Documentario “Ubuntu. Io sono perché noi siamo” su TV2000

Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva

  1. Grazie a Pressenza, il documentario sull’esperienza di Poggio alla Croce, Ubuntu. Io sono perché noi siamo, è programmato su TV2000 lunedì 16 agosto in seconda serata.
    Vi chiedo, se vi va, di diffondere la notizia sui vostri canali.
  2. Esiste la possibilità di proiettare il documentario al Festival del libro per la pace e la nonviolenza che avrà luogo presso il Castello aragonese a Taranto, dal 23 al 26 settembre. Occorrerebbe che ci fosse qualcuno che ha seguito sufficientemente la storia per presentarlo. Purtroppo io sono impossibilitato per motivi di lavoro. Capisco: è una richiesta un po’ strana ma non occorre un grande approfondimento, meglio una brevissima presentazione fatta in presenza che nulla; o peggio perdere l’occasione.
  3. È in corso la produzione di sottotitoli in inglese, spagnolo e francese, per la diffusione sui canali internazionali di Pressenza. C’è qualcuno disposto a dare una mano?

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Neocolonialismi digitali

Il 14 luglio scorso ho partecipato alla Summer School 2021 di MED Media Education. Insieme ad Alexis Kauffmann abbiamo contribuito al tema “colonialismi digitali”. Il mio (Neocolonialismi digitali: note critiche sull’uso delle piattaforme a scuola e all’università) è stato un discorso generale, Alexis (Colonizzazioni digitali – Case study: i nostri vicini francesi come fanno?) ha riferito sulla realtà del suo paese, dove le istituzioni hanno reagito con maggiore fermezza al dilagare delle piattaforme preconfezionate delle companies americane, seppur con molte difficoltà. Qui riporto la traccia della mia presentazione.

Il 2 giugno 1988 i senatori Ventre, Coviello, Pinto, Tagliamonte, Murmura, Lombardi, Grassi Bertazzi e Salerno presentano un disegno di legge recante norme concernenti l’allevamento dei colombi viaggiatori per l’impiego sportivo:

“…Se le trasmissioni teleradio costituiscono certamente il mezzo più rapido, si deve tenere presente che possono facilmente essere intercettate, mentre il colombo viaggiatore conserva un elevatissimo coefficiente di segretezza superiore a qualsiasi altro mezzo di trasmissione…”

Disegno di Legge N. 1077 2 giugno 1988

I senatori intendevano mantenere la legge, scritta in origine come Regio Decreto nel 1929, che poneva sotto il controllo del Ministero della Guerra l’allevamento dei colombi viaggiatori. I “regnicoli” che volevano creare una colombaia dovevano richiedere l’autorizzazione alla prefettura.
Non più Regno ma Stato, non più regnicoli ma cittadini, non più Ministero della Guerra ma Ministero della Difesa. Per il resto le disposizioni erano le stesse e tali rimasero sino all’abrogazione del 2008.

Bè sì, sono stato un colombofilo…

Nella mia vecchia tessera di colombofilo si legge che la Federazione Colombofila Italiana era un “ente morale sotto la vigilanza del ministero della difesa e dell’esercito”. Insomma, negli anni ’80 lo stato nazionale si faceva ancora sentire, con un’attenzione scrupolosa a tutto ciò che riguardava le comunicazione. Anche quelle realizzate con i colombi viaggiatori. L’abrogazione definitiva di questa normativa si è avuta solo nel 2008, in piena esplosione internettiana.

Ma la terra non è più tonda, come ce la figuravamo guardando le carte geopolitiche novecentesche, dove erano gli stati nazionali e le loro reciproche relazioni a contare. Ora siamo migrati nei frattali della noosfera, che si estende in mille dimensioni al di fuori della superficie bidimensionale degli stati nazionali —  viene in mente Flatland di Abbott —  nativi digitali e non, stati, istituzioni, companies e tutto il resto, ammassati alla rinfusa — largo ai più furbi e ai più potenti. Altro che dichiarazione di indipendenza del cyberspazio.

Ci avevo creduto anche io a quella dichiarazione, povero ingenuo, alla Declaration of the Independence of Cyberspace letta da John Perry Barlow l’8 febbraio 1996 al Forum di Davos:

Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind. On behalf of the future, I ask you of the past to leave us alone. You are not welcome among us. You have no sovereignty where we gather.

