Precisazioni – metodo #linf14

Tecnicamente queste note sono rivolte agli “studenti ufficiali” della IUL quindi gli “obblighi” riguardano solo loro. Le scriviamo tuttavia in pubblico perché esprimono anche un’idea di insegnamento e questa può interessare una platea più vasta.

Franca, a seguire il filo di discussione iniziato qui, ha scritto la seguente email:

Oddio prof mi aspetto la sua furia ma sul bus mi parte solo questa mail la prego di inoltrare lei sul blog. Riflessioni di neofita dopo notte tormentata da incubi anzi presa di coscienza dell’incapacità. In procinto di affrontare una giornata pesante fatta di 28 occhi che ti guardano e ognuno a una sua storia un suo percorso ha bisogno della “sua” scuola. E mentre corri arraffi “metti la toppa” come si dice in Toscana , supplisci perché non ci sono fondi ,fai te perché non e’ nel mansionario di nessuno  ti chiedi ma la slow School dove è?
Caro prof. Per i compiti ho dubbi
1 come faccio a fare una comparazione se libreoffice non l’ho usato conosciuto masticato digerito. ? Ho bisogno di tempo io , e’ un problema mio (mi hanno detto che sono cinestetica e ho necessità di toccare vedere. ) quindi il mio piano di lavoro e’  : Provo ma anche leggo in rete le opinioni degli altri sennò non ne vengo fuori
2 – riflessioni sugli argomenti?  Sono articoli scritti con competenza con attenzione alla singola parola che ti portano a pensare e a mettere in discussione ciò che davi come scontato e i riferimenti agli approfondimenti sono da esplorare. Non mi sembra una passeggiata farlo.
Che noia, che tedio direte voi . L’ autobus e’ arrivato. Buona giornata
Ps scusate errori
Inviata dal mio Windows Phone

Grazie, questo è il tipo di partecipazione che ci piace. Gli errori, se ci sono, li lasciamo, perché la circostanza li rende belli. Rispondo punto per punto.

Oddio prof mi aspetto la sua furia ma sul bus mi parte solo questa mail la prego di inoltrare lei sul blog.

Apprezzato invece molto.

… ti chiedi ma la slow School dove è?

Già, mi pare di capire: quasi mi vergogno a leggere 568 testi degli studenti… cosa sarò in grado di dare loro? Partecipo allo sconforto…

… come faccio a fare una comparazione se libreoffice non l’ho usato conosciuto masticato digerito. ? Ho bisogno di tempo io , e’ un problema mio (mi hanno detto che sono cinestetica e ho necessità di toccare vedere. )

Anch’io.

quindi il mio piano di lavoro e’  : Provo ma anche leggo in rete le opinioni degli altri sennò non ne vengo fuori

Ottimo! Vale per tutti: quando via via vi dirò “scrivete ora questa relazione” non vuol dire che la dobbiate scrivere subito, anzi, scrivetela quando vi torna meglio. Se a qualcuno capiterà di scrivere la prima per ultima andrà bene lo stesso. Unico vincolo: almeno 15 giorni prima dell’appello d’esame che avrete scelto, per evitare che mi ritrovi a leggerle di furia quindi male.

riflessioni sugli argomenti?  Sono articoli scritti con competenza con attenzione alla singola parola che ti portano a pensare e a mettere in discussione ciò che davi come scontato e i riferimenti agli approfondimenti sono da esplorare. Non mi sembra una passeggiata farlo.

Sì, non è una passeggiata. Penso che non possa esistere apprendimento significativo senza fatica e senza momenti di disorientamento. Tuttavia penso anche che l’apprendimento significativo non possa emergere nemmeno da un corso strizzato in un paio di mesi, se non in minima misura. Non ci interessa quindi alcuna idea di completezza, che sarebbe una chimera. Ci interessa invece aprire porte che svelino nuovi orizzonti. Noi, momentaneamente nel ruolo di tutor e docenti, possiamo provare ad aprire le  porte, poi l’esplorazione vera ognuna se la farà per conto suo, successivamente.

