Quando ritrovi il passato nel futuro

Scrivo per vari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico ma che si ritraggono sovente dal futuro. Sì lo chiamo tout court futuro perché a questi ritmi il contemporaneo e il futuro sono tutt’uno per gli occhi della nostra mente. Il nuovo appare così ancora più minaccioso agli animi più riflessivi. Anche se non si dovrebbe dimenticare che gli antichi che ammiriamo non di rado erano temerari nell’affrontare il nuovo, piuttosto sfidandolo anziché subirlo o negarlo.

Io amo Viareggio, per una serie di motivi personali che non mette conto enumerare qui ma anche per via di qualche lettura e qualche amico viareggino. Mi affascina per esempio la storia di questo popolo fattosi marinaio dopo qualche secolo di lotta per la sopravvivenza nelle venefiche paludi di un tempo. Marinaio ma soprattutto costruttore di navi ammirate in tutto il mondo.

Costruisti, Natino, i bastimenti più belli,
freschi e superbi in ogni mare,
avevano il soffio delle anfore greche.
E nessuno ti ricorda più,
non fosti mai celebrato.
Lascia che io viareggino
almeno mormori il tuo nome.

Questi sono i versi che Mario Tobino ha dedicato a Fortunato Celli, detto Natino, il calafato Natino, (“Sulla spiaggia e di là dal molo”, 1966)

Le barche viareggine erano così belle che anche gli inglesi — che se ne intendevano — le ammiravano e le copiavano:

Nel 1907 il brigantino goletta Nelly [costruito da Natino] di trecento tonnellate arrivò sul Tamigi. Gli inglesi lo videro, domandarono di provarlo, lo comprarono. Tennero La Nelly non per navigare, la tennero in cantiere per insegnamento.

Parlando con un amico viareggino venni a sapere che il figlio di Natino, Raffaello Celli, aveva scritto un libro su quella gloriosa stagione: “Con l’ascia e con la vela” per l’Ancora Editrice (1973).

Mi misi a cercarlo andando per librerie varie, fino ad arrivare a “Tuttocoppe”, un negozio viareggino che offre anche una vetrina di pubblicazioni dell’Ancora Editrice, o a Lettera22 (luogo ameno, da visitare…). Ma niente. L’amico che mi aveva messo questa pulce nell’orecchio, per consolarmi, mi prestò un altro bel libro: “Viareggio, momenti di storia e cronaca” di Leone Sbrana (1972) sempre per Ancora Editrice.

Una volta letto, volendolo rendere all’amico — anche perché la copia del libro è autografata dall’autore per suo padre — mi sono messo a cercare anche quello, con lo stesso minuzioso metodo. Pare naturale cercare libri del genere in librerie e bancarelle che trattano libri usati, o chiedendo in giro. Voglio dire che è anche bello, ti pare di ricreare un contesto, ti racconti qualcosa che ti piace. Ma niente, dopo due anni, dei due libri nemmeno l’ombra. Pensavo di lanciare la richiesta nella rubrica “Caccia al libro” di Fahrenheit a Radio 3, quando all’improvviso faccio la cosa che non mi piaceva fare, e che mi pareva anche inutile, il solito gesto sciatto: cerco in Internet. Ecco come sentirsi ingenuo e anche un po’ stupido, dopo tutto il tempo perso: li ho trovati quasi subito, in due diverse librerie, una di Roma e una di Rosignano.

Internet serve anche a questo, a trovare libri irreperibili. Questi due libri, ben conservati ma con le pagine ingiallite, l’odore di vecchio, le dediche degli autori, sono qui sul mio tavolo grazie all’infrastruttura globale per eccellenza. Ben venga…

Ma non è finita.

Poi venne il ferro. Gli anni erano corsi come puledri. Il ferro invade ogni carena, nasce il motoveliero, si innestano nelle poppe i motori.

E curiosamente, è quel ferro vittorioso lì, quello su cui mi capita di lavorare la terra.

— Un grande motore marino, il Perkins — mi disse un operaio della Landini in pensione che era capitato per caso dove io stavo lavorando. Uno di quei motori marini che avevano non da molti decenni soppiantato le affascinanti vele delle golette e dei “barcobestia”, le ultime creazioni dei calafati viareggini.

Ma di legno o ferro, tutte le macchine hanno un’anima, quella che l’uomo ci mette quando le fabbrica. E quando le usi, quando le devi manomettere, per manutenzione o emergenza, devi sapere come le tocchi, le devi ascoltare. E quando serri una vite la devi ascoltare, e ti devi domandare quanto puoi osare nel stringerla, affinché lavori come deve. E affinché non arrivi a troncarla, perché una leva non solleverà forse proprio il mondo intero ma una vite la spezza con facilità. Poi, se ti succede, non c’è il tasto “Undo”, c’è il vuoto irreparabile che ti riempie la mente.

Ecco, ti può sempre capitare, anche se hai una discreta esperienza e hai anche letto “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, Pirsig (1981), a suo tempo. Capita che finisci il gasolio, che devi quindi spurgare il circuito di alimentazione, che hai fretta, e che, arrivato a riserrare la “vite di spurgo”… ma senti, meglio serrarla un altro po’… la spezzi, te ne rimane un pezzo dentro e tu, nel bosco non sai a che santo votarti. La macchina è lì, inerte, trasformata in un’inutile montagna di ferro. Oltre mezzo secolo di onorato contributo all’industrializzazione dell’Italia agricola azzerato da un presuntuoso multitasker del 2021. Un idiota.

La vite è di fattura complessa. Chi l’avrà? Si troverà? Dove? Su qualche trattore vecchio? Chi le teneva le macchine vecchie? La mente turbina. Poi ti metti a cercare. È una roba antica, cerco in modo antico. Vado per vecchie officine amiche, quello è morto, quell’altro viene ormai solo la mattina. I giovani mi guardano straniti: mah la vedo bigia, qui ci vuole un pompista. Ti lanci nel mondo dei pompisti, quelli che lavorano solo sulle pompe del gasolio, fra Valdarno e piana di Sesto.

— Ma di che motore è codesta?
— Perkins 2500 tre cilindri
— Sièèè….
— Perché è troppo vecchio?
— No, quello no, si trova tutto di questi motori, è la Brexit, non arriva nulla da lassù…

Disperazione. Qui non c’è nemmeno l’ultima sponda della “Caccia al libro”. Ed è solo per disperazione che ciabatti verso il computer e scrivi “vite spurgo circuito alimentazione”.

Trovata subito: in tre giorni mi arriva una “Vite spurgo corto regolatore” peso 9 gr, € 4.71. Sul mio tavolo.

Cari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico, per non dimenticare il passato può essere necessario volgere lo sguardo al futuro. E viceversa.