Il Cloud

Fotografia di nuvole di aprileMa questo è il grid, la griglia! – sbottò l’anziano professore, matematico napoletano, in una riunione dove si decideva di un progetto futuro, una quindicina di anni fa. Il grid, o più precisamente il computing grid (griglia computazionale) era il nome di quella cosa che stavo immaginando, forte di certi risultati che avevamo ottenuto gli anni precedenti. Quindi “la cosa” esisteva già. Un’occorrenza comune quando si fa ricerca: scoprire che l’ultima pensata esiste già, saltarci sopra e da lì pensarne un’altra. Il nuovo progetto vide la luce e prosperò egregiamente, ma di lì a poco mi resi conto che era comparsa una cosa simile, di ben più vasta applicazione, che si chiamava cloud computing e che era parente stretta del grid computing, anzi, ci era cresciuta sopra. Semplificando le cose, con il grid computing si rendono disponibili grandi risorse di calcolo e di memoria, in particolari circostanze e a richiesta. Con il cloud tali risorse vengono rese disponibili in modo ubiquitario e pervasivo. Per intendersi, quasi tutti i servizi web più importanti vengono offerti attraverso una tecnologia di cloud computing. Tutta roba che si dà per scontato che sia lì, prontamente disponibile per il consumo, come la corrente elettrica.

In questo post cercherò di dare un’idea del fenomeno del cloud, in maniera abbastanza generale perchè di fatto è un fenomeno di portata vastissima. Mi capiterà quindi di lambire aspetti piuttosto differenti. Se qualcuno desidera ragguagli su qualche aspetto particolare, non si periti di commentare.

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Dove invece di chiudere con un discorso pratico sulle nuvole ci perdo l’orientamento, una giornataccia …


Colpa anche di Claude e del nonno del Cloud…

LESINA:
Oh me lo dici, in nome di Dio, chi son costoro,
Socrate mio, che intonano cosí nobile coro?
Eroine?
SOCRATE:
Chè! Nuvole celesti, sono, Dee
solenni degli sbucciafatiche. Esse le idee
ci dànno, la dialettica, la ciurmeria, l’ingegno,
la chiacchiera, il ghermire concetti, il dar nel segno!
LESINA:
Per questo, al solo udirle, sembra che metta piume
il mio spirito, e cerca di parlar con acume,
di dir fumose ciance, di bucare concetti
con piú fini concetti, di opporre detti a detti.
Sicché, vorrei, se posso, veder come son fatte!


Due passi all’aria aperta ci vogliono, i pensieri ormai invischiati nell’intrico di frammenti e video non finiti, ritagli di giornale, bookmark, link sbarazzini…

Foto di nuvole notturne

Cupe, minacciose, stasera le nuvole. Torno a quella lucina là in mezzo, forse ritroverò la via.
Foto dello studio la sera

Da fuori pareva luce, da dentro sono bagliori fluorescenti, sinapsi della nuvola. Mi sento intrappolato.


Mi viene in mente quella macchina, incrociata due volte qualche mese fa, lì vicino, proprio come quella in questa foto. All’andata, in velocità, m’era parso che fosse una di quelle che portano flipper e slot machine ai bar, o una diavoleria del genere. Al ritorno invece ho fatto in tempo a leggere Google maps! Ma come, anche qui? In mezzo ai boschi? E mi viene ora in mente Scroogle, motore di ricerca che, usando le ricerche di Google, ne elude però la capacità di tracciare gli utenti. “Did Google Just Disable Privacy-Friendly Scroogle?”. L’hanno richiuso, chi, in che modo? Google? Gli hacker reazionari?

