Auguri Bulimia Anoressia

English (traduzione di Ilaria Montagni)

Auguri.

Tirano su il morale gli auguri, fanno festa. Gli auguri di un caro amico fanno sempre piacere. Gli auguri di un amico non più sentito da lungo tempo provocano un moto di gioia. Possono venire le lacrime agli occhi per una gioia simile.

Ma tutti gli altri auguri, che dire? Che vogliono dire? Intendo gli auguri scambiati fra persone aventi connessioni “deboli”, semplici relazioni di lavoro, spesso occasionali. Un rallegramento generale? Per cosa?

Lo so, ve ne sono di spediti per un moto di affetto o simpatia, anche se attraverso una connessione debole. Questi arrivano, tranquilli. Ma se non c’è minima propulsione affettiva ma solo convenzione? Che dicono quegli auguri? Che ci rallegriamo a vicenda per il bel mondo che abbiamo sin qui costruito? Sicuri?

A volersi armare della massima buona volontà, per dire il vero, possiamo ancora scremare qualcosa: gli auguri inviati attraverso una connessione debole e privi di una propulsione affettiva personale ma che siano associati ad un pensiero, invito alla riflessione, potenziale connessione. Li potrei chiamare auguri con il regalo, che, anche se può apparire evanescente, trattandosi di una semplice connessione potenziale, talvolta può rivelarsi smisurato. Ne ricordo uno di auguri di questo tipo, ricevuto pochi giorni fa attraverso una connessione debole.

barbiana

Una semplice immagine. La chiesetta di Barbiana dove la neve pare volere conservare quel ricordo così prezioso per tempi più propizi. Mi ha commosso questo messaggio.

Scremato così tutto il buono che ci può essere negli auguri, ne rimane ancora un’enorme quantità. Nei negozi, negli incontri fugaci per la strada, al lavoro, al circolo, in internet, nei social network, in FB e via e via.

auguri auguri
di auguri bulimia
di festa bulimia
di gioia anoressia
di tutto bulimia
di ruzzo anoressia
di scuola bulimia
di formazione anoressia
di programmi bulimia
di risultati anoressia
di cure parentali bulimia
di amore anoressia
di festa bulimia
di gioia anoressia
auguri auguri

domina regina la quantità

tutto o nulla
m’ingozzo o strozzo
uno o zero
1 o 0
1
0
amen

Ancora sui social networks

English (translated by Ilaria Montagni)

Facebook sì o no? La domanda è stupida ma ricorre quando emerge qualche nuovo fenomeno di massa. “O non ce l’ha fatta proprio lui questa domanda?” diranno molti di voi. Sì, l’ho fatta proprio io la domanda stupida, con l’assignment 5. L’ho fatta per provocare una riflessione più ampia su cosa possa voler dire “essere online” e avvalermi del vostro aiuto per vederci più chiaro. Proprio per questo infatti stiamo facendo il sondaggio che, per inciso, è obbligatorio per tutti, anche per coloro che non usano nessun strumento di social networking e persino per gli appassionati dei quiz.

Leggendo le risposte che si stanno accumulando nel questionario, ne abbiamo 106 per ora, colpisce una reazione che mi sembra abbastanza ricorrente e che si potrebbe riassumere così: “Ah quanto è meglio la vita fisica di quella virtuale!”. Questa è una di quelle affermazioni sulle quali è talmente ovvio concordare, situazioni patologiche a parte, che uno finisce per fermarsi lì, perdendo l’occasione di approfondire qualcosa di importante. In questo post vorrei suggerire un approfondimento della questione e mi piacerebbe poi sentire cosa ne pensate.

Come ho avuto occasione di dire o scrivere qua e là, a me FB non piace e ci passo pochissimo tempo. Non mi piace perché tutto è estremamente volatile, perché si deve far fronte a troppe richieste, perché richiederebbe troppo tempo valutare se l’adesione a un certo gruppo abbia senso o meno, perché si è costretti a udire anche voci che si vorrebbe non sentire, tanti e tanti contatti fugaci e superficiali, un generale traccheggiare, perché tutto finisce col ridursi a mera quantità e in questa quantità un inesorabile e dilagante annacquamento delle parole.