We will create a civilization of the Mind in Cyberspace. May it be more humane and fair than the world your governments have made before.

Durata poco davvero l’euforia degli ingenui: nel 1999 l’avvocato Lawrence Lessig se ne esce con Code: And Other Laws of Cyberspace , seguito nel 2006 da Code: And Other Laws of Cyberspace, Version 2.0. L’intuizione fondamentale l’ha avuta lui, Lessig, e si è rivelata tragicamente giusta:

Code is law

Le leggi nei nuovi territori da colonizzare le fanno i primi che arrivano. Le regolamentazioni istituzionali arrivano dopo. Ma oggi il mondo corre veloce, le istituzioni infinitamente meno. E poi gli attori sono grossi, troppo. Confrontando le capitalizzazioni delle maggiori companies hi-tech con il PIL degli stati nazionali in una partita di Risiko, Apple e Microsoft avrebbero già vinto.

Perché l’università delle piattaforme è la fine dell’università. Scrive Domenico Fiormonte:

Scuole e università italiane nell’emergenza COVID si sono affidate a a piattaforme e strumenti proprietari perlopiù della galassia GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft.

In effetti su 68 atenei italiani, per la gestione della posta elettronica, 31 hanno scelto Google, 17 Microsoft e i rimanenti 20 una soluzione interna. Ancora più schiacciante la differenza per quanto riguarda la gestione delle videolezioni, dove pare che solo il Politecnico di Torino abbia sviluppato una soluzione completamente interna. Scrive Angelo Raffaele Meo:

“Ad esempio nell’arco di pochi giorni alcuni tecnici del Politecnico di Torino hanno realizzato, utilizzando una piattaforma libera, l’intero sistema di videolezioni che trasmette ogni giorno oltre 600 lezioni a 10.000 studenti”.

Quindi è possibile… Il sistema in questione si chiama Free Architecture for Remote Education.

E avremmo anche delle importanti risorse organizzative. Esiste infatti il GARR: Gruppo per l’Armonizzazione delle Reti della Ricerca, i cui soci sono enti come il Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e tutte le università italiane rappresentate dalla Fondazione Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI). Ma fioccano gli accordi con Microsoft e Google ecc.

Teledidattica: proprietaria e privata o libera e pubblica? Scrive Maria Chiara Pievatolo:

“La questione ha un lato tecnico che qui ho cercato di ridurre al minimo, ma il suo cuore è filosofico, politico e culturale: in un mondo che
l’emergenza pandemica ha reso ancor più digitalizzato, la rinuncia a determinare i propri sistemi senza delegarli a un tutore neppure disinteressato rischia di produrre non solo un ritardo tecnologico e economico, ma, post-democraticamente, una condizione di minorità non soltanto digitale. È, in altre parole, una cosa troppo seria per lasciarla decidere agli amministratori.”

Sempre Domenico Fiormonte:

“La questione va però al di là del diritto alla privatezza nostra e dei nostri studenti. Nella rinnovata emergenza COVID sappiamo che vi sono enormi interessi economici in ballo e che le piattaforme digitali, che in questi mesi hanno moltiplicato i loro fatturati, hanno la forza e il potere per plasmare il futuro dell’educazione in tutto il mondo. Un esempio è quello che sta accadendo nella scuola con il progetto nazionale “Smart Class”, finanziato con fondi UE dal Ministero dell’Istruzione. Si tratta di un pacchetto preconfezionato di “didattica integrata” dove i contenuti (di tutte le materie) li mette Pearson, il software Google e l’hardware è Acer-Chrome Book.”

Cloud, perché serve un’infrastruttura digitale pubblica per scuola e università. Enrico Nardelli:

“Una comunità pubblica che non sviluppa e controlla una propria infrastruttura di gestione e scambio di dati e competenze pagherà un prezzo enorme in termini di possibilità di scegliere la sua direzione di sviluppo perché sarà sempre più dipendente da sistemi e conoscenze che non le appartengono, soggetta alla sorveglianza di chi controlla le infrastrutture usate.”