 

 

 


Processo con il quale Google accumula dati sul territorio facendo il rilievi fotografici ma anche quelli wifi

Ho fatto appena in tempo a scaricare queste immagini da Scroogle, prima che svanisse, spero per poco. Non ho fatto in tempo a vederne la licenza d’uso, non importa, le propago volentieri, visto che Scroogle per ora non c’è. E spero di non vedermi volare sulla testa qualcosa del genere, prossimamente …

Cloud e dintorni


Ma questo è il grid, la griglia! – sbottò l’anziano professore, matematico napoletano, in una riunione di circa quindici anni fa dove si doveva decidere l’impostazione di un progetto di ricerca per gli anni successivi. Il grid, o più precisamente il computing grid (griglia computazionale) era il nome di quella cosa che, sulle ali dell’immaginazione, stavo tratteggiano sulla scorta di alcuni risultati che avevamo ottenuto recentemente insieme. Successivamente, nella veste di utente di internet, mi sono accorto anche dell’esistenza del cloud computing e che questo è parente del grid computing, anzi, ci è cresciuto intorno. Semplificando le cose, con il grid computing si rendono disponibili rilevanti risorse di calcolo e memorizzazione in particolari circostanze e a richiesta. Con il cloud tali risorse vengono rese disponibili in modo ubiquitario e pervasivo.

Avevo già menzionato il cloud in Una particolare introduzione alla nuvola con l’intento di dare un pur minima e superficiale idea di come la proliferazione dei codici stia alla base del mutamento del web, mutamento che ha poi condotto a fenomeni del tipo web 2.0 e cloud. Andiamo ora all’altro estremo.

Fra le notizie recenti del nostro quotidiano, troviamo che l’agenda digitale rientra fra le priorità del Governo Italiano – almeno a parole, fino ad ora nemmeno quelle – e che tale agenda pare sia composta da quattro capitoli:

  1. Open data
    Consiste nel processo che consente di rendere disponibili al pubblico in internet l’immensa mole di dati detenute dalle pubbliche amministrazioni, quando tali dati non creino specifici problemi di privacy a singoli individui. La tendenza è quella di arricchire questi repositori pubblici con delle sofisticate tecniche di rappresentazione grafica dinamica, mediante la cui manipolazione l’utente può estrarre dai database set di dati diversi. Ecco un esempio relativo ai pignoramenti di beni ipotecati nella città di Lowell, nel Massachusetts. Si tratta di una demo del progetto open source Weave descritto in un post che ho scoperto ieri grazie a questo twit:
    In questa lista di bookmark ho riunito con il tag “opendata” alcuni siti web particolarmente interessanti. Annessa a ciascun bookmark trovate una mia brevissima descrizione.
  2. Banda larga Ovvero, oggi lo sviluppo economico ha bisogno di banda, e l’Italia è in ritardo. Come ho scritto in un altro post, nella classifica di banda disponibile in MBPS (Mega Bit Per Second) pro capite siamo al trentesimo posto, laddove l’Italia si trova all’ottavo posto nel ranking del PIL, secondo i dati della World Bank. A mo’ di riferimento, la Svizzera si trova al 19-esimo posto nella classifica del PIL ma al settimo in quella della banda disponibile per cittadino.
  3. Cloud computing, di cui stiamo giusto parlando.
  4. Smart communities Comunità di cittadini che si aggregano sulla base di problematiche di interesse comune. Per esempio uno spazio internet nel quale le persone segnalano disagi o danni al territorio utilizzando una mappa tratta da open data resi disponibili dalle amministrazioni. Oppure comunità che discutono aspetti di assetto del territorio in cui vivono, dalle quali gli amministratori possono trarre indicazioni utili relativamente alle orientazioni predominanti degli abitanti. Può essere interessante questo articolo per avere alcune notizie su quello che sta accadendo in Italia. Molto interessante l’offerta dell’ISTAT, già attiva in I.Stat; vale la pena di scaricare Guida utente (pdf), per capire quello che si può fare.

