Patch Adams – #cinmed

un fotogramma iniziale del film Patch Adams, dove Patch è uscito sconvolto dalla stanza del manicomio dove il suo compagno vede gli scoiattoli

Ieri è stato proiettato Patch Adams. Sala molto meno affollata della prima volta, non certo per colpa del film ma quasi sicuramente della necessità di prepararsi per un’esame, credo di anatomia.

Sono defezioni naturali. Occorrerà fare più attenzione alla programmazione nelle edizioni future, evitando simili concomitanze. Sarà sempre difficile comunque, considerata la congestione della pianificazione didattica.

Tuttavia la discussione non ne ha sofferto. Riporto qui i tweet che ho scritto online. Possono essere imprecisi, servono giusto a recuperare la traccia degli interventi. Chiunque può commentare per correggere o sviluppare…

Vedi tweets…

Daily: la cura del sorriso

Sociogramma 6 maggio 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.
Sociogramma 6 maggio 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.

Recupero il post di apertura del blog The power of smiling che Elena ha scritto ormai diverso tempo fa. Inizia così:

Benvenuti! 🙂
Il mio blog si apre proprio così: con un sorriso, rivolto a tutti coloro che leggeranno questo post quasi per errore e a tutti coloro che invece decideranno di seguirlo con più attenzione perchè, come me, hanno completa fiducia nelle potenzialità del sorriso.

Questo incipit mi era rimasto impresso. In un post successivo Elena introduce Hunter Patch Adams, il medico statunitense che ha dedicato tutta la vita a diffondere la terapia del sorriso. Molti probabilmente conoscono questo personaggio attraverso il film dove Patch Adams è interpretato da Robin Williams. In questo blog vi sono numerose tracce della terapia del sorriso e anche di Patch Adams.

Segui le tracce …

Ancora sui social networks

English (translated by Ilaria Montagni)

Facebook sì o no? La domanda è stupida ma ricorre quando emerge qualche nuovo fenomeno di massa. “O non ce l’ha fatta proprio lui questa domanda?” diranno molti di voi. Sì, l’ho fatta proprio io la domanda stupida, con l’assignment 5. L’ho fatta per provocare una riflessione più ampia su cosa possa voler dire “essere online” e avvalermi del vostro aiuto per vederci più chiaro. Proprio per questo infatti stiamo facendo il sondaggio che, per inciso, è obbligatorio per tutti, anche per coloro che non usano nessun strumento di social networking e persino per gli appassionati dei quiz.

Leggendo le risposte che si stanno accumulando nel questionario, ne abbiamo 106 per ora, colpisce una reazione che mi sembra abbastanza ricorrente e che si potrebbe riassumere così: “Ah quanto è meglio la vita fisica di quella virtuale!”. Questa è una di quelle affermazioni sulle quali è talmente ovvio concordare, situazioni patologiche a parte, che uno finisce per fermarsi lì, perdendo l’occasione di approfondire qualcosa di importante. In questo post vorrei suggerire un approfondimento della questione e mi piacerebbe poi sentire cosa ne pensate.

Come ho avuto occasione di dire o scrivere qua e là, a me FB non piace e ci passo pochissimo tempo. Non mi piace perché tutto è estremamente volatile, perché si deve far fronte a troppe richieste, perché richiederebbe troppo tempo valutare se l’adesione a un certo gruppo abbia senso o meno, perché si è costretti a udire anche voci che si vorrebbe non sentire, tanti e tanti contatti fugaci e superficiali, un generale traccheggiare, perché tutto finisce col ridursi a mera quantità e in questa quantità un inesorabile e dilagante annacquamento delle parole.

Povere parole, quanta fatica fanno a fare il loro mestiere oggi. Quante se ne emettono  ma poi pochissime giungono a destinazione. Dette alla coop, dette in classe alla messa e al comizio in piazza, trasmesse in mille modi, stampate, radioemesse, televisionate, telefonate telefonate e telefonate e essemmessate, e poi lette, spesso giusto viste, sui manifesti, gli striscioni sui lampioni, i cartelloni, i cartelloni dove vanno e vengono come nello screensaver, appunto e poi sullo screensaver, sulle magliette e tutto il resto con cui ci si copre e poi e poi …

Voglio dire che di tutto ciò che disturba in FB il mondo è già pieno, il mondo non virtuale. Perché forse le scritte a pennarello sui sedili degli autobus o quelle spruzzate sui muri delle case son tanto diverse da quelle sulle pareti   di FB? O quella conversazione che l’altro giorno m’ha sfondato i filtri della mente mentre bevevo una birra “… perché lui se la mette così, cioè nel senso, perché deve uscire con noi, cioè, voglio dire, nel senso … lei … lui… come mi vede …  non me ne può fregar di meno … a un certo punto … non ci posso credere … veramente … allucinante … nel senso …”, quella conversazione è tanto diversa da quelle che si svolgono in FB? O le parole vomitate da palinsesti televisivi demenziali, milioni, miliardi di parole emesse in ore e ore di dedizione quotidiana di fette di popolo certamente di gran lunga maggioritario, son quelle parole meglio di quelle che svolazzano in FB? Le parole tritate dal frastuono delle discoteche? Quelle condite da quintali di salatini ed ettolitri di aperitivi da folle che pienano i bar, folle a volte strabuzzanti su marciapiedi se non strade? Molto diverso tutto ciò da FB? O le parole dotte, tecnologiche, nuove di conio, emesse in gran copia in una miriade di convegni, conferenze, congressi, eventi, manifestazioni scientifiche, quelle no saranno serie, porteranno significati importanti, cose difficili, cose da specialisti? Chissà … succede tuttavia che quando ti capita di udirle nel tuo mondo, scopri che son tanto spesso ripetute, ridondanti come la schiuma di una birra versata male venduta al prezzo di una birra versata bene, a volte anche parole mariuole. Insomma parole stropicciate strapazzate diluite, o che son tanto diverse da quelle che inondano FB? E le parole della politica? Oh, lasciamo stare …

