Cloud e dintorni


Ma questo è il grid, la griglia! – sbottò l’anziano professore, matematico napoletano, in una riunione di circa quindici anni fa dove si doveva decidere l’impostazione di un progetto di ricerca per gli anni successivi. Il grid, o più precisamente il computing grid (griglia computazionale) era il nome di quella cosa che, sulle ali dell’immaginazione, stavo tratteggiano sulla scorta di alcuni risultati che avevamo ottenuto recentemente insieme. Successivamente, nella veste di utente di internet, mi sono accorto anche dell’esistenza del cloud computing e che questo è parente del grid computing, anzi, ci è cresciuto intorno. Semplificando le cose, con il grid computing si rendono disponibili rilevanti risorse di calcolo e memorizzazione in particolari circostanze e a richiesta. Con il cloud tali risorse vengono rese disponibili in modo ubiquitario e pervasivo.

Avevo già menzionato il cloud in Una particolare introduzione alla nuvola con l’intento di dare un pur minima e superficiale idea di come la proliferazione dei codici stia alla base del mutamento del web, mutamento che ha poi condotto a fenomeni del tipo web 2.0 e cloud. Andiamo ora all’altro estremo.

Fra le notizie recenti del nostro quotidiano, troviamo che l’agenda digitale rientra fra le priorità del Governo Italiano – almeno a parole, fino ad ora nemmeno quelle – e che tale agenda pare sia composta da quattro capitoli:

  1. Open data
    Consiste nel processo che consente di rendere disponibili al pubblico in internet l’immensa mole di dati detenute dalle pubbliche amministrazioni, quando tali dati non creino specifici problemi di privacy a singoli individui. La tendenza è quella di arricchire questi repositori pubblici con delle sofisticate tecniche di rappresentazione grafica dinamica, mediante la cui manipolazione l’utente può estrarre dai database set di dati diversi. Ecco un esempio relativo ai pignoramenti di beni ipotecati nella città di Lowell, nel Massachusetts. Si tratta di una demo del progetto open source Weave descritto in un post che ho scoperto ieri grazie a questo twit:
    In questa lista di bookmark ho riunito con il tag “opendata” alcuni siti web particolarmente interessanti. Annessa a ciascun bookmark trovate una mia brevissima descrizione.
  2. Banda larga Ovvero, oggi lo sviluppo economico ha bisogno di banda, e l’Italia è in ritardo. Come ho scritto in un altro post, nella classifica di banda disponibile in MBPS (Mega Bit Per Second) pro capite siamo al trentesimo posto, laddove l’Italia si trova all’ottavo posto nel ranking del PIL, secondo i dati della World Bank. A mo’ di riferimento, la Svizzera si trova al 19-esimo posto nella classifica del PIL ma al settimo in quella della banda disponibile per cittadino.
  3. Cloud computing, di cui stiamo giusto parlando.
  4. Smart communities Comunità di cittadini che si aggregano sulla base di problematiche di interesse comune. Per esempio uno spazio internet nel quale le persone segnalano disagi o danni al territorio utilizzando una mappa tratta da open data resi disponibili dalle amministrazioni. Oppure comunità che discutono aspetti di assetto del territorio in cui vivono, dalle quali gli amministratori possono trarre indicazioni utili relativamente alle orientazioni predominanti degli abitanti. Può essere interessante questo articolo per avere alcune notizie su quello che sta accadendo in Italia. Molto interessante l’offerta dell’ISTAT, già attiva in I.Stat; vale la pena di scaricare Guida utente (pdf), per capire quello che si può fare.

Buone notizie, almeno sul piano del lessico, che fino ad ora non ci saremmo nemmeno sognati di leggere. Naturalmente, dovranno seguire i fatti, e questo potrebbe essere un altro discorso. E perché i governi dei paesi industrializzati vedono il cloud computing fra gli elementi strategici dei loro programmi? Semplicemente perché la nuvola è già ampiamente arrivata nel mondo del business, in modo massiccio e a livello internazionale. E il mondo del business esercita la sua influenza, eufemisticamente parlando, sulle amministrazioni. Si veda per esempio il documento Promoting Cross‐Border Data Flows – Priorities for the Business Community (pdf) che è stato firmato da diversi giganti dell’Information Technology, uniti nel chiedere ai governi regole che garantiscano il libero scambio delle informazioni attraverso le frontiere. Detta così sembra una cosa davvero bella, e lo è anche, ma non solo, perché poi le corporation fanno di tutto per colonizzare i territori del cyberspazio. In realtà è tutta una guerra di natura commerciale, perché a questi protagonisti del cloud planetario, si contrappongo quelli che operano sui cloud nazionali, che invece hanno interesse a spuntare trattamenti normativi specifici per i propri rispettivi paesi. Tutto questo significa che il cloud è ormai una realtà concreta per le aziende, che stanno intravedendo ingenti vantaggi economici nella migrazione dei loro servizi verso le nuvole. Si stima che (Centre for Economics and Business Research via Sole 24 Ore) l’adozione del cloud potrebbe comportare un beneficio di 150 miliardi di euro nel periodo fra il 2010 e il 2015, qualcosa che corrisponde a circa l’1.8% el Pil. Gli operatori che provano a valutare trasformazioni del genere si rendono conto dei vantaggi cospicui. In Italia il 31% delle aziende impiegano qualche forma di cloud ed è un dato destinato a crescere. Crescerebbe ancora più rapidamente di quanto non faccia, se tutte le imprese ne fossero informate, specialmente le più piccole, ma anche se alcuni legittimi timori potessere essere mitigati, in merito alla sicurezza dei dati, alle questioni di privacy e agli aspetti legali connessi. Questi ultimi sono particolrmente preoccupanti a fronte di un ritardo cronico nell’adeguamento delle normative, peraltro in contesti che sono diversi nei vari paesi.

L’offerta di soluzioni cloud sta crescendo e si sta complessificando in maniera vertiginosa, attraverso la sedimentazione velocissima di successivi strati di codice. Un’organizzazione che voglia affidare al cloud la gestione dei propri dati, oggi può accedere a varie soluzioni possibili, notevolmente diverse fra loro. Le soluzioni in primo luogo si possono distinguere in cloud pubblico e privato.

  • Cloud privato

    In pratica si tratta di spostare i servizi informativi gestiti dall’organizzazione ad un provider che fornisce una soluzione dedicata, una sorta di nuvola privata, assimilabile tuttavia ad una normale esternalizzazione. Massima sicurezza, ma anche massimi costi.

  • Cloud pubblico

    Il provider gestisce un unico grande cloud offrendo una varietà di servizi. Le organizzazioni li possono usare con costi valutati sull’impiego effettivo delle funzionalità. Diminuiscono i costi, ma le soluzioni sono più rigide, a meno di personalizzazioni specifiche – tuttavia i costi si rialzano – e aumentano le preoccupazioni per sicurezza, privacy e magari questioni legali, se i server del cloud sono localizzati all’estero. Sono di solito preferiti dalle piccole organizzazioni

  • Soluzioni miste

    Molte organizzazioni optano per soluzioni miste, utilizzando un cloud privato per la gestione dei dati più sensibili. Oppure utilizzano le diverse tipologie in funzione delle diverse tipologie di clienti. Questo è per esempio il caso di Docebo, un’azienda che offre soluzioni per l’E-Learning, che alcuni di voi hanno utilizzato all’interno del progetto Il bambino autore in un’esperienza che è stata citata in una delle riunioni online.

Oppure, le soluzioni di cloud computing possono essere distinte in maniera più analitica in base ad aclune grandi categorie di servizi offerti.

  • SAAS: Software As A Service

    Queste sono soluzioni utilizzabili attraverso il browser, senza che l’organizzazione-cliente debba acquistare, installare, configurare e mantenere nulla. Per esempio, il prodotto Docebo E-Learning Platform As a Service è un servizio SAAS, basato molto sulla suite di servizi Google, Gmail, Google Docs eccetera.

  • PAAS: Platform As A Service

    Qui invece si offre una piattaforma personalizzata, localizzata nei server dell’azienda che offre il servizio oppure nei server dell’organizzazione cliente. Un esempio è il prodotto Docebo Premium è un servizio PAAS, con il quale l’azienda erogatrice del servizio installa un sistema adattato alle esigenze del cliente.

  • IAAS: Infrastructure As A Service

    E qui siamo veramente nella nuvola. Vediamo l’esempio dell’ Amazon Elastic Computing Cloud (Amazon EC2). Con EC2, chiunque, dal singolo individuo alla grande corporation, può acquistare una qualsiasi “quota di infrastruttura informatica”, a partire da una piccola applicazione web, come potrebbe essere quella che io mi sono fatto per gestire la blogoclasse, per finire ad un complesso servizio web che necessiti di super prestazioni, in termini di calcolo o in termini di storage di informazione. Lo puoi dimensionare al volo, se le esigenze cambiano improvvisamente. Puoi scegliere esattamente l’ambiente che vuoi: una macchina 32 bit? 64bit? doppia o quadrupla CPU? Un cluster (gruppo) di macchine HPC (High Performance Computing)? Windows? Linux Debian? O Ubuntu? O Linux Redhat Enterprise?

    Non ha costi minimi, se consumi zero paghi zero, poi paghi quanto usi: quanto tempo CPU, quanto storage, quanto trasferimento dati in e out, quanti IP. Le tariffe sono lì, puoi progettare esattamente la tua applicazione, con costi e prestazioni. C’è anche un calcolatore dei costi mensili, dove puoi mettere i parametri che ti aspetti e lui ti fa una previsione dei costi. Ho provato, immaginando di porci la mia applicazione web. Salvo errori, sono venuti 6.25 $ al mese, anche se in realtà per il primo anno di uso ti danno tutto gratis.

    All’altro estremo delle possibili applicazioni, possiamo menzionare quella del The New York Times, che grazie al sistema EC2, si ritrova la potenze di un sistema di High Performance Computing, ovvero di uno di quei sistemi di calcolo che vengono utilizzati per applicazioni di supercomputing scientifico, per esempio previsioni meteorologiche, simulazione di folding delle proteine, ricostruzione di immagini mediche eccetera. Con questo sistema il The New York Times può processare un archivio dell’ordine dei terabyte (migliaia di miliardi di byte, o diciamo circa 1000 volte il disco rigido di questo muscoloso laptop) in 36 ore, laddove con un sistema informativo aziendale, pur potente, lo stesso lavoro avrebbe potuto richiedere giorni o mesi.

    Infatti, il cloud di Amazon ha iniziato a scalare il famoso (in ambito scientifico) ranking dei 500 supercomputer più veloci del mondo, trovandosi in 42-esima posizione all’ultimo rilevo di novembre scorso. Questa prestazione è stata ottenuta realizzando un cluster 17024 CPU e oltre 60 TB di memoria. Alcune di queste realizzazioni sono usate dall’industria farmaceutica, per esempio.

    Ma il fatto che non mi perito di definire mirabile, è che la stessa infrastruttura possa essere scalata a livello di una minima applicazione web dal costo infimo, il tutto sostanzialmente attraverso un servizio web.

E com’è che si fabbricano questi straordinari sistemi? Con montagne di codice. Tutto e solo codice. Sì, sotto c’è l’hardware, sempre più performante, ma le magie si fanno pricipalmente con il software. Ormai le macchine sono virtuali: posso avere un server su cui installo un sistema qualsiasi e poi in questo faccio girare uno o altri sistemi. Per rimanere al livello minimo dell’utente privato: posso creare una macchina Windows in una Linux Ubuntu o viceversa una Linux Ubuntu in una Windows, o qualsiasi altra combinazione. Sono link trovati al volo giusto per dare l’idea, di come oggi il software consenta di modellare qualsiasi contesto.

Ed è questo il punto: con il codice oggi si determina il mondo nel quale vivamo, di fatto. Tutti gli strumenti, molti assolutamente portentosi – tutti i Google-strumenti, i social network, gli innumerevoli servizi web per fare qualsiasi cosa – non sono altro che codice. E tutto quello che si può fare e non si può fare, viene determinato da chi ha scritto quel codice. Se volete, è come un enorme videogioco dove il programmatore ha definito le possibilità dei personaggi.

E chi decide quello che codificano i codificatori? In questa fase, ormai, le corporation. Le visioni alla Stallman, che io nel cuore condivido, sono minoritarie, percentualmente. Intendiamoci il mondo degli utenti-autori liberi e competenti – insomma degli hacker, che sono buoni – è vivo e vegeto, per fortuna. Ma le forze messe in campo dalle corporation sono immense e sono oggi fra le più grandi del pianeta, in termini economici. La capitalizzazione di mercato della Apple, che si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari, supera il Pil di paesi come la Svezia (354 miliardi di dollari), l’Austria (332) o la Svizzera (324). Guardate questo grafico selezionando l’estensione temporale di 10 anni.

Un tempo le regole delle relazioni commerciali e dei sistemi economici in generale, erano determinate attraverso gli strumenti legislativi degli stati nazioni, raccordate fra loro mediante opportuni accordi internazionali. Oggi, sono le corporation che di fatto determinano le regole e lo fanno perché

  • hanno una forza economica paragonabile a quelle delle nazioni (la capitalizzazione Apple supera il Pil dei 50 paesi più piccoli del mondo)
  • sono di gran lunga più veloci delle amministrazioni pubbliche nella creazione di nuove regole
  • non possono aspettare perché il modello di sviluppo prevalente è quello determinato dal libero mercato

Snocciolo questi numeri affinché tutti abbiano ben chiaro che in questi territori si stanno giocando le partite essenziali del pianeta. Sono perfettamente d’accordo che le partite essenziali dovrebbero essere tutt’altre, ma questo è ciò che noi, e non i marziani, abbiamo costruito. E comunque è un’altra storia.

