
Le stelle di Chiara
I miei studenti scienziati di Scienze della Formazione Primaria.

I miei studenti scienziati di Scienze della Formazione Primaria.

Capita che un tuo studente centri il senso profondo di ciò che non avevi osato dire esplicitamente: le cose importanti meglio lasciarle sottintese onde non vadano diluite nel troppo detto — il mal d’Accademia, il troppo detto. È vero, si rischia che vadano perse lo stesso perché non intese affatto, ma se saranno colte persisteranno nella memoria.
Perché la scommessa di questo laboratorio, inaugurato sei anni fa, fu proprio questa: fermare il tempo, per riflettere, per costruire qualcosa di proprio in modi mai provati prima. Un’idea di laboratorio che fosse un laboratorio vero, dove scoprire il valore dell’errore, della collaborazione, della molteplicità dei modi per giungere alla soluzione. Un’idea di laboratorio fuori dalla dicotomia presenza-online. Un’idea di valutazione vera, profonda, accurata. E un’idea di rispetto dell’altro, dei suoi modi e dei suoi tempi.
Dal diario di Erika Vannacci, studentessa di Scienze della Formazione Primaria 2022/23:
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Ho trovato interessante come la percezione che abbiamo della tecnologia influenzi la nostra esperienza con essa. Ovviamente se si prova diffidenza verso la tecnologia, oppure ne siamo spaventati perché non siamo sicuri di come usarla, non sarà un’esperienza piacevole utilizzarla. Quello che mi ha più colpito, però, è come tramite Logo sia possibile arrivare ad una conoscenza migliore di sé finendo per amarsi di più.
Maria Cotugno, Scienze della Formazione Primaria

Bello il Duomo che Viola ha disegnato con LibreLogo, fra l’altro con un codice scritto molto bene. Nel fare questo lavoro Viola aveva segnalato un problema con la colorazione dei tetti. Riporto qui qualche considerazione in merito perché è un problema ricorrente nel quale gli studenti rimangono intrappolati pensando di avere sbagliato. In realtà si tratta di una particolarità di LibreLogo che forse dovrei documentare meglio nei manuali.
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Con questo contributo alla raccolta degli elaborati soprendenti degli studenti colgo l’occasione per riassumere succintamente i fondamenti del metodo messo a punto in sei anni di lavoro nel Laboratorio di Tecnologie Didattiche per il corso di laurea in Scienze della Formazione primaria.
Continua (10 min)Salve professore vorrei ringraziarla per avermi permesso di scrivere la tesi su un argomento a me caro. Non le è interessata la mia media dei voti, non mi ha detto cosa era giusto e cosa era sbagliato. Mi ha semplicemente accompagnato in questo percorso, dandomi consigli preziosi. Il suo comportamento non è per niente scontato. Quindi la ringrazio doppiamente: è stato un relatore “top” e mi ha permesso di vedere l’università come dovrebbe essere, una comunità di persone che sono entusiaste nel fare ricerca. E magari si divertono pure.
Dalla mia ultima laureanda
Giusto l’ultimo dei messaggi che molti studenti mi inviano dopo la laurea. Diversi dei quali arrivano alla meta non necessariamente con medie elevate, poi fanno ottime tesi. E molti si meravigliano: come è possibile… Invece eccome se è possibile. Ci sono molte cose da dire sull’istituto della tesi. Ma anche sui metodi di valutazione all’università, sui metodi di valutazione nella scuola, sui metodi di insegnamento tout court, alla luce di ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. Anzi al buio, perché sembra che i due mondi, quello dell’istruzione e quello della ricerca neuroscientifica, siano completamente scollegati. Non è una sorpresa, la conoscenza dissociata, la ricerca del Lutto, la scuola del Lutto, secondo Morin, e altri.
Molte cose da raccontare e da approfondire. Quando avrò finito.
