Mettiamo in fila i problemi dell’AI generativa

Qui è l'umanità intera ad essere completamente compromessa e confusa. Legioni di Viaggiatori Islandesi si lasciano divorare dai leoni del profitto illudendosi di contribuire a qualcosa. Manager spietati vengono scambiati per scienziati. Non potendo praticare pensiero — chi ce l'ha il tempo? — il vero è tale solo se reiterato a sufficienza. Ricerca, business, società, mercato, pubblico, privato; chi vede più le differenze? Facebook ha ucciso Internet, l'AI uccide la cultura, non per eccellenza ma in quanto veleno. Tutto spinge l'individuo verso una condizione beota di vana onnipotenza — il turista cretino in vetta alla montagna di Dürrenmatt. La demenza digitale di Spitzer è niente a confronto. Da tempo le masse sono gelatine da far risuonare a piacimento con poco e nulla ma con l'AI il delitto è perfetto: l'individuo è morto.
— Il sottoscritto in un momentaccio...

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La pressione mediatica è tale da rappresentare nell’immaginario collettivo l’AI come un nuovo interlocutore, monolitico, immanente e pervasivo, al punto da scatenare reazioni ancestrali, sospese fra la curiosità per il nuovo e la paura dell’incognito. Poco e nulla di razionale.

È inevitabile che, nel tentativo di bilanciare la narrazione, capiti di calcare la mano sugli aspetti negativi e che qualcuno si adombri di conseguenza, delle volte con reazioni quasi affettive. Vediamo allora di commentare meglio la lista di problemi citati nell’articolo precedente — La distopia degli oligarchi dell’AI.

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L’intelligenza artificiale immaginata da Vasilij Grossman

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Non posso non proporre questo brano di Vasilij Grossman che sembra parlare dell’intelligenza artificiale. È il capitolo 51 del libro primo in “Vita e destino”, il secondo volume della dilogia sull’assedio di Stalingrado e lo sterminio degli ebrei in Unione Sovietica; il primo è “Stalingrado”. Tratto dall’edizione Adelphi del 2008. Il romanzo fu completato da Grossman nel 1959 ma è stato pubblicato per la prima volta in Svizzera nel 1980. In Russia è apparso nella versione integrale solo durante la glasnost, nel 1989.
Mentre Grossman scriveva queste righe i cibernetici John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon stavano giusto immaginando una macchina in grado di pensare, dandole, controvoglia, il nome di intelligenza artificiale.
Vale la pena di leggere Grossman, di questi tempi. Ma i due romanzi insieme fanno 1000 pagine. Difficile da proporre a moltitudini intente a risparmiare tempo (apparentemente) con l’AI. Ma almeno si legga le voce Wikipedia su Vita e destino.


51

Certi aggeggi elettrici fanno calcoli di matematica, ricordano eventi storici, giocano a scacchi e traducono libri da una lingua all’altra. Risolvono quesiti matematici meglio dell’uomo e hanno una memoria impeccabile.
C’è un limite al progresso che crea macchine a immagine e somiglianza dell’essere umano? Evidentemente no.
Possiamo immaginarcele, le macchine dei secoli dei millenni a venire. Ascolteranno la musica, apprezzeranno la pittura, sapranno dipingere quadri e comporre melodie e versi.
C’è un limite alla loro perfezione? Terranno testa all’uomo o faranno meglio di lui?
La macchina quale copia dell’uomo necessiterà di componenti elettroniche, masse e spazi sempre più grandi.
Un ricordo d’infanzia… lacrime di felicità… l’amarezza di un distacco…l’amore e la libertà… la pietà per un cucciolo malato… la diffidenza… l’amore materno… l’idea della morte… la tristezza… l’amicizia… l’amore per i deboli… una speranza improvvisa… un’intuizione felice… il cordoglio… un’allegria immotivata… un improvviso turbamento…
La macchina potrà riprodurre tutto! Ma per contenere una macchina che cresce di peso e dimensioni man mano che impara a riprodurre le peculiarità della mente e del cuore dell’uomo non basterebbe tutto lo spazio di questa terra.
Il nazismo ha sterminato decine di milioni di persone.
Vasilij Grossman, Vita e Destino, p. 232, Adelphi 1980.