In tutto questo scenario si inquadrano anche gli innumerevoli strumenti web che tutti possono usare individualmente, e che hanno finito per influenzare addirittura la vita privata delle persone. Ogni strumento web esprime una sua nuvola ed è là che appoggiamo le nostre email, i nostri file, è là che intrecciamo innumerevoli dialoghi ed è là che talvolta lavoriamo. E tutto questo ci sembra straordinario perché scopriamo di poter fare cose che prima erano inimmaginabili. Ci vengono regalati spazi enormi per memorizzare i nostri dati e modi inusitati per condividere con intere vaste comunità i prodotti del nostro lavoro. E tutto questo gratis! Sembra un miracolo, un vento buono e generoso, frutto della conoscenza e delle conquiste tecnologiche.

Stallman non è per nulla di questo avvisoÈ stupidità: è peggio che stupidità, è una montatura pubblicitaria … Qualcuno dice che questo è inevitabile; quando sentite dire qualcosa di simile è molto probabile che abbia a che vedere con una campagna pubblicitaria volta a far credere che ciò sia vero.

Gli argomenti principali di Stallman e di tutto il mondo che gira intorno agli “smanettoni puri” sono che le persone potevano fare anche prima ciò che ora fanno con il cloud, che hanno perso il controllo degli strumenti e dei propri dati e che si vedono minacciata gravemente la propria privacy.
In buona parte tutto ciò è vero ma è anche irrealistico pensare che uno scenario come quello che abbiamo trattegiato fin qui, e che è dominato da potenti spinte economiche, possa essere invertito in forza di simili argomenti. Stallman, e tanti smanettoni che conosco, tendono a identificare la propria visione del mondo informatico con la propria, ma questa in realtà è un’estrapolazione assai ardita. Stallman dice che tutto quello che si fa nel cloud si poteva fare anche prima, perché le sue competenze gli consentono di immaginare subito delle soluzioni “fatte a mano”. Ma questa è una condizione nella quale si ritrovano pochissimi, in termini percentuali. D’altro canto, la proliferazione dell’infrastruttura di rete insieme alla tecnologia del browsing degli ipertesti, ha reso possibile l’accesso delle masse a internet. Le masse non risolvono i problemi scrivendo codice. È vero che tanti brillanti coders sono persone insospettabili – conosco un brillantissimo coder che è un umanista, laureato in filosofia, dottorando il lettere – ma sono pur tuttavia molto rari, in un qualsiasi campionamento trasversale della popolazione. Ed è tipico che questi individui particolari tendano a proiettare le possibilità che viene loro spontaneo intravedere, su tutti gli altri.

Se teniamo conto di questo, non è più vero che quello che si può fare nel cloud si poteva fare anche prima, assolutamente. Una grandissima massa di persone fa cose che prima non avrebbe potuto fare, in nessuna maniera. Naturalmente questo ha un prezzo, che consiste effettivamente in una perdita del controllo e in una perdita della privacy. Verissimo, ma non una novità. La condizione dell’hacker che è in grado – talvolta – di aggiustarsi le cose da sé e di sapere esattamente cosa fa il proprio software, è molto particolare. Se si guasta l’automobile a un meccanico è più probabile che lui intraprenda delle iniziative utili per cavarsela, rispetto a un automobilista comune. Anzi, forse era meglio scrivere questa frase al passato, perché essendo oggi le automobili governate dall’elettronica, nella quale gira software, l’affermazione non è più tanto vera. È bello raccomodarsi le cose da sé e c’è chi è molto bravo ma è raro. È l’organizzazione della società medesima che impedisce alle masse di avere il controllo di ciò che usano. Il cloud non è una grande novità in questo senso.

Lo stesso dicasi per la privacy. A me già il telefono di bachelite sembrava costituire una seria minaccia all privacy:

L’ideale sarebbe che il libro cominciasse dando il senso di uno spazio occupato interamente dalla mia presenza, perché intorno non ci sono che oggetti inerti, compreso il telefono, uno spazio che sembra non possa contenere altro che me, isolato nel mio tempo interiore, e poi l’interrompersi della continuità del tempo, lo spazio che non è più quello di prima, perché è occupato dallo squillo, e la mia presenza che non è più quella di prima perché è condizionata dalla volontà di questo oggetto che chiama. Forse l’errore è stabilire che in principio ci siamo io e un telefono in uno spazio finito come sarebbe casa mia, mentre quello che devo comunicare è la mia situazione in rapporto con tanti telefoni che suonano, telefoni che magari non chiamano me, non hanno con me nessun rapporto, ma basta il fatto che io possa essere chiamato a un telefono a rendere possibile o almeno pensabile che io possa essere chiamato da tutti i telefoni.

Devo a Marvi la riscoperta di questo brano scritto da Italo Calvino nel 1979, nel romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, che qui viene a pennello.

E allora che fare? Imparare a minimizzare i danni, educarsi, educare. Vedremo di raccogliere qualche indicazione pratica, magari aiutandosi a vicenda. Per ora rimaniamo con questa riflessione, consci che l’uomo ha sempre venduto l’anima al diavolo e che il progresso, in fondo è un po’ un vendere l’anima al diavolo, forse.

Due parole terra terra sugli ebook


Scrivo due righe sugli ebook, perché il tema è emerso spontaneamente nella blogoclasse, per esempio con l’estesa disanima delle fonti fatta da Gaetano in occasione dell’ultimo incontro online, oppure con il divertente post segnalato da Alessandra. Ma scrivo terra terra, esclusivamente della mia esperienza pratica con gli strumenti che ruotano intorno all’idea di libro, o poco più. Non scrivo di ebook a scuola, perché mi esprimerei per sentito dire e per ipotesi. Dico solo che mi fanno paura i tanti squali che ruotano intorno ad alcuni ghiotti bocconi, in una scuola che avrebbe bisogno di altri rinnovamenti prima di quelli tecnologici, magari contestuali, non certo successivi.

Asce preistoriche, Museo della Storia di Oslo

Asce preistoriche, Museo della Storia di Oslo, Licenza Creative Commons 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

I libri sono un pezzo di tecnologia fantastica, specialmente quelli tascabili. Sì, proprio quelli di carta. La tecnologia è nata quando l’uomo ha iniziato a fabbricare strumenti a partire da materiali trovati in natura; quindi quella del libro stampato è una tecnologia sofisticatissima e relativamente recente. Il libro spesso è così piccolo che può stare anche in tasca, funziona senza corrente, ci si può scrivere sopra con il lapis, si può ereditare dalla nonna con le sue annotazioni, si può dare a figli e nipoti con le proprie annotazioni, si può regalare a un amico – regalare un libro letto e amato è come dare una parte di sé – se ne possono anche tagliuzzare le pagine per fare un collage. Insomma se ne può fare quello che si vuole e, riposto in uno scaffale – chiuso, per gli asmatici, eh … – se ne sta lì zitto e fedele, disponibile anche dopo cinquant’anni, o dopo cento, nella libreria della nonna.

I lettori di ebook sono un pezzo di tecnologia fantastica. Non tanto perchè scimmiottino sempre meglio il libro, ma perchè consentono nuove possibilità di accesso ad alcuni tipi di testo, in senso generale, e non solo. L’equazione libro=ebook è restrittiva, direi quasi sterile, anche perché le varie realizzazioni, via via escogitate dalle nuove rampanti corporation, si rivelano alquanto deludenti, preoccupanti e quindi insopportabili, tutte tese a fidelizzare la maggior quantità di consumatori possibile, avvalendosi di vari accorgimenti che la natura digitale dell’informazione rende possibile, genericamente noti sotto il nome di Digital Right Mangement (DRM).

Insomma, libri o ebook, tutte magnifiche tecnologie, più o meno nuove, con i rispettivi pro e contro. Ogni volta che ne appare una nuova dovremmo esplorarne gli impieghi, magari scoprendone alcuni del tutto imprevisti, e cercando di non spaccare il mondo in due.

Ho parlato subito di lettori di ebook e non di ebook, non a caso. Senza un lettore, l’ebook è una mera digitalizzazione, un file codificato in PDF, o in qualche altro formato. Ma se tutto si deve ridurre a leggere sul computer, cosa scomodissima e inefficiente, c’è ben poco di nuovo. La differenza la fanno i nuovi attrezzi, altamente portatili, immediati nell’uso e capaci di accedere al cyberspazio con canali e prestazioni ottimizzati per la fruizione di testi molto lunghi, come sono i libri appunto.

Scendiamo subito nella pratica. Ho acquistato, a suo tempo, un iPad e un Kindle. L’ho fatto perchè per il mestiere che svolgo devo cercare di sapere cosa siano e per capire cosa siano devo usarli. Orbene, questi due oggetti sono degli straordinari pezzi di tecnologia, con delle possibilità smisurate ma con alcuni gravissimi difetti, dovuti alla commercializzazione congegnata in modo da chiudere gli utenti in un recinto, togliendo loro la libertà. Di alcune caratteristiche di questi due oggetti avevo discusso a caldo, dopo poco tempo che avevo iniziato ad usarli, in un post scritto nel settembre 2010. Con l’impiego ho iniziato a capire meglio la logica di marketing di Apple e Amazon e mi sono fatto un quadro più articolato e a tratti più fosco. Questo post corregge quindi il tiro di quello vecchio. Era una cosa che dovevo fare da tempo, questa è l’occasione buona.

In realtà ho acquistato pochissimi libri tramite Kindle o Apple, tre o quattro, all’epoca in cui scrissi quel post. Non ho smesso di acquistarne perché i libri si leggano male su tali apparecchi, anzi. Io trovo che si leggano benissimo. Talvolta leggo più volentieri sul lettore digitale, altre preferisco il libro, dipende dalle circostanze e dal tipo di testo. La possibilità di ricercare frammenti di testo in modo istantaneo può essere una manna in certe occasioni, per esempio cosultando un manuale. Non è dunque per questi motivi che non ho continuato ad acquistare ebook, bensì perché a fronte di un costo più o meno simile, questi mi impediscono di disporre dell’acquisto come se fosse un libro, a causa dei vincoli che i produttori vi fabbricano sopra. E in effetti, in quei tre o quattro casi, non ho certo comprato classici, ma solo alcuni libri tecnici, quelli che una volta letti e usati per un periodo relativamente breve, diventano solo un ingombro. Finché le cose stanno così, io compro libri, li ricevo dagli amici, li regalo.

Il Kindle conseguentemente è finito in un angolo, e nel mio caso, i residui spazi del nuovo se li è mangiati quasi tutti l’Ipad, per ora. Poi, chissà … Vediamo quindi per cosa uso l’iPad.

  • Leggo molto con l’iPad, ma non propriamente libri, bensì tutte quelle cose che capita di leggere ad uno che lavora nel terziario, ovvero montagne di carta: relazioni, prospetti, documenti vari, soprattutto quando sono lunghi, per esempio tesi di laurea. Le tesi di laurea, che rappresentano un tipico inutile spreco di carta, si leggono benissimo con l’iPad.
  • Poi lo uso per leggere alcuni quotidiani. È molto utile quando non si ha la possibilità di andare a acquistare il giornale che si vuole leggere, o che non è facilmente disponibile, come per esempio un giornale estero. Alcune testate offrono il giornale attraverso un’applicazione apposita per iPad, cosiddetta app. Io leggo egualmente bene il giornale di carta come la versione digitale. In certe situazioni è molto più comoda la versione digitale, per esempio puoi leggerla a letto senza farti venire i crampi alle braccia e senza svegliare chi dorme con te. Costa anche meno, in certi casi la metà, più o meno. Se hai sentito la rassegna stampa del mattino e vuoi leggere tre o quattro articoli su quotidiani diversi, invece di andare all’edicola e tornartene con un pacco di carta mostruoso – anche i quotidiani sono logorroici oggi – schiaffi tutto sull’iPad e poi fai svanire tutto come e quando vuoi.
  • Per mesi ho usato solo l’iPad per scrivere testi. Sembra strano ma con un leggerissima tastiera Bluetooth l’iPad diventa un formidabile attrezzo per scrivere. Usavo – in questo periodo vivo abbarbicato al laptop con Linux – una web applicazione libera, My Writing Spot, che offre un sistema di scrittura minimale, accessibile da qualsiasi browser o con app per iPad, iPhone e Android. Quindi via via che scrivi su iPad, di tanto in tanto spari in un’email al tuo indirizzo il testo, del quale nel computer puoi fare quello che vuoi. L’autore di questo sistema è uno scrittore che si è costruito l’applicazione che aveva sempre desiderato, e già che c’era l’ha resa disponibile a tutti: bravo. La descrive così:

    My Writing Spot gira nella Google’s App Engine infrastructure, e questo vi garantisce che il sistema sia sicuro e protetto. I vostri dati non vanno a giro e sono giusto vostri – nessuno vi può accedere. E per mettervi ancora di più l’animo in pace, potete fare backup dei vostri documenti scaricandoli sul vostro disco rigido, o spedendone una copia al vostro indirizzo email.

  • L’iPad mi serve poi come sistema di riserva per accedere a internet, quando mi assento per periodi di una certa lunghezza. Normalmente lavoro con il laptop con Linux, tuttavia, se dovesse succedere qualcosa al computer, avendo l’iPad dietro, ho buone probabilità di cavarmela. Non male come ruota di scorta. Oppure, se non voglio stare ad accendere il computer per dare un’occhiata alla posta elettronica, allora uso l’iPad.
  • Lo utilizzo come dizionario, per le lingue che balbetto. Ottimo, ma con le riserve che dico dopo.
  • Ogni tanto ci provo le app che mi incuriosiscono, se sono gratis – non free alla Stallman, giusto gratis … – ma quasi sempre per breve tempo, per via delle solite riserve che dico dopo.
  • Ma insomma, e gli ebook, a parte i documenti di cui si diceva sopra? Niente, sugli splendidi scaffali di legno dell’app iBooks nel mio iPad c’è solo Winnie-the-Pooh, che l’Apple ti fa trovare quando compri l’iPad. Sì lo so che ci sono tanti ebook scaricabili liberamente, ma non so perché, quello che cerco io non c’è mai…

Passiamo allora alle ombre.

