Bellezza e pensiero logico-matematico non sono categorie disgiunte. Lo sanno bene i matematici. Ma è sorprendente come questo fatto emerga spontaneamente in giovani che il più delle volte hanno scarsa confidenza con la matematica, un po’ per inclinazione ma molto per via degli studi fatti.
È sorprendente come, inizialmente timorosi e diffidenti, si lascino prendere la mano dalla costruzione geometrica di figure attraverso codici per loro del tutto nuovi guidati da criteri prettamente estetici. È incredibile vedere come si accaniscano per ottenere un risultato appagante, talvolta impiegando un tempo spropositato rispetto a quello che ci si aspetterebbe per conseguire un’idoneità da 3 crediti.
Ho scelto come esempio il lavoro di Cristina Orlando che, dopo pagine di conti e esperimenti apparentemente aridi, scrive:
Dopo la conclusione del corso, avendo acquisito molte conoscenze e avendole applicate, ho deciso di iniziare ad ideare il mio logo. Ho dato sfogo alla mia fantasia e non nego che la creazione del logo mi ha messo alla prova. Se non riuscivo ad ottenere la figura che avevo in mente provavo e riprovavo, facevo calcoli e supposizioni finché non arrivavo all’idea che avevo in mente. È stato super divertente e stimolante! Il logo ho deciso di intitolarlo “IL FIORE DELLA CONOSCENZA” perché credo che la conoscenza sia come un fiore che necessita di cure costanti per poter crescere e sbocciare mostrando al mondo il proprio splendore.
Non è scontata tale profusione di impegno in un lavoro che serve a superare un piccolo esame. Ma solo attraverso compiti che lascino completa libertà sia nella scelta dell’obiettivo che nel processo si può pensare di realizzare piccoli miracoli del genere.
Ho sviluppato una sorta di dipendenza dai lavori degli studenti. Un pensiero al giorno, anche più di uno, stento a tenere il passo. Oggi è la volta del caso: — Come può essere che si possa generare il caso in una macchina che pare tutta perfettamente determinata?
La quasi totalità degli studenti rimangono perplessi quando affrontano il capitolo del laboratorio dove si programmano percorsi casuali. Svelando così una delle varie gravi lacune che affligge la scuola, incapace di fornire la benché minima idea del complesso intreccio fra certo e incerto che pervade il mondo in tutti i suoi aspetti.
Alcuni rimangono perplessi, altri fanno tempo a familiarizzare con tale stranezza nel pur breve tempo del laboratorio. Così Angela Meucci che se n’è servita per creare lo sbuffo della balena. Naturalmente viene diverso tutte le volte che si riproduce la figura…
Elisabetta Sepe ha realizzato lo studio di una girandola per proporne la costruzione in classe. La cosa interessante, che non aveva mai fatto nessuno nella migliaia e passa di elaborati letti in questi anni, è quella di avere raccontato minuziosamente una lezione immaginata di sana pianta. Mi sembra una cosa bellissima. Forse non tutto il sogno si realizzerà quando Elisabetta avrà occasione viverlo nella realtà, ma guai a chi non sogna…
Continua l’incanto delle notti stellate, quella di Eleonora Antonucci dove la luna illumina alberi all’orizzonte e quella di Giusi Zamparelli che ha trasformato un errore in un’idea (evviva!) per disegnare costellazioni.
Ma sotto queste ed altre composizioni si cela un fatto importante che qui si manifesta attraverso le stelle. È difficile disegnare una stella in modo perfettamente regolare, magari cambiandone a piacimento le dimensioni, se non si ricorre ad un’astrazione matematica, e se non si è compreso come scomporre un problema nelle sue parti, e come queste possano essere incapsulate in nuovi elementari concetti, magari da riciclare in contesti diversi: pensiero computazionale di cui gli studenti si sono appropriati in laboratorio, con un lento lavoro maieutico di recupero di conoscenze matematiche sommerse nello sterile intrico delle rimembranze scolastiche.
Acquisire una nuova modalità di pensiero richiede cimento, non basta disquisirne: verum esse ipsum factum. Potrebbe essere il motto di questo laboratorio.
Il laboratorio di tecnologie didattiche fatto con LibreLogo, che crea tanto sconcerto all’inizio, finisce col liberare l’ispirazione di molti. Si genera così una transizione spontanea dalla speculazione logico-matematica alla creazione artistica, da STEM a STEAM potremmo dire.
Aggiungo qui altre due notti stellate a quelle già comparse in passato. Studenti di Napoli, studenti di Firenze, l’ispirazione fiorisce ovunque.
Da sinistra in alto in senso orario: Carla Bangoni 2022, Diletta Socci 2020, Roberta Tassieri 2022, Elena Cantoni 2019.