Buone notizie, almeno sul piano del lessico, che fino ad ora non ci saremmo nemmeno sognati di leggere. Naturalmente, dovranno seguire i fatti, e questo potrebbe essere un altro discorso. E perché i governi dei paesi industrializzati vedono il cloud computing fra gli elementi strategici dei loro programmi? Semplicemente perché la nuvola è già ampiamente arrivata nel mondo del business, in modo massiccio e a livello internazionale. E il mondo del business esercita la sua influenza, eufemisticamente parlando, sulle amministrazioni. Si veda per esempio il documento Promoting Cross‐Border Data Flows – Priorities for the Business Community (pdf) che è stato firmato da diversi giganti dell’Information Technology, uniti nel chiedere ai governi regole che garantiscano il libero scambio delle informazioni attraverso le frontiere. Detta così sembra una cosa davvero bella, e lo è anche, ma non solo, perché poi le corporation fanno di tutto per colonizzare i territori del cyberspazio. In realtà è tutta una guerra di natura commerciale, perché a questi protagonisti del cloud planetario, si contrappongo quelli che operano sui cloud nazionali, che invece hanno interesse a spuntare trattamenti normativi specifici per i propri rispettivi paesi. Tutto questo significa che il cloud è ormai una realtà concreta per le aziende, che stanno intravedendo ingenti vantaggi economici nella migrazione dei loro servizi verso le nuvole. Si stima che (Centre for Economics and Business Research via Sole 24 Ore) l’adozione del cloud potrebbe comportare un beneficio di 150 miliardi di euro nel periodo fra il 2010 e il 2015, qualcosa che corrisponde a circa l’1.8% el Pil. Gli operatori che provano a valutare trasformazioni del genere si rendono conto dei vantaggi cospicui. In Italia il 31% delle aziende impiegano qualche forma di cloud ed è un dato destinato a crescere. Crescerebbe ancora più rapidamente di quanto non faccia, se tutte le imprese ne fossero informate, specialmente le più piccole, ma anche se alcuni legittimi timori potessere essere mitigati, in merito alla sicurezza dei dati, alle questioni di privacy e agli aspetti legali connessi. Questi ultimi sono particolrmente preoccupanti a fronte di un ritardo cronico nell’adeguamento delle normative, peraltro in contesti che sono diversi nei vari paesi.

L’offerta di soluzioni cloud sta crescendo e si sta complessificando in maniera vertiginosa, attraverso la sedimentazione velocissima di successivi strati di codice. Un’organizzazione che voglia affidare al cloud la gestione dei propri dati, oggi può accedere a varie soluzioni possibili, notevolmente diverse fra loro. Le soluzioni in primo luogo si possono distinguere in cloud pubblico e privato.

  • Cloud privato

    In pratica si tratta di spostare i servizi informativi gestiti dall’organizzazione ad un provider che fornisce una soluzione dedicata, una sorta di nuvola privata, assimilabile tuttavia ad una normale esternalizzazione. Massima sicurezza, ma anche massimi costi.

  • Cloud pubblico

    Il provider gestisce un unico grande cloud offrendo una varietà di servizi. Le organizzazioni li possono usare con costi valutati sull’impiego effettivo delle funzionalità. Diminuiscono i costi, ma le soluzioni sono più rigide, a meno di personalizzazioni specifiche – tuttavia i costi si rialzano – e aumentano le preoccupazioni per sicurezza, privacy e magari questioni legali, se i server del cloud sono localizzati all’estero. Sono di solito preferiti dalle piccole organizzazioni

  • Soluzioni miste

    Molte organizzazioni optano per soluzioni miste, utilizzando un cloud privato per la gestione dei dati più sensibili. Oppure utilizzano le diverse tipologie in funzione delle diverse tipologie di clienti. Questo è per esempio il caso di Docebo, un’azienda che offre soluzioni per l’E-Learning, che alcuni di voi hanno utilizzato all’interno del progetto Il bambino autore in un’esperienza che è stata citata in una delle riunioni online.

Oppure, le soluzioni di cloud computing possono essere distinte in maniera più analitica in base ad aclune grandi categorie di servizi offerti.