Il lavoro di Valentina va ad arricchire la raccolta di lavori interessanti fatti dagli studenti. Lei voleva realizzare una cartolina dalla quale gli oggetti dovevano come uscire fuori. Ma il suo contributo va al di là del logo prodotto per l’esame. Ricordavo che mi aveva detto qualcosa di interessante ma non ne ero più completamente sicuro, dopo alcuni mesi e centinaia di esami. Le ho quindi scritto:
Sto riguardando il lavoro che avevi fatto per il laboratorio di tecnologie didattiche che, come forse ti avevo accennato durante il colloquio dell’esame, vorrei includere fra i lavori sorprendenti dei miei studenti. Nei miei appunti ritrovo scritto che tu avevi fatto una considerazione interessante sul confronto tra Scratch e Logo. Ora mi pare che la tua considerazione fosse del tipo — …mi sento più libera in Logo che in Scratch, dove l’eccesso di informazioni mi inibisce: preferisco il “foglio bianco” di LibreLogo… — Però non sono proprio sicuro, potrei anche fare confusione con qualche altro studente.
Tu ti ricordi?
Ha risposto:
…certamente mi ricordo benissimo. Le confermo la mia considerazione. Ho trovato molto più stimolante Logo perché non era così scontato come l’altro e soprattutto molto più creativo e pieno di spunti interessanti, impressione che Scratch non mi aveva fatto.
Oggi le persone sono sommerse da stimoli, ambienti, strumenti, app che tendono a urlarti tutto quello che potresti fare. Leggevo stamani un’intervista fatta ad Angelo Guglielmi (92 anni ma sempre gagliardo):
— Sa che mi avevano proposto di insegnare televisione ai direttori Rai?
— E lei? Ha rifiutato?
— Ovvio. La verità è che io la televisione non la sapevo fare. Ed è per questa ragione che forse ho saputo farla. Cosa avrei dovuto insegnare?
— Ci sono scuole dove insegnano di tutto, creatività, fantasia, scrittura. Sul serio insegnare la spaventa?
— Non mi piace. L’unica cosa che non insegnano è la più semplice: mettetevi le mani tra i capelli e riflettete. Il segreto non è inventare ma dimenticare. Non può cominciare nulla se non dal bianco. Un suggerimento: dimenticate.
Stanislas Dehaene, in How we learn, scrive :
For instance, field experiments demonstrate that an overly decorated classroom distracts children and prevents them from concentrating.[1] Another recent study shows that when students are allowed to use their smartphones in class, their performance suffers, even months later, when they are tested on the specific content of that day’s class.[2] For optimal learning, the brain must avoid any distraction.
Dehaene, Stanislas. How We Learn (p.162). Penguin Books Ltd. Edizione del Kindle.
[1] An exceedingly decorated classroom distracts pupils: Fisher, Godwin, and Seltman, 2014.
[2] Use of electronic devices in class reduces exam performance: Glass and Kang, 2018.
L’eccesso di informazione non aiuta la creatività, che invece richiede spazio e tempo. Spazio da riempire, tempo per pensare. Lo spazio può essere quello del foglio su cui scrivere, versi, note, istruzioni software o altro, una tela da dipingere, spazio da vuotare, se occupato da un pezzo di marmo etc.
Interfacce zeppe di bottoni come corsi pieni di istruzioni per essere più creativi non rendono più creativi ma conformano.
Soverchiato dalla ricchezza che torna indietro. Sessanta elaborati da leggere, fra formazione primaria, educazione degli adulti e educatori. Alcuni compositi, con blog o minimooc da leggere. Poi 240 diari prodotti dal tirocinio diretto online in emergenza covid. E detta così è solo massa, solo un pacco di lavoro brutale da smaltire.
E già al primo lavoro ti trovi travolto da passione, ricchezza, profondità, inebriante riflesso dell’altro. E ci stai mezz’ora, esplorando, riflettendo e rispondendo. Ed è solo il primo. Quando finirò? Non lo so ma non è più fatica, solo meraviglia. E il lavoro si fa leggero.
Qualcosa andrà reso di tutto questo ma ora non ho tempo. Per ora prendo a caso un brano, da uno dei diari del tirocinio, di cui parleremo successivamente. Prima però voglio esprimere gratitudine alle colleghe e ai colleghi di Scienza della Formazione, Raffaella Biagioli, Maria Ranieri e molti altri che non sono qui per avermi offerto nutrimento e opportunità.