Pubblico il contributo di Antonietta Tagliamonte, studentessa di scienze della formazione primaria di Suor Orsola Benincasa, per tre motivi:
ha prodotto un lavoro bello e molto ben strutturato dal punto di vista del codice
è un ennesimo esempio di come si possa coinvolgere profondamente uno studente anche senza vederlo mai, a patto che le risorse didattiche siano ben articolate, siano offerte su media diversi, con la disponibilità di valide forme di autovalutazione adattative e con la garanzia che l’insegnante c’è, anche se a distanza: vale assai di più la “presenza” sicura a distanza della presenza fisica di un docente scarsamente disponibile.
ha scritto un bel diario con una descrizione molto lucida della differenza fra la programmazione a blocchi e quella testuale, dopo averle praticate entrambe.
Antonietta, che non ho mai visto per via di un suo percorso particolare, passato anche da due anni in Erasmus, non si è fatta mancare niente delle proposte del laboratorio, includendo nel suo progetto di oltre 500 istruzioni Logo il controllo RGB dei colori, l’impiego di frattali randomizzati e una gestione brillante degli incidenti di percorso.
Non in ultimo, vale la pena di leggere la sua lucida descrizione della questione blocchi vs testo:
Avevo già sostenuto, nella mia carriera universitaria, un corso sul “coding a scuola” ma l’unico programma a noi presentato è stato Scratch e il suo utilizzo non è andato oltre un copia-incollare blocchi di comando già pronti per l’uso, al fine di essere sovrapposti e creare dei mini giochi alquanto discutibili. In tutta sincerità non ho mai pensato di riutilizzare tale software per riproporlo nelle mie future classi in quanto sentivo di poter trovare un metodo alternativo per poter stimolare negli studenti un processo mentale che consentisse la risoluzione di determinati problemi (pensiero computazionale).
Nonostante Scratch mi fosse stato presentato come strumento da utilizzare affinché gli stessi alunni ed alunne diventassero dei veri e propri programmatori, ho riscontrato, durante le mie ore di tirocinio, che è realmente poco utilizzato nella realtà scolastica. Nei pochi casi dove invece se ne fa uso, viene utilizzato maggiormente con lo scopo di passatempo o come metodo alternativo al consolidamento di argomenti affrontati in aula, come ad esempio giochi sulla differenziazione dei rifiuti, piuttosto che rendere protagonisti alunni ed alunne affinché riescano essi stessi a sviluppare capacità di coding.
Libre Logo, al contrario di programmi come Scratch, ha il potenziale di contribuire alla crescita di menti pensanti che hanno la possibilità di mettere alla prova e di sviluppare le loro capacità matematiche e geometriche, con la possibilità di dar sfogo completo a tutta la propria fantasia.
Avrei risposto di no. Invece, Alessandro Russo, studente di Scienze della Formazione Primaria, ha dimostrato che si può fare.
Alessandro, a fronte di un’idoneità conquistabile con 3 CFU, ha inviato un codice LibreLogo di oltre 2800 istruzioni spalmate in 57 pagine. Trenta ore di lavoro, soprattutto notturno, dice lui.
Due brevi osservazioni, prima di descrivere il lavoro di Alessandro:
Un caro collega mi disse: Ma come fai a scovare questi talenti fra gli studenti? La risposta è semplice: adoperando un metodo che consenta di lavorare sugli individui anche a fronte di masse di studenti.
Alcuni dei compiti più clamorosi, come questo, li ho ricevuto da studenti che non ho mai visto ma che hanno seguito le risorse che ho predisposto per loro: testi, MOOC con video, domande per la verifica autonoma e forum. Dal mio punto di vista la dicotomia presenza-online è priva di senso.
Vediamo ora brevemente “Voltorb flip game”. La realizzazione di questo lavoro è un’esibizione di un talento non comune. Ho conosciuto altre tre persone del genere in vent’anni. Il caso più simile è stato quello di un dottorando in Civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento che intorno al 2014 stava facendo una tesi su un autore minore del Cinquecento — la tesi era che minore non lo fosse. Sembra tutto un altro caso, sennonché costui trovava anche il tempo di sviluppare un’intera piattaforma online per insegnare agli studenti in un corso di alfabetizzazione informatica che l’Ateneo gli aveva affidato, ma soprattutto lo faceva utilizzando esclusivamente il misero editore di testo “Blocco note” (Notepad) presente di default in Windows, grazie ad una profonda conoscenza degli strumenti di programmazione Web (HTML, CSS, Javascript ecc.) e ad una straordinaria capacità di organizzare il pensiero.