You are not a Gadget. Jaron Lanier:

“Costruiamo estensioni per il vostro essere, come occhi e orecchi remoti (web-cam e telefoni cellulari) e memorie espanse (la massa di minuzie che si può cercare online). Esse diventano le strutture con cui vi connettete al mondo e agli altri. Queste strutture, a loro volta, possono cambiare il modo in cui concepite voi stessi e il mondo. Smanettiamo con la vostra filosofia manipolando direttamente la vostra esperienza cognitiva, non indirettamente, tramite l’argomentazione. Basta un minuscolo gruppo di ingegneri per creare una tecnologia in grado di dar forma, a incredibile velocità, a tutto il futuro dell’esperienza umana. Perciò sviluppatori e utenti dovrebbero fare le discussioni fondamentali sulla relazione umana con la tecnologia prima di progettare tali manipolazioni (You are not a Gadget, cap. I).”

Jaron Lanier lo potete sentire nel docufilm Netflix The social dilemma.

La questione è anche legale.

Il 16 luglio 2020 la Corte di Giustizia Europea ha emanato una sentenza molto importante, dove, in sintesi, si afferma che le imprese statunitensi non garantiscono la privacy degli utenti secondo il regolamento europeo sulla protezioni dei dati, conosciuto come GDPR (General Data Protection Regulation). Dunque allo stato tutti i trasferimenti di dati da UE a Stati Uniti devono essere considerati non conformi alla direttiva europea e perciò illegittimi.

La Corte ha ritenuto che i requisiti del diritto interno degli Stati Uniti, e in particolare determinati programmi che consentono alle autorità pubbliche degli Stati Uniti di accedere ai dati personali trasferiti dall’UE agli Stati Uniti ai fini della sicurezza nazionale, comportino limitazioni alla protezione dei dati personali che non sono configurate in modo da soddisfare requisiti sostanzialmente equivalenti a quelli previsti dal diritto dell’UE e che tale legislazione non accordi ai soggetti interessati diritti azionabili in sede giudiziaria nei confronti delle autorità statunitensi.

Dobbiamo rifare un passo indietro, ripartendo dal discorso fatto da Piero Calamandrei, padre costituente, il 26 gennaio 1955 agli studenti:

“Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.”

E che dice la Costituzione in proposito?

Articolo 34
La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Che si inquadra nell’articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

C’è bisogno d’altro?

Non posso toccare lo stesso oggetto 2600 volte al giorno

Non posso toccare lo stesso oggetto 2600 volte al giorno, mi rifiuto. E rivoglio le mie due ore e mezzo di tempo rubato da… da che cosa? Dal nulla. Oltre due ore passate ad ammucchiare notizie effimere e sciocchezze; delle volte scrivendo commenti ancora più inutili di quelli a cui vorrei rispondere. Invece, cosa posso fare in due ore? Leggere la bozza di una tesi. Correggere una trentina di compiti. Ricevere tre o quattro studenti. Posso fare una passeggiata di 10 km, o di 50 in bici. Vangare un bel pezzo d’orto. Fabbricare una trappola per topi con Arduino. Scrivere un software in Python per descrivere il movimento di una scultura di un amico. Riparare qualcosa che si è rotto. Leggere una quarantina di pagine di un libro. O non fare un accidente per due ore e mezzo perché ho deciso di fare così. Rivoglio tutto questo. Non voglio farmi rubare neppure una goccia di questi miei maturi ma incredibilmente vigorosi (grazie) anni. Mi ripiglio tutto il tempo, ora che ho capito come fare.

Il problema è dato dalle notifiche. Ho messo al bando le notifiche. Tecnicamente mi ha molto aiutato il modo “risparmio massimo batteria” dello smartphone: una manciata di app e zero notifiche push: non permetto a nessuno di disturbarmi perché il mio tempo è prezioso e me lo voglio godere tutto. Questo è possibile se lo gestisco io, senza nessuna interferenza.

La questione è ancora più ampia di quel che sembra. Non si tratta infatti solo di gestire il proprio tempo ma anche il contesto. Se vado al mare scelgo il contesto del mare. Sugli scogli aggiusto ulteriormente il contesto cercando il punto dove vedo quel certo tratto di orizzonte, dove non c’è nessuno che disturba i miei pensieri, dove c’è quella giusta brezza e quel giusto sole, eccetera. Se voglio lo cambio, spostando il mio corpo, di poco o di molto. E non voglio distrazioni.