Povere parole, quanta fatica fanno a fare il loro mestiere oggi. Quante se ne emettono  ma poi pochissime giungono a destinazione. Dette alla coop, dette in classe alla messa e al comizio in piazza, trasmesse in mille modi, stampate, radioemesse, televisionate, telefonate telefonate e telefonate e essemmessate, e poi lette, spesso giusto viste, sui manifesti, gli striscioni sui lampioni, i cartelloni, i cartelloni dove vanno e vengono come nello screensaver, appunto e poi sullo screensaver, sulle magliette e tutto il resto con cui ci si copre e poi e poi …

Voglio dire che di tutto ciò che disturba in FB il mondo è già pieno, il mondo non virtuale. Perché forse le scritte a pennarello sui sedili degli autobus o quelle spruzzate sui muri delle case son tanto diverse da quelle sulle pareti   di FB? O quella conversazione che l’altro giorno m’ha sfondato i filtri della mente mentre bevevo una birra “… perché lui se la mette così, cioè nel senso, perché deve uscire con noi, cioè, voglio dire, nel senso … lei … lui… come mi vede …  non me ne può fregar di meno … a un certo punto … non ci posso credere … veramente … allucinante … nel senso …”, quella conversazione è tanto diversa da quelle che si svolgono in FB? O le parole vomitate da palinsesti televisivi demenziali, milioni, miliardi di parole emesse in ore e ore di dedizione quotidiana di fette di popolo certamente di gran lunga maggioritario, son quelle parole meglio di quelle che svolazzano in FB? Le parole tritate dal frastuono delle discoteche? Quelle condite da quintali di salatini ed ettolitri di aperitivi da folle che pienano i bar, folle a volte strabuzzanti su marciapiedi se non strade? Molto diverso tutto ciò da FB? O le parole dotte, tecnologiche, nuove di conio, emesse in gran copia in una miriade di convegni, conferenze, congressi, eventi, manifestazioni scientifiche, quelle no saranno serie, porteranno significati importanti, cose difficili, cose da specialisti? Chissà … succede tuttavia che quando ti capita di udirle nel tuo mondo, scopri che son tanto spesso ripetute, ridondanti come la schiuma di una birra versata male venduta al prezzo di una birra versata bene, a volte anche parole mariuole. Insomma parole stropicciate strapazzate diluite, o che son tanto diverse da quelle che inondano FB? E le parole della politica? Oh, lasciamo stare …

Certo che la vita reale è meglio di quella virtuale ma siamo sicuri che la vita reale sia sempre così magnifica? O forse esistono forme di partecipazione virtuale che hanno qualità umana superiore a tanti aspetti della vita reale?

Questo quindi è il mio primo punto: nella vita reale si può comunicare in modo denso e empatico partecipando a gioie e dolori del prossimo ma si può anche vivere truffando, scompigliando, calpestando o semplicemente annacquando sentimenti preziosi; parimenti nel mondo virtuale si possono stabilire connessioni meravigliose online come si può contribuire alla universale diluizione delle parole.

Ma allora, cosa può fare la differenza? Come stare online? Come non farsi travolgere da qualcosa che ci sembra inutile se non dannoso o semplicemente stupido come potrebbe essere FB o qualche altro social network?

La risposta secondo me è a monte, molto più a monte di qualsiasi strumento si decida di usare per fare qualsiasi cosa, quindi molto più a monte anche degli strumenti online. La risposta sta nel proprio atteggiamento verso il mondo esterno, nello spirito con il quale usciamo di casa la mattina o con il quale ci accingiamo a fare una cosa nuova.