Alessandro dal canto suo ha usato LibreLogo che non è fatto per sviluppare videogiochi e presenta anzi pesanti limitazioni per questo genere di lavori. Ma è proprio qui che si vede il talento. Anche perché il programma non si limita al gioco in sé ma è dotato anche di un’articolata messaggistica, a partire dall’inizio: Vuoi giocare subito o vuoi leggere le informazioni sul gioco? Supponiamo di scegliere questa opzione, appaiono altre possibilità:
Voltorb flip fu introdotto fra i giochi Pokémon nel 2009. Si tratta di un gioco di logica che premia chi formula strategie migliori. In sintesi si tratta di scoprire delle carte disposte in una griglia 5×5. Chi scopre un Voltorb perde. I 2 e i 3 scoperti accumulano punti, l’1 no. Ogni livello richiede di accumulare punti crescenti. Io, nel tempo che mi sono concesso, ho superato solo il primo livello sui dieci necessari per vincere. A fianco delle righe e in fondo alle colonne appaiono suggerimenti che possono servire a migliorare la strategia. Qui per esempio è andata subito male:
Riprovo, chissà…
E così via.
Non so nemmeno io quanto Alessandro sia andato oltre al minimo che ritengo di dover pretendere nella conoscenza di Logo. Ci sono altri fattori di cui tener conto nella valutazione di questi elaborati, attinenti soprattutto alla riflessione su come utilizzare queste competenze con i bambini in classe ma certamente, da un punto di vista strettamente tecnico, questo è l’elaborato più sorprendente che abbia ricevuto fino ad ora.
Chi vuole provare il gioco può scaricare da questo link il file ODT, da aprire in LibreLogo. Tenere presente che occorre avere pazienza perché ci vuole un po’ di tempo a far apparire le grafiche mentre si gioca: LibreLogo è messo a dura prova…
La scelta di LibreLogo per programmare il computer a fini didattici attiene molto anche alla fondamentale questione dell’accessibilità. È un software libero quindi alla portata di tutti. È perfettamente integrato in un wordprocessor, strumento con il quale quasi tutti hanno già confidenza (i più sono abituati a MS Word ma in realtà Writer di LibreOffice è più facile da usare). LibreOffice, che “contiene” LibreLogo, si può scaricare per tutte le piattaforme: Windows, macOS e Linux.
Tutto questo rende LibreLogo uno strumento didattico straordinariamente accessibile. Fino ad oggi l’ho usato con circa 2500 studenti. Naturalmente la perfezione non esiste: in una piccola percentuale di casi, circa l’1%, succede che lo studente non riesce ad usare LibreLogo. In una buona parte di questi, più della metà, il problema è risolvibile. Vediamo i due problemi più frequenti e la relativa soluzione. Per i casi che (per ora) sono risultati irrisolvibili c’è un piano B personalizzato, ma questo è un altro argomento.
In questo blog i lavori più interessanti degli studenti nel laboratorio di tecnologie didattiche a Scienze della Formazione Primaria (Unifi e Unisob) sono raccolti con il tag elaborati studenti. Alcuni sono straordinari. Ovviamente c’è poi una maggioranza di elaborati buoni o comunque intermedi. Ma è possibile che vada sempre tutto bene? Certo che no, in circa il 10% dei casi capita qualcosa che non funziona. Qui faccio un esempio abbastanza ricorrente, che mi può servire proprio a dare delle indicazioni agli studenti che incappano in questo tipo di problema.
Ciò nonostante delle volte gli elaborati vengono composti in maniera corretta, altre invece no. Chi fa maggiormente le spese di questa dimenticanza sono i tre costrutti base, dai quali tutti devono imparare a trarre vantaggio, altrimenti quella del “pensiero computazionale” diventa una farsa, come spesso si verifica — forse questa è anche una conseguenza di anni di “coding” facile a gogo.
Li riporto qui:
i cicli REPEAT
la definizione di nuovi comandi mediante la sequenza TO…END
le variabili
Cosa guardo nei diari per decidere se l’idoneità c’è oppure no? In primo luogo è richiesto un minimo di riflessione critica sui tanti temi affrontati durante i laboratorio, in particolare ipotesi di applicazione di quanto imparato nelle proprie future classi. E poi la qualità del codice e, soprattutto, la presenza dei tre costrutti e il loro impiego intelligente. Va da sé che io i codici li provo per vedere come funzionano e se danno effettivamente le figure messe nell’elaborato. Discuto un paio di casi.
La figura non torna con il codice. Lo scrivo allo studente chiedendo di mandare un lavoro coerente.
Mancano uno o più costrutti. Anche qui, scrivo chiedendo di rielaborare il codice inserendo i costrutti e di farlo in modo che abbia senso. Indico dove andare a ristudiare la questione: nella week 5 del MOOC in edX Coding a scuola con il software libero oppure alle pagine 58-59 del Piccolo manuale di LibreLogo.
Lo studente ci riprova ma può capitare che mi invii un codice nel quale ha infilato i costrutti in qualche maniera, peccato però che non funzioni, cosa che vedo al volo leggendolo ma soprattutto provandolo. Ancora: il codice deve funzionare e produrre la figura allegata.