Intendiamoci, la distrazione procurata dal gabbiano che mi vola troppo vicino è benvenuta. Così quella data dal peschereccio che arriva da laggiù. Ma se arrivassero gabbiani in continuazione o se il mare di fronte a me si riempisse di imbarcazioni andrei via subito, questo è sicuro. Cambierei contesto.

La situazione online, oggi – non lo era alle soglie del millennio, ai tempi della dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow – è appunto questa: folle di gabbiani che ti assalgono, il più delle volte ricoprendoti di guano. Ma non si tratta semplicemente del fatto, non esattamente gradevole anche se molti non “vedono” il problema, di alimentare possenti flussi pubblicitari con la propria navigazione. No, è che in quelle due ore e mezzo – anche quattro o cinque per i più assidui – il contesto, che va inteso come mondo, come scena in cui uno decide di vivere, è determinato da altri e solo in piccola parte da se stessi. Insomma il mondo che mi legge in Facebook è filtrato in maniera da massimizzare i like raccolti dai miei post. E finisce che il mio stesso desiderio di autostima mi indurrà a scrivere le cose che piacciono di più a quella platea. Un lago su misura per crescere il Narciso che è in me. Tutto questo produce una possente spinta al conformismo e deprime la voglia e capacità di scoprire mondi diversi dal proprio e di confrontarsi con essi. E, peggio ancora, non potrò evitare che, in momenti particolari e importanti, ad esempio in prossimità di elezioni, il contesto venga manovrato dal miglior committente, fra coloro che io potrò votare, a seconda del profilo di cittadino in cui sarò stato inevitabilmente classificato.

Potrei chiudere i miei account social, come consiglia Jaron Lanier [6]. Ma mi fanno obiettivamente comodo, per alcune precise ragioni professionali. In realtà si possono chiudere in modo soft senza chiuderli, ignorando i like e disattivando tutte le notifiche, e aprendoli solo quando serve. Quasi mai rispetto alle suddette due ore e mezzo.

Ora sono molto contento perché il metodo funziona. In un mese ho fatto un sacco di cose in più, che mi piacciono tutte. Senza perdermi nulla di significativo: su Internet apro la finestra quando voglio io per il tempo che voglio io occupandomi solo di cose significative per me. Però tutto questo discorso non ha niente a che vedere con la mia disponibilità, che credo sia nota a chi lavora o impara con me. Anzi, in queste relazioni sono ancora più disponibile e focalizzato, perché ho più tempo!

Questo piccolo panegirico per chiarire – ogni tanto lo devo ripetere – che il luogo dove scrivo le cose che mi interessano è questo blog e che chi vuole dirmi o chiedere qualcosa può commentare il blog o scrivermi un’email, oppure scrivere in uno dei vari forum Reddit che ho aperto. Il profilo e la pagina Facebook rimangono, così come Instagram o Linkedin, ma di norma non interagisco con nessuno. E ignoro like e relative notifiche. Quindi, carissimo lettore, se andare al leggere il blog o scrivermi ti pare troppo faticoso, è segno che non abbiamo nulla di importante da condividere. E così risparmiamo tempo ambedue.


L’argomento merita ben altro approfondimento ma è inutile che mi cimenti io. Ci sono ottimi testi che illustrano le varie e non banali implicazioni. Eccone solo alcuni:

  1. Giap (9 gennaio 2020) A proposito di privacy, social media, capitalismo della sorveglianza e attacchi coi droni, https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/01/social-sorveglianza-droni/
  2. Giap (6 marzo 2020) Perché è necessario e urgente liberarsi di Google – e come cominciare a farlo, https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/degoogling/
  3. Jeff Orlowski (2020) The Social dilemma, https://www.netflix.com/it/title/81254224
  4. Giap (2019) L’amore è fortissimo, il corpo no. 2009 – 2019, dieci anni di esplorazioni tra Giap e Twitter / 1a puntata (di 2), https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/12/lamore-e-fortissimo-il-corpo-no-1-twitter-addio/
  5. Giap (2019) L’amore è fortissimo, il corpo no. 2009 – 2019, dieci anni di esplorazioni tra Giap e Twitter / 2a puntata (di 2), https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/12/lamore-e-fortissimo-il-corpo-no-2-dieci-anni-di-twitter/
  6. Jaron Lanier (2018) Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social

Neocolonialismi digitali

Per la Summer School Media Education 2021, Alexis Kauffmann ed io parleremo di piattaforme digitali, scuola, università e libertà.

