Il Cloud

Fotografia di nuvole di aprileMa questo è il grid, la griglia! – sbottò l’anziano professore, matematico napoletano, in una riunione dove si decideva di un progetto futuro, una quindicina di anni fa. Il grid, o più precisamente il computing grid (griglia computazionale) era il nome di quella cosa che stavo immaginando, forte di certi risultati che avevamo ottenuto gli anni precedenti. Quindi “la cosa” esisteva già. Un’occorrenza comune quando si fa ricerca: scoprire che l’ultima pensata esiste già, saltarci sopra e da lì pensarne un’altra. Il nuovo progetto vide la luce e prosperò egregiamente, ma di lì a poco mi resi conto che era comparsa una cosa simile, di ben più vasta applicazione, che si chiamava cloud computing e che era parente stretta del grid computing, anzi, ci era cresciuta sopra. Semplificando le cose, con il grid computing si rendono disponibili grandi risorse di calcolo e di memoria, in particolari circostanze e a richiesta. Con il cloud tali risorse vengono rese disponibili in modo ubiquitario e pervasivo. Per intendersi, quasi tutti i servizi web più importanti vengono offerti attraverso una tecnologia di cloud computing. Tutta roba che si dà per scontato che sia lì, prontamente disponibile per il consumo, come la corrente elettrica.

In questo post cercherò di dare un’idea del fenomeno del cloud, in maniera abbastanza generale perchè di fatto è un fenomeno di portata vastissima. Mi capiterà quindi di lambire aspetti piuttosto differenti. Se qualcuno desidera ragguagli su qualche aspetto particolare, non si periti di commentare.

Nella mainstream information nazionale, troviamo che l’agenda digitale rientra fra le priorità del Governo Italiano – almeno a parole, fino ad ora nemmeno quelle – e che tale agenda pare sia composta da quattro capitoli:

  1. Open data
    Consiste nel processo che consente di rendere disponibili al pubblico in internet l’immensa mole di dati detenuta dalle pubbliche amministrazioni, quando tali dati non creino specifici problemi di privacy. La tendenza è quella di arricchire questi repositori pubblici con delle sofisticate tecniche di rappresentazione grafica dinamica, mediante la cui manipolazione l’utente può estrarre dai database i dati più disparati. Ecco un esempio relativo ai pignoramenti di beni ipotecati nella città di Lowell, nel Massachusetts. Si tratta di una demo del progetto open source Weave descritto in un post che ho scoperto ieri grazie a questo twit:
    In questa lista di bookmark ho riunito con il tag “opendata” alcuni siti web particolarmente interessanti. Annessa a ciascun bookmark trovate una mia brevissima descrizione.
  2. Banda larga Ovvero, oggi lo sviluppo economico ha bisogno di banda, e l’Italia è in ritardo. Come ho scritto in un altro post, nella classifica di banda disponibile in MBPS (Mega Bit Per Second) pro capite siamo al trentesimo posto, laddove l’Italia nel ranking del PIL figura all’ottavo posto, secondo i dati della World Bank. A mo’ di riferimento, la Svizzera si trova al 19-esimo posto nella classifica del PIL ma al settimo in quella della banda disponibile per cittadino.
  3. Cloud computing, di cui stiamo giusto parlando.
  4. Smart communities Comunità di cittadini che si aggregano sulla base di problematiche di interesse comune. Per esempio uno spazio internet nel quale le persone segnalano disagi o danni al territorio utilizzando una mappa tratta da open data resi disponibili dalle amministrazioni. Oppure comunità che discutono aspetti di assetto del territorio in cui vivono, dalle quali gli amministratori possono trarre indicazioni utili relativamente alle orientazioni predominanti degli abitanti. Può essere interessante questo articolo per avere alcune notizie su quello che sta accadendo in Italia. Molto interessante l’offerta dell’ISTAT, già attiva in I.Stat; vale la pena di scaricare Guida utente (pdf), per capire quello che si può fare.