Mi spiego: lo scopo di tutta questa architettura non è fare un giochetto, non è il disegno prodotto in sé, ma il processo mentale che attiva in voi, in particolare la capacità di astrarre e organizzare un procedimento attraverso ottimizzazione (cicli), modularizzazione (definizione di nuovi comandi) e generalizzazione (uso di variabili). Insomma elementi di pensiero computazionale.
Per fare bene questo laboratorio occorre studiare. Dire che il laboratorio è basato sul fare è vero ma per fare bene occorre studiare. Non si tratta di fare anziché studiare! Anzi, forse occorre studiare di più e meglio, perché sennò si fa male.
Chiudo con un brano tratto dall’elaborato eccellente di una vostra collega che ho ricevuto qualche giorno fa. Notare l’espressione “dedizione e duro lavoro”. Leggetelo bene.
Il problema di questo lavoro, che in realtà è il suo punto di forza, è la grande quantità di tempo che richiede. Per me è stato proprio un problema trovare del tempo da dedicare a questa magnifica attività proprio per i vari impegni che intercorrono nella mia vita. Allo stesso modo ritengo che sia il suo punto di forza perché il tempo impiegato per svolgere questo corso non è stato tempo perso, ma tempo costruttivo. Le ore di lavoro spese sono servite per assaporare la materia. Siamo entrati come giovani inesperti e pian piano, ascoltando e facendoci cullare dalle interessanti lezioni, senza neanche accorgecene, siamo diventati dei giovani “quasi esperti”. Anche il tempo che ho impiegato per la creazione del Logo non è stato inutile. Mi ha permesso di scoprire che soltanto con un passo alla volta si raggiungono i traguardi e per raggiungerli non basta uno schiocco di dita ma dedizione e duro lavoro. Riflettendo ho proprio provato una sensazione che non provavo da tempo: la lentezza. Il mondo lavorativo e il mondo universitario richiedono velocità: velocità nel finire l’università per non apparire inferiore agli altri compagni, velocità nel finire l’università per entrare nel mondo del lavoro, velocità nelle consegne lavorative… Per una volta il lavoro mi ha permesso di prendere più tempo per l’università, per svolgere questo lavoro e grazie ai miei mille impegni sono riuscita a elaborare mattoncino dopo mattoncino una competenza (relativa alla conoscenza di questo software) che mi servirà sicuramente per il futuro.
Creazione di Alice Macelloni. In realtà i due baffi sotto il fiocco ravvivano ulteriormente la figura. Ho letto da qualche parte che Picasso (mi pare) riteneva che i buoni pittori fossero quelli che trasformano gli errori in nuove idee, in creatività. La vita scaturisce dall’imperfetto. C’è chi dice che Michelangelo sfregiasse un angolino nascosto delle sue opere finite, per non dimenticarselo.
Con questo anno accademico (2022/23) termina il mio incarico di insegnamento presso il Laboratorio di Tecnologie Didattiche presso il CdS di Scienze della Formazione Primaria in Unifi.
Scrivo questi pensieri in forma di lettera aperta ai miei studenti per via dei vari messaggi affettuosi che sto ricevendo. In primo luogo per esprimere la mia gratitudine nei vostri confronti: è straordinaria la prontezza che dimostrate nell’accogliere l’essenza di quello che ho cercato di offrirvi e che le vostre lettere esprimono, ovvero il valore della riflessione: “fermarsi a riflettere (non ne siamo più capaci)”, “essere costretti a pensare” sono le espressioni ricorrenti. Al di là delle competenze e dell’abilità nel manovrare la Tartaruga di Seymour Papert o qualsivoglia altra tecnologia. È entusiasmante questo fatto.
In secondo luogo mi preme farvi sapere che non si tratta di una mia rinuncia: ero disposto a continuare per molti anni il laboratorio, come sto facendo con i vostri colleghi di Napoli, fra varie altre cose. Invece il motivo va cercato, credo, in un fatto oggettivo, che è la ristrettezza delle risorse assegnate agli atenei pubblici, che si trovano costretti a minimizzare il ricorso ai contratti, e a cercare di utilizzare al meglio la forza lavoro strutturata. Un motivo perfettamente comprensibile. Del resto, è anche giusto che i “vecchi” si facciano da parte per fare luogo alle nuove leve, che magari in futuro faranno anche meglio dei predecessori.
Inoltre, le storie belle, quelle vere, finiscono. Ed è forse bene che ciò avvenga prima che appassiscano. Perché questi sei anni passati con voi sono stati strepitosi e dobbiamo anche essere grati ai colleghi che mi hanno offerto questa bella opportunità.
In ultimo, come sapete, io ci sono, qui e nei social. Sapete come raggiungermi se avete idee o problemi da discutere.