Le relazioni quindi non dovranno mostrare padronanza di tutto ciò che è stato proposto. Dovranno piuttosto mostrare moti di curiosità, eventuali nuove idee, turbamenti, perplessità. Questo è il punto di partenza per imparare qualcosa, forse. Altro in un paio di mesi non si può pretendere.

In questa luce, non è nemmeno detto che riusciremo a fare tutto ciò che abbiamo citato nel programma ( ODT, DOCX, PDF). Non importa. Meglio turbare il sonno sulla metà degli argomenti che imparare a pappagallo un po’ di tutto.

Favorire la condivisione on-line tra docenti per una scuola migliore

Esiste un sito Web dove si possono inviare idee, proposte e commenti ai gruppi di lavoro dell’Agenda Digitale Italiana e votare o commentare le idee già lanciate da altri cittadini. È uno spazio libero e aperto per accogliere critiche, commenti costruttivi e proposte progettuali.

Così si definisce il sito dell’Agenda Digitale Italiana.

Gianni Marconato ha colto la palla al balzo proponendo l’idea di Favorire la condivisione on-line tra docenti per una scuola migliore. La condivisione delle pratiche è uno degli elementi importanti nei paesi che vantano scuole eccellenti.

Chi è interessato può andare a dare un’occhiata e, se condivide, contribuire dichiarando il proprio accordo.

Andando per scuole e dintorni

Sabato 31 marzo sono stato generosamente ospitato presso la Fondazione Ente Nazionale Canossiano in occasione della presentazione del loro Bilancio Sociale 2010/2011.

Le conversazioni che ho avuto con alcune delle persone che ho incontrato, e la particolare sintonia che ne è emersa, mi hanno indotto a riflettere su di una serie di esperienze che ho vissuto negli ultimi anni e che avevo lasciate disperse, per così dire. Così le ho raccolte, rendendomi conto di come nel loro insieme queste perdano il carattere episodico che io superficialmente attribuivo loro e come invece rappresentino un vero e proprio nuovo corso, forse l’unico vero corso delle mie attività.

Conseguentemente, ho aggiornato la pagina Chi sono e ne ho aggiunta un’altra che raccoglie tutti questi episodi, che ho chiamato appunto Andando per scuole e dintorni. E vedo che tutto questo mi rallegra molto.

Grazie alle persone che mi hanno indotto a riflettere meglio.

E ora l’audio dell’intervento che ho cercato di ripulire da rumori e cose inutili. Qui la versione scaricabile (53.9 MB) e qui la versione online:

(la durata è di 58 minuti e 49 secondi: intervento 43 minuti, discussione il resto)

Un altro articolo interessante di Pier Luigi Celli: “Un nuovo modello di ateneo”

Oggi Il Sole 24 Ore ha pubblicato un altro articolo di Pier Luigi Celli – il precedente l’avevo citato pochi giorni fa – che è perfettamente in armonia con i pensieri espressi in questo blog, ma soprattutto con i corsi che qui prendono vita. Ecco, un governo universitario che esprima idee del genere, è questo che manca, all’interno dell’accademia.

L’articolo è disponibile nel sito del Sole 24 Ore.

Suggerisco di soffermarsi in particolare sul brano che inizia con la citazione di Margaret Mead per giungere a

La vera formazione – ben distinta dalla semplice istruzione – non sta nell’immagazzinare conoscenze e regole, ma nella libertà appresa di muoversi al loro interno, nel maneggiare modelli e, al contempo, nell’imparare a modificarli, fino a creare quella duttilità di testa che porta alla “sapienza” delle cose e alla flessibilità del loro uso.

Per arrivarci, occorre ripensare a fondo gli “ambienti” in cui lo studente consuma almeno cinque anni della sua vita …

Che dite, studenti “iullini”, ci stiamo provando secondo voi?

