quale coloro che dovranno insegnare ai bambini possano esprimersi creativamente, secondo i canoni di quella disciplina. Si tratta di creare una nuova informatica ad hoc, a partire sì dalle proprie competenze (ovvio) ma anche sulla base dell’ascolto delle persone a cui si dovrà insegnare. Altrimenti è tempo perso, delle volte anche dannosamente.

Riporto il brano dove Silvia Mobilio introduce il suo lavoro.

Dopo un po’ di riscaldamento iniziale con LibreLogo ho iniziato a pensare a quale sarebbe potuto essere l’ oggetto da rappresentare attraverso il logo. Fra mille idee e ripensamenti mi è venuta l’idea di una finestra, un elemento che fa parte della nostra quotidianità, ma che in momento critico come quello che stiamo vivendo di scontato non ha assolutamente nulla. Oltre ad essere stata cantata da poeti come Leopardi o rappresentata da artisti come Friedrich come il limite fisico che mette in moto l’immaginazione, oggi più che mai la finestra costituisce la cerniera tra l’interno e l’esterno. Quell’esterno che abbiamo dato per troppo tempo come scontato, ma che ora, affacciati ad una comune finestra, possiamo vedere in modo limitato, rappresentando per molti l’unica forma di contatto con il mondo fuori dalle mura domestiche. Ho quindi associato all’immagine della finestra quella di oggetto-limite, che può essere in grado di sviluppare la nostra facoltà immaginativa e in questa direzione mi è venuta in mente una frase di Antoine de Saint Exupery che recita così:

Un ammasso di roccia cessa di essere un mucchio di roccia nel momento in cui un solo uomo la contempla immaginandola, al suo interno, come una cattedrale”.


Inoltre, pensando alla finestra, mi è venuto in mente un quadro di Magritte di cui però non ricordavo il titolo. Allora ho cominciato a sfogliare un libro del noto artista surrealista che avevo a casa. Sfoglia, sfoglia, il mio sguardo si è fermato sul dipinto che avevo in mente: ‘Golconda’, un quadro dove sullo sfondo di un cielo chiaro con alcuni palazzi con numerose finestre, come gocce di pioggia, sembrano scendere dal cielo moltissimi uomini dipinti in maniera standardizzata: tutti equidistanti, indossano lo stesso abito nero con l’immancabile bombetta, posano tutti quanti con un portamento rigido, e l’unica variazione presente tra uomo e uomo è l’orientamento. Alcuni sono rivolti verso destra, altri invece verso sinistra, ma nessuno di loro guarda in alto o in basso, tutti chiusi nella loro solitudine. Questo quadro mi ha riportato emotivamente alla situazione difficile che stiamo attraversando ora: ognuno chiuso nella propria solitudine, dentro i confini del proprio corpo vulnerabile e della propria abitazione, ma tutti attori di un fiume umano dove, come nel quadro di Magritte, l’individualità sparisce e il mondo appare come una replica dove non esistono differenze.

Altro aspetto estremamente curioso, caro diario, è il titolo: Golconda infatti era un’antica città molto ricca dell’India, descritta dal pittore come una specie di miracolo, anche per la ricchezza dei suoi giacimenti di diamanti. E ricercando dunque il sottile collegamento tra il titolo e l’opera, Magritte stesso dichiara come sia un miracolo “poter camminare attraverso il cielo sulla terra”, riprendendo la dimensione surreale del dipinto e, aggiungo io, sottolineando il desiderio, quanto mai riferibile al momento che stiamo vivendo, di sognare e immaginare, sospesi come gocce d’acqua fra la terra e il cielo.

Così ho deciso di provare a realizzare questo quadro come logo. Inoltre, poiché sono molto appassionata di arte e i quadri di Magritte mi piacciono molto, ho pensato che, in un futuro, durante una lezione di arte, potrei mostrare ai bambini un dipinto e la sua riproduzione mediante l’utilizzo di LibreLogo. Un’altra attività interessante potrebbe essere quella di far disegnare ai bambini il proprio quadro facendo inserire loro forme e colori a proprio piacimento.