Alexis Kauffmann, attualmente professore di matematica presso il liceo francese “Victor Hugo” di Firenze, è il padre di Framasoft, un’organizzazione non profit di promozione del software libero nella formazione. Fra le varie attività Framasoft offre una serie di strumenti online collaborativi, raccolti in De-google-ify Internet: Framapad per scrivere note in collaborazione, Framagenda per la gestione di calendari, Framadate per organizzare appuntamenti o fare sondaggi, Framatalk per comunicare in chat…

I nostri interventi avranno luogo mercoledì 14 luglio fra le 9 e le 10:15


Andreas Formiconi, Neocolonialismi digitali. Note critiche sull’uso delle piattaforme a scuola e all’università

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Dall’Art.3 della Costituzione

La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”
Dall’Art.34 della Costituzione

Le elargizioni di tablet o qualsivoglia altra tecnologia da parte di aziende nelle istituzioni di formazione pubbliche costituiscono forme di colonizzazione che minano il disegno costituzionale. Di questo e altri argomenti vicini ci occuperemo parlando di colonizzazione digitale.


Alexis Kauffman, Colonizzazioni digitali – Case study: i nostri vicini francesi come fanno?

Nessuna “task force” con Google e Microsoft, in Francia, quando un anno fa è arrivato il momento della DAD. “Siamo pronti e indipendenti” diceva il ministro dell’Istruzione transalpino. In realtà è stato molto complicato lavorare senza i Big Tech ma sembra che sia comunque possibile e il software libero dice la sua.

Essere una OER

In questo periodo da più parti mi viene chiesto di riferire sulle Open Educational Resources e sull’Open in generale. Come spesso mi succede, sulle prime vengo preso dallo sconforto perché mi pare di non avere niente da dire. E nemmeno tanto sulle prime perché una conoscenza didascalica o accademica non ce l’ho, quasi mai. Ancora più vero in questo caso dove, in una storia effimera su FB e Instagram, m’è venuto di dire che “io, risorsa educativa aperta, la nacqui, modestamente”. La cosa divertente è che, alla fine dei conti, il tempo “dissipato all’esterno” — ai fini di una carriera universitaria nella quale sono ruzzolato passivamente — ha contribuito pesantemente a formare la mia attuale identità, anche all’interno della medesima istituzione, con la piacevole conseguenza di rendere il trapasso alla pensione — concetto per me indigeribile — un fatterello marginale, essendo quasi la mia identità istituzionale inclusa in quella open e non viceversa. Di ciò mi sono convinto provando a ricordare tutto il tempo “perso” fuori delle mura. Sicuro che mi dimentico qualcosa annoto di seguito quello che mi torna in mente.

In primo luogo il blog http://iamarf.org, da tempo, diario, ufficio, strumento di lavoro in svariate attività, insomma il luogo della mia identità. Anche punto di riferimento per studenti di vari corsi di laurea e di insegnanti in giro per il mondo — ho insegnato in circa 25 corsi di laurea in vent’anni, più o meno. Lo creai nel 2007 (~1000 post, >13k commenti), quando scoprii l’allora nascente fenomeno dei MOOC e delle OER. Nel giro di 4-5 anni ho partecipato come studente a cinque di essi (acquisendo i certificati e imparando moltissimo) e nel 2013, adattando al volo il blog e usando solo questo, ne feci uno io per insegnanti di primaria e secondaria, che raccolse circa 500 persone. È un blog camaleontico che ho adattato alla bisogna in vari altri contesti. Per esempio per insegnare a usare in classe la cosiddetta Piratebox, un routerino che crea una wifi locale per usi scolastici. Agli insegnanti in giro per l’Italia che la volevano provare ne inviavo una confezionata da me, realizzata con router TP-Link MR3020 e OpenWrt, oppure con Raspberry PI e distribuzione ArchLinux. Ne ho inviate una cinquantina un po’ dappertutto. In cambio volevo solo feedback sul funzionamento. Oppure l’iniziativa andando per scuole, dove andavo in giro per l’Italia con la macchina piena di ammenicoli didattici (stampante 3D, suddetti routinerini, robotica povera etc.) da mostrare nelle scuole, in cambio di un primo e feedback — è valsa la pena su ambedue i fronti: ottimi primi, ricchi feedback.