Piccolo commento in margine ad un articolo di Pier Luigi Celli: “Per i professori stage in azienda ogni cinque anni”

Su Il Sole 24 Ore del 23 dicembre è stato pubblicato un articolo interessante, scritto da Pier Luigi Celli, direttore generale della LUISS. L’articolo, Per i professori stage in azienda ogni cinque anni, affronta la questione dell’adeguatezza del sistema di istruzione accademico a fronte delle esigenze di un mercato del lavoro che è oggi in mutazione continua. Il discorso sviluppato da Celli è alto e orientato agli sbocchi professionali nel mondo delle imprese. Tuttavia la sua articolazione ha validità generale e presenta nessi importanti anche con lo specifico che può essere quello di un operatore del settore, che vede le cose dal basso.

Vale la pena di andarsi a leggere per intero l’articolo di Celli. Qui mi limito a citare un paio di brani, per poi calare su di un esempio particolare.

Ciò che emerge è una sistematica sottovalutazione del problema centrale nella preparazione dello studente al suo futuro lavorativo: che tipo di testa gli servirà, nel tempo, per misurarsi con questa mobilità di prospettive occupazionali che lo sfiderà senza tregua. La “flessibilità”, tanto evocata come petizione salvifica per esorcizzare la precarietà, è, in realtà, un problema culturale, di modelli di lettura e di interpretazione dei fenomeni da affrontare, prima che una pratica comportamentale di resa all’inevitabile. Una “testa ben fatta”, dunque: esige dei maestri che “quella testa” sappiano aiutare a costruirla , rimettendo in discussione uno schema didattico fondato su rigidità disciplinari quasi incomprensibili e su processi di “assemblaggio” di conoscenze spesso astratte.

Qui ci si riferisce alla mobilità delle prospettive occupazionali, ma altrettanto può essere detto del contesto all’interno di una qualsiasi occupazione, dove è sempre più comune che metodi, strumenti e anche interi paradigmi di azione siano mutati rispetto ai tempi dello studio.

Non è sufficiente trasmettere conoscenze e strumenti concettuali; bisogna creare condizioni per sperimentare la loro applicazione, e avere, per esempio, consapevolezza dei contesti in cui si andranno ad applicare, sapendo che i climi, i valori, le criticità operative, i sistemi relazionali, la lettura dei segnali deboli, avranno spesso lo stesso peso, e forse anche maggiore, della stessa preparazione teorica. Per arrivare a questo, l’intreccio tra interno e esterno dell’università va forzato inevitabilmente, rendendo il più possibile porosi i loro confini, oggi ancora così ferocemente presidiati in nome di una autonomia e di una sacralità della professione accademica che oggi non ha più ragione di porsi nelle forme tradizionali.

L’articolo di Celli si conclude con una proposta forse tanto provocatoria quanto salutare, se fosse presa sul serio: l’introduzione di stage semestrali destinati ai professori, da svolgersi per esempio ogni cinque anni, in contesti lavorativi esterni reali; stage pratici quindi, non di studio o di ricerca. È interessante come quest’idea sia simmetrica rispetto a quella espressa da Peter Brucker in un’intervista rilasciata su Forbes nel 1997 (qui una versione stampabile):

I tell all my clients that it is absolutely imperative that they spend a few weeks each year outside their own business and actively working in the marketplace, or in a university lab, in the case of technical people. The best way is for the chief executive officer to take the place of a salesman twice a year for two weeks.

A me sembrano ottimi suggerimenti. Se poi siano effettivamente praticabili non so. Possiamo anche prenderli come provocazioni, ma più si prendono sul serio e meglio è. Facciamo un esempio terra terra, tipo l’insegnamento di base di informatica (tecnologie informatiche, abilità informatiche, alfabetizzazione informatica …), di pochi o pochissimi crediti, ma spalmato in modo sostanzialmente indiscriminato sulla maggioranza dei curricoli universitari.