Buone notizie che fino a poco tempo fa non ci saremmo nemmeno sognati di leggere. Naturalmente, alle parole dovranno seguire i fatti, e questo potrebbe essere un altro discorso. Ma perché i governi dei paesi industrializzati vedono il cloud computing fra gli elementi strategici dei loro programmi? Semplicemente perché la nuvola è già ampiamente arrivata nel mondo del business, in modo massiccio, in tutto il mondo. E il business esercita la sua bella influenza sulle amministrazioni pubbliche. Si veda per esempio il documento Promoting Cross‐Border Data Flows – Priorities for the Business Community (pdf) che è stato firmato da diversi giganti dell’Information Technology, uniti nel chiedere ai governi regole che garantiscano il libero scambio delle informazioni attraverso le frontiere. Detta così sembra una cosa davvero bella, ma c’è dell’altro: le corporation fanno di tutto per colonizzare i territori del cyberspazio, dando luogo a vere e proprie guerre di natura commerciale, perché a questi protagonisti del cloud planetario, si contrappongo quelli che operano sui cloud nazionali, che invece hanno interesse a spuntare trattamenti normativi specifici per i propri rispettivi paesi. Tutto questo significa che il cloud è ormai una realtà concreta per le aziende, che stanno intravedendo ingenti vantaggi economici nella migrazione dei loro servizi verso le nuvole. Si stima che (Centre for Economics and Business Research via Sole 24 Ore) l’adozione del cloud potrebbe comportare un beneficio di 150 miliardi di euro nel periodo fra il 2010 e il 2015, qualcosa che corrisponde a circa l’1.8% del Pil. Gli operatori che provano a valutare trasformazioni del genere si rendono conto che i vantaggi possono essere cospicui. In Italia il 31% delle aziende impiegano qualche forma di cloud ed è un dato destinato a crescere. Crescerebbe ancora più rapidamente di quanto non faccia, se tutte le imprese ne fossero informate, specialmente le più piccole, ma anche se alcuni legittimi timori potessere essere mitigati, in merito alla sicurezza dei dati, alle questioni di privacy e agli aspetti legali connessi. Questi ultimi sono particolrmente preoccupanti a fronte di un ritardo cronico nell’adeguamento delle normative, peraltro in contesti che sono molto diversi nei vari paesi.

L’offerta di soluzioni cloud sta crescendo in maniera vertiginosa, attraverso la sedimentazione velocissima di successivi strati di codice. Un’organizzazione che voglia affidare al cloud la gestione dei propri dati, oggi può accedere a varie soluzioni possibili, molto diverse fra loro. Le soluzioni in primo luogo si possono distinguere in cloud pubblico e privato.

  • Cloud privato

    In pratica si tratta di spostare i servizi informativi gestiti dall’organizzazione ad un provider che fornisce una soluzione dedicata, una sorta di nuvola privata, assimilabile tuttavia ad una normale esternalizzazione. Massima sicurezza, ma anche massimi costi.

  • Cloud pubblico

    Il provider gestisce un unico grande cloud offrendo una varietà di servizi. Le organizzazioni li possono usare con costi valutati sull’impiego effettivo delle funzionalità. Diminuiscono i costi, ma le soluzioni sono più rigide, a meno di personalizzazioni specifiche – tuttavia i costi si rialzano – e aumentano le preoccupazioni per sicurezza, privacy e magari questioni legali, se i server del cloud sono localizzati all’estero. Sono di solito preferiti dalle piccole organizzazioni

  • Soluzioni miste

    Molte organizzazioni optano per soluzioni miste, utilizzando un cloud privato per la gestione dei dati più sensibili. Oppure utilizzano le diverse tipologie in funzione delle diverse tipologie di clienti. Questo è per esempio il caso di Docebo, un’azienda che offre soluzioni per l’E-Learning.

Oppure, le soluzioni di cloud computing possono essere distinte in maniera più analitica in base ad alcune grandi categorie di servizi.

  • SAAS: Software As A Service

    Queste sono soluzioni utilizzabili attraverso il browser, senza che l’organizzazione-cliente debba acquistare, installare, configurare e mantenere nulla. Per esempio, il prodotto Docebo E-Learning Platform As a Service è un servizio SAAS, basato molto sulla suite di servizi Google, Gmail, Google Docs eccetera.

  • PAAS: Platform As A Service

    Qui invece si offre una piattaforma personalizzata, localizzata nei server dell’azienda che offre il servizio oppure nei server dell’organizzazione cliente. Un esempio è il prodotto Docebo Premium è un servizio PAAS, con il quale l’azienda erogatrice del servizio installa un sistema adattato alle esigenze del cliente.