Ed ora eccomi pronta finalmente per iniziare il mio logo. Inizio a disegnare il rettangolo che costituirà il mio quadro. Dopodiché costruisco le case, disegnando un rettangolo e, usando la funzione ‘Repeat’, disegno i tetti delle case. Successivamente, scelgo i colori che più si avvicinano a quelli presenti nel quadro di Magritte, servendomi dei codici RGB trovati su internet. Inoltre, ho deciso di realizzare delle brevi didascalie per spiegare i vari procedimenti che ho messo in atto durante la creazione del logo con lo scopo di rendere più efficace la lettura dei vari comandi.

Doveva essere solo (altro stereotipo) un laboratorio da 3 CFU.

L’irrefrenabile creatività dei miei studenti

Mi rendo conto di essere sempre indietro nel documentare questa affascinante avventura di insegnamento che mi capita di vivere in questi anni. Recupero qui alcuni dei lavori proposti dai miei studenti, intorno alle attività di programmazione con Logo.

Colgo tuttavia l’occasione per chiarire che la creatività si libera non attraverso la mera “trasmissione di competenze” – certo che sì, anche, questa è la parte banale – ma grazie alla cura per un contesto di riferimento etico in grado di attivare l’intelligenza emotiva, senza la quale non v’è reale crescita né sviluppo di sapienza. Lo ha scritto perfettamente Martina Daraio nel suo elaborato:

Mi ha colpito, soprattutto, la concezione etica sulla quale è costruito tutto il corso. È il motivo per cui fin da subito questo laboratorio mi è sembrato diverso dal solito. Non avevo mai visto un approccio alla cultura di questo genere, fondato sulla condivisione, l’aiuto reciproco, ben lontano da qualsiasi scopo puramente egoistico di lucro e affermazione personale da parte di chi lo ha creato. Magari è solo una prima impressione, ma mi è sembrata così diversa questa visione della conoscenza, così dannatamente straordinaria.

È così che ogni tanto mi capitano elaborati densi e lunghi – il record è di 90 pagine (per tre CFU!) – con codici complessi – il record è di 1780 istruzioni (per i soliti 3 CFU!) – nei quali mi perdo, francamente felice. Scoprendo spesso cose che io stesso non avevo pensato si potessero fare…

Fra quelli che non voglio smarrire c’è quello di Elena Cantoni, ispirata dalla “Notte stellata” di van Gogh:


E poi “Notte stellata” rivisitata (indipendentemente l’anno successivo) da Diletta Socci alla maniera di Adam Lister:

E Marylin Monroe secondo Andy Warhol ricostruita da Clarissa Mazzoni così:

Il riflesso dell’altro

Il logo creato da Elena

Il grande assente da quasi tutti i discorsi intorno all’innovazione didattica e all’impiego delle tecnologie: l’ascolto. I numerosi feedback che ricevo da tanti studenti originano dall’ascolto, che pongo alla base di qualsiasi iniziativa o pratica. Poi forse dalla competenza, ma solo secondariamente. La competenza è necessaria ma senza ascolto produce risultati modesti. Per questo ogni tanto divulgo alcuni passaggi scritti dai miei studenti nei loro elaborati o nelle lettere che mi inviano, ove me ne diano il consenso. Questa volta è il turno di Elena Forzoni che ringrazio.

La seguente riflessione esprime uno dei risultati più gratificanti per un insegnante, quando l’allievo, nel pur breve tempo della convivenza didattica – due tre mesi in questo caso – trova il tempo di assimilare il senso profondo dell’insegnamento e di metterlo in pratica in situazione nel proprio lavoro o tirocinio.