Dal diario di Alice, che ho letto qualche giorno fa:
“Finalmente. Finalmente qualcuno mi vede. Finalmente ho avvertito uno spiraglio, un filo d’aria passare in questo senso di isolamento che mi stringeva alla gola. E no, non era un isolamento dovuto solo alla quarantena o alle misure restrittive imposte per il contenimento del virus Covid-19, è un altro tipo di sensazione quella di cui parlo. È una sensazione di solitudine, di smarrimento e di fragilità più ampia. Tutte queste parole sono venute fuori oggi nel primo incontro del laboratorio di riflessione per la costruzione della personalità docente, collegato al tirocinio diretto in emergenza coronavirus. Non mi sento sola solo perché non posso vedere altre persone, almeno non tutte quelle che vorrei. Mi sento sola perché di fronte ad un’emergenza come questa, di fronte ad una pandemia mondiale vedo gente intorno a me che continua a pensare solo ai libri, al capitolo da fare o da eliminare dal programma. Ho letto messaggi di persone giovani, su gruppi di WhatsApp che incitavano a non “polemizzare”, ad usare altri spazi. Sarà che è da quando sono venuta al mondo che provo piacere nel “polemizzare” (certo… non a caso, non per forza), sarà l’effetto dell’isolamento forzato a cui siamo stati sottoposti, ma questa situazione di estrema passività intorno a me in questo preciso momento storico mi ha fatto rabbrividire. Come mi ha fatto rabbrividire il fatto che professori intorno a noi si comportassero come se niente fosse. Ogni giorno mi chiedo se questa enorme crisi che ci ha travolto non sia un’occasione per cambiare le lenti attraverso cui guardiamo il mondo, o perlomeno per renderci conto del fatto che portiamo sopra il naso delle lenti. E allora perchè non discutere di come queste lenti modificano la nostra percezione del mondo? E la nostra percezione è l’unica possibile? Intorno il tempo si è dilatato con il virus per poi riaccartocciarsi su se stesso… a volte ho la sensazione che molti di noi abbiano semplicemente sostituito attività automatiche con altre. Fa troppa paura vivere il senso del vuoto. Fa paura ritrovarsi smarriti, non è simpatico, non è che è una cosa che vai a sbandierare a giro. Meglio avere certezze granitiche, meglio avere schede da caricare su classroom due volte alla settimana, meglio portare avanti il “programma”. Poi oggi uno spiraglio di luce. Oggi ho sentito per la prima volta provenire dall’ambiente universitario delle parole umane. Oggi ho sentito parlare il professore di smarrimento, di contraddizioni, di cercare un senso, dell’importanza di essere una comunità. E mi sono commossa. Perché anche se eravamo tutti su meet, anche se non avevo occhi e non avevo voce, ma ero solo un’iniziale dentro un pallino colorato insieme ad altri 200 pallini, io mi sono sentita vista. Ho sentito che quelle parole erano autenticamente per noi, per noi tutti. Possiamo dirlo quindi che abbiamo paura, possiamo dirlo che il problema va ben oltre questo tirocinio diretto, possiamo dirlo? Sì, oggi abbiamo potuto dirlo. Ed è stata una liberazione. Una liberazione che non mi solleva solo dal senso di oppressione, ma che mi permette di alzare lo sguardo e di pormi nuovi interrogativi rispetto alla didattica. Se tutto questo sta succedendo a me, in questo momento, se mi sento senza riferimenti, senza certezze, ma provo una sensazione di riconoscimento importante attraverso l’incontro su meet di oggi, allora come si sentirà un bambino di scuola primaria di fronte a questo epocale cambiamento? Come si sente un bambino su meet in mezzo agli altri bambini durante una lezione a distanza? Come possiamo pensare a mantenere una didattica tradizionale mentre il terreno ci crolla sotto i piedi? Come trasformare il senso di frustrazione che sicuramente emerge in questo nuovo scenario? Possiamo prenderci il diritto di dire che non sappiamo davvero come fare? Oggi ho capito che non solo è giusto prenderci questo diritto ma forse è un nostro dovere, di fronte alla responsabilità collegate alla nostra professione (ma anche alla nostra natura umana) e di fronte ai bambini.Quindi posso creare uno spazio dentro di me, un giaciglio in cui posso sedermi, dire che no, non va tutto bene, ma posso mantenere la calma e riflettere. E la cosa bella e che posso farlo in un gruppo pieno di altri pallini colorati con l’iniziale nel mezzo (F cosa sarà… Francesca? Magari è la rappresentante. F di Filippo? No..non ci sono abbastanza uomini in questo corso di laurea. Ah no, è F di Federica? Ma chi è, chissà che faccia ha..), che non posso vedere in faccia ma che sento collegati a me nella condivisione, nostro malgrado, di questa situazione.“