Le app offrono tipicamente tutta una serie di funzionalità aggiuntive, corredate di solito da grafiche molto attraenti. Le app di lettura dei quotidiani per esempio offrono la possibilità di memorizzare gli articoli preferiti, magari assegnando loro dei tag, come si fa per esempio in sistemi di bookmarking e tagging come Delicious. Sono caratteristiche attraenti e anche utili.

Ma sono un pacco, perché non è roba che puoi controllare completamente. È roba che hai comprato ma, se ci lavori per davvero, ciò che produci ti può sparire da un giorno all’altro, per esempio a causa di un semplice cambio di revisione. A me è successo con l’app Oxford Dictionary of English. Comodissima e come al solito, molto cool. Puoi taggare, puoi condividere, inviare per email, twittare, FB-are eccetera. Ma un bel giorno, non ricordo più se per un aggiornamento dell’app medesima o dell’intero sistema IOS, mi sono perso tuti i bookmark e tutti i tag, che io avevo iniziato a prendere sul serio. E questo mi è successo con varie altre app che ho sperimentato.

Non mi scandalizza certo l’episiodio in sé, seppur irritante, perché gli incidenti sono all’ordine del giorno quando si lavora con informazione digitalizzata, intrinsecamente volatile. Quello che è insostenibile è piuttosto il fatto che con le app non puoi mettere in atto una qualche strategia di prevenzione, tipo un backup su qualche altro supporto. Ogni app appare isolata dalle altre e gli eventuali dati che hai prodotto rimangono chiusi nell’app, come se tutto fosse in un’unica scatola. E se per esempio vuoi cancellare per qualche motivo l’app, attento: con essa se ne vanno anche i dati!

La gestione dei dati infatti è strettamente associata alle app, e i dati possono viaggiare da una app all’altra solo se queste lo prevedono. Per esempio, se con l’app di mail, ricevo un documento PDF allegato ad un’email, allora compaiono i comandi per indirizzare l’allegato solo a certe altre app abilitate a gestire i PDF, se ce ne sono. Altrimenti, il documento si può vedere solo con il visualizzatore interno dell’app di mail … che magari non funziona proprio con tutti i PDF possibili, e se non funziona, pace all’anima tua. In altre parole, siamo all’estremo opposto di quel mondo del quale abbiamo cercato di grattare la superficie in questo (per)corso, dove i dati sono roba nostra che ci possiamo scambiare con standard universali (XML), dove possiamo intervenire nella rappresentazione delle pagine, a vari livelli, con HTML, eccetera. Esattamente all’altro estremo.

Non solo, voi penserete – Ho comprato questo software che ora è mio e lo uso come mi pare! – E invece no, con queste nuove tecniche di distribuzione del software, voi più che acquistare un programma, avete fatto una specie di contratto con il venditore, perché lui può ficcare il naso nella vostra macchina e nei vostri dati. Se lo ritenesse importante, potrebbe soffiarvi i dati, per esempio un ebook comprato in modo apparentemente scorretto, oppure un’intera app, per esempio per motivi di strategia industriale, oppure politici.

Questi apparecchi sono veramente fantastici e hanno potenzialità affascinanti, ma sono commercializzati con strategie finalizzate al profitto di singoli attori privati che rischiano di ledere gravemente la libertà degli individui.

Chiudo ritornando un’attimo sul tema dell’ebook a scuola, rifacendomi al commento di Claude: come fai ad adottare un ebook digitale se i tuoi studenti hanno tutti lettori diversi? Ma peggio mi sento quanto si parla di usare tablet in tutte le scuole. Quali tablet? Mandiamo tutta la scuola italiana nelle fauci di un singolo venditore? O segmentiamo le scuole del Paese in scuole Android, Apple e Amazon? O costruiamo alternative 2.0 fai-da-te che consistono nel dare a tutti gli studenti un laptop con dentro dei PDF? Magari i PDF sono fatti anche bene, ma tutto il 2.0 lo comprimiamo in una manciata di file PDF in un computer? Ho capito bene? Spero di no.


Considerazioni pratiche sulle riunioni online


Non è affatto un male che le riunioni online siano sofferte. Le difficoltà temprano e sono molto più utili gli incontri gestiti dagli studenti, anche se costellati d’ogni sorta d’incidenti, piuttosto che una fila di monologhi tecnicamente fluidi del sottoscritto. Dalle nostre parti i professori parlano sempre troppo e gli studenti fanno sempre troppo poco. Mi sembra invece che queste riunioni “autogestite” rivelino un grande valore, perché favoriscono la condivisione di preziose esperienze personali e regalano spunti interessanti e imprevisti. È davvero un bel contributo quello che state dando, al di là delle dinamiche ristrette di un corsetto universitario. Allo stesso tempo è utile riflettere sulle difficoltà incontrate, per trasformare i problemi in occasioni di crescita. Proviamo dunque a discutere alcuni punti emersi fino ad ora, andando al sodo e senza tanti giri di parole. Che nessuno si adombri, provare serve a migliorare, soprattutto se poi si riflette criticamente sull’avvenuto.

Sia ieri che nella prima riunione è successo che, ad un certo punto, improvvisamente tutti si siano trovati sbalzati fuori del’aula che si è chiusa loro in faccia; sarebbe buffo vedere un’instantanea dei volti basiti! È un inconveniente spiacevole, soprattutto perché causa non poca ansia nel poveretto che, avendo già durato una discreta pena a mettere tutto insieme, si vede sparire ogni cosa sotto il naso, la classe con tutti i ninnoli faticosamente fabbricati insieme a tutti gli uditori, in un colpo solo! Come quando al protagonista de Lo Zen e l’arte della manutenzione della Motocicletta si spezza la vite, che rimane incastrata nella sede senza testa: uno shock, una specie di vuoto della coscienza! Vediamo dunque di organizzarsi per ridurre le probabilità che l’inconveniente si verifichi nuovamente.

Le cause, fino ad ora sono state due.

  1. Mancata estensione della durata della classe

    Posizione dell'icona per la determinazione della durata di una classe WiZiQ

    Posizione dell'icona per la determinazione della durata di una classe, in basso a destra dello spazio schermo di WiZiQ

    Non solo potete determinare a priori la durata della classe all’atto della sua creazione, ma la potete anche alterare mentre questa è in corso. In questa figura, è raffigurato l’angolo in basso a destra della finestra WiZiQ. L’icona indicata dalla freccia è il tasto di attivazione della finestra che consente di alterare la durata della classe.

    Finestra per la determinazione della durata di una classe WiZiQ

    Finestra per la determinazione della durata di una classe. Con il menu a sinistra si determina la durata della classe e con quello di destra l'anticipo dell'avvertimento di fine sessione.

    Nella figura successiva vedete la finestra dove potete cambiare la durata della sessione (Extend session:), da 5 a 240 minuti, ma anche con quale anticipo volete che il sistema vi avverta (Alert:), da 5 a 30 minuti. Quindi, appena vi rendete conto di avere la probabilità di sforare, provvedete subito a risolvere il problema.

  2. Chiusura erronea della classe

    Può succedere di dover uscire dalla classe per rientrarvi, anche in veste di amministratore della medesima. Questo può succedere se il sistema si impalla oppure pasticciando con gli account come stiamo facendo noi. Se questa cosa accade all’amministratore, quest’ultimo deve stare attento a non chiudere la classe anziché il browser. Chiariamo subito la faccenda dal punto di vista operativo con le figure.

    Posizione dell'icona di chiusura del browser

    Posizione dell'icona di chiusura del browser, operazione che lascia inalterata la classe nel cyberspazio

    Qui si vede l’angolo in alto a sinistra della finestra del browser, non di WiZiQ, che sta al suo interno; non dimenticate che WiZiQ vi viene offerto attraverso un browser, che nel caso in figura, come vedete, si tratta di Mozilla Firefox. È l’icona indicata dalla freccia che dovete cliccare per chiudere il browser! Così facendo, chiudete la finestra del browser ma l’istanza della classe rimane viva e vegeta sospesa nel cyberspazio e raggiungibile con il suo URL. La chiusura del browser è un fatto che avviene localmente. Quando riaprite il browser e digitate nuovamente l’indirizzo URL, ritroverete la classe al suo posto con tutte le cose che ci avevate lasciato dentro, compresi i vostri uditori che si staranno domandando dove siate finiti, a meno che, previdentemente, non li abbiate avvertiti prima.

    Voce di menu per la chiusura della classe, in alto a sinistra dello spazio schermo di WiZiQ

    Voce di menu per la chiusura della classe, in alto a sinistra dello spazio schermo di WiZiQ

    Se invece cliccate la voce di menu File in alto sinistra e, nel relativo menu a tendina, End Class, allora chiudete proprio la classe lassù nel cyberspazio, e conseguentemente il sistema WiZiQ procederà all’housekeeping della chiusura, fra cui l’eventuale registrazione della classe.

    Icona di chiusura della classe, in alto a destra dello spazio schermo di WiZiQ

    Icona di chiusura della classe, in alto a destra dello spazio schermo di WiZiQ

    Analogamente potete fare cliccando sull’icona di chiusura rossa in alto a destra. Attenzione, questa icona, è simile a quella del browser: quest’ultima si trova nella cornice esterna, che è del browser, mentre quella della classe WiZiQ fa parte dell’armamentario grafico della classe WiZiQ, che sta dentro. spesso suggerisco agli over-qualcosa di imparare a cliccare un po’ selvaggiamente, ok, ma questo non singifica a caso! Ovvero, quando guardate tutte queste finestre, abituatevi ad appioppare loro dei significati, tipo: qual è l’area dello schermo all’interno dei quali i comandi concernono WiZiQ? E cosa vuol dire agire su WiZiQ? Quali sono invece le aree che concernono il browser?

    Finestra di chiusura di una classe WiZiQ

    Finestra di chiusura di una classe WiZiQ: rispondendo Yes la classe sparisce per sempre ...

    Quando poi, cliccate su uno dei due comandi succitati di chiusura della classe, si apre una finestra, nella quale WiZiQ cautelativamente vi chiede se siete proprio sicuri, e lo chiede proprio perché è notorio che questi sono errori comuni. Anche qui, se il sistema si prende la briga di chiedervi – Do you want to end the class? – soffermatevi a riflettere su cosa possa voler dire questo.

Avendo accennato alla durata delle sessioni, ne approfitto per una considerazione più generale. La tendenza a eccedere nelle presentazioni è assolutamente generalizzata. La si ritrova massimamente fra gli accademici, solitamente convinti che chiunque sia disposto a massacrarsi per attingere a cotanta messe di sapere, così generosamente elargita. Vedi mai capitasse da queste parti un amico accademico, mi faccio accompagnare da un personaggio di ben maggior statura del sottoscritto, lo storico Paolo Rossi, e invito tutti a dare una letta ai suoi Consigli a un giovane conferenziere (chi non potesse raggiungere il testo con questo link, mi scriva un’email e io provvederò a inviargli il testo). Ma la tendenza all’eccesso la si ritrova un po’ ovunque, anche nelle piuttosto penose sedute di tesi di laurea, che finiscono non poco spesso in un frettoloso appiccicaticcio di cose dette male perché dette in ristrettezza di tempo: programmate sempre una durata inferiore a quella aspettata, il vostro messaggio ne guadagnerà molto. La lunghezza non giova mai, a meno che, come scrive Paolo Rossi nel primo punto del suo decalogo, non stiate parlando in un evento politico o sindacale. Questo vale anche per le nostre sessioni, e tutte le altre possibili immaginabili. Capisco perfettamente l’entusiasmo per mostrare i propri risultati, e me ne rallegro molto, ma se eccedete in quantità diluirete il vostro messaggio anziché rinforzarlo. La gente si stanca. Sempre con Rossi:

È un dato sperimentale e scientificamente acquisito che dopo quaranta minuti di ascolto la capacità di attenzione di un qualunque uditore scende paurosamente.

Prudenzialmente, io ridurrei a trenta minuti il tempo utile, tralasciando i casi pietosi come quello del sottoscritto, che già con difficoltà si inerpica sino ai 20 minuti di attenzione reale. Non abbiate mai paura di dire troppo poco, concentratevi piuttosto sul dire bene quel che ci sta in quel tempo di attenzione fisiologico. E se non lo riempite tutto, ancora meglio. Se così facendo, avete la sensazione che vi siano rimaste delle carte inespresse in tasca, probabilmente ve le potrete giocare con maggior profitto nella discussione susseguente, quando l’uditorio non sarà ancora stanco e anzi, sarà rimasto con delle curiosità da soddisfare.

Vorrei poi fare un commento sul broadcasting del video, andando subito al punto: eliminatelo, oppure usatelo in una prima fase di presentazione o in certe fasi intermedie, ma sempre con parsimonia.

In primo luogo, la trasmissione video, per quanto questi sistemi si sforzino di ottimizzarla ben conoscendone l’onere, è estremamente vorace di banda, ovvero di bit trasmessi al secondo. Quel francobollino animato costa molto, e usato a gogò, dà poco.

Tenete presente anche che viviamo in Italia, e che nella classifica di banda disponibile in MBPS (Mega Bit Per Second) pro capite siamo al trentesimo posto, laddove l’Italia si trova all’ottavo posto nel ranking del PIL, secondo i dati della World Bank. Un bell’esempio di miopia da parte di coloro che sono chiamati a disegnare il futuro del Paese! Per dare un’idea della diversa impostazione strategica in altri paesi, la vicina Svizzera si trova al 19-esimo posto nella classifica del PIL ma al settimo in quella della banda disponibile per cittadino. Fortunatamente, l’attuale governo ha messo in agenda nell’ambito del Decreto Sviluppo la questione della distribuzione di banda larga a tutti gli italiani, riconoscendone il valore strategico. Bene, ma siamo in grave ritardo.