Certo che la vita reale è meglio di quella virtuale ma siamo sicuri che la vita reale sia sempre così magnifica? O forse esistono forme di partecipazione virtuale che hanno qualità umana superiore a tanti aspetti della vita reale?

Questo quindi è il mio primo punto: nella vita reale si può comunicare in modo denso e empatico partecipando a gioie e dolori del prossimo ma si può anche vivere truffando, scompigliando, calpestando o semplicemente annacquando sentimenti preziosi; parimenti nel mondo virtuale si possono stabilire connessioni meravigliose online come si può contribuire alla universale diluizione delle parole.

Ma allora, cosa può fare la differenza? Come stare online? Come non farsi travolgere da qualcosa che ci sembra inutile se non dannoso o semplicemente stupido come potrebbe essere FB o qualche altro social network?

La risposta secondo me è a monte, molto più a monte di qualsiasi strumento si decida di usare per fare qualsiasi cosa, quindi molto più a monte anche degli strumenti online. La risposta sta nel proprio atteggiamento verso il mondo esterno, nello spirito con il quale usciamo di casa la mattina o con il quale ci accingiamo a fare una cosa nuova.

In passato mi è capitato di assistere ad alcune conferenze di Patch Adams, il medico americano che ha posto il sorriso e l’empatia nella borsa del medico. Molti lo conosceranno per il famoso film sulla sua vita interpretato da Robin Williams. Il punto fondamentale da cui Patch Adams parte per tutte le sue considerazioni è proprio l’atteggiamento verso il mondo esterno dove propone di sostituire il paradigma

non posso fare questo per colpa di …

… della stanchezza, della mia negazione in matematica, della mancanza di tempo, della recessione economica, della pioggia, del figlio che non mi fa dormire, della malattia, del fatto che non so l’inglese, della mia negazione per la tecnologia, della sfortuna … oh non ho tempo di respirare … non posso non posso … ah questa non è cosa per me … io e questa cosa siamo lontani …

con

ora faccio questo perché ho l’obiettivo di …

cioè essere disposti ad usare qualsiasi modo e strumento per perseguire un obiettivo preciso

In altre parole, il problema non è se stare nella vita reale o stare nella vita virtuale, ma utilizzare gli strumenti della vita reale e di quella virtuale per perseguire un obiettivo, più in generale per realizzare un progetto, magari infine per realizzare il proprio progetto di vita.

In questa luce tutti gli strumenti del mondo sono potenzialmente utili e possono essere allo stesso tempo dannosi. In FB si perde tempo e si costruiscono relazioni evanescenti se ci si passa del tempo in mancanza di meglio. Altrimenti, possiamo provare a domandarci se FB non possa avere una qualche utilità per qualche nostro obiettivo e quindi plasmarne le caratteristiche ai propri fini.

Così è con tutti gli altri strumenti del mondo e quindi con tutti gli strumenti di social networking. Si tratta di capire quali sono le potenzialità peculiari di ciascun strumento. Il cacciavite è molto buono per avvitare le viti e la zappa per dissodare il terreno. Se per perseguire un nostro obiettivo può essere utile avvitare viti o dissodare terreni faremo bene ad impadronirci del loro impiego. Se, in mancanza di obiettivi meritevoli, ci appassioniamo all’uso della zappa, ne diventiamo schiavi.

La potenzialità fondamentale degli strumenti di social networking è quella di facilitare enormemente le connessioni con persone animate da interessi simili nel resto del mondo. Tutto qua. Si tratta di utilizzarli giusto per quello che possono dare e nella misura in cui migliorano la nostra capacità di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi.

Concludo tornando dove siamo partiti: che ci possiamo fare con FB? Io ho risolto la questione come segue. Non ho tempo e voglia di passare il tempo in FB e ciò che vedo non mi piace. Tuttavia, FB è estremamente popolare, ci sono quasi tutti dentro, o comunque tanti. Per il tipo di lavoro che sto facendo ho una notevole necessità di raggiungere le persone per far sapere loro delle cose. Allora uso FB come una cassa di risonanza. A me piace molto di più Twitter. Quando voglio fare sapere che ho scritto un post, per esempio, e desidero che quel post raggiunga una certa popolazione, scrivo un messaggio in Twitter. Così intanto raggiungo la comunità di persone che mi seguono in Twitter ma poiché ho configurato FB in modo da replicare i messaggi che scrivo in Twitter, raggiungo anche coloro che mi vedono in FB. D’altro canto, ho anche configurato FB in modo da notificarmi per email i messaggi che la gente mi indirizza in FB. Tutto qua. Per il resto in FB butto via tutto.

Anche uno strumento apparentemente stupido può migliorare la vita di una persona.