Cosa deve fare colui che deve predisporre un insegnamento del genere? La cosa normale? Ovvero, vedere un po’ i programmi che ci sono in giro, quindi gettare nella pentola un po’ di codifica dell’informazione, componenti hardware tipici, cenni sull’architettura di base, sistemi operativi, alcuni applicativi che vanno per la maggiore, elaborazione testi, fogli di lavoro, qualcosa sulla connettività, indirizzi Internet, pericoli malware, poi un quiz …

Oppure lasciar perdere la completezza, cercando di scendere più a fondo in una manciata di pratiche, necessariamente poche, ma che siano attinenti alla natura del curricolo? Saper frugare nei database di letteratura pertinente, utilizzare il proxy di ateneo per raggiungere gli abbonamenti altrimenti inaccessibili, gestire una piccola agenzia stampa personale per drenare le fonti di informazione preferite, condurre un incontro in aula virtuale, creare una comunità online per l’aggiornamento professionale e via dicendo.

Il primo metodo è più tranquillo: senza grande fatica, eccetto che per la routine delle lezioni e degli esami, si fabbrica un prodotto molto ben valutabile all’interno del sistema, ma molto poco nel suo reale impatto sui fruitori del servizio, ovvero gli studenti. Si deve aver cura che il programma rientri nei canoni correnti, che il numero di lezioni frontali sia proporzionale ai crediti previsti per il curricolo, che gli studenti adempiano agli eventuali obblighi di frequentazione, che gli esami si svolgano secondo le liturgie correnti. Il prodotto finisce però qui. Quello che succede dopo, sino all’effetto reale sulla vita degli studenti, rimane fuori dell’incarto, fuori controllo. Ad esempio, niente che misuri cosa cambia, spalmando gli stessi crediti su 300 studenti anziché 30. Cosa avranno capito realmente dopo avere risposto bene a quei quiz? Ma soprattutto, come se la caveranno di fronte ad un nuovo problema che coinvolga quel tipo di competenze? Quelle nozioncine spicciole, frettolosamente affastellate e per nulla approfondite, non sono forse prontamente reperibili, aggiornate, da chiunque abbia un minimo di familiarità con le tecnologie, oggi? Quei sistemi operativi e quegli applicativi di vastissima diffusione, non erano già stati descritti una ventina d’anni fa da De Crescenzo, quando scriveva dei computer di Steve Jobs, che si spiegavano da soli grazie alle innovative interfacce grafiche? E noi ora, su quelle competenze così a portata di mano, ci fabbrichiamo corsi universitari? È veramente questo che dobbiamo fare? Spalmare il metodo – forse – valido per un corso fondamentale di analisi matematica o di glottologia su un simile tritume di fatterelli spiccioli, mai fermo?

Il secondo metodo, è invece più incerto: va ogni volta ricostruito cammin facendo, è più difficile da codificare secondo i canoni convenzionali, basati su programmi e crediti, ma consente di arrivare più vicino allo studente mediante una strategia affine all’apprendistato cognitivo, con il quale l’insegnante tratteggia il quadro in cui si deve operare, mostra come si opera, induce l’allievo ad esercitarsi, lo supporta nei primi tentativi, per poi lasciarlo agire progressivamente in modo sempre più autonomo. Se questo metodo da un lato si quantifica con difficoltà all’interno dei meccanismi accademici, si valuta invece molto più facilmente nei suoi effetti reali: lo studente deve mostrare di operare autonomamente e, se ci riesce, sarà più probabile che operi autonomamente anche in futuro, quando molte condizioni saranno mutate. È un metodo più faticoso, seppur molto più interessante, proprio perché richiede che l’intreccio tra interno e esterno dell’università vada forzato inevitabilmente, rendendo il più possibile porosi i loro confini. È più faticoso perché occorre prima uscire dall’aula, in qualche maniera, per andare a vedere e capire quali siano le capacità che consentono agli studenti di operare con successo nei contesti reali, sempre più complessi e mutevoli.

Il codice mutante


Il blocco della rete dell’Università di Firenze (!) mi impedisce di accedere al server dove si trovano i balocchi della blogoclasse. Forse facevo meglio a pagare un server esterno? Magari americano?