In altre parole, noi non viaggiamo sulle autostrade telematiche (banda larga), ma su viottoli di campagna. Ora, se voi volete visitare un luogo ameno in montagna, ve lo portereste dietro, siccome vi piace tanto il pane tostato, il tostapane più la necessaria batteria e il necessario inverter per alimentarlo? Penso di no, perché la gita abortirebbe dopo pochi metri. Ecco, con il video nelle riunioni online è la stessa cosa. Si tratta di eventi nei quali la banda diviene un fattore critico e quindi va amministrata con oculatezza, eliminando tutto il soverchio. E di soverchio, in una faccina che si vede a malapena, che fissa un monitor per un paio d’ore, c’è parecchio. Tutt’altra storia se invece viene gestita in modo dinamico e mirato. Per esempio, farsi vedere all’inizio è molto simpatico, ma tenete presente, che il nostro cervello ha una capacità straordinaria di memorizzare il carattere di una fisionomia, bastano pochi secondi, quindi se tenete il video aperto per qualche minuto iniziale, è più che sufficiente.

Controlli audio e video in WiZiQ

Controlli audio e video in WiZiQ

Potete anche utilizzare i vostri primi piani in modo divertente. Ricordo per esempio quello sketch simpatico di C’eral’H e GranDiPepe, dove quest’ultima faceva la maglia, oppure le fumate di testa di Gaetano, ma l’effetto di queste trovate sarebbe stato molto più intenso se fossero state sparate fra capo e collo nel bel mezzo delle presentazioni. E la banda per così brevi tempi non ne avrebbe sofferto, anzi in quegli sprazzi il suo lavoro principale sarebbe stato proprio quello di convogliare le immagini video, sulle quali tutti avrebbero concentrato la loro attenzione.

In sintesi, riguardo a questi ultimi due punti, sulla durata delle sessioni e dei video online: attenti a non saturare l’input dell’uditorio.

In pratica, la figura mostra la finestra di controllo dei setting audio e video, attivabile in alto a destra dello spazio WiZiQ. all’inizio di ogni sessione, a meno che non vogliate mostrare inizialmente il vostro volto, chiudete subito il video: Stop broadcasting video (A). Lo potrete sempre riattivare all’occorrenza. Poi fate sempre un check del microfono: Device settings (B). Poi chiudete la finestra: Hide (C).


Lo Zen e l’arte della manutenzione della Motocicletta, Robert M. Pirsig, Adelphi, 1990

Riunione online


Stasera alle 21:00, come specificato nel pad, l’incontro sarà tenuto da Benedetta e Gaetano,in WiZiQ.

Qui info e ingresso aula:

Nord chiama Sud – Sud chiama Nord

La classe è pubblica, può partecipare chiunque

 

La questione del diritto d’autore


Dove, con molta fatica e un grande nervoso, cerco di mettere insieme un po’ di informazioni sulla questione del diritto d’autore. E dove sarei più che mai lieto di essere corretto e migliorato.


Sono nel mio studio, dopo cena, dove conduco una sessione online mediante il servizio web WiZiQ. Alle 21 si apre la sessione e sono già quasi tutti presenti in “aula”, mi accorgo di essere in ritardo e allora metto nel computer un CD facendo partire Mustang Sally (versione di Joe Cocker), così gli studenti mi vedono intento ad armeggiare al computer ma intanto sentono qualcosa … pare una buona idea ma mi viene un dubbio: e i diritti d’autore?

È chiaro che ascoltando un CD (comprato regolarmente) a casa non infrango alcuna legge. Tuttavia le note vengono distribuite attraverso il microfono del computer in una sessione pubblica alla quale partecipano persone in varie parti d’Italia, oltre a qualche straniero di passaggio che chiede “What’s going on here?”. Sono in regola con le leggi sui diritti di autore?

Le problematiche relative ai diritti d’autore già sono emerse, qua e là nel (per)corso. L’ultima che ricordo è la segnalazione fatta da Laura nel suo blog del libro Abolire la proprietà intellettuale. Il suggerimento di Laura viene come il cacio sui maccheroni, perché non sono mai riuscito a liberarmi dal dubbio che, seppur nato con un intendimento condivisibile, il concetto di diritto d’autore sia servito molto più a tutta una serie di intermediari che non agli autori veri e propri. Gli amici che di arte vivono, ma che non sono ai vertici delle classifiche, mi assicurano che il regime di protezione che dovrebbe derivare dall’esercizio dei diritti d’autore, ha procurato loro maggiori spese che non profitti. Come dire: la protrezione dei diritti d’autore funziona per gli artisti al top e tutto il grande indotto commerciale che gravita loro intorno, funziona invece molto meno, se non all’incontrario, per la prevalente massa degli artisti che non sono al top, ma la cui funzione creativa è sicuramente assai più rilevante dal punto di vista culturale e sociale. Giova, dicevo, al grande indotto commerciale ma anche ai carrozzoni burocratici che si sono arroccati in comode posizioni di privilegio nutrendosi materialmente della creatività altrui, e arrivando a perpretare delle pratiche abominevoli, come quella del blitz della Siae ad una festicciola informale dove sono stati multati dei bambini di Cernobyl che volevano ringraziare per l’ospitalità con delle canzoni popolari bielorusse emesse da un paio di casse collegate a un computer. Un episodio che fa andare il sangue alla testa. Il parassitismo praticato da tante organizzazioni che per un verso o per l’altro riescono a lucrare sulla creatività altrui, procurando un valore aggiunto nullo, se non negativo, alla società, si presenta in varie forme, quale per esempio, in un altro contesto, quella dell’editoria scientifica accademica, che avevo descritto nel post I signori della scarsità.

Laura fornisce due link che consentono di farsi un’idea del contenuto del libro: un post di Laterza e uno di post di LAVOCE. Gli autori distribuiscono liberamente la versione digitale dell’originale in inglese. Come in tanti altri casi, lo leggerò e poi ne acquisterò una copia.

È importante che noi tutti ci rendiamo più consapevoli delle questioni inerenti ai diritti d’autore, e non solo nella veste di consumatori, ma soprattutto di autori, quali tutti oggi siamo, grazie al supporto delle tecnologie di rete. E non è facile, perché la materia è intricata e si è evoluta in maniera complessa nel tempo e non uniformemente nei vari paesi. Basti pensare che le espressioni, sovente considerate una la traduzione dell’altra, copyright e diritto d’autore, sono di fatto piuttosto diverse, restringendosi la prima ai diritti di riprodurre un’opera, ed estendosi l’altra anche al concetto di diritti morali degli autori.

Nei riferimenti che vi darò potrete anche approfondire questo, se volete, ma prima delineiamo la materia con il minor numero possibile di parole, al fine di fissare un paio di concetti che spesso vengono fraintesi.

In tutte le legislazioni attuali, il diritto d’autore è assegnato automaticamente a chiunque crei un opera che sia fissata su di un supporto stabile. In altre parole, i diritti in questione nascono insieme all’opera stessa, senza il bisogno che l’autore faccia o dichiari alcunché a chicchessia. Per esempio senza che apponga diciture del tipo ©PincoPallino. Con l’avvento massificato delle tecnologie di rete, che azzerano o quasi i tempi e i costi delle comunicazioni, una simile concezione “assoluta” dei diritti d’autore, rischia di risolversi in un grave impedimento alla creatività e alla innovazione, perché viene meno un delicato e importante equilibrio fra l’esercizio dei diritti sulle proprie opere e la libertà di fruizione delle opere altrui, necessarie a creare le proprie. Ecco che così sono comparsi strumenti come le licenze Creative Commons (o altre similari) mediante le quali, qualsiasi autore, ognuno di voi, può decidere esattamente a quali diritti rinunciare per facilitare la fruizione della propria opera da parte della comunità. È importante rendersi conto che le licenze del tipo Creative Commons non asseriscono quali siano i diritti di proprietà, perché questo lo fanno le leggi vigenti in materia, ma forniscono uno strumento agli autori per modulare i propri diritti, a seconda dei propri ideali e delle proprie esigenze.

Versione originale in inglese

Traduzione in italiano

Questi sono i fatti essenziali. Quasi certamente molti di voi sentiranno la necessità di approfondire. Vi propongo due principali riferimenti. Il primo è Bound by Law, un fumetto creato da Keith Aoki, cartoonist e professore della Oregon School of Law, James Boyle, giornalista del Financial Times online e professore alla Duke Law School, Jennifer Jenkins, documentarista e direttrice del Duke’s Center for the Study of the Public Domain.

Ho conosciuto questo fumetto come testo da studiare per un corso online che ho frequentato come studente nell’autunno 2007: Introduction to Open Education, tenuto dal prof. David Wiley (ora alla Brigham Young University) presso la Utah State University. È un’opera interessante sia per il contenuto, volto a far capire concetti poco commestibili – per me lo sono pochissimo – ad un pubblico non preparato in materie giuridiche, ma anche per il metodo, con il quale dei professori universitari affidano il loro messaggio ad un fumetto. Un’avvertenza è tuttavia doverosa, prima che affrontiate questa lettura: non fate molto caso ai dettagli, come potrebbero essere le date di entrata in vigore delle leggi, perché queste si riferiscono al contesto statunitense, ma focalizzatevi sui concetti generali, che sono esposti molto efficacemente nel fumetto.

More about Capire il copyrightSe la lettura di Bound by Law può essere un ottimo modo per introdursi all’argomento, per un maggiore approfondimento, nonché per un riferimento specifico al contesto italiano, è ottimo Capire il Copyright di Simone Aliprandi.

Ambedue i testi sono scaricabili da Internet in formato pdf e ambedue possono essere acquistati in formato originale per cifre modeste. A suo tempo, io li ho letti nella versione digitale free e poi li ho acquistati, per prestarli in qua e là a amici poco avvezzi o poco formati alle frequentazioni del cyberspazio. Qui di seguito scrivo due righe per coloro che sul momento non hanno il tempo di andarsi a leggere i suddetti riferimenti.

La storia del diritto d’autore è relativamente recente. Un tempo, artisti, autori e scienziati vivevano in buona parte grazie al fenomeno del mecenatismo. Negli ultimi due secoli, in modo progressivo e di concerto con lo sviluppo dell’economia moderna, sono comparsi strumenti giuridici in grado di assicurare a queste figure i proventi necessari per vivere. Il diritto d’autore quindi, sebbene oggi da molti visto come un impedimento per il libero fiorire della creatività, è stato concepito come una tutela del potenziale creativo della comunità.

Oggi il diritto d’autore è “automatico”: Chiunque crei un’opera originale di qualsiasi tipo acquisisce automaticamente i diritti d’autore. Questo sembra essere un meccanismo lodevole ma l’applicazione estrema e sistematica del meccanismo di protezione crea un grosso problema. Infatti, in varie forme di espressione artistica, è inevitabile utilizzare parti di opere preesistenti. Del resto questo è un tratto essenziale della creatività umana: nessuno crea dal niente o, come scrive Nelson Goodman, il fare è un rifare.

Il concetto è illustrato molto bene nel fumetto Bound by Law, dove la protagonista Akiko vorrebbe realizzare un documentario sulla vita di New York ma presto si rende conto che è praticamente impossibile evitare di includere immagini e brani sottoposti a diritti di autore, pena lo svuotamento di significato della stessa opera che vorrebbe realizzare.

La questione critica oggi è trovare il compromesso ottimale fra la tutela dei diritti sulle opere ed il libero accesso alle medesime. In altre parole, ogni autore da un lato ha bisogno che i diritti sulle proprie opere siano salvaguardati ma dall’altro ha anche bisogno di accedere alle opere altrui liberamente oppure a fronte di costi sopportabili.

In realtà, proprio a causa di questo problema, le legislazioni dei vari paesi prevedono degli strumenti che sono concepiti proprio con il fine di aggiustare un compromesso del genere. Nella legislazione statunitense, il Copyright Act prevede lo strumento del Fair use che esime gli utilizzatori dall’assolvimento degli obblighi previsti dai diritti d’autore, per scopi di discussione, critica, giornalismo, ricerca, insegnamento o studio. Il regime di Fair use dipende dalla valutazione congiunta di quattro elementi: oggetto e natura dell’uso, natura dell’opera protetta, quantità e rilevanza della parte utilizzata, conseguenze dell’uso sul mercato potenziale o sul valore dell’opera protetta. La storia raccontata in Bound by Law riporta un certo numero di esempi famosi di Fair use negli Stati Uniti.

In Italia la materia in questione è regolata dalla legge n. 633 del 22 aprile 1941 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. In particolare è nell’articolo 1, comma1, che si determinano le eccezioni agli obblighi derivanti dai diritti d’autore:

1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

Questo comma, presente già nella stesura del 1941, nella pratica è stato interpretato sempre in modo molto restrittivo. Nel 2007, a fronte di un’interrogazione del senatore Bulgarelli sull’opportunità di dotarsi di uno strumento analogo al Fair Use statunitense, il governo ha risposto sostenendo che l’articolo 70 della legge n. 633

riproduce nella sostanza la disciplina statunitense sul fair use. Infatti, i quattro elementi che caratterizzano tale disciplina, come rinvenienti nella Section 107 del Copyright Act, e cioè: – finalità e caratteristiche dell’uso (natura non commerciale, finalità educative senza fini di lucro); – natura dell’opera tutelata; – ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all’intera opera tutelata; – effetto anche potenzialmente concorrenziale dell’utilizzazione ricorrono a ben vedere anche nell’articolo 70 della legge sul diritto d’autore.
Pertanto, a giudizio di questa amministrazione l’ordinamento civile italiano in materia del diritto d’autore risulta oggi conforme, negli assetti fondamentali, non solo a quello degli altri paesi dell’Europa continentale ma anche a quello dei Paesi dell’area del copyright anglosassone.