Ho passato vari mesi, fra il 2016 e il 2017, a intrufolarmi nel Fablab di Firenze, nel laboratorio LoFoIo e nel Fablab di Contea, non come professore ma come cittadino aggeggione, imparando a fabbricare e usare stampanti 3D. Ho acquisito competenze interessanti ma soprattutto ho visto da dentro le dinamiche che animano questi luoghi incredibili e ho conosciuto persone, molto più giovani di me, di grande valore: Leonardo Zampi, Mattia Sullini, Lucio Ferella, Giacomo Falaschi e tanti altri . Le serate passate insieme a Rifredi, in via del Campuccio o a Contea, presso la Chiesa del Pizzicotto e l’alimentari Marcello… momenti felici. Devo molto a queste persone.

Quasi sempre ho portato i miei studenti a discutere fuori: attualmente sette forum Reddit, fra cui quello per aiutare o favorire l’aiuto reciproco fra  persone interessate all’impiego didattico della programmazione. Porto fuori gli studenti anche a studiare, con i MOOC realizzati in Federica.eu — Coding a Scuola con Software Libero e Coding at School with Free Software — o in edX. Vero, i MOOC sono stati sviluppati nell’ambito di una partnership fra Unifi e Federica.eu ma questo accordo medesimo ha rappresentato una ghiotta occasione per cercare di uscire all’aperto. Infatti i MOOC accolgono gli studenti Unifi ma anche tante altre persone. E lentamente, stanno ispirando altri esperimenti, in particolare nell’ambito di progetti Erasmus.

La maggior parte di quello che scrivo circola liberamente nei luoghi citati e altri ancora. Anche ciò che acquisisce la forma di libro. Il Piccolo Manuale di LibreLogo e Building Knowledge with Turtle Geometry , che distribuisco con licenza Attribuzione (CC BY 2.5 IT: puoi usare come vuoi ma devi attribuire la paternità dell’opera e perpetuare la licenza su eventuali tuoi derivati, se non vuoi infrangere il Diritto d’Autore). Li pubblicherò mai in forma cartacea? Non lo so, mi piace il divenire.

Il blog del Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva, creato nel 2017 in occasione dell’arrivo di trenta migranti nel paese dove vivo. Un’attività grassroot sorta per risolvere un problema e che ha finito per alimentare due progetti della Regione Toscana con Unifi partner. Ora è una realtà che include la cosiddetta Scuolina (per migranti ma non solo), scuola informale sul modello di Barbiana, fatta da cittadini volontari e studenti. Nata in un piccolo paese, poi ospitata dal Cospe, scuola elettivamente di prossimità ma che non si è fermata con la pandemia: oltre 400 lezioni online dal 23 marzo scorso. Al margine della Scuolina la mappa della positività, che raccoglie testimonianze di accoglienza e integrazione con il contributo dei cittadini, partita dalla regione Toscana, estesa al territorio nazionale e poi europeo. Testimonianze stratificate in varie tipologie diverse e che ha suscitato l’interesse di Ushahidi, il provider leader nel mondo delle crowdmap per la mappatura di catastrofi e fenomeni sociali, che ha concesso per tre anni consecutivi l’uso gratuito della piattaforma al Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva e alla sua Scuolina.

E cosa sono ora il Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva e la sua Scuolina ? Nulla: un blog e un gruppo di cittadini che aiutano chi ha bisogno. Fu questo che mi affascinò una ventina d’anni fa, quando iniziai a intuire cosa sarebbe potuta essere la rete: un luogo dove è estremamente facile costruire valore, magari collaborando con qualche istituzione ma in maniera circoscritta, stando bene attenti a rimanere all’aperto.

In realtà un’utopia perché anche la libera rete non è più libera. A maggior ragione continuerò così.

Appello a Parlamento e Governo per una iniziativa che ridefinisca l’orizzonte della Rai

Ho sottoscritto un appello volto a cogliere l’occasione della nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione Rai per ripensare il sistema radiotelevisivo pubblico nel nuovo scenario rivoluzionato dai big tech. L’appello fa riferimento a vari fatti importanti fra cui la frammentazione del pubblico in bolle non comunicanti e sovente contrapposte che si vengono a creare nei social. Le regole nei social le fanno le high tech companies, come apprendemmo già nel 1999 dal “code is law” di Lawrence Lessig. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi. La riflessione richiesta dall’appello è quanto mai opportuna.

