Qui è l'umanità intera ad essere completamente compromessa e confusa. Legioni di Viaggiatori Islandesi si lasciano divorare dai leoni del profitto illudendosi di contribuire a qualcosa. Manager spietati vengono scambiati per scienziati. Non potendo praticare pensiero — chi ce l'ha il tempo? — il vero è tale solo se reiterato a sufficienza. Ricerca, business, società, mercato, pubblico, privato; chi vede più le differenze? Facebook ha ucciso Internet, l'AI uccide la cultura, non per eccellenza ma in quanto veleno. Tutto spinge l'individuo verso una condizione beota di vana onnipotenza — il turista cretino in vetta alla montagna di Dürrenmatt. La demenza digitale di Spitzer è niente a confronto. Da tempo le masse sono gelatine da far risuonare a piacimento con poco e nulla ma con l'AI il delitto è perfetto: l'individuo è morto.
— Il sottoscritto in un momentaccio...
Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti sull’AI — il link conduce a un indice aggiornato.
La pressione mediatica è tale da rappresentare nell’immaginario collettivo l’AI come un nuovo interlocutore, monolitico, immanente e pervasivo, al punto da scatenare reazioni ancestrali, sospese fra la curiosità per il nuovo e la paura dell’incognito. Poco e nulla di razionale.
È inevitabile che, nel tentativo di bilanciare la narrazione, capiti di calcare la mano sugli aspetti negativi e che qualcuno si adombri di conseguenza, delle volte con reazioni quasi affettive. Vediamo allora di commentare meglio la lista di problemi citati nell’articolo precedente — La distopia degli oligarchi dell’AI.
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