In passato mi è capitato di assistere ad alcune conferenze di Patch Adams, il medico americano che ha posto il sorriso e l’empatia nella borsa del medico. Molti lo conosceranno per il famoso film sulla sua vita interpretato da Robin Williams. Il punto fondamentale da cui Patch Adams parte per tutte le sue considerazioni è proprio l’atteggiamento verso il mondo esterno dove propone di sostituire il paradigma

non posso fare questo per colpa di …

… della stanchezza, della mia negazione in matematica, della mancanza di tempo, della recessione economica, della pioggia, del figlio che non mi fa dormire, della malattia, del fatto che non so l’inglese, della mia negazione per la tecnologia, della sfortuna … oh non ho tempo di respirare … non posso non posso … ah questa non è cosa per me … io e questa cosa siamo lontani …

con

ora faccio questo perché ho l’obiettivo di …

cioè essere disposti ad usare qualsiasi modo e strumento per perseguire un obiettivo preciso

In altre parole, il problema non è se stare nella vita reale o stare nella vita virtuale, ma utilizzare gli strumenti della vita reale e di quella virtuale per perseguire un obiettivo, più in generale per realizzare un progetto, magari infine per realizzare il proprio progetto di vita.

In questa luce tutti gli strumenti del mondo sono potenzialmente utili e possono essere allo stesso tempo dannosi. In FB si perde tempo e si costruiscono relazioni evanescenti se ci si passa del tempo in mancanza di meglio. Altrimenti, possiamo provare a domandarci se FB non possa avere una qualche utilità per qualche nostro obiettivo e quindi plasmarne le caratteristiche ai propri fini.

Così è con tutti gli altri strumenti del mondo e quindi con tutti gli strumenti di social networking. Si tratta di capire quali sono le potenzialità peculiari di ciascun strumento. Il cacciavite è molto buono per avvitare le viti e la zappa per dissodare il terreno. Se per perseguire un nostro obiettivo può essere utile avvitare viti o dissodare terreni faremo bene ad impadronirci del loro impiego. Se, in mancanza di obiettivi meritevoli, ci appassioniamo all’uso della zappa, ne diventiamo schiavi.

La potenzialità fondamentale degli strumenti di social networking è quella di facilitare enormemente le connessioni con persone animate da interessi simili nel resto del mondo. Tutto qua. Si tratta di utilizzarli giusto per quello che possono dare e nella misura in cui migliorano la nostra capacità di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi.

Concludo tornando dove siamo partiti: che ci possiamo fare con FB? Io ho risolto la questione come segue. Non ho tempo e voglia di passare il tempo in FB e ciò che vedo non mi piace. Tuttavia, FB è estremamente popolare, ci sono quasi tutti dentro, o comunque tanti. Per il tipo di lavoro che sto facendo ho una notevole necessità di raggiungere le persone per far sapere loro delle cose. Allora uso FB come una cassa di risonanza. A me piace molto di più Twitter. Quando voglio fare sapere che ho scritto un post, per esempio, e desidero che quel post raggiunga una certa popolazione, scrivo un messaggio in Twitter. Così intanto raggiungo la comunità di persone che mi seguono in Twitter ma poiché ho configurato FB in modo da replicare i messaggi che scrivo in Twitter, raggiungo anche coloro che mi vedono in FB. D’altro canto, ho anche configurato FB in modo da notificarmi per email i messaggi che la gente mi indirizza in FB. Tutto qua. Per il resto in FB butto via tutto.

Anche uno strumento apparentemente stupido può migliorare la vita di una persona.

Compito 7

English (Translated by Ilaria Montagni)

Questo è l’ultimo compito (assignment) che propongo agli studenti dei vari corsi di laurea della Facoltà di Medicina, non è l’ultimo per gli studenti di Teorie della Comunicazione. Naturalmente, se qualche studente della Facoltà di Medicina vorrà entrare nel merito anche di qualche considerazione successiva a questo compito, sarà libero di farlo e ne terrò conto.

Propongo di provare ad usare delicious che è il più noto sistema di social bookmarking. Si tratta di un servizio che consente a ciascuno di memorizzare i propri bookmark (i cosiddetti preferiti) in Internet.

In estrema sintesi questi sono i vantaggi principali.