Quando gli studenti preferiscono il foglio bianco di Logo

Il lavoro di Valentina va ad arricchire la raccolta di lavori interessanti fatti dagli studenti. Lei voleva realizzare una cartolina dalla quale gli oggetti dovevano come uscire fuori. Ma il suo contributo va al di là del logo prodotto per l’esame. Ricordavo che mi aveva detto qualcosa di interessante ma non ne ero più completamente sicuro, dopo alcuni mesi e centinaia di esami. Le ho quindi scritto:

Sto riguardando il lavoro che avevi fatto per il laboratorio di tecnologie didattiche che, come forse ti avevo accennato durante il colloquio dell’esame, vorrei includere fra i lavori sorprendenti dei miei studenti. Nei miei appunti ritrovo scritto che tu avevi fatto una considerazione interessante sul confronto tra Scratch e Logo. Ora mi pare che la tua considerazione fosse del tipo — …mi sento più libera in Logo che in Scratch, dove l’eccesso di informazioni mi inibisce: preferisco il “foglio bianco” di LibreLogo… — Però non sono proprio sicuro, potrei anche fare confusione con qualche altro studente.
Tu ti ricordi?

Ha risposto:

…certamente mi ricordo benissimo. Le confermo la mia considerazione. Ho trovato molto più stimolante Logo perché non era così scontato come l’altro e soprattutto molto più creativo e pieno di spunti interessanti, impressione che Scratch non mi aveva fatto.

Oggi le persone sono sommerse da stimoli, ambienti, strumenti, app che tendono a urlarti tutto quello che potresti fare. Leggevo stamani un’intervista fatta ad Angelo Guglielmi (92 anni ma sempre gagliardo):

— Sa che mi avevano proposto di insegnare televisione ai direttori Rai?
— E lei? Ha rifiutato?
— Ovvio. La verità è che io la televisione non la sapevo fare. Ed è per questa ragione che forse ho saputo farla. Cosa avrei dovuto insegnare?
— Ci sono scuole dove insegnano di tutto, creatività, fantasia, scrittura. Sul serio insegnare la spaventa?
— Non mi piace. L’unica cosa che non insegnano è la più semplice: mettetevi le mani tra i capelli e riflettete. Il segreto non è inventare ma dimenticare. Non può cominciare nulla se non dal bianco. Un suggerimento: dimenticate.

Stanislas Dehaene, in How we learn, scrive :

For instance, field experiments demonstrate that an overly decorated classroom distracts children and prevents them from concentrating.[1] Another recent study shows that when students are allowed to use their smartphones in class, their performance suffers, even months later, when they are tested on the specific content of that day’s class.[2] For optimal learning, the brain must avoid any distraction.

Dehaene, Stanislas. How We Learn (p.162). Penguin Books Ltd. Edizione del Kindle.
[1] An exceedingly decorated classroom distracts pupils: Fisher, Godwin, and Seltman, 2014.
[2] Use of electronic devices in class reduces exam performance: Glass and Kang, 2018.

L’eccesso di informazione non aiuta la creatività, che invece richiede spazio e tempo. Spazio da riempire, tempo per pensare. Lo spazio può essere quello del foglio su cui scrivere, versi, note, istruzioni software o altro, una tela da dipingere, spazio da vuotare, se occupato da un pezzo di marmo etc.

Interfacce zeppe di bottoni come corsi pieni di istruzioni per essere più creativi non rendono più creativi ma conformano.