  • SAAS: Software As A Service

    Queste sono soluzioni utilizzabili attraverso il browser, senza che l’organizzazione-cliente debba acquistare, installare, configurare e mantenere nulla. Per esempio, il prodotto Docebo E-Learning Platform As a Service è un servizio SAAS, basato molto sulla suite di servizi Google, Gmail, Google Docs eccetera.

  • PAAS: Platform As A Service

    Qui invece si offre una piattaforma personalizzata, localizzata nei server dell’azienda che offre il servizio oppure nei server dell’organizzazione cliente. Un esempio è il prodotto Docebo Premium è un servizio PAAS, con il quale l’azienda erogatrice del servizio installa un sistema adattato alle esigenze del cliente.

  • IAAS: Infrastructure As A Service

    E qui siamo veramente nella nuvola. Vediamo l’esempio dell’ Amazon Elastic Computing Cloud (Amazon EC2). Con EC2, chiunque, dal singolo individuo alla grande corporation, può acquistare una qualsiasi “quota di infrastruttura informatica”, a partire da una piccola applicazione web, come potrebbe essere quella che io mi sono fatto per gestire la blogoclasse, per finire ad un complesso servizio web che necessiti di super prestazioni, in termini di calcolo o in termini di storage di informazione. Lo puoi dimensionare al volo, se le esigenze cambiano improvvisamente. Puoi scegliere esattamente l’ambiente che vuoi: una macchina 32 bit? 64bit? doppia o quadrupla CPU? Un cluster (gruppo) di macchine HPC (High Performance Computing)? Windows? Linux Debian? O Ubuntu? O Linux Redhat Enterprise?

    Non ha costi minimi, se consumi zero paghi zero, poi paghi quanto usi: quanto tempo CPU, quanto storage, quanto trasferimento dati in e out, quanti IP. Le tariffe sono lì, puoi progettare esattamente la tua applicazione, con costi e prestazioni. C’è anche un calcolatore dei costi mensili, dove puoi mettere i parametri che ti aspetti e lui ti fa una previsione dei costi. Ho provato, immaginando di porci la mia applicazione web. Salvo errori, sono venuti 6.25 $ al mese, anche se in realtà per il primo anno di uso ti danno tutto gratis.

    All’altro estremo delle possibili applicazioni, possiamo menzionare quella del The New York Times, che grazie al sistema EC2, si ritrova la potenze di un sistema di High Performance Computing, ovvero di uno di quei sistemi di calcolo che vengono utilizzati per applicazioni di supercomputing scientifico, per esempio previsioni meteorologiche, simulazione di folding delle proteine, ricostruzione di immagini mediche eccetera. Con questo sistema il The New York Times può processare un archivio dell’ordine dei terabyte (migliaia di miliardi di byte, o diciamo circa 1000 volte il disco rigido di questo muscoloso laptop) in 36 ore, laddove con un sistema informativo aziendale, pur potente, lo stesso lavoro avrebbe potuto richiedere giorni o mesi.

    Infatti, il cloud di Amazon ha iniziato a scalare il famoso (in ambito scientifico) ranking dei 500 supercomputer più veloci del mondo, trovandosi in 42-esima posizione all’ultimo rilevo di novembre scorso. Questa prestazione è stata ottenuta realizzando un cluster 17024 CPU e oltre 60 TB di memoria. Alcune di queste realizzazioni sono usate dall’industria farmaceutica, per esempio.

    Ma il fatto che non mi perito di definire mirabile, è che la stessa infrastruttura possa essere scalata a livello di una minima applicazione web dal costo infimo, il tutto sostanzialmente attraverso un servizio web.