  • I vostri bookmark sono accessibili da qualsiasi accesso internet e non da un solo computer; li potete quindi reperire dal computer di un amico, da un internet point, da uno smartphone o altro.
  • Quando memorizzate un bookmark potete, anzi dovreste, associarvi delle tag, vale a dire delle etichette, che sono in sostanza delle parole singole destinate a connotare il bookmark. Per avere un esempio potete vedere i miei bookmark.
  • I propri bookmark sono visibili agli altri, avete appena visto i miei per esempio. Se si vuole si possono anche rendere privati ma allora la cosa perde molto del suo interesse.
  • Quando si vuole cercare un certo tipo di bookmark si usano le tag, quindi la scelta appropriata delle tag è importante per ritrovare le cose. In seguito ad una ricerca, delicious non vi rende solo i vostri bookmark, che sono contrassegnati dalle tag che avete usato per la ricerca, ma vi rende anche i bookmark degli altri utenti di delicious che hanno usato le stesse tag. È qui che compare l’aspetto sociale perché così potete scoprire persone o comunità che nel resto del mondo condividono i vostri interessi. Inoltre, dal numero di persone che hanno memorizzato un bookmark potete avere un’idea del suo potere attrattivo, un buon sistema per scoprire siti importanti su argomenti che vi interessano.

Per saperne di più potete andare a vedere due pagine wiki scritte dagli studenti l’anno scorso, una è una guida per fare l’account e l’altra contiene un collage di pezzi tradotti in italiano tratti dalla pagina help di delicious. Per inciso, chi vuole può intervenire su queste pagine per introdurre aggiornamenti, correzioni o integrazioni.

Delicious è un ottimo esempio di uso delle tag. Capire come funzionano le tag è molto importante perché queste sono un elemento importante di molti ambienti di social networking. La classificazione mediante tag anzichè mediante strutture gerarchiche è un po’ l’essenza del social networking, se si vuole: aggregazione per via di connessioni.

Per fare questo compito dovete creare un account in delicious, introdurre i vostri boookmark, usarlo per fare ricerche, esplorare le possibilità leggendo l’help e infine scrivere un post con le vostre impressioni e il link al vostro nuovo account delicious in modo che gli altri possano curiosarvi.

What does it mean to be connected …

(Translation in Italian)

While the poll on social networks is accumulating data, I invite you to read very, very, carefully this article. It is entitled Seven Habits of Highly Connected People and it explains in a very clear way that to be connected is not merely about staying in front of a computer or poking around in some social networks. To be connected in the sense of Stephen Downes, the author of the article, is about something so deep and human that has a lot to do with the attitude we have in physical life, too.

Please, read it really carefully, slowly, pondering each sentence, and post about it in your blogs.

… assignment 5-bis

(Translation in Italian)

In case someone did not follow the comments of the previous post:

First we are going to write in this wiki page provided by Ilaria the social networking tools we are using, therefore go to that page and add the tools you are using …

Successively, Matteo will send a form to everybody to make a survey on how the students of these are on the net …

Assignment 5

(Translation in Italian)

Facebook is invading Italy too. I do not like very much facebook because it is a closed environment. More precisely, I do not like the fact that it is an environment that offers a whole set of web 2.0 functionalities and at the same time it is run by a company. I have nothing against companies, in principle; most of the popular web 2.0 are run by companies. I don’t like the fact that a lot of activities take place in a space that is controlled by just one company. I prefer the most open situation where people use different tools to do web 2.0 activities.

However, it is a fact that many of you are on facebook and I’m there too, in some ways. Therefore, let us try to investigate this fact. I propose the following.

  • If you have a facebook address include it in the google spreadsheet where you are tracking your activities
  • Write a post telling how have you been involved in facebook, what do you think of it and if you use it for some peculiar tasks
  • If you are not on facebook, write a post telling if you know something about it and if you are using some other social networking tools
  • If you have ideas to use facebook in some school-related activities write them; it seems in Internet there is a great deal of stuff like that

Finally, are there some of you willing to organize a survey in this whole classroom to know who is using facebook, myspace, deviantart, windows live, twitter and other social networking tools? If yes, put a comment on this post outlining your intentions: what to include in the survey, how to do it, how to organize data. If more than one would like to do this we will try to cooperate.

CCK08: final project

(Translation in Italian)

Hating scholiness and loving learning (to use Clay Burrel’s words), a strong yearning for changing what is related to school and learning, the necessity, perhaps, to discover other ways to take care of learning, the difficulty to share new paths with colleagues in my environment, were all powerful reasons to be irresistibly attracted by the idea to participate to the CCK08 course.