Successivamente il Parlamento ha approvato una modifica dell’articolo 70 della suddetta legge per tenere conto dell’impiego di Internet nelle pratiche didattiche e scientifiche. La modifica è stata apportata con la legge n. 2 del 9 gennaio 200 che, nell’articolo 2, recita

(Usi liberi didattici e scientifici)

1. Dopo il comma 1 dell’articolo 70 della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, è inserito il seguente:

«1-bis. È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma».

Ora, malgrado il fatto che questo nuovo comma 1-bis, nel secondo capoverso, stabilisca chi debba definire i “limiti all’uso didattico e scientifico di cui al presente comma”, in realtà non è stato fatto più nulla, generando così una grande confusione su cosa si debba intendere per “immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate”. Per esempio: quand’è che un’immagine inizia ad essere sufficientemente degradata per rientrare nell’applicazione di questo comma?

In altre parole, abbiamo la legge che stabilisce il concetto ma manca il regolamento attuativo che consenta di calare il medesimo nella realtà. Ho provato a vedere se nel frattempo la situazione si fosse evoluta ma non mi pare che sia successo un granché. Ricapitolo.

Nel mese di gennaio 2008 il giurista Guido Scorza lancia l’iniziativa per una bozza di Decreto Ministeriale per definire le disposizioni del comma 1 bis dell’art. 70. In marzo si aggrega e collabora il giornalista Luca Spinelli. Potete leggere la bozza in questo documento (pdf). In tale bozza, oltre a chiarire cosa si possa intendere per immagini e musiche, nell’articolo 3 si precisano i concetti di bassa risoluzione e di degrado:

Art. 3. Formati di pubblicazione.
g

  1. Ai fini del comma 1 bis dell’art. 70 della legge 21 aprile 1941, si intende per immagine in bassa risoluzione:
    1. Per le opere delle arti figurative di cui al comma 1, art. 1 del presente Decreto: qualsiasi riproduzione non eccedente i 72 punti per pollice (dpi).
    2. Per le opere della cinematografia di cui al comma 1, art. 1 del presente Decreto: qualsiasi riproduzione non eccedente i 384 kbit/s.
  2. Ai fini del comma 1 bis dell’art. 70 della legge 21 aprile 1941, si intende per immagine degradata ogni opera di cui al comma 1, art. 1 del presente Decreto che, rispetto all’originale, presenti elementi di alterazione significativi, ivi compresa l’apposizione di marchi o scritte, ovvero effetti di alterazione della qualità visiva percepibile o dei colori e di distorsione.
  3. Ai fini del comma 1 bis dell’art. 70 della legge 21 aprile 1941, si intende per musica in bassa risoluzione o degradata qualsiasi riproduzione non eccedente i 96 kbit/s.
  4. Il Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, aggiorna annualmente tramite decreto ministeriale i criteri e parametri di cui al presente articolo, tenendo in considerazione lo sviluppo tecnologico.

Il fatto più rilevante da registrare, successivamente, è costituito dalla presentazione di uno schema di un regolamento (pdf) approvato il 6 luglio 2011 dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AgCom), presieduta da Corrado Calabrò, in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronicaQui (pdf) trovate il testo della consultazione pubblica su tale regolamento, dell’8 luglio 2011. Stiamo quindi ancora discutendo su di uno schema, quindi non un documento preciso e esaustivo della materia, che è ciò che occorrerebbe, né più né meno. In sostanza un modo per protrarre la fumosità della questione, o peggio per fumosamente portare avanti posizioni restrittive, come ha scritto Guido Scorza sul sito dell’espresso l’8 luglio 2011. Dopodiché, per quanto io sappia, non è accaduto più niente, a parte il fatto che ogni tanto qualcuno ci riprova, come nel caso dell’emendamento Fava, presentato e bocciato recentemente.

Per chiosare la situazione di confusione nella quale ci troviamo, riporto qui di seguito alcune osservazioni che Claude mi ha gentilmente inviato, a seguito delle mia richiesta di revisionare la prima bozza di questo post, considerato che mi sembra più preparata di me e che io faccio fatica a scriverne perché è una materia che mi fa venire il nervoso. Allora, scrive Claude:

Scopo di lucro: purtroppo sembra prevalere nei paesi europei distinzione pubblico/privato: vedi Blitz della Siae alla festa multati i bimbi di Cernobyl e l’intervista di Roger Lévy a Poto Wegener della Suisa.

Ora è vero come dici tu che in Italia c’è la modifica 1-bis che parla di immagini e musiche a bassa risoluzione per uso scientifico e didattico ma come aggiungi, quell’uso non è gratuito.

E ancora su “senza scopo di lucro”, non basta che il TUO uso non abbia scopo di lucro: se ci lucra YouTube tramite pubblicità a lato ad es, è un problema.

Infine che un uso sia autorizzato dalla legge non significa che sia autorizzato gratuitamente. Ad es la legge stipula anche disposizioni sui diritti da pagare alle società di riscossione dei diritti come la SIAE.

Conclusione?

E cosa possiamo concludere allora? In particolare, che deve fare un educatore, che sia maestro, professore, professore d’università o altro, e che voglia utilizzare testi, immagini, musiche o video riprodotti a fini didattici?

Per avere un criterio mi rifaccio all’interessante descrizione delle fonti del diritto proposta da Simone Aliprandi in Capire il copyright ad uso dei non addetti, quali molti dei lettori ed io siamo. Orbene, le fonti del diritto sono quattro:

  1. la legge, composta da testi normativi emanati da apposite istituzioni politiche, quali lo Stato o le Regioni;
  2. la giurisprudenza, determinata dalle pronunce dei giudici su questioni specifiche;
  3. la dottrina, formata dalle opinioni autorevoli più o meno condivise degli studiosi del diritto;
  4. gli usi e le consuetudini che sono generalmente riconosciute nella realtà sociale.

Aliprandi spiega che i problemi di rilevanza giuridica vengono risolti attingendo alle quattro fonti secondo questa gerarchia.

Per quanto tale quadro possa apparire articolato e flessibile non è facile trovare riferimenti in un contesto che vive una così rapida espansione; come spesso si verifica, la complessità della realtà mette a dura prova i nostri costrutti.

In una situazione del genere e nel contesto che qui ci interessa, io credo che si debba considerare un altro elemento: la coscienza. Vi sono attività, come per esempio quella del medico e quella dell’insegnante, che hanno l’uomo come soggetto, la sua salute in un caso, la sua formazione nell’altro.

Ricordo che, in una situazione estremamente difficile e dolorosa, un medico che ricordo con affetto mi confortò dicendomi: “Non si preoccupi, ci sono i protocolli ma prima c’è l’uomo”.

Ecco, la professione dell’insegnante non presenterà le criticità che può incontrare un medico ma la posta in gioco è altrettanto importante. Credo che un insegnante, qualsiasi insegnante, possa tranquillamente determinare cosa sia giusto fare in quelle circostanze dove la normativa non è ancora esplicita; ovvero, credo che per un insegnante non sia così difficile determinare ragionevolmente e secondo coscienza che

  1. la riproduzione di un’opera di cui intende servirsi abbia finalità non commerciali, educative e non abbia fini di lucro
  2. la natura dell’opera riprodotta sia appropriata per la propria azione didattica
  3. l’ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all’intera opera tutelata sia adeguata e non ridondante
  4. con la riproduzione non si causino effetti anche potenzialmente concorrenziali dell’utilizzazione.

Non possiamo immaginare che se un simile atteggiamento costituisse pratica corrente per la maggioranza degli insegnanti e pratica condivisa e supportata dai vari organi di dirigenza scolastica e universitaria, allora si finirebbe per contribuire a formare, nell’ambito della vita scolastica, quegli usi e consuetudini della realtà sociale che costituiscono una delle fonti del diritto?

Io credo di sì e, in modo più generale, penso che le regole che le comunità si danno derivino da un’articolata dialettica fra la loro espressione formale e la realtà complessa e sempre mutevole alla quale esse devono alfine attagliarsi. Il legislatore non potrà non tenere conto di usi e consuetudini palesemente volti a fini formativi, che in concreto non intaccano gli interessi dei detentori dei diritti sulle opere utilizzate ma anzi, forse rappresentano anche una promozione delle opere medesime.


Narrare con immagini e suoni


Dove, con una certa fatica, cerco di dire delle cose utili per chi vuol dire qualcosa con le immagini e i suoni

Interno cabina della locomotiva a vapore HG 3/4 Nr. 1 "Furkahorn", fabbricata in Winterthur (CH) nel 1913 per operare sulla tratta a scartamento ridotto di alta montagna Brig-Furka-Disentis, successivamente venduta in Vietnam nel 1947, dove ha lavorato fino al 1993, anno nel quale è stato riportata in Svizzera per viaggiare sulla linea Oberwald-Furka-Realp, da allora operativa nella stagione estiva. Foto trasformata in scala di grigi e aggiustata per vedere il fumo... (vedi testo). Elaborazione grafica eseguita con Gimp.

Interno cabina della locomotiva a vapore HG 3/4 Nr. 1 "Furkahorn", fabbricata in Winterthur (CH) nel 1913 per operare sulla tratta a scartamento ridotto di alta montagna Brig-Furka-Disentis, successivamente venduta in Vietnam nel 1947, dove ha lavorato fino al 1993, anno nel quale è stato riportata in Svizzera per viaggiare sulla linea Oberwald-Furka-Realp, da allora operativa nella stagione estiva. Foto trasformata in scala di grigi e aggiustata per vedere il fumo... (vedi testo). Elaborazione grafica eseguita con Gimp.


Prologo

Ero partito con l’idea di sbrigarmela in un pomeriggio, scrivendo due o tre consigli che, nella mia non proprio vasta esperienza di video si sono rivelati utili. E l’idea era quella di arrivare al massimo a una sorta di micromanuale del video, davvero piccolo. Ma pensandoci, tutto questo si è rivelato talmente riduttivo da indurmi a generalizzare anche il titolo: narrare con immagini e suoni. Il fatto è che i mezzi di registrazione e elaborazione audiovisiva oggi elargiscono una gamma di possibilità così smisurata che il limite è veramente costituito solo dalla fantasia, e dalla fantasia di chiunque possa acquistare con relativamente piccole quote del proprio stipendio uno di questi oggetti. Per fare un discorso che sia appena sensato, invece di affogare subito in poche delle innumerevoli possibili disquisizioni tecniche, occorre prendere coscienza di questa potenzialità e occorre appellarsi a quelle risorse creative, ai quei lampi di poesia, che in ciascuno di noi covano sotto le ceneri dell’istruzione.

È molto probabile che abbiate delle cose utili da aggiungere. Considero quindi questo post in divenire. Ho trascritto il testo in un pad che chiunque di voi può aggiornare. Se ci troverò degli aggiornamenti, provvederò ad integrarli in questo post. Ignorate i codici HTML che ci troverete. Voi limitatevi a porre i vostri eventuali testi nei punti pertinenti, alla formattazione provvederò io. Ho visto che sono già arrivati dei suggerimenti fra i commenti in Aspettando il post che non viene. Se alcuni degli autori di tali commenti lo desiderano, possono integrare e sviluppare le loro proposte nel testo del suddetto pad.

E colgo anche l’occasione per dire che il (per)corso potrebbe essere finito qui, per quasi tutti voi, stando alla mera contabilità dei prodotti disseminati lungo le vostre tracce, che è la cosa che mi interessa di meno, ma che invece io continuerò per un po’ a depositare in questo blog spunti e approfondimenti che possano essere in qualche modo attinenti ai temi dell’editing multimediale, e dell’impiego delle tecnologie in generale. Ognuno può cogliere ciò che gli serve e che gli interessa. Da ora in poi il ritmo sarà quindi più rilassato e casuale.

Dipingere con la luce

Il mio amico Andrea era un valentissimo cameramen e montatore. Tante volte mi ha spiegato come in realtà il suo vero mestiere, e la sua grande passione, fosse la fotografia. Pensavo di metterci al massimo un pomeriggio a scrivere qualcosa sulla creazione dei video. Sono passati diversi giorni e non ho scritto una riga, incalzato da ricordi, idee e collegamenti, che ora faccio fatica riordinare. Se Andrea fosse ancora tra noi sarei certamente andato a trovarlo, ma purtroppo non è più possibile.

Fare un video è narrare mediante suono e immagini. Fare immagini è fotografia. Il fotografo di National Geographic, Richard Olsenius, ha intitolato Dipingere con la luce, un capitolo del suo Corso di fotografia in bianco e nero. Leggerlo mi ha aiutato a recuperare tante azioni viste compiere a Andrea e anche tante sue spiegazioni, ma anche un certo numero di esperienze dirette. Tuttavia, la cosa interessante è che, dopo avere raccontato come la luce diretta appiattisca troppo, e quindi come la luce del mezzogiorno sia la meno indicata per dipingere le immagini, come invece il primo mattino e il tardo pomeriggio possano essere magici per dipingere il mondo, come addirittura le brutte giornate possano arricchire mirabilmente di toni preziosi l’immagine, mediante l’uso sapiente di obiettivi luminosi e post-elaborazione, o come negli interni convenga illuminare i soggetti con luce diffusa, magari la luce che viene da una finestra, alla fine concluda (P. 74):

Ora divertitevi, violate le regole, sperimentate. Lasciate che la vostra visione personale sia il vostro punto di vista, ma ricordate che, come tutto, il successo non si ottiene da un giorno all’altro.