Sta di fatto che ora non posso piazzarci niente di nuovo: aspettando, la mente vaga. Maria Grazia ha aperto la soffitta dei ricordi e, si sa, guardando una cosa se ne vede un’altra. Il codice per l’appunto. E m’è venuto fatto di ripensare a tutte le mutazioni di codice per le quali sono passato in tutti questi anni, quale semplice operatore del settore. E allora poi mi sono rammentato di ciò che avevo scritto l’altro giorno:

Espressioni come quella di Marvi (credo)

Prof ci sono riuscita anch’io con la combinazione dei tasti ctrl+u. Quante cose che si ignorano…,

di Gaetano Non sono mai riuscito a imparare a memoria il linguaggio HTML, e credo che non ci riuscirò mai, ma riesco in buona parte a riconoscerlo, capirlo e ad intervenire per apportare delle piccole modifiche

o di Stefano Non ho imparato bene l’html, riuscivo solo a modificare il codice generato da Fronte Page

mi stuzzicano: cosa vuol dire saper fare qualcosa? Cosa vuol dire essere produttivi in un mondo nel quale strumenti e informazioni proliferano a ritmo esponenziale? Che vuol dire oggi essere “preparati”? Quasi quasi ci torniamo domani …

Io nel codice sono inciampato a 22 anni, mi pare. A fisica di computer non ci aveva parlato nessuno, anche se ormai era già entrato di prepotenza nella ricerca, e internet era già fiorente presso gli ambienti accademici scientifici. Ma avevo scoperto che a matematica qualunque studente poteva esercitarsi in una molto faticosa tenzone con quelle misteriose, affascinanti, grandi macchine. Ecco una di quelle schede ...Scoprii che chiunque poteva sedersi ad una di quelle grosse macchine da scrivere che con frastuono meccanografico sputavano una scheda perforata per ogni riga di codice battuta. Poi il pacco di schede stampate si consegnava all’apposito servizio e il giorno dopo si andava a prendere lo stampato con i risultati, 9 volte su dieci sbagliati per i troppi errori. Fu una grande scuola che mi appassionò e per la quale credo di avere trascurato un esame o due, facendo anche arrabbiare molto un prof potente che me la fece pagare, a suo modo. Ma non mi pento di avere pagato quel prezzo, so di averci guadagnato.

Fu così che conobbi il Fortran, linguaggio nato per il calcolo scientifico, pur essendo grosso modo mio coetaneo, ancora oggi è molto usato, primariamente nel calcolo ad elevate prestazioni sui supercomputer. Infatti successivamente, negli anni 90, lo utilizzai su di un super computer Cray T3E del Cineca, macchine usate per esempio per i calcoli che servono alle previsioni metereologiche.

Il Fortran mi servì già per la tesi. In nessun esame del corso di laurea in fisica ci avevano parlato di computer, ma già nella tesi mi resi conto che sarebbe stato il mio principale strumento di lavoro! Imparai quindi a parlare alle macchine per laurearmi, a furia di tentativi ed errori, consultando alcuni manuali che avevo scovato in un armadio della medicina nucleare di Firenze.

Non avrei mai immaginato di passare la vita saltando da un linguaggio a un altro, nessuno lo avrebbe immaginato a quei tempi. Provo a fare un lista di quelli con i quali ho prodotto lavori di una certa consistenza, alcuni dei quali mi sono valsi proposte di lavoro. Saltate la lista se vi annoiate, al fine del post può essere sufficiente giusto percepirne la varietà. Tendenzialmente ho messo i link alle voci inglesi di Wikipedia. Per avere le versioni italiane, se esistenti, non avete che da cliccare, in ciascuna pagina Wikipedia, su Italiano fra le lingue nella colonna di sinistra.