Abbiamo impiegato 5000 anni a sviluppare codici universali — ora stiamo tornando indietro

Pieter Brueghel the Elder, Public domain, via Wikimedia Commons

La scrittura è stata sviluppata in varie culture. Se ne ha notizia dalla civiltà mesopotamica, oltre 5000 anni fa. I linguaggi matematici sono altrettanto antichi. Anche codici numerici, metodi di cifratura, compressione delle informazioni — oggi dominio della computer science — sono comparsi già in quelle epoche remote. Senza tutti questi potenti metodi di codifica e manipolazione delle informazioni non avrebbero visto la luce le grandi civiltà che si sono susseguite, egiziana, greca, romana etc. Non avremmo avuto le cattedrali gotiche. Non ci sarebbe stato il Rinascimento. Non l’arte, l’artigianato sopraffino, la finanza. Nel quindicesimo secolo abbiamo la rivoluzione gutenberghiana. Da lì prende le mosse la pedagogia, qualcuno inizia a pensare di educare le masse, come Lutero — disponeva della stampa… — poi subito dopo Comenio che nel mezzo della guerra dei trent’anni osa immaginare il lifelong learning. Nel ‘600 Galileo insegna il dialogo con la natura mediante il linguaggio matematico ed è subito rivoluzione scientifica, travolgente — quattro secoli di sviluppo furibondo. A metà del ‘900 si pongono le basi teoriche della rappresentazione digitale dell’informazione (Claude Shannon, Alan Turing, John von Neumann etc.) e già alle soglie del terzo millenio la digitalizzazione pervade la vita dell’umanità intera: la stessa tecnologia in tasca al migrante sul gommone e allo yuppie a Wall Street.

Lingue, grammatiche, matematiche, stampa, poi digitalizzazione di tutto questo, tutti passi nella direzione della comunicazione universale. Internet sembrava andare in questa direzione, almeno fino alla Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio del 1996 di John Perry Barlow. Gli ingenui come il sottoscritto avevano veramente intravisto sorti magnifiche e progressive in quel cyber, che sembrava collegare magicamente la cybernetics (incubatrice della computer science) di John von Neumann, Norbert Wiener, Claude Shannon, Greg Walter, di appena cinquant’anni prima, con la dichiarazione di John Perry Barlow.

L’illusione è durata pochissimo. Abbiamo iniziato ad accorgercene subito, nel 1999, con il code is law di Lawrence Lessig: le regole del cyberspazio le fanno le companies. Gli stati nazione arrancano. Ma ancora non immaginavamo le conseguenze. Oggi Internet è composta da proprietà private abitate da cittadini inconsapevoli di esserlo e tanto meno di essere manovrati. Gli informatici delle high tech si accorgono di occuparsi di ingegneria sociale e controllo piscologico delle masse — qualcuno esce dal giro: /the social dilemma. L’utente social crede di fruire di un prodotto gratuito senza rendersi conto di essere diventato il vero prodotto. Crede quello che gli viene fatto credere e su ciò prende posizione, combatte le tribù nemiche e vota. La società della conoscenza degenera in quella del sentito dire.

I meccanismi di tracciamento, volti alla personalizzazione estrema dei messaggi pubblicitari e del prossimo post o video da guardare, si rivelano un potentissimo strumento di controllo delle masse, oltre l’immaginazione di Orwell e Huxley — da rileggere, di questi tempi. Polarizzazione, fidelizzazione, tribalizzazione sono effetti divisivi. La comunicazione estrema si risolve in assenza di comunicazione. La Torre di Babele risorge più caotica di prima. La nozione di cittadino assume i connotati del customer con una progressione pervasiva e subdola. L’universo delle lingue naturali, delle matematiche, delle codifiche digitali aperte, si polverizza in un altro universo, di recinti chiusi, conigliere social, app, gerghi, grammatiche effimere. Bolle, chiuse ma anche volatili, dove tutto e il suo contrario possono essere egualmente veri, dove notizie vere e false conquistano con la medesima facilità l’attenzione di utenti deprivati degli strumenti e del tempo necessario per riflettere e filtrare, dove il dubbio legittimo si decompone all’istante in complottismo, dove chi magari denuncia è esso medesimo funzionale al tutto.

Chi può arrestare la restarurazione della Torre di Babele? Forse solo la scuola. Se ci riuscirà o meno nessuno può saperlo. Ma esserne consapevoli potrebbe aiutare.

Risorse utili per chi fa la tesi

In un forum avevo raccolto una serie di post scritti per gli studenti che fanno le tesi. Era un forum all’inizio destinato a raccogliere risorse sulla DaD in tempo di Coronavirus ma poi ci sono finiti una serie di contributi utili in generale per le tesi. Quuesti li ho raccolti in una pagina apposita. Alcuni, più specifici, li ho linkati direttamente qui sotto.

Aggiungo anche…