La foto della locomotiva all’inizio del post è dipinta? Sì, perché non è tal quale. Ad essere franchi l’idea che esista una realtà tal quale è di per sé peregrina. Lorenzo Viani scrisse che

il pittore che si propone la rappresentazione del vero è sempre nel falso

Vale anche per la fotografia, quello che viene fuori è figlio di innumerevoli fattori, tutti potenzialmente sotto il controllo del fotografo: inquadratura, formato, obiettivo, esposizione, pellicola o chip fotosensibile, operazioni condotte in camera oscura o post-processing digitale. Uno scatto, illimitati risultati. La foto della locomotiva sputata dalla mia macchinetta fotografica non descriveva ciò che aveva invaso la mia mente e che mi aveva spinto a fare quello scatto: quel fumino evanescente sulla destra, appena visibile ma sorprendentemente sprigionato dalla grande macchina quiescente. E il campo della foto molto più ampio, i parametri di rappresentazione e i colori medesimi, rendevano quel fumo ancor meno visibile. Invece il fumo, che effettivamente sortiva da pertugi reconditi per svanire quasi subito, irrilevante fra quelle tonnellate di ferro, era proprio quello che aveva invaso la mia mente, perché pur nel suo svaporare effimero, era la testimonianza diretta della presenza del disordine, del caos, che anche la macchina simbolo della scienza e della tecnologia ottocentesca, simbolo dell’irruento incedere dell’industrializzazione meccanica, non può fare a meno di rivelare. Disordine e caos dell’irruenta combustione del carbone nel forno della macchina. Disordine e caos dell’agitazione molecolare che impone il suo pesante dazio alla produzione del lavoro meccanico. Disordine e caos faticosamente e ingegnosamente confinati per svariati decenni, forse per un secolo, nel secondo principio della termodinamica, quello secondo cui non si può impedire che qualsiasi macchina in grado di produrre lavoro meccanico, dissipi una sostanziale quota di energia in calore, ovvero disordine: la polvere del disordine e del caos spazzata sotto il tappeto del secondo principio della termodinamica! Nella fotografia, la luce aveva dipinto quel fumo, seppur in modo lieve. Ecco allora che lavorando sui meri contenuti numerici dei pixel prodotti dalla macchina fotografica, limitando e aggiustando l’inquadratura, scomponendo l’immagine nei suoi colori fondamentali, utilizzandoli in modo da produrre una scala di grigi e regolandone luminosità e contrasto, quelle pennellate sono emerse. Ma, come sempre, si potrebbe fare di più. Si potrebbe per esempio, creare un duplicato dell’immagine in un altro livello (layer) del software di fotoritocco, poi cancellare in questa seconda immagine tutto ciò che non è fumo, con la mano leggera a consapevole a manovrare la “gomma sfumata”, e quindi assegnare una scala di colori caldi, arancio-rossastri, evocativi delle calde fucine che generano caos, per poi sovrapporre le due immagini. E chissà quante altre cose si potrebbero fare ancora …

Raccontare

Anche le immagini raccontano, ma a partire da un punto fisso, dal quale l’osservatore può estrapolare una storia, con un processo non lineare. Il video invece racconta per sua natura. Potrebbe sembrare banale, si prende una videocamera – o un software di screenshot – e si riprende qualcosa che si dipana nel tempo. In realtà questo accade raramente. In gergo cinematografico, è raro che un’intera storia venga realizzata mediante un piano sequenza, ovvero mediante la scansione temporale del “girato”. Il video finale ha un suo tempo, diverso dal tempo naturale del piano sequenza, nel quale vengono collocate sequenze diverse, a prescindere dalla loro origine, magari anche singoli fotogrammi o immagini sintetizzate in altri modi. Questo processo è quello del montaggio, o più precisamente del montaggio non lineare, con il quale si possono andare a prendere sequenze qualsiasi, in modo del tutto arbitrario all’interno del girato. Un metodo questo che è peculiare degli strumenti di montaggio software, con i quali si possono applicare anche effetti particolari alle sequenze senza distruggere il girato, potendo cioè sempre fare un passo indietro. Prima dell’avvento del digitale, il montaggio rappresentava – e rappresenta – un lavoro defatigante: tipicamente, per produrre un cortometraggio di dieci minuti, potevano occorrere mesi di lavoro taglia-incolla eseguito su di ore o decine di ore di girato. Anche per chi usa il digitale il montaggio è un lavoro molto lungo ma oggi ci sono possibilità e flessibilità che prima erano inimmaginabili.

Nei software per montaggio è invalso l’uso di chiamare le singole sequenze clip e la successione delle clip storyboard. In realtà la storyboard è nata ben prima che tali sistemi vedessero la luce. Si trattava di una serie di bozzetti che venivano – e spesso vengono – disegnati, per tratteggiare la successione delle scene più significative. Esiste anche un software che serve a comporre storyboard, celtx, scaricabile in una versione free piuttosto articolata, da quello che ho potuto vedere in cinque minuti. Simpatico, ma penso che si possa fare benissimo anche a mano. Può essere che organizzare una storyboard a priori sia utile ma mi guardo bene dall’enunciare regole in proposito. Anzi, colgo l’occasione per allargare la visione, menzionando l’esperienza di un grande italiano: Vittorio De Seta, scomparso lo scorso novembre. Facciamoci introdurre De Seta da Martin Scorsese (copertina posteriore del DVD):

Avevo sentito parlare dei documentari di De Seta come accade per i luoghi leggendari: qualcuno li aveva visti, nessuno sapeva dove. De Seta stesso era una figura leggendaria e misteriosa. A New York all’inizio degli anni sessanta avevo visto Banditi a Orgosolo. Uno dei film più insoliti e straordinari… De Seta era un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta.
Da dove veniva questa voce? Qualche tempo fa ho ricevuto un regalo inaspettato, le copie in 35mm dei documentari diretti da Vittorio De Seta tra il 1954 e il 1958. Titoli incantevoli: Lu tempu di li pisci spata… Isole di fuoco… Contadini del mare… Parabola d’oro…
Li ho proiettati, e sono rimasto stupefatto, sopraffatto da un’emozione intensa, come se, oltrepassato lo schermo, mi fossi ritrovato in un mondo mai conosciuto, che improvvisamente riconoscevo.
Era l’Italia del Sud, la mia cultura ancestrale che volgeva alla sua fine, a un passo dal suo ingresso nella sfera del mito. Un tempo in cui la luce del giorno era preziosa e le notti completamente buie e misteriose. Erano i figli di Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli dei per donarlo ai mortali, e per questo erano stati puniti. Gente che cercava la redenzione attraverso il lavoro manuale: nelle viscere della terra, in mare aperto, tagliando il grano.
Gente che sembrava pregare attraverso la fatica delle mani.

Ebbene, come aveva proceduto Vittorio De Seta per realizzare questi straordinari documenti? Premetto solamente che, in primo luogo si recava sul posto mesi prima, per familiarizzare con le persone e assorbire l’atmosfera dei luoghi, poi lavorava praticamente da solo con l’aiuto di un ragazzo, manovrando macchine pesanti e complesse, tecnicamente limitate, per esempio con sensibilità di 25-50 ASA, in situazioni complicatissime, su piccole barche, o in miniera, manovrando sia la registrazione del sonoro che del video, sperimentando allo stesso tempo la grande novità del cinemascope che richiedeva due successive messe a fuoco di due diversi sistemi di lenti, il tutto senza poter vedere il video, ma solo sentire il sonoro, per mesi, prima di entrare in sala di montaggio. Un gigante. Ma un gigante anche per avere avuto l’intuito di andare a cogliere le ultime espressioni di un mondo che fu prestissimo irrimediabimente perduto. E anche per avere colto quell’intuizione e non avere aspettato di avere acquisito le competenze. Per il resto lasciamo parlare De Seta stesso, in questo brano di una conversazione con Goffredo Fofi, che ho tratto da La fatica delle mani, a cura di Maro Capello, allegato al DVD Mondo perduto, p. 23:

Chiede Goffredo Fofi a De Seta

Il tuo passaggio alla regia , dopo una prima “prova” [come secondo aiuto regista nel 53, quando De Seta era trentenne], è radicale sia nella scelta di un ambiente sia nell’approccio a esso.

Nel ’54, in Aprile feci La Pasqua, in bianco e nero, 16 mm, assieme a Vito Pandolfi…

…in quegli anni Pandolfi mise insieme un libro interessante, Copioni da due soldi, che era una perlustrazione di tutto il teatro minore: dai venditori di strada ai cantastorie, dalla sceneggiata alle feste. Tutto un percorso nella realtà italiana povera, un mondo che è stato poco raccontato, trascurato dallo stesso neorealismo…

…in realtà Pandolfi lo conosceva mia moglie, che faceva teatro. Non ci fu un grande legame, né io possedevo una grande consapevolezza culturale. Il documentario era convenzionale, ma venne a vederlo Zavattini, e il suo entusiasmo mi incoraggiò. Di lì a pochi mesi, ho fatto Lu tempu di li pisci spata che era un lavoro difficile, visto che già era difficile stare sulla barca a fare riprese. Per me la cosa determinante fu l’abolizione del commento. Incominciai a girare le prime inquadrature senza avere un chiaro progetto. Alla sera ascoltavo il sonoro, che avevo registrato con ricchezza, voci, suoni, canti, musiche, rumori del mare, atmosfere. Sentivo che era un elemento determinante perché, abolendo lo speaker, che rappresenta l’ossatura ideologica del documentario, il film si deve reggere sulle proprie forze. Così viene in primo piano il sonoro; tutta la struttura deve essere fondata sul ritmo. Sulla base del sonoro, che non era un suono “sinc” ma ricostruito, mi componevo in testa la struttura del documentario, prima di poter vedere finalmente le immagini.

Lu tempu di li pisci spata
Questo è il primo dei dieci cortometraggi contenuti nel DVD Mondo perduto. Mi sono piaciuti così tanto che ne ho comprati tre, uno per me, due li ho regalati a due amici. Confido che diffondere sequenze in rete finisca col fare acquistare più originali…

E queste immagini De Seta le potè vedere solo una volta tornato a Roma, dopo avere sviluppato le pellicole in studio. Ricordo di avere sentito un’altra sua intervista, dove raccontava di essersi messo a piangere dopo avere visto che le immagini c’erano, perchè avrebbero potuto essere anche tutte vuote!
Quel sonoro di cui parla De Seta, è stato il percorso sul quale dipinse le sequenze disponibili, che non erano mai in sincronia perchè non era possibile, in quelle condizioni, registrare contemporaneamente il video e il sonoro. Ecco, in questo esempio si percepisce appieno la forza creativa che può essere espressa nella fase di montaggio.

Calando nel microcosmo, anche nei bricovideo che ho proposto nel post precedente, il sonoro ha giocato il ruolo portante: prima ho disegnato con calma come se fossi alla lavagna gli schemi, usando una tavoletta grafica e Gimp, registrando allo stesso tempo con un software di cattura dello schermo. Poi facendo scorrere a mano le clip così ottenute, ho pronunciato i brani del discorso, come se fossi stato a lezione. Successivamente, con un programma di editing ho tagliato, ripulito e ricomposto le sequenze video, aggiustandone la velocità in base alla temporizzazione del parlato. Nella sequenza iniziale e in quella finale, ho invece aggiustato la velocità del video cercando di ritrovare un po’ il ritmo della musica (coperta da licenza CC, ma su questo tema ritorneremo), per tentare di ravvivare un po’ l’atmosfera del parlato, a dire il vero un po’ anestetizzante. Se lo dovessi migliorare, mi preocuperei di dinamizzare molto di più le sequenze video, nello stile del video di Sir Ken Robinson, che abbiamo visto insieme, ma per fare questo ci vuole molto molto tempo. Per inciso, per fare uno di quei video, di circa dieci minuti, ci vogliono due o tre mesi di lavoro da parte di uno staff specializzato, per la modica cifra di 10000-15000€. Io non avevo le competenze né il tempo né i denari per fare una cosa del genere! Tuttavia si può sempre provare a fare qualcosa …

Quali strumenti

Qui c’è da perdere la testa con l’enorme strumentario che oggi è a disposizione di quasi tutti. Proviamo a stare inizialmente alti per poi calare in qualche particolare.

La video camera, gli apparecchi fotografici, gli smartphone offrono opportunità sconfinate, che ben pochi sfruttano, e di cui ben pochi educatori fanno tesoro, a tutti i livelli. Naturalmente le eccezioni non mancano. Paolo Beneventi fa uno splendido lavoro con i bambini, che documenta nel suo blog Bambini Oggi, anzi che ha documentato, perché scopro in questo preciso momento che il blog è stato sospeso dall’11 gennaio scorso. Un’altra triste notizia, questo sta diventando un post triste. Paolo Beneventi fa un bellissimo lavoro nel quale sfrutta la fantasia dei bambini per guidarli all’impiego creativo e attivo delle tecnologie. A titolo d’esempio segnalo fra i tantissimi post La fotografia, la meraviglia, la tecnica”, GREYC’s Magic Image Converter per GIMP: un antidoto contro la “immaginazione corta”! e Oggi non si può fare il video con le ombre, perché non c’è il sole!. Quelli che narrano le scoperte degli insetti sono particolarmente interessanti.

Sono assolutamente straordinarie le cose che si possono fare con le macchine digitali che oggi troviamo sugli scaffali di un qualsiasi supermercato. In Digital Film Making, Mike Figgis descrive la propria esperienza di regista cinematografico che decide di esplorare a fondo il nuovo universo digitale. Digital Film Making è un ottimo libro da leggere per chiunque voglia cimentarsi con il video. Non poteva mancare un capitolo sulla luce, nel quale Figgis espone una tesi interessante. Con le prime tecnologie, il cinema era affamato di luce. Hollywood è la patria del cinema perché nella California del sud c’è quasi sempre molta luce. Antonino Delli Colli, direttore della fotografia anche in Totò a colori, il primo film italiano a colori, racconta come per gli attori fosse una vera tortura recitare negli interni con la quantità di luce necessaria a tirare fuori i colori dalla pellicola Ferraniacolor, che aveva un sensibilità di soli 6 ASA! In pratica arrostivano. Sebbene con l’evolversi della tecnologia le pellicole divenissero sempre più sensibili e le lenti più luminose, questa atavica fame di luce ha lasciato una traccia profonda: fare cinema richiede una grande luce e quindi un grande direttore della fotografia. Mike Figgis, sostiene che fare un video è diverso da fare cinema, anche in virtù della straordinaria sensibilità – e non solo – delle videocamere, e critica l’abitudine di predisporre grandi luci anche quando si usano videocamere: una luce artificiale extra può ingoiare una luce naturale che avrebbe potuto contribuire significativamente all’espressione di una scena. E sostiene anche che i registi dovrebbero smettere di continuare a illuminare quando fanno cinema con macchine digitali. È interessante la convergenza con i suggerimenti di Richard Olsenius per la fotografia: meno luce può essere meglio.