  • Il Fortran appunto.
  • L’assembly,  linguaggio strettamente imparentato con il tipo di computer che si usa. Si dice di basso livello, come se per chiedere ad uno studente di venire alla cattedra, si dicesse: “Alzati, gira su te stesso di 90 gradi a sinistra, fai un passo, gira su te stesso di 90 gradi a destra, fai 10 passi, ecc. Ne ho usati di due tipi, uno per computer veri e propri e uno per schede di calcolo superveloci da infilare in altri computer.
  •  Il linguaggio macchina. Peggio dell’assembly. In pratica la stessa cosa ma dove le istruzioni sono espresse proprio in 0 e 1, quelle che capisce la CPU del computer. Capita di dover lavorare con questi oggetti quando si deve decifrare quello che un software fa, conoscendo solo i numeri binari che esprimono le istruzioni. Io potevo fare questo guardando il display fatto di 16 lucine rosse, che rappresentavano, ad ogni istante, quello che faceva il computer, ad ogni istante (era proprio questo, in alto a destra si vedono 3 lucine e posso dire che sta eseguendo l’istruzione 1001001000000000, che non so più cosa significhi 😀 ).
  • Il C. Nato negli anni 70, è diventato il più diffuso linguaggio, utilizzato moltissimo per costruire i sistemi operativi. Il fenomeno del software open source, tipo Linux e tutto il resto, galleggia sul C.
  • Un misto dei precedenti: per certe applicazioni era necessario mescolare Fortran, C e assembly.
  • Matlab, inizialmente per risolvere problemi di algebra lineare, oggi è diffusissimo nel mondo matematico ma anche ingegneristico per fare tutto ciò che richiede calcolo numerico. Al contrario dell’assembly è di alto livello, una semplice istruzione come a=b/c può inglobare una quantità di matematica che sta in un libro intero.
  • Interactive Data Language, anche questo un linguaggio matematico di alto livello orientato alla manipolazione delle immagini, piace molto agli astronomi ma anche a chi fa imaging medico.
  • Bash Unix Shell, è un linguaggio con il quale, mettendo insieme comandi del sistema operativo Unix, quindi anche Linux, si costruiscono veri e propri programmi. Uno dei vantaggi del sistema operativo Linux è che in questo modo ci si può fare praticamente tutto quello che si vuole.
  • Ruby. Un linguaggio tuttofare messo in circolazione a metà degli anni 90 da un trentenne giapponese, Yukihiro “Matz” Matsumoto. Con questo linguaggio avevo incollato i vari servizi web (Google Docs, Google Reader, Dropbox …) per la gestione delle blogoclassi degli anni precedenti.
  • L’ambiente R è qualcosa di simile a Matlab ma orientato alle elaborazioni statistiche. Ci ho costruito i sociogrammi nelle blogoclassi dell’anno scorso.
  • Il LaTeX non  è un linguaggio bensì un codice di marcatura, proprio come l’HTML, solo che serve per la preparazione di documenti – PDF ma non solo – di qualità tipografica professionale. È lo standard de facto per la scrittura di documenti scientifici, ma ha anche schemi per scrivere poesie – qui un piccolo esempio. Come filosofia è l’opposto dei word processor più noti, di tipo WYSIWYG (What You See Is What You Get), e si descrive con la formuletta WYSIWYM (What You See Is What You Mean), proprio per il fatto che se necessario si può arrivare a controllare ogni particolare del proprio documento. Se conoscete uno studente di matematica o fisica è molto probabile che preferisca di gran lunga LaTeX a Word.
  • HTML
  • CSS. Serve a controllare gli stili nei documenti HTML ed altri ancora. Vedremo qualcosa.
  • Javascript. Serve a rendere dinamica una pagina HTML. Si tratta di pezzetti di codice appesi al documento HTML che quando vengono caricati dal browser conferiscono funzionalità varie alla pagina. Vedremo qualcosa, forse.
  • MySQL. Sistema di gestione di database basato sul cosiddetto Structured Query Language. I dati della blogoclasse sono conservati e gestiti in un database MySQL, che risiede in un server, quello a cui stasera non si accede, appunto.
  • PHP. Ci si scrive il software che, sul server, consente di controllare il database MySQL (o anche di altro tipo, ce ne sono altri) e di comunicare con il computer richiedente. Ricapitolando un attimo, quando voi vi iscrivete alla blogoclasse, per esempio, e inviate la vostra scheda di iscrizione, succedono, semplificando, le seguenti cose:
    • voi introducete i vostri dati e molte delle vostre azioni sono immediatamente processate, nel vostro computer, da pezzetti di codice scritti in Javascript, per esempio per dire: “Hai scritto un indirizzo di email non valido!”
    • quando avete riempito la scheda, il vostro browser, mettiamo Firefox, spedisce la richiesta con i dati che avete introdotto al server (che stasera non è raggiungibile …)
    • qui un modulo scritto in PHP, utilizzando dei comandi SQL, accede al database MySQL per introdurre i nuovi dati e magari estrarne di altri, poi spedisce eventuali risultati, al minimo una notifica del successo dell’operazione, rinfrescando la pagina che state vedendo sul browser.
  • Ajax. È un insieme di funzioni scritte in Javascript che serve a rendere più fluide, in particolare asincrone le comunicazioni fra client, la macchina dove voi navigate con il vostro browser, e server, la macchina dove risiede il database. In pratica può servire a far sì che, per esempio, quando riempite un lungo modulo e il browser o altro collassa a metà del lavoro, voi non perdiate i dati già introdotti, che così ritroverete quando ripartirete. Questo succede perché con Ajax i dati vengono inviati al server via via e non alla fine quando cliccate Invio, o qualcosa del genere.
  • jQuery. Un insieme di funzioni che semplifica molto la scrittura dei programmi in Javascript. Utilizza un modo molto intelligente di individuare gli elementi HTML presenti nella pagina, per lavorarci. L’ha inventato nel 2006 un giovanotto che si chiama John Resig, ora ventisettenne, già una star del software. Le funzioni jQuery sono usate già nel 50% dei siti più importanti del mondo. Vale a dire, che la metà delle volte che fate click siete serviti da un web server dove c’è dentro un prodotto messo in circolazione cinque anni fa da un ragazzo di 23 anni …
  • Le espressioni regolari. Non è di per se un linguaggio autosufficiente, ma un insieme di regole che consentono di cercare in un testo qualsiasi insieme di caratteri e di farci qualsiasi manipolazione. In pratica è integrato in quasi tutti gli altri linguaggi, e in ognuno di questi in un particolare dialetto! Quindi quando si usano in un comando Unix, o in un istruzione PHP o in un istruzione Javascript – tutte cose molto frequenti – le espressioni regolari cambiano un pochino. Se uno non le conosce un po’,  sembrano un rompicapo assurdo. Per esempio questo può essere un modo per “frugare” dentro a un indirizzo internet:  /^(http:\/\/)?([^\.\/]+)\./ Perché si usano? Perché consentono di risolvere in maniera estremamente concisa complessi problemi di ricerca e manipolazione di testo.

