[Accademia Scuola Apprendimento]

Dall’altra parte

“Io studio l’ungherese.”

Alice, che sta riordinando le parole di una frase in un esercizio, si volta e mi chiede:

“Vai in Ungheria?”

“No, almeno per ora, ma mi diverte l’idea di imparare l’ungherese.”

Ride e guarda meglio il foglio che ho davanti:

Andrea eszik almat

alma Andreaé

Ride a crepapelle e, maternamente, afferra il foglio e corregge:

Andrea eszik almát

alma Andreá-é

Il mio stupore è sincero, non ho alcun bisogno di recitarlo: non avrei mai immaginato di dover costruire il genitivo con quel buffo trattino che sa tanto di codice software!

Alice si mette a riordinare parole al computer e io posso così continuare a studiare. Mi aiuto con il sito web di grammatica ungherese fatto da un signore inglese che si è appassionato a questa particolare e difficile lingua. Difficile davvero, cara Cristina! Mi chiedevi se l’ungherese avesse le declinazioni: una ventina di casi ha l’ungherese, Cristina! Un incubo, ma per me va bene: ho materiale abbondante per fare lo studente.

Andiamo avanti così. Aiutandomi con la grammatica che ho trovato, compongo frasi elementari. Alice me le corregge. Delle volte si sviluppa un discorso sulle parole che trova nel suo esercizio, tipo “cerbiatto”, dove siamo andati a prendere la foto del cerbiatto che allevammo qualche anno fa. Io scrivo i miei esercizi sul suo quaderno, scrivendo le frasi in italiano accanto, così:

Andrea eszik almát / Andrea mangia la mela

alma Andreá-é / la mela di Andrea

Poi evidenzio con un colore accenti e desinenze che determinano la declinazione ungherese e la preposizione in italiano, quando c’è. Alice guarda, incuriosita. A me basta questo.

Quando il suo babbo viene a riprenderla, fotocopio la pagina del suo quaderno. Mi guarda attonita:
“Mi serve per studiare” le spiego.

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Una peregrinazione didattica imprevista

Due cari amici hanno appena adottato una bambina ungherese di 11 anni, che qui chiamo Alice. Fra poco inizia la scuola e io mi sono offerto, forse un po’ incoscientemente, di dare loro una mano nel poco tempo rimasto prima dell’inizio della scuola. Proverò a descrivere il percorso che proveremo a fare con Alice. Magari qualcuno che passa da queste parti ci potrà dare delle idee.

La situazione da cui Alice ed io partiamo è che lei conosce alcune manciate di parole apprese in un mese e mezzo, più o meno: uno passato con i suoi due nuovi genitori in Ungheria e mezzo passato qui in Italia. Io non so l’ungherese, ovviamente.

Oggi abbiamo lavorato per la prima volta insieme. Ecco che cosa abbiamo provato a fare.

Per iniziare siamo andati a dare un’occhiata all’Ungheria e all’Italia dall’alto, con Google Earth. Alice mi ha mostrato i luoghi dove lei ha vissuto e lo ha fatto in modo completamente autonomo, mostrando di sapere “manipolare” la terra, muovendola e manovrando lo zoom, e andando a scrivere a colpo sicuro gli indirizzi dei luoghi che conosceva. Questo significa che potremo usare subito il computer come uno strumento di lavoro.

Prima però ci siamo messi a scrivere gli alfabeti delle due lingue su un pezzo di carta, ciascuno la sua. Io ho così appreso che l’alfabeto ungherese ha 44 lettere e ci siamo divertiti a raggruppare le lettere ungheresi che corrispondevano, in qualche maniera, alle nostre. Ci rendiamo conto, seppur in questo modo elementare, che la distanza che ci separa è grande, non solo in senso geografico, e che quindi ci sarà molto da lavorare.

Cerchiamo tuttavia di affrontare il difficile percorso in modo divertente, oggi gli strumenti non mancano. Iniziamo con dei cruciverba che abbiamo trovato in un sito che si chiama baby-flash. Il sito è costruito mediante un massiccio uso di Flash – come vari altri del genere che ho visto – e questo è un aspetto che non mi piace per i problemi di accessibilità che può porre. Tuttavia è ricco di simpatici e, mi pare, utili giochi-esercizi.

Il cruciverba così fatto, con le definizioni costituite da disegni, è proprio quello che ci vuole a noi. Certo, quando Alice non conosce il vocabolo italiano il disegno non basta. Potrei dirglielo io, naturalmente, ma preferisco approfittare di questo ostacolo per imparare ad usare uno strumento utile, che è Google Translate. Alice ci mette pochi istanti ad utilizzarlo, capendo immediatamente come rovesciare l’ordine della traduzione quando serve. Quindi il compito diviene: riconoscere il vocabolo da scrivere con il disegno e, se non sa la parola, tentare di vedere la traduzione con Google Translate.

La cosa funziona e io posso limitarmi a interventi minimi. Abbiamo comunque deciso che quando Alice incontra un vocabolo nuovo, allora lo scrive su di un quaderno nelle due lingue, affiancandolo con un disegnino in miniatura per essere proprio sicuri che ci stiamo riferendo alla stessa cosa.

La cosa funziona, ma non sempre. Impariamo che Google Translate è sì uno strumento portentoso ma non perfetto. Infatti a volte ci propone una traduzione italiana del tutto sbagliata. Mentre fra me e me rifletto sui molteplici motivi che possono causare questi errori, Alice individua rapidamente uno di questi, spiegandomi che a causa della tastiera italiana che stiamo usando, lei è costretta ad approssimare le lettere ungheresi, variamente composte e accentate. Mi dà anche una dimostrazione di questa sua tesi, prendendo la versione in italiano di uno dei vocaboli che Google Translate aveva sbagliato, trovando che invece la traduzione contraria in ungherese era corretta, e verificando che quest’ultima, con le lettere correttamente accentate veniva invece tradotta correttamente in italiano. Molto bene, abbiamo preso le misure ad uno strumento tecnologico, che pur ci serve.

Quando i cruciverba sono finiti, Alice, che ha intravisto molti altri giochi, mi dice che vorrebbe provarne alcuni anche a casa sua. Io dico che, certo, li può fare anche a casa. Allora lei copia immediatamente l’indirizzo web in fondo alla pagina dove abbiamo scritto i vocaboli.

È molto interessante come lei abbia capito perfettamente che ciò che abbiamo utilizzato è disponibile da tutte le case. In altre parole lei ha una chiara percezione di uno spazio parallelo, il cyberspazio, che può essere accessibile ovunque. Tanti miei coetanei, in un caso simile, mi avrebbero magari chiesto se potevano avere il “programma” in qualche maniera. Altro fatto interessante è l’immediatezza con la quale è andata a copiarsi esattamente ciò che serve per raggiungere quella risorsa, fra le tante informazioni disponibili sul video, ossia le lettere http://www.baby-flash.com/home.html, e solo quelle, omettendo anche il prefisso http://.

Mi vengono in mente i tanti, tantissimi, anche troppi, discorsi che ho letto sul tema dei nativi digitali. I nativi digitali esistono, eccome, ed hanno effettivamente delle competenze aggiunte, che naturalmente non vanno assolutamente confuse con la conoscenza degli strumenti che stanno usando. Sono tuttavia competenze che non ha alcun senso relegare nel novero delle cattive abitudini ma che invece conviene mettere a frutto nell’esplorazione del mondo e nello studio.

Vediamo cosa ci succederà la prossima volta.

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