E com’è che si fabbricano questi straordinari sistemi? Con montagne di codice. Tutto e solo codice. Sì, sotto c’è l’hardware, sempre più performante, ma le magie si fanno pricipalmente con il software. Ormai le macchine sono virtuali: posso avere un server su cui installo un sistema qualsiasi e poi in questo faccio girare uno o altri sistemi. Per rimanere al livello minimo dell’utente privato: posso creare una macchina Windows in una Linux Ubuntu o viceversa una Linux Ubuntu in una Windows, o qualsiasi altra combinazione. Sono link trovati al volo giusto per dare l’idea, di come oggi il software consenta di modellare qualsiasi contesto.

Ed è questo il punto: con il codice oggi si determina il mondo nel quale vivamo, di fatto. Tutti gli strumenti, molti assolutamente portentosi – tutti i Google-strumenti, i social network, gli innumerevoli servizi web per fare qualsiasi cosa – non sono altro che codice. E tutto quello che si può fare e non si può fare, viene determinato da chi ha scritto quel codice. Se volete, è come un enorme videogioco dove il programmatore ha definito le possibilità dei personaggi.

E chi decide quello che codificano i codificatori? In questa fase, ormai, le corporation. Le visioni alla Stallman, che io nel cuore condivido, sono minoritarie, percentualmente. Intendiamoci il mondo degli utenti-autori liberi e competenti – insomma degli hacker, che sono buoni – è vivo e vegeto, per fortuna. Ma le forze messe in campo dalle corporation sono immense e sono oggi fra le più grandi del pianeta, in termini economici. La capitalizzazione di mercato della Apple, che si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari, supera il Pil di paesi come la Svezia (354 miliardi di dollari), l’Austria (332) o la Svizzera (324). Guardate questo grafico selezionando l’estensione temporale di 10 anni.

Un tempo le regole delle relazioni commerciali e dei sistemi economici in generale, erano determinate attraverso gli strumenti legislativi degli stati nazioni, raccordate fra loro mediante opportuni accordi internazionali. Oggi, sono le corporation che di fatto determinano le regole e lo fanno perché

  • hanno una forza economica paragonabile a quelle delle nazioni (la capitalizzazione Apple supera il Pil dei 50 paesi più piccoli del mondo)
  • sono di gran lunga più veloci delle amministrazioni pubbliche nella creazione di nuove regole
  • non possono aspettare perché il modello di sviluppo prevalente è quello determinato dal libero mercato

Snocciolo questi numeri affinché tutti abbiano ben chiaro che in questi territori si stanno giocando le partite essenziali del pianeta. Sono perfettamente d’accordo che le partite essenziali dovrebbero essere tutt’altre, ma questo è ciò che noi, e non i marziani, abbiamo costruito. E comunque è un’altra storia.

In tutto questo scenario si inquadrano anche gli innumerevoli strumenti web che tutti possono usare individualmente, e che hanno finito per influenzare addirittura la vita privata delle persone. Ogni strumento web esprime una sua nuvola ed è là che appoggiamo le nostre email, i nostri file, è là che intrecciamo innumerevoli dialoghi ed è là che talvolta lavoriamo. E tutto questo ci sembra straordinario perché scopriamo di poter fare cose che prima erano inimmaginabili. Ci vengono regalati spazi enormi per memorizzare i nostri dati e modi inusitati per condividere con intere vaste comunità i prodotti del nostro lavoro. E tutto questo gratis! Sembra un miracolo, un vento buono e generoso, frutto della conoscenza e delle conquiste tecnologiche.

Stallman non è per nulla di questo avvisoÈ stupidità: è peggio che stupidità, è una montatura pubblicitaria … Qualcuno dice che questo è inevitabile; quando sentite dire qualcosa di simile è molto probabile che abbia a che vedere con una campagna pubblicitaria volta a far credere che ciò sia vero.