Per inciso, eccetto Matlab e IDL, tutta questa roba è open source: si scarica dalla rete. Documentazione, innumerevoli tutorial e discussioni su tutti i problemi possibili immaginabili sono tutti liberamente accessibili in rete.

Credo che ce ne sia abbastanza per avere un’idea della vitalità e della ricchezza della lingua con la quale si parla alle macchine, cioè del codice. Ma c’è un altro aspetto, più importante, che voglio mettere in luce.

Non immaginerete mica che io sappia tutta questa roba a memoria? A casa mia non ci crederebbe nessuno … Ho una pessima memoria o meglio, ho una memoria spiccatamente affettiva, emozionale (ma forse molti altri …). Vale a dire che mi ricordo se mi emoziono. È raro emozionarsi leggendo un manuale software, eccetto forse in qualche introduzione, dove si scoprono delle nuove idee interessanti. Il resto è mortalmente noioso. Infatti, non leggo mai i manuali ma prendo qualche esempio in rete, lo osservo, provo a farlo rifunzionare cambiando qualcosa,  inizio a fare i cambiamenti che mi interessano, poi costruisco su su, dando un’occhiata ai manuali solo quando serve, piazzando i codici di errore in Google per trovare subito chi e come ha risolto il problema, nove volte su dieci si trova subito. E tutti quelli che scrivono software fanno così.

Ma a pensarci bene, anche il lavoro scientifico in laboratorio, al di là della parte informatica, è così. Anche il lavoro del matematico silenziosamente seduto al suo tavolo, coperto di fogli pieni di formule – computer acceso perché oggi mezza matematica è fatta di software. Questa è tutta gente che con un occhio deve guardare al problema che ha in mano e con l’altro a quello che sta accadendo nel resto del mondo, perché un altro potrebbe avere trovato ieri una soluzione migliore di quella alla quale stai giusto per arrivare oggi, oppure perché qualcuno ha scoperto un marchingegno che ti può far fare cinque passi avanti gratis come nel gioco dell’oca.