E già che siamo con Figgis, rimaniamoci ancora a proposito di un altro pezzo di stumentazione: il software di editing video.

My experience with iMovie was interesting. I had it on my computer and I never used it. Then, one day, I shot something that I didn’t really want anybody else to cut at that stage. I just wanted to look at it. And I had no idea how to use the iMovie system. I am not someone who could be described as computer literate. I don’t love computers. I have been dragged to them reluctantly, and have been delighted by what they can do, but I had some difficulty in learning the system initially. So I would say I represent the low end of capability here. Compared to anyone under thirty, who will have had far more experience with computers than I have ever had, I’m in the Stone Age. So I turned the system on and there was a little demo reel that came with it just to help one through the process. I found out how to plug in my camera so that I could use the camera as a playback machine and as an importing machine. That seemed very straightforward.

Then I started importing some shots, and I saw very quickly how they aligned themselves into a sort of catalogue. within a couple of hours I’d cut a sequence. I started to think about how I could do a little sound dissolve here, and I went into the menu that said what was available in terms of effects for sound and effects for visuals. And it was so obvious and so self-explanatory, even to a novice like me, that I cut a really rather sophisticated five-minute film. Starting from zero, I did it in one day. And I immediately thought I could cut a whole features like this.

Successivamente, Mike Figgis ha montato interi film con iMovie. Dopo faccio una piccola e molto carente disanima degli strumenti disponibili, ma ciò che conta veramente è il vostro obiettivo e il vostro atteggiamento di fronte allo strumento, qualsiasi esso sia.

In pratica

È difficile entrare nei dettagli considerata l’enorme varietà e variabilità dei vari sistemi e componenti. Proviamo comunque a estrapolare alcune indicazioni pratiche, in buona parte desunte da varie conversazioni avute con esperti.

  1. Nelle riprese video dedicare del tempo, se possibile, a cercare l’inquadratura: punto di ripresa, profondità del campo, luce. In pratica quello che si fa prima di scattare una foto, solo che qui questa ricerca si traduce in una parte di girato che, ovviamente, non finirà – salvo sorprese – nel prodotto finale.
  2. Essere ariosi nell’inquadrare… Non è detto che il soggetto principale debba essere piazzato al centro della scena. Questo vale anche per lo scatto di immagini; è una faccenda di composizione. Immaginare di dividere il campo di vista con due linee parallele orizzontali e due verticali, che lo dividano quindi in una scacchiera 3×3. Provare a piazzare gli elementi o le linee importanti – orizzonti eccetera – sui punti o sulle linee di tale griglia. Per esempio, un soggetto posto in posizione decentrata potrebbe essere messo in maggiore enfasi da un gioco di prospettive. Affidarsi quindi alla propria ispirazione.
  3. Vero è che la luce è la carta su cui si scrivono foto e video, ma non è detto che la miglior carta sia quella candida. Se si ha libertà nella programmazione di una ripresa esterna, porsi il problema della luce, privilegiando le ore con luci radenti e soffuse. Pensare alle tonalità assunte dall’atmosfera nei luoghi dove vi trovate, nella diverse fasi del giorno, nelle particolari condizioni metereologiche. Magari poi non decidete niente di preciso, ma non pensarci potrebbe significare perdere un’occasione. O, banalmente, come nel post Oggi non si può fare il video con le ombre, perché non c’è il sole! E se il sole c’è, porsi la questione della lunghezza delle ombre …
  4. Cercare di utilizzare le luci naturali dell’interno; con la sensibilità delle macchine di oggi si può lavorare in condizioni incredibili. Se la luce fosse veramente troppo carente, provare a utilizzare la luce diffusa da una finestra, se possibile. Oppure, se dovesse essere necessario aggiungere luci artificiali, non illuminare mai il soggetto con luce diretta, ma dirigere le luci su qualche superficie chiara circostante. Sperimentare. Seguire l’ispirazione.
  5. Non c’è dubbio che lo zoom sia una trovata formidabile per controllare il campo, ma non usarlo come effetto speciale nel video! Zoomate pure girando, per cercare il campo giusto volta volta, ma poi durante il montaggio tagliate via le zoomate. A meno che lo zoom non venga utilizzato con progressione sapiente e con intenti molto precisi.
  6. I file video sono molto grandi perché contengono una quantità enorme di informazione. Volendo fare una scala a braccio, la Divina Commedia richiede 0.5 MB, una foto in buona risoluzione 10 MB, un video di una decina di minuti 500 MB. Non è una buona idea manipolare file molto grandi, i trasferimenti possono essere troppo lunghi, altrettanto le operazioni di “rendering” o di codifica. Le operazioni di editing vengono rallentate da attese che possono rivelarsi molto lunghe, durante le quali non si può fare niente. Con la mole di dati di una clip troppo lunga non è difficile ritrovarsi con il sistema inchiodato per delle ore. E i sistemi inchiodati su calcoli troppo lunghi possono essere fonte di instabilità per tutto il sistema operativo, talvolta anche solo perché l’utente non interpreta correttamente lo stato della macchina e, cliccando inconsultamente altrove, finisce col paralizzare tutto. Inoltre, se le clip sono memorizzate in file separati, magari perché sono state acquisite già così – buon idea interrompere ogni tanto le registrazioni – allora , meglio ritrovarsi con un solo piccolo file pasticciato, fra tanti, che con un unico grande file pasticciato. Abituarsi quindi a fare clip relativamente brevi.
  7. Se il sonoro contiene la voce di un narratore, come può essere anche il caso di un banale tutorial, conviene “ripulirlo” da una serie di accidenti antiestetici che allungano inutilmente i tempi: balbettamenti, attacchi strascicati in cerca della parola, colpi di tosse, schiocchi eccetera. I sistemi audio o video mostrano usualmente la traccia del sonoro sulla cosiddetta timeline – delle due tracce se l’audio è stereo. Si tratta di un grafico in funzione del tempo che esprime l’andamento delle onde di pressione con il quale si propaga il suono. Ma a prescindere dal significato tecnico del grafico, ci si abitua rapidamente ad associare la forma delle onde alla struttura delle frasi e anche a certi particolari tratti del parlato. Per esempio, le vocali allungate nella ricerca della prossima parola hanno la forma di una sorta di salsiccia allungata, che è molto facile individuare anche solo visivamente e eliminare con i comandi dell’editor. In un video successivo vedremo questo fatto in pratica. Anche in questo caso, non si deve essere rigidi, può essere che certi difetti del parlato di una persona contribuiscano a caratterizzarla espressivamente, e allora l’editing ne dovrà tenere conto. In generale comunque la pulizia dell’audio è un’operazione che viene fatta comunemente. Ricordo un commento radiofonico nel quale si raccontava come Pasolini lavorasse puntigliosamente insieme al montatore per ripulire l’audio di una certa intervista, cercando di ridurre al massimo i tempi morti, timoroso che gli spettatori si annoiassero. Quando l’audio accompagna un video, questo è associato alla traccia video. I sistemi di editing che siano minimamente sofisticati consentono di “sganciare” la traccia audio e di lavorarci separatamente, per poi riaccoppiarla appropriatamente a quella video. Tuttavia, gli interventi di pulizia a cui abbiamo acennato possono essere fatti direttamente sulle due tracce accoppiate, perché i tagli che vengono fatti sono solitamente di durata abbastanza piccola da non essere percepiti nella visione.
  8. Salvare, salvare tutto frequentemente, ossessivamente. Questa è una regola aurea del digitale ma quando i materiali e le elaborazioni sono complesse allora è veramente pericoloso non osservarla. Sommersi di software come siamo – dal telefono al computer è tutto software – non ci badiamo ma talvolta usiamo con nonchalance delle applicazioni che sono delle vere mostruosità. Probabilmente un software di editing video di oggi è molto più complesso di quello che servì a controllare la missione sulla luna di Apollo 11 del 1966. E il software, tutto il software del mondo è sempre pieno di errori. Non esiste un software privo di errori, a meno che non sia assolutamente banale, ma allora anche probabilmente del tutto inutile. Ci sono invece software che hanno meno errori di altri, e anche software che probabilmente hanno davvero pochi errori. E dove si trovano questi ultimi? Fra quelli molto vecchi! Il software è come il vino buono, migliora con il tempo, a condizione che venga usato costantemente e che vi sia una comunicazione ininterrotta fra chi lo usa e chi lo ha prodotto e lo mantiene. Nei casi in cui le prestazioni sono critiche, per esempio nei software utilizzati nelle missioni spaziali o anche in quelli utilizzati per la gestione delle transazioni finanziarie o bancarie, si tende ad utilizzare software delle generazioni precedenti perché è più importante la minore incidenza degli errori piuttosto che un maggior numero di brillanti opzioni nuove. Per tante applicazioni meno critiche, il requisito di solidità cozza con gli interessi di mercato, e quindi i regimi economici frenetici privilegiano la diffusione di applicazioni che sono straricche di strumenti ma anche piuttosto instabili, talvolta sorprendentemente instabili. E naturalmente, l’instabilità cresce con la complessità del software e dell’informazione che questo deve processare. È esattamente il caso delle applicazioni di editing multimediale. Quindi salvare, salvare salvare. Nel video successivo mostrerò anche come.
  9. Se l’ispirazione vi induce ad infrangere alcune di queste regole, eccetto l’ultima, fatelo.

Piccola e incompleta lista di strumenti vari

  • Strumenti per l’elaborazione delle immagini

    Sarebbe pazzesco volerli menzionare tutti. Ce ne sono anche nella forma del web service: Picnik (che migrerà presto su Google+), sumo paint, splashup, giusto per menzionarne tre, potete googlarvi gli altri. Per fare qualche ritocco al volo possono andare benissimo.

    Invece, per fare qualcosa di appena più impegnativo, conviene utilizzare una qualche applicazione installata sul computer. È importante prima distinguere fra due tipologie di strumenti: quelli che lavorano su immagini tipo bitmap (utile pensare alla traduzione letterale mappe di bit) e quelli che lavorano su immagini di tipo vettoriale. I primi sono noti anche come bitmap o raster graphics editors e i secondi come vector graphics editors. La differenza sta nel modo nel quale le immagini vengono memorizzate, nei rispettivi sistemi. Aiutiamoci con un esempio. Supponiamo prima di disegnare una circonferenza con un software di tipo bitmap, poi immaginiamo di ingrandire molto l’immagine: prima o poi la circonferenza rivelerà la struttura in pixel, che le darà un aspetto frastagliato. Disegnate ora la stessa circonferenza con un software di tipo vettoriale e provate a ingrandire l’immagine a piacimento: la circonferenza sarà sempre lì, con gli stessi identici attributi che le avrete assegnato all’atto della sua creazione. Magari ne vedete solo un piccolo arco perché avete ingrandito l’immagine veramente tanto, ma lo spessore del tratto sarà sempre quello. Perché questa differenza? Il software di tipo bitmap parte da un’immagine che ha una data dimensione: tanti pixel alta e tanti pixel larga. Dopodiché qualsiasi cosa facciate, il software si preoccupa di riempire i pixel come dite voi. Altro non fa. Se avete chiesto di disegnare una circonferenza, lui utilizza l’equazione matematica della circonferenza

    x^2 + y^2 - 2 \alpha x - 2 \beta y + \alpha^2 + \beta^2 - r^2 = 0

    dove \alpha e \beta sono le coordinate del centro e r è il raggio della circonferenza, per riempire appropriatamente i pixel, ma poi se ne dimentica, ovvero dimentica i suoi parametri, \alpha e \beta e r (nota per chi si terrorizza alla vista di un’equazione). Invece, il software di tipo vettoriale, utilizza l’equazione della circonferenza per disegnarla sul vostro schermo, con i parametri di rappresentazione dell’immagine correnti, ovvero riempie di fatto i pixel che voi comunque vedete sullo schermo, ma non ne memorizza i contenuti, bensì memorizza l’equazione della circonferenza, sotto forma dei suoi parametri \alpha e \beta e r, e di altri eventuali attributi grafici, quali spessore e colore della linea. Poi, ogni volta che voi rinfrescate l’immagine sullo schermo, o perchè ricaricate l’immagine da un file o perchè ne avete variato le dimensioni, lui ricalcola i contenuti dei pixel a partire dall’equazione della circonferenza. E così per tutti gli altri oggetti.

    Quale di questi due oggetti usare? Dipende da quello che volete fare. Se si tratta di ritoccare una fotografia, ci vuole certamente un software di tipo bitmap, se dovete fare un disegno schematico, può valere la pena di usare un sistema di tipo vettoriale.

