Esiste la possibilità di distribuire il documentario Ubuntu. Io sono perché noi siamo in altri paesi attraverso l’agenzia Pressenza. Si rende quindi necessaria la sottotitolazione in varie lingue. Insieme agli autori abbiamo optato per una sottotitolazione social attraverso il servizio Amara. In questo modo chiunque può contribuire a produrre i sottotitoli in qualsiasi lingua conosca. E in questo modo così rispondo, in parte, ad alcune persone che hanno chiesto come possono contribuire.
Ho collegato il video del documentario ad Amara e ho inserito i sottotitoli del primo brano in italiano, inglese, spagnolo e francese, per fornire la partenza a chiunque desideri contribuire.
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Per contribuire occorre fare un account free in Amara: Sign up for free.
Ovviamente, si possono aggiungere tutte le lingue che si vuole… 😉
Unica richiesta: chi vuole contribuire mi scriva (arf@unifi.it) per coordinarsi meglio, anche condividendo il lavoro già fatto: la trascrizione completa in italiano e le traduzioni, anch’esse integrali, in spagnolo e francese (sono sotto forma di file ODT). In questi casi si tratta solo di riversare i testi nei sottotitoli, cosa che può fare anche una persona che non conosce perfettamente la lingua.
Sono ovviamente disponibile a fornire supporto per usare Amara o qualsiasi altra cosa.
Forse non riuscirò mai a rendere conto compiutamente di questa storia, per come l’ho vissuta. Sarebbe appropriato, in occasione delle diffusione pubblica del documentario che la racconta. Ma troppi ricordi, troppo caldi, troppo intense le emozioni, positive e negative. Per trovare un equilibrio narrativo adeguato occorre un tempo di sedimentazione che forse non avrò mai. Mi limito ad aggiungere poche righe su quello che è successo dopo. Qui il documentario sul canale Youtube di TV2000, distribuito anche con la collaborazione dell’Agenzia Stampa Pressenza.
Il documentario è stato sviluppato nell’ambito di un finanziamento della Regione Toscana del 2019 a favore di soggetti del terzo settore. Il progetto “Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva” (LACA19) è stato realizzato da una variegata compagine, capofila la Pubblica Assistenza di San Polo in Chianti, otto associazioni (qui la lista) più Università di Firenze, Diocesi di Fiesole, Comune di Figline Incisa Valdarno e Comune di Greve in Chianti. Io ho contribuito nella veste di rappresentante dell’Università di Firenze, attraverso il Dipartimento di Statistica, Informatica e Applicazioni, cui appartengo.
In parte il documentario è stato sostenuto anche con un altro progetto simile nell’anno successivo: Azioni di Resilienza e Accoglienza per l’Integrazione (ARAI20). Poi è arrivato il Coronavirus e ci siamo tutti un po’ persi.
A dire il vero la dispersione era iniziata prima, con la chiusura della struttura di accoglienza nel paese. Le persone che frequentavano la Scuolina tenuta dai cittadini si sono recate in vari altri centri a Firenze. Solo poche sono rimaste nei pressi per via dei rapporti di lavoro che avevano contratto in zona e queste sono state seguite dai cittadini-insegnanti residenti nel paese, soprattutto per attività di accompagnamento nelle pratiche burocratiche, problemi sanitari, rapporti con i datori di lavoro ecc.
La Scuolina si è però trasferita presso la sede del Cospe, giusto prima che arrivasse il Coronavirus. Il trasferimento a Firenze si è rivelato un vantaggio perché più facilmente raggiungibile sia dai partecipanti che dai cittadini volontari. È