Gli argomenti principali di Stallman e di tutto il mondo che gira intorno agli “smanettoni puri” sono che le persone potevano fare anche prima ciò che ora fanno con il cloud, che hanno perso il controllo degli strumenti e dei propri dati e che si vedono minacciata gravemente la propria privacy.
In buona parte tutto ciò è vero ma è anche irrealistico pensare che uno scenario come quello che abbiamo trattegiato fin qui, e che è dominato da potenti spinte economiche, possa essere invertito in forza di simili argomenti. Stallman, e tanti smanettoni che conosco, tendono a identificare la propria visione del mondo informatico con la propria, ma questa in realtà è un’estrapolazione assai ardita. Stallman dice che tutto quello che si fa nel cloud si poteva fare anche prima, perché le sue competenze gli consentono di immaginare subito delle soluzioni “fatte a mano”. Ma questa è una condizione nella quale si ritrovano pochissimi, in termini percentuali. D’altro canto, la proliferazione dell’infrastruttura di rete insieme alla tecnologia del browsing degli ipertesti, ha reso possibile l’accesso delle masse a internet. Le masse non risolvono i problemi scrivendo codice. È vero che tanti brillanti coders sono persone insospettabili – conosco un brillantissimo coder che è un umanista, laureato in filosofia, dottorando il lettere – ma sono pur tuttavia molto rari, in un qualsiasi campionamento trasversale della popolazione. Ed è tipico che questi individui particolari tendano a proiettare le possibilità che viene loro spontaneo intravedere, su tutti gli altri.

Se teniamo conto di questo, non è più vero che quello che si può fare nel cloud si poteva fare anche prima, assolutamente. Una grandissima massa di persone fa cose che prima non avrebbe potuto fare, in nessuna maniera. Naturalmente questo ha un prezzo, che consiste effettivamente in una perdita del controllo e in una perdita della privacy. Verissimo, ma non una novità. La condizione dell’hacker che è in grado – talvolta – di aggiustarsi le cose da sé e di sapere esattamente cosa fa il proprio software, è molto particolare. Se si guasta l’automobile a un meccanico è più probabile che lui intraprenda delle iniziative utili per cavarsela, rispetto a un automobilista comune. Anzi, forse era meglio scrivere questa frase al passato, perché essendo oggi le automobili governate dall’elettronica, nella quale gira software, l’affermazione non è più tanto vera. È bello raccomodarsi le cose da sé e c’è chi è molto bravo ma è raro. È l’organizzazione della società medesima che impedisce alle masse di avere il controllo di ciò che usano. Il cloud non è una grande novità in questo senso.

Lo stesso dicasi per la privacy. A me già il telefono di bachelite sembrava costituire una seria minaccia all privacy:

L’ideale sarebbe che il libro cominciasse dando il senso di uno spazio occupato interamente dalla mia presenza, perché intorno non ci sono che oggetti inerti, compreso il telefono, uno spazio che sembra non possa contenere altro che me, isolato nel mio tempo interiore, e poi l’interrompersi della continuità del tempo, lo spazio che non è più quello di prima, perché è occupato dallo squillo, e la mia presenza che non è più quella di prima perché è condizionata dalla volontà di questo oggetto che chiama. Forse l’errore è stabilire che in principio ci siamo io e un telefono in uno spazio finito come sarebbe casa mia, mentre quello che devo comunicare è la mia situazione in rapporto con tanti telefoni che suonano, telefoni che magari non chiamano me, non hanno con me nessun rapporto, ma basta il fatto che io possa essere chiamato a un telefono a rendere possibile o almeno pensabile che io possa essere chiamato da tutti i telefoni.

Devo a Marvi la riscoperta di questo brano scritto da Italo Calvino nel 1979, nel romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, che qui viene a pennello.

E allora che fare? Imparare a minimizzare i danni, educarsi, educare. Vedremo di raccogliere qualche indicazione pratica, magari aiutandosi a vicenda. Per ora rimaniamo con questa riflessione, consci che l’uomo ha sempre venduto l’anima al diavolo e che il progresso, in fondo è un po’ un vendere l’anima al diavolo, forse.