Oggi mi sono soffermata a leggere il capitolo 11 del manuale ‘Girando in tondo: dal cerchio all’orbita di Halley[il link punta al corispondente capitolo del MOOC, dove ci si può iscrivere liberamente] dove la Maestra Antonella svolge preziose esperienze con i bambini. Quindi ho preso spunto da lei! Ho detto di voler vedere con i miei occhi, al tirocinio, se i bambini sono in grado di utilizzare LibreLogo, vediamo. Quest’anno sto seguendo una classe seconda primaria. Hanno appena iniziato a guardare la geometria sul libro , quindi ho proposto alla maestra di portarli in palestra. Li ho fatti posizionare con i piedi sopra una linea retta vicino al muro ed ho messo dei cerchi qualche metro più lontano da loro; uno alla volta ho chiesto loro di andare dalla linea retta in cui stavano in piedi al cerchio, svolgendo a proprio piacimento una linea retta, una linea curva, una linea spezzata o una linea chiusa. Ho appurato che hanno appreso divertendosi e successivamente sono riusciti a riportare sul quaderno dei concetti visti e sperimentati con il proprio corpo. Ho poi aperto il mio computer e scritto alla lavagna alcuni codici da utilizzare su LibreLogo, ho chiamato nuovamente un bambino alla volta e ho chiesto di disegnare con la tartaruga quello che preferivano: linea retta, linea chiusa, linea aperta ed ho visto con i miei occhi che fornendo loro i giusti mezzi sono in grado di fare tutto. È stato emozionante vederli così contenti di apprendere con l’utilizzo di nuovi semplici metodi.

E i pensieri che Elena esprime nel brano successivo sono una bella espressione delle conseguenze dell’ascolto praticato pervasivamente. Perché non sono aspetti collegati alla competenza – quella va data per scontata, è la parte ovvia del lavoro di insegnante. È invece qualcosa che attiene alla creazione di un’atmosfera, che può partire solo da atti iniziali che attengono all’ascolto. È qualcosa di caldo, la competenza è invece fredda e di per sé insufficiente ad alimentare una relazione educativa vera.

Il suo laboratorio è un laboratorio a tutti gli effetti dove inizialmente ci si spaventa, ma poi, piano piano e sbattendo la testa sulla tastiera, ci si appassiona. Credo che il suo laboratorio sia cosi entusiasmante perché Lei, Professore, ci infonde l’entusiasmo che ha. In poche lezioni ci ha fatto capire che tipo di persona è e che pensiero ha su molte cose della vita, bè sinceramente vorrei trasmettere ai bambini in una classe proprio quello che Lei ha trasmesso a me: quella voglia continua di imparare e di ragionare con la nostra testa anche se davanti ci si presenta un situazione difficile, di non arrendersi se una cosa non ci riesce alla prima, di non dare importanza a cose secondarie come un voto ma soffermarsi sul contenuto sopratutto con i bambini, di porsi alla classe con un metodo di insegnamento attivo, innovativo e allo stesso tempo volto verso i bambini più in difficoltà, partire proprio da loro. Potrei continuare, ma mi fermo qua. La ringrazio per avermi fatto scoprire la nostra amica Tartaruga, la sua geometria e tutti gli altri programmi che ci ha presentato, la ringrazio per non avermi fatto demordere grazie alle sue parole, anche se non rivolte direttamente a me, mi hanno incoraggiata ed ora sono qui a scrivere le conclusioni. Parlerò ed utilizzerò sicuramente molte delle cose che ci ha fatto scoprire durante le ore di laboratorio, quindi ne deduco che sia stato un laboratorio riuscito al 100%.

Grazie a tutti gli studenti che con i loro pensieri mi aiutano a orientare il lavoro, dandomi importanti conferme. Qui abbiamo usato il “semplice” (in realtà assai sofisticato nei fondamenti informatici e pedagogici) Logo, senza bisogno di servizi online e complicate interfacce grafiche. Possiamo continuare così…

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