    • Elaborazione immagini

      • Software bitmap

        • Gimp, bellissimo software libero, di livello professionale, valida alternativa a Photoshop, software commerciale di riferimento, nella categoria. Gimp è disponibile per tutti i sistemi operativi, non ci sono scuse!
        • Photoshop: oltre 1000 €
        • Microsoft Paint. Giusto per dire che è un software di tipo bitmap che avete nel vostro sistema, se usate Windows.
        • Qui ne trovate altri.
      • Software vettoriale

        • Inkscape. Anche questo c’è per tutti i sistemi.
        • Qui ne trovate altri.
    • Elaborazione audio. Qui non vedo grossi motivi per non usare Audacity, software libero disponibile per tutti i sistemi che funziona benissimo. Lo mostrerò un attimo nel video. Se volete proprio cercare altro, qui ci sono le alternative. Aneddoto: un mio amico per un certo periodo nel suo blog postò file audio perché s’era fatto male alla mano dominante.
    • I software di Screencasting sono quelli che consentono di registrare in un video quello che accade sullo schermo di un computer. Sono utilissimi per mostrare procedure di ogni tipo al computer. La rete è popolata da una quantità smisurata di tutorial costruiti a partire da uno screencast.
      • CamStudio è un software free (nella pagina c’è scritto Open Source anziché Free Software, ma poi la licenza è la GPL, quella di Stallman per intendersi) per Windows ma si può installare anche in Linux. Salva i video solo in AVI e SWF e non ha tante opzioni ma può andare benissimo in molte occasioni. In questo corso ho visto che Deborah l’ha usato ottimamente.
      • Jing è prodotto dalla TechSmith per Windows e Mac, ma viene offerto anche in versione free con alcune limitazioni fra cui: durata massima 5 minuti e se uno vuole salvare il video, anziché condividerlo su Youtube, in formato flash (tipo swf). La versione Pro consente di abbattere il limite temporale e di salvare i video in formato MP4, ma 15 $ all’anno
      • Camtasia. Prodotto commerciale. È interessante perché in realtà è anche un sistema di editing più che soddisfacente, in particolare nella versione Mac, Camtasia for Mac, che curiosamente costa notevolmente meno: sotto a 100 €. La versione per Windows, Camtasia Studio, costa intorno a 280 € e probabilmente è più ricca di opzioni. Io conosco solo la versione per Mac e sono a conoscenza di un’opzione che le differenzia, quella che consente di cambiare la velocità di una clip. Probilmente ve ne sono altre.
      • Qui ne trovate altri.
    • Montaggio video. La prima osservazione che vale la pena di fare è che, purtroppo, appena le ambizioni crescono, anche di poco, tocca pagare qualcosa. È un’osservazione che faccio con fatica, perché sono sempre tutto contento quando posso suggerire qualche prodotto software valido creato nel mondo del software libero, e ce ne sono veramente di eccellenti. Non è purtroppo il caso dei prodotti destinati alla manipolazione dei video, dove le soluzioni free o sono troppo limitate, o sono troppo lente nelle operazioni di elaborazione, o offrono scelte limitate nelle codifiche esportate. Peccato, magari con il tempo qualcuna migliorerà. Sarò felice di cambiare questo paragrafo. Per ora mi limito a citare ciò che mi è capitato di usare fin qui.

      • Windows Movie Maker è l’applicazione di video editing che si trova(va) in Microsoft Windows Me, XP, e Vista. Lo sviluppo di Windows Movie Maker è stato abbandonato dopo il rilascio di Windows Vista. È stato sostituito con Windows Live Movie Maker, che pare sia incluso in Windows Live Essentials, un insieme di applicazioni scaricabili da Windows Live, il tentativo di Microsoft di offrire una piattaforma con software scaricabile e servizi Web. Pare che la nuova versione sia notevolmente diversa e, taluni lamentano, troppo semplificata. Di tutto ciò altro non so, sennonché Windows Movie Maker è molto instabile. Vari studenti in passato si sono lamentati, riferendo tutta una serie di disavventure. Il più pessimista diceva di starne più lontano possibile, la più ottimista aveva invece raccontato di essere riuscita a fare un bel lavoro con i suoi bambini, ma a condizione di tenere sempre tutti i file in una stessa cartella senza spostarli mai e di fare salvataggi frequenti. Norma quest’ultima che è comunque sempre consigliabile, come abbiamo già detto.
      • iMovie è invece l’applicazione di editing video inclusa nel sistema Mac OS X. A dire il vero, quando ho aggiornato il sistema sul mio Mac a Mac OS X Snow Leopard, perché me l’aveva regalato un amico, non ci ho più trovato iMovie. Pare che se uno compra un Mac nuovo allora ce lo dovrebbe trovare, ma non è il mio caso, sul momento. Qui c’è tutta la storia. Se ce lo volessi rimettere dovrei acquistare la suite iLife per circa 40 €. Qualche anno fa l’ho usato abbastanza. Sufficientemte potente e ragionevolmente solido.
      • Il mio amico Andrea, che era un professionista (i professionisti di audio e video usano quasi sempre prodotti Apple) usava Final Cut Pro, un’applicazione da più di 1000 €. Un giorno, in un grande magazzino trovai in vendita un cd, Final Cut Express, che costava qualcosa meno di 100 €. Final Cut Express era una versione più abbordabile ma non doveva costare così poco. Mi resi conto di essere inciampato in un’offerta perché l’Apple aveva smesso di produrlo. Ora esiste solo Final Cut Pro X: 230 €. Per fare i bricovideo ho usato Final Cut Express perché avevo bisogno di qualcosa che mi facesse cambiare la velocità delle clip. Mi pare che si possa fare tutto quello che si vuole, o perlomeno tutto quello che può venire in mente a me. Anche questo ragionevolmente stabile e sufficientemente veloce nelle operazioni.
      • Camtasia l’avevo già citato come applicazione di Screencast. Mi limito a ricitarlo qui perché può essere davvero soddisfacente anche come applicazione di editing video. Da ricordare la strana differenza fra Camtasia for Mac (~100 €) e Camtasia Studio, per Windows (~280 €).
      • Avidemux. Software libero per tutti i sistemi. Se basta, meglio.
      • Kdenlive. Software libero Linux. Se basta, meglio.
      • Animoto. Questo è un servizio web. Una specie di tritacarne dove butti dentro immagini, clip, audio e lui ti confeziona una sorta di trailer. Può essere utile per avviarsi al mondo del video ma ti perdi il piacere di creare.
      • Qui trovate qualche altro riferimento.

    E infine concludo con un video dove cerco di mostrare alcune delle pratiche suggerite in questo post.
    Per fare un video bene occorre tempo, invece questo video è stato fatto di fretta. Fra i tanti difetti ha anche quello di essere un po’ lungo. Metto qui sotto un indice per chi volesse andare direttamente a vedere alcuni punti specifici del video. Sotto, in versione embedded, trovate il video intero.




    Riferimenti

    • DIPINGERE CON LUCE
      CORSO DI FOTOGRAFIA, BIANCO E NERO
      Richard Olsenius
      National Geographic Society, 2005
      P. 62
    • SCRITTI E PENSIERI SULL’ARTE
      Lorenzo Viani
      Mauro Baroni Editore, Viareggio, 1997
      P. 95
    • IL MONDO PERDUTO
      I cortometraggi di Vittorio De Seta
      1954-1959
      Cineteca Bologna, 2008
    • DIGITAL FILM-MAKING
      Mike Figgis
      Faber & Faber
      London, 2007
      P. 125
    • TOTÒ A COLORI
      steno1952
      Nel cofanetto “Totò, il principe della risata”
      Dino De Laurentis – Filmauro Home Video, 2004
    • Tranquilli! L’equazione dice molto semplicemente che il risultato dell’operazione a sinistra dell’uguale, deve essere uguale a ciò che c’è alla sua destra, vale a dire uguale a 0 . L’operazione a sinistra non è altro che una somma algebrica (vale a dire che c’è anche roba col segno meno) di alcuni termini, a loro volta prodotto di alcuni fattori: x^2 vuol dire x moltiplicato x , 2 \alpha x vuol dire 2 moltiplicato \alpha moltiplicato x , eccetera. \alpha , \beta e r sono le cose fisse, i cosiddetti parametri. Sono fisse nel senso che se io attribuisco a ciascuna di esse un valore, allora ho definito una precisa circonferenza, all’interno del mondo di tutte le infinite possibili circonferenze possibili. Rimangono x e y . Queste sono le variabili, quelle che servono a disegnare la circonferenza su un pezzo di carta o sullo schermo del computer, in questo caso. In sintesi, il software considera x e y come le coordinate dei pixel sullo schermo, esattamente come nella battaglia navale o in una carta geografica. Poi si “diverte” a “provare” vari valori della x , risolvendo l’equazione, cioè trovando la y in modo che valga l’= . Trovata così la y per ogni x , usa tali valori per individuare il pixel di tali coordinate e lo riempie di colore. Così viene fuori la circonferenza. Questa è una descrizione un po’ semplificata ma è corretta.

Da Agorà: Firma la petizione contro ACTA il bavaglio mondiale ad internet

Leggete questo testo tratto da Agorà Digitale, poi guardate con molta attenzione il video seguente, quindi, se siete d’accordo, andate nel link successivo al video, che conduce al modulo per firmare la petizione in Agorà. Sarebbe un grave errore considerare questi problemi lontani dalla propria realtà.

È urgente una mobilitazione anche in Italia dopo quella contro l’emendamento Fava.
Oggi a Tokyo l’Unione Europea ha firmato ufficialmente il trattato ACTA (Accordo Commerciale Anti Contraffazione). Una decisione grave, perchè avviene pochi giorni dopo le grandi mobilitazioni in Italia e negli Stati Uniti che hanno mostrato la contrarietà dei cittadini in tutto il mondo contro provvedimenti che, con il pretesto della proprietà intellettuale, impediscono l’accesso ai farmaci dei paesi in via di sviluppo e mettono un bavaglio ad internet. La questione ancora più preoccupante è che l’Unione Europea trascura completamente la diffusa critica presente contro ACTA, proveniente non solo da parte delle ONG che si occupano dell’accesso ai farmaci, come Oxfam o Health Action International, ma anche dai principali partner commerciali dell’UE.
È urgente che le diverse mobilitazioni nazionali come quella italiana contro l’emendamento Fava e quella americana contro SOPA e PIPA si uniscano contro il liberticida trattato ACTA che avrà un impatto negativo sulla libertà di espressione, l’accesso alle medicine ma anche alla cultura e alla conoscenza. I cittadini europei devono reclamare un processo democratico, contro le influenze delle multinazionali. Ci saranno diverse votazioni al Parlamento Europeo prima del voto finale di quest’estate e speriamo che non solo Agorà Digitale ma tutte le forze politiche unite in questi giorni contro i bavagli alla Rete vogliano fare pressione sui nostri parlamentari europei.
IL VIDEO CHE SPIEGA COS’E’ A.C.T.A. SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

Attivati qui!!!


Riunione online


Stasera alle 21:00, come specificato nel pad, l’incontro sarà tenuto da Maurizia, Ornella e Stefano nella piattaforma della IUL al fine di poter usare la condivisione dello schermo.

Quindi andare in

http://www.iuline.it -> Corso di Laurea 3 – 2011 – 3 corso -> Editing Multimediale -> Entra nel modulo -> Entra nell’ambiente sincrono …

Da Agorà: No al Bavaglio ad Internet e al SOPA Italiano

No al Bavaglio ad Internet e al SOPA Italiano

No al Bavaglio ad Internet e al SOPA Italiano

Da Agorà Digitale:

Abbiamo pochi giorni per convincere i parlamentari ad abrogare l’emendamento Fava, che introduce un nuovo bavaglio al Web. Firma la petizione rivolta ai parlamentari italiani affinche sottoscrivano gli emendamenti che abrogano la nuova norma bavaglio.

Oggi 4 associazioni (Agorà Digitale, Articolo 21, Liberiamo, il Futurista) e alcuni parlamentari (tra i primi Beltrandi (Radicali), Giulietti (Misto), Perina (FLI)) alle 11.30 terranno una conferenza stampa alla Camera (in diretta su webtv.camera.it) per lanciare una mobilitazione che fermi l’emendamento. Ma è fondamentale che da subito si mobilitino associazioni, giornalisti, imprenditori, politici e semplici imprenditori.

Firma e fai girare!

Unisciti alla pagina facebook http://www.facebook.com/pages/nofava-No-al-Bavaglio-ad-Internet-e-al-SOPA-Italiano/348602321824568?sk=info

Ed ecco il testo della petizione

Gentile Onorevole,

deputati e senatori di quasi tutti i gruppi (Fli, Gruppo Misto, IDV, PD, PDL e Radicali) hanno presentato alla Camera molti emendamenti volti ad abrogare dalla legge comunitaria l’emendamento dell’On. Fava, che, in contrasto con le direttive europee vuole obbligare i siti web a controllare preventivamente i contenuti pubblicati dagli utenti, rimuovendoli in base ad una semplice segnalazione di una parte interessata. Se è importante la difesa del diritto d’autore questa non può avvenire a scapito dei diritti degli utenti e degli hosting provider (siti come Wikipedia, Google, Facebook) che saranno costretti ad una rimozione “selvaggia” di contenuti.

Le chiediamo di apporre la sua firma su tali emendamenti o quantomeno su alcuni di essi, per dare forza alla richiesta di abrogazione in modo che sia chiaro che la difesa del web, non come luogo di assenza di regole, ma come risorsa anche per l’informazione è condivisa da tutti gli schieramenti politici.

Internet è e sarà una risorsa fondamentale per la nostra democrazia e deve essere tutelata.

Per saperne di più:

Gli ultimi posti in Agorà – agoradigitale.org

Roberto Saviano – Repubblica.it

Antonio Castaldo – Corriere della sera

Il Messagero – Il Messaggero.it

Luca Dello Jacopo – Il Sole 24Ore

Federico Mello – Il Fatto Quotidiano.it

Il Secolo XIX – Ilsecoloxix.it

Libero Quotidiano.it

Libertiamo – Libertiamo.it


Attivati qui!!!


Aspettando il post che non viene …


Credevo di metterci un pomeriggio a scrivere un micromanualetto su come fare video. Non so, forse son passati quattro oppure cinque giorni, perso in ricordi, frammenti, scritti, idee …

Nel frattempo, dopo essermi distratto a sottotitolare un altro pezzetto del video A Free Digital Society (© cc-by-nd) (testo tradotto), comunico – con soddisfazione – che per ora vi hanno contribuito Marvi, Laura, Maurizia, Alessandra, Stefano, e Claude, naturalmente. Grazie!

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 605 other followers