Ma a pensarci bene, anche quando parlo con il mio amico elettricista, o il mio amico idraulico, ho la stessa sensazione. Stai finendo di montare il tuo impianto solare, anzi, sei a 2/3 del lavoro ed ecco che compare un nuovo tipo di pannello solare, che ti cambierebbe molto le cose, e devi imparare cosa cambia e come …

Che vuol dire quindi oggi “possedere le competenze”?

Che vuol dire oggi insegnare ad “avere le competenze”?

Risposta ad una studentessa che teme di essersi smarrita

Dove si approfitta della lettera ad una studentessa che teme di essersi smarrita per insistere sulla natura di Internet oggi e sul ruolo del disordine.

zollePrima di continuare il discorso iniziato a proposito di Far del mondo la classe e di aggiungere qualche considerazione al margine della Cronaca di un guasto al computer, ripropongo questa lettera ad una studentessa che teme di essersi smarrita, pubblicata la prima volta in questo blog il 9 ottobre scorso.

La ripropongo, citando qui solo i passi essenziali della lettera che mi aveva scritto la studentessa Elisa e che mi aveva indotto a rispondere in questo modo. Il testo integrale della lettera di Elisa si trova nel post originale.

Replico questo post perché si inserisce bene sia nelle considerazioni intorno al disordine che in quelle relative ad una visione allargata della rete ed anche perché in questa stagione c’è sempre qualche studente che vaga sperso nella blogoclasse che che assomiglia un po’ ad una piazza dove c’è stata una festa ma che è ormai deserta (chi ha visto Basilicata coast to coast può pensar a quella piazza lì, alla fine del film).
Continua a leggere …

Il Manifesto degli insegnanti

La Scuola Che Funziona ha il fine di sviluppare un network fra insegnanti che immaginano e sperimentano nuove pratiche di insegnamento, mossi dalla preoccupazione per la crescente distanza fra scuola e società.

Il Manifesto degli insegnanti è una delle iniziative emerse spontaneamente nel network per esprimere le motivazioni generali e fondamentali che accomunano i membri del network.

In questo post racconto come ho vissuto la vicenda del manifesto rispondendo anche implicitamente ad alcune osservazioni che ho letto qua e là nella rete.
Continua a leggere …

Tabelline cinesi e non, pensiero matematico e qualcos’altro

"Numeri innamorati" Giacomo Balla 1924, Olio su tela ,  cm 77 x 56, riproduzione in bassa qualità: cm 7.8 x 5.5

I bambini cinesi in matematica ottengono risultati superiori ai nostri, anche quando hanno ancora difficoltà con l’italiano. Tutto il mondo manifesta interesse per il metodo cinese. Maria Grazia, con la sua usuale puntualità, se ne occupa in alcuni post molto interessanti e nell’ultimo si dedica al tormentone delle tabelline.

Il metodo cinese per far apprendere il calcolo mentale ai bambini, ben descritto da Maria Grazia, è concettualmente diverso dal nostro: è matematicamente intelligente mentre il nostro è matematicamente stupido. Vale a dire che un bambino con il metodo cinese ha maggiori probabilità di sviluppare pensiero matematico mentre con il nostro vi sono molte probabilità che il bambino divenga matematicamente ottuso. In effetti, la maggior parte delle persone – istruite e intelligenti – sono matematicamente ottuse. Troppe per essere un fatto naturale, come rilevava Seymour Papert, tanto per essere in buona compagnia.

Caro lettore insegnante, non ti irretire ti prego, sto parlando della metodologia di base. Probabilmente tu sei uno dei tanti ma sparpagliati insegnanti ideatori di pratiche eccellenti e vai ben oltre tale metodologia.

Continua a leggere tranquillamente, questo non è un post distruttivo …

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