At the same time, the simultaneity with the bulk of the activities in the semester, was an equally strong reason to give up the idea of participating.

However, sometimes behind an apparently ineluctable dichotomy one may see a third possible way. In this case, instead of choosing if taking care of my students or playing the role of student myself, I decided to make the dialog among students and teacher the true participant to the CCK08 course.

The experience was very good because now I have a network of people having similar yearnings from whose I can learn further and get inspiration. I don’t know if such network is a sign of the existence of a grassroots movement, I hope.

In the last part of the course I was no more capable to follow very much the network but this was somewhat intentional. Being pressed by the overwhelming quantity of CCK08 connections and by my own teaching schedule it would have been impossible to do more. Thus I concentrated on 1) trying to keep an open window on the activities of my students and 2) recording possibly useful connections for the future. Now the network is there and when time will permit I will try to exploit those connections as well as new ones.

The CCK08 experience reinforced the general idea of teaching and learning I have been developing thus far and that I try to recap in the following.

Contents are no more the most important feature, they are in the wiki and are supposed to be integrated with available OER. Contents in the wiki are authored also by students.

There is no true time schedule. The teacher suggests activities in a certain succession but students are free to undertake them when they like. Time is not an issue, activities related to other curricula permitting.

The assignments given by the teacher are not true assignments, they are given mostly because students expect them. However those assignments are thought as lures to trigger autonomous learning activities.

I completely gave up the idea of covering the course topics with some degree of completeness. Instead I’m aiming to let each student find a personal path around the subjects of the course.

Since the course is given in an university curriculum I have to give grades. However, in my perspective it’s not much about giving grades, rather letting learners accumulate their grades by means of activities they do, both the suggested ones and specially the spontaneous ones. The final grades depend for some 70% on the number of activities and for some 30% on my judgement for quality of each activity.

As far as the evaluation of quality is concerned, creativity, attitude to extend the subject, cooperation with peers, openness and sharing are the elements I consider most relevant.

The course is delivered by using only free web tools such as blogs for communication among the participants as well as with the professor, wiki pages for use and creation of contents, group blogs as forums, Google Docs for cooperative works, or similar tools. We could say simply that we are using Web 2.0 tools and this is largely true. However I like to stress that the important points are those mentioned before. The use of Web 2.0 is important but only because it facilitates this approach very much, however it is not the crucial point per se.

I avoid to use any kind of close environments such as learning management systems, both in proprietary and open source flavours.

Being aware of the fact that web tools are run by companies, I try to manage things so that possible damages to the course, because of failures or some sort of closures of a single web service, are very limited. Web tools are used only if they permit thorough backups in open and standard file formats.

Admittedly, the subject of digital literacy is particularly suited to such an experiment, for a number of reasons.

  • The matter is evolving fast, it is impossible to freeze it in contents. It is also difficult to update it every year (or semester?) because it is also very large.

  • The spread of the starting background of students is discouraging. In the same classes you may have geeks as well as people who feel quite unfamiliar with new technologies.

  • Young people are digital natives. This statement sounds contradictory with respect to the previous one but it is not. The expression digital natives does not mean people who already master new technologies to but people that learn very fast to use them if put in an appropriate learning context. They learn fast because they breathed technology even when they believe to be unfit to it.

However, I believe that other subjects could be tackled with a similar approach, mutatis mutandis. What is important in my view is to create situations that allow students to get familiar with the subject so that they can learn by themselves. I believe that in any field it is possible to organize such kind of experiences. Technology may be very helpful but the key point is the intention I mentioned before.

I’m also aware of the fact that probably it is not possible to meet the objective of achieving a school well fitted to the needs of society by means of a reschooling process. I must admit to believe more in some sort of deschooling process. However, finding myself in the university and having the opportunity to work with about 700 students per year, I believe it is worthwhile to try to create new learning contexts by hacking the reality where and when it is possible. At least we may learn something useful. Among the connections that the participation to the CCK08 course helped me to revisit, there is the inspiring experience of Michael Wesch, very important in my perspective.

Therefore, my project is to continue along these lines while carefully listening to the CCK08 connections and the new ones that will arise.