  • IAAS: Infrastructure As A Service

    E qui siamo veramente nella nuvola. Vediamo l’esempio dell’ Amazon Elastic Computing Cloud (Amazon EC2). Con EC2, chiunque, dal singolo individuo alla grande corporation, può acquistare una qualsiasi “quota di infrastruttura informatica”, a partire da una piccola applicazione web, come potrebbe essere quella che io mi sono fatto per gestire la blogoclasse, per finire ad un complesso servizio web che necessiti di super prestazioni, in termini di calcolo o in termini di storage di informazione. Lo puoi dimensionare al volo, se le esigenze cambiano improvvisamente. Puoi scegliere esattamente l’ambiente che vuoi: una macchina 32 bit? 64bit? doppia o quadrupla CPU? Un cluster (gruppo) di macchine HPC (High Performance Computing)? Windows? Linux Debian? O Ubuntu? O Linux Redhat Enterprise?

    Non ha costi minimi, se consumi zero paghi zero, poi paghi quanto usi: quanto tempo CPU, quanto storage, quanto trasferimento dati in e out, quanti IP. Le tariffe sono lì, puoi progettare esattamente la tua applicazione, con costi e prestazioni. C’è anche un calcolatore dei costi mensili, dove puoi mettere i parametri che ti aspetti e lui ti fa una previsione dei costi. Ho provato, immaginando di porci la mia applicazione web. Salvo errori, sono venuti 6.25 $ al mese, anche se in realtà per il primo anno di uso ti danno tutto gratis.

    All’altro estremo delle possibili applicazioni, possiamo menzionare quella del The New York Times, che grazie al sistema EC2, si ritrova la potenze di un sistema di High Performance Computing, ovvero di uno di quei sistemi di calcolo che vengono utilizzati per applicazioni di supercomputing scientifico, per esempio previsioni meteorologiche, simulazione di folding delle proteine, ricostruzione di immagini mediche eccetera. Con questo sistema il The New York Times può processare un archivio dell’ordine dei terabyte (migliaia di miliardi di byte, o diciamo circa 1000 volte il disco rigido di questo muscoloso laptop) in 36 ore, laddove con un sistema informativo aziendale, pur potente, lo stesso lavoro avrebbe potuto richiedere giorni o mesi.

    Infatti, il cloud di Amazon ha iniziato a scalare il famoso (in ambito scientifico) ranking dei 500 supercomputer più veloci del mondo, trovandosi in 42-esima posizione all’ultimo rilevo di novembre scorso. Questa prestazione è stata ottenuta realizzando un cluster di 17024 CPU e oltre 60 TB di memoria. Alcune di queste realizzazioni sono usate dall’industria farmaceutica, per esempio.

    Ma il fatto che non mi perito di definire mirabile, è che la stessa infrastruttura possa essere scalata a livello di una minima applicazione web dal costo infimo, il tutto sostanzialmente attraverso un servizio web.

E com’è che si fabbricano questi straordinari sistemi? Con montagne di codice. Tutto e solo codice. Sì, sotto c’è l’hardware, sempre più performante, ma le magie si fanno pricipalmente con il software. Ormai le macchine sono virtuali: posso avere un server su cui installo un sistema qualsiasi e poi in questo faccio girare uno o altri sistemi. Per rimanere al livello minimo dell’utente privato: posso creare una macchina Windows in una Linux Ubuntu o viceversa una Linux Ubuntu in una Windows, o qualsiasi altra combinazione. Sono link trovati al volo giusto per dare l’idea di come oggi il software consenta di modellare qualsiasi contesto.

Ed è questo il punto: con il codice oggi si determina il mondo nel quale vivamo, di fatto. Tutti gli strumenti, molti assolutamente portentosi – i vari Google-strumenti, i social network, gli innumerevoli servizi web per fare qualsiasi cosa – non sono altro che codice. E tutto quello che si può fare e non si può fare, viene determinato da chi ha scritto quel codice. Se volete, è come un enorme videogioco dove il programmatore ha definito le possibilità dei personaggi.

E chi decide quello che codificano i codificatori? In questa fase, ormai, le corporation. Le visioni alla Stallman, che io nel cuore condivido, sono minoritarie, percentualmente. Intendiamoci il mondo degli utenti-autori liberi e competenti – insomma degli hacker, che sono buoni – è vivo e vegeto, per fortuna. Ma le forze messe in campo dalle corporation sono immense e sono oggi fra le più grandi del pianeta, in termini economici. La capitalizzazione di mercato della Apple, che si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari, supera il Pil di paesi come la Svezia (354 miliardi di dollari), l’Austria (332) o la Svizzera (324). Guardate questo grafico selezionando l’estensione temporale di 10 anni.

Un tempo le regole delle relazioni commerciali e dei sistemi economici in generale, erano determinate attraverso gli strumenti legislativi degli stati nazioni, raccordate fra loro mediante opportuni accordi internazionali. Oggi, sono le corporation che di fatto determinano le regole e lo fanno perché

  • hanno una forza economica paragonabile a quelle delle nazioni (la capitalizzazione Apple supera il Pil dei 50 paesi più piccoli del mondo)
  • sono di gran lunga più veloci delle amministrazioni pubbliche nella creazione di nuove regole
  • non possono aspettare perché il modello di sviluppo prevalente è quello determinato dal libero mercato

Snocciolo questi numeri affinché tutti abbiano ben chiaro che in questi territori si stanno giocando le partite essenziali del pianeta. Sono perfettamente d’accordo che le partite essenziali dovrebbero essere tutt’altre, ma questo è ciò che noi, e non i marziani, abbiamo costruito. E comunque è un’altra storia.

In tutto questo scenario si inquadrano anche gli innumerevoli strumenti web che tutti possono usare individualmente, e che hanno finito per influenzare addirittura la vita privata delle persone. Ogni strumento web esprime una sua nuvola ed è là che appoggiamo le nostre email, i nostri file, è là che intrecciamo innumerevoli dialoghi ed è là che talvolta lavoriamo. E tutto questo ci sembra straordinario perché scopriamo di poter fare cose che prima erano inimmaginabili. Ci vengono regalati spazi enormi per memorizzare i nostri dati e modi inusitati per condividere con intere vaste comunità i prodotti del nostro lavoro. E tutto questo gratis! Sembra un miracolo, un vento buono e generoso, frutto della conoscenza e delle conquiste tecnologiche.

Stallman non è per nulla di questo avvisoÈ stupidità: è peggio che stupidità, è una montatura pubblicitaria … Qualcuno dice che questo è inevitabile; quando sentite dire qualcosa di simile è molto probabile che abbia a che vedere con una campagna pubblicitaria volta a far credere che ciò sia vero.

Gli argomenti principali di Stallman e di tutto il mondo che gira intorno agli “smanettoni puri” sono che le persone potevano fare anche prima ciò che ora fanno con il cloud, che hanno perso il controllo degli strumenti e dei propri dati e che si vedono minacciata gravemente la propria privacy.
In buona parte tutto ciò è vero ma è anche irrealistico pensare che uno scenario come quello che abbiamo tratteggiato fin qui, e che è dominato da potenti spinte economiche, possa essere invertito in forza di simili argomenti. Stallman, e tanti smanettoni che conosco, tendono a identificare la propria visione del mondo informatico con la propria, ma questa in realtà è un’estrapolazione assai ardita. Stallman dice che tutto quello che si fa nel cloud si poteva fare anche prima, perché le sue competenze gli consentono di immaginare subito delle soluzioni “fatte a mano”. Ma questa è una condizione nella quale si ritrovano pochissimi, in termini percentuali. D’altro canto, la proliferazione dell’infrastruttura di rete insieme alla tecnologia del browsing degli ipertesti, ha reso possibile l’accesso delle masse a internet. Le masse non risolvono i problemi scrivendo codice. È vero che tanti brillanti coders sono persone insospettabili – conosco un brillantissimo coder che è un umanista, laureato in filosofia, dottorando in lettere – ma sono pur tuttavia molto rari, in un qualsiasi campionamento trasversale della popolazione. Ed è tipico che questi individui particolari tendano a proiettare le possibilità, che viene loro spontaneo intravedere, su tutti gli altri.

Se teniamo conto di questo, non è più vero che quello che si può fare nel cloud si poteva fare anche prima, assolutamente. Una grandissima massa di persone fa cose che prima non avrebbe potuto fare, in nessuna maniera. Naturalmente questo ha un prezzo, che consiste effettivamente in una perdita del controllo e in una perdita della privacy. Verissimo, ma non una novità. La condizione dell’hacker che è in grado – talvolta – di aggiustarsi le cose da sé e di sapere esattamente cosa fa il proprio software, è molto particolare. Se si guasta l’automobile a un meccanico è più probabile che lui intraprenda delle iniziative utili per cavarsela, rispetto a un automobilista comune. Anzi, forse era meglio scrivere questa frase al passato, perché essendo oggi le automobili governate dall’elettronica, nella quale gira software, l’affermazione non è più tanto vera. È bello raccomodarsi le cose da sé e c’è chi è molto bravo, ma è raro. È l’organizzazione della società medesima che impedisce alle masse di avere il controllo di ciò che usano. Il cloud non è una grande novità in questo senso.

Lo stesso dicasi per la privacy. A me già il telefono di bachelite sembrava costituire una seria minaccia all privacy:

L’ideale sarebbe che il libro cominciasse dando il senso di uno spazio occupato interamente dalla mia presenza, perché intorno non ci sono che oggetti inerti, compreso il telefono, uno spazio che sembra non possa contenere altro che me, isolato nel mio tempo interiore, e poi l’interrompersi della continuità del tempo, lo spazio che non è più quello di prima, perché è occupato dallo squillo, e la mia presenza che non è più quella di prima perché è condizionata dalla volontà di questo oggetto che chiama. Forse l’errore è stabilire che in principio ci siamo io e un telefono in uno spazio finito come sarebbe casa mia, mentre quello che devo comunicare è la mia situazione in rapporto con tanti telefoni che suonano, telefoni che magari non chiamano me, non hanno con me nessun rapporto, ma basta il fatto che io possa essere chiamato a un telefono a rendere possibile o almeno pensabile che io possa essere chiamato da tutti i telefoni.

Devo a Marvi, una studentessa del semestre scorso, la riscoperta di questo brano scritto da Italo Calvino nel 1979, nel romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, che qui viene a pennello.

E allora che fare? Imparare a minimizzare i danni, educarsi, educare. Vedremo di raccogliere qualche indicazione pratica, magari aiutandosi a vicenda. Per ora rimaniamo con questa riflessione, consci che l’uomo ha sempre venduto l’anima al diavolo e che il progresso, in fondo è un po’ un vendere l’anima al diavolo, forse.

12 thoughts on “Il Cloud

  1. WebHosting UK says:

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  2. Costanza says:

    Non ho capito bene cosa è il cloud computing.
    Guardando altrove ho capito che consiste in tutti quei servizi messi a disposizione dell’utente online,senza bisogno che esso abbia un programma sul proprio computer???
    Ma quindi anche i social network fanno parte del cloud computing?=
    Grazie per l’attenzione.

    1. Andreas says:

      Sì Costanza, in pratica tutti i servizi Web sono offerti “via cloud”. Volendo, oggi si può fare tutto quello che fino ad ora si è fatto e si fa sul proprio computer, là fuori, in Internet. Ecco, questo “là fuori” è il cloud: un insieme disperso di computer, infrastrutture e software in grado di fornire tutti i servizi possibili immaginabili. Tutto questo a fronte di un prezzo, che può essere espresso in denaro ma anche in identità, come si diceva nel post.

  3. giulio.d says:

    @Fabrizio Gentile

    Personalmente mi trovo benissimo con avast! Valuta anche in base a com’è il tuo computer… Alcuni antivirus “pesano” più di altri sulla fluidità del lavoro. Forse non è più un problema, ma mi ricordo che il mio vecchio pc si arenava spesso sulle scansioni programmate di AVG…
    Per dirla tutta ho sentito parlare abbastanza bene anche di Microsoft Security Essentials; qui però iniziano i problemi ideologici (e tecnici nel caso in cui uno abbia “piratato” Windows)

  4. Fabrizio Gentile says:

    Grazie mille per i consigli! Appena ho tempo ci butto un occhio!
    Grazie anche per la poesia, spero che non ti abbia spinto al suicidio. 😉

  5. Massi Biamonte says:

    *Fabrizio Gentile
    Buongiorno forse sarebbe meglio scriverlo in bacheca ma forse sarebbe stato piu out che qui.
    Dunque se vuoi posso darti qualche consiglio per quanto riguarda gli Antivirus. 😉
    Ti do sia una opinione oggettiva che personale ; Se fai qualche ricerca noterai che gli Antivirus Free consigliati sono sempre gli stessi AVIRA ANTIVIR, AVAST FREE, AVG ANTI-VIRUS, COMODO ANTIVIRUS. Tempo fa era consigliato anche Panda security Antivirus ora non ne sento parlare bene come i primi tre.
    Io personalmente li ho provati tutti ed ora utilizzo in maniera costante ,trovandomi molto bene sia per la semplicita d’uso che per le prestazioni, AVG ANTI-VIRUS ( in quanto consiste realmente in una completa protezione gratuita per cio che serve, virus e spyware, nonche è fornito di continui aggiornamenti e non è in versione demo o limitata). Lo utilizzo sia su notebook che su tablet.
    Prendili comunque come dei consigli in quanto nel complesso sono tutti ottimi in un parere oggettivo, fai una buona scelta. Spero di esserti stato utile 😉
    PS. Ricordo la poesia ed ora l ho nuovamente riletta, complimenti per la scelta ^

  6. Fabrizio Gentile says:

    A me la pagina sui fogli sembra esauriente! Per me sono tutte novità! Per quanto riguarda gli antivirus, grazie lo stesso. Darò un’occhiata da solo, ma se qualcuno mi può dare una mano va benissimo!

  7. Andreas says:

    Grazie Fabrizio per la poesia! Benvenute contaminazioni, associazioni e digressioni. Al bando lo sterile spauracchio del fuori tema!

    Riguardo alla tristezza per il dominio del business e altre faccende del genere, reagiamo rinforzandoci bene la schiena. Un giorno sarete voi dirigenti e professori, arrivateci bene…

    La pagina sui fogli di lavoro avrei voluto arricchirla al di là di un mera lista di risorse, e con questo mi ero addirittura dimenticato di rilinkarla pasticciando nel syllabus! Per ora è così, forse è sufficiente, vediamo se qualcuno ha qualche quesito specifico.

    Degli antivirus io non so una mazza, di utile dal punto di vista pratico! Eh sì, perché non uso Windows ma un po’ di Linux e un po’ di Mac, a seconda di quello che devo fare. Quando somministravo un corsetto tradizionale di informatica avevo compilato una lista dei software antivirus disponibili, ma ora andrebbe sicuramente aggiornata pesantemente. Tanto vale che ognuno si cerchi ciò che preferisce, chiedendo magari ad altri. Ecco, se qualche utente di Windows ha idee precise in proposito o abitudini che ritiene buone, ce le comunichi qui…

  8. Fabrizio Gentile says:

    Chiedo scusa, riutilizzando RSSOwl anche per i commenti non letti mi sono reso conto che aveva fatto la stessa domanda Costanza. In ogni caso sono riuscito ad accedere alla lezione sui fogli di lavoro dal syllabus. Doveva essere un problema del momento!

  9. Fabrizio Gentile says:

    La lettura di questo post mi ha fatto venire in mente una poesia di Shelly che riguarda appunto il cambiamento, anche se in realtà ha a che fare con tutt’altro, e che riporto dato che siamo in vena di citazioni letterarie:

    http://www.poemhunter.com/poem/mutability/

    A parte questo riferimento liceale “da tagliarsi le vene”, è noto che la rete contiene una grandissima quantità di informazioni, ma non pensavo che a tutti fosse permesso accedere a quello che sopra è stato definito “open data”. Io personalmente lo ritengo utilissimo e se l’avessi saputo prima avrei inserito questo tipo di informazioni in una delle tante ricerche scolastiche che ho dovuto svolgere nella mia vita di studente. Ad oggi, è comunque un ottimo strumento per soddisfare la propria curiosità e aumentare il bagaglio d’informazione! Per quanto riguarda le “smart communities”, mi fanno un po’ venire in mente il giornale Altracittà ( http://altracitta.org/ ) che mi aveva tanto entusiasmato, citato nel post del 10 marzo “Come seguire le fonti in internet II”. E’ come se lo spirito che ha dato vita a questo giornale fosse lo stesso che si riflette nelle “smart communities”. Quindi mi viene da dire “thumbs up” per entrambi!

    Sinceramente, mi mette tristezza questa influenza così forte del business sull’amministrazione pubblica e tutte le guerre commerciali che ne derivano, perché questo porta a focalizzarsi su degli aspetti un po’ discostati dai dovuti. In ogni caso questo risultato è inevitabile ed il motivo è già stato ampiamente trattato di sopra.
    Mi piace spesso dire “la coperta è troppo corta” ed è in effetti questo il caso. Perché andare verso l’innovazione comporta dei pro e dei contro, quel che è sicuro è che ci sono sempre delle rinunce da fare, c’è sempre un tot da “pagare” (con o senza virgolette?). Bisogna vedere quanto si è disposti a farle queste rinunce, ma data l’arretratezza italiana direi che a questo punto il gioco varrebbe la candela!

    P.S. Nel rimanere aggiornato con i post, ho notato che è stato saltato l’argomento sui fogli di lavoro, non so il motivo ma credo sia una cosa voluta. Siccome la cosa mi interessava e l’accesso al link dal syllabus mi dà problemi, volevo sapere dai miei compagni se è solo un problema mio o riguarda tutti.

    P.P.S. Professore, non ha nulla a che fare con il corso di informatica, ma le volevo chiedere se lei è a conoscenza di un buon antivirus di cui si può fare il download in maniera gratuita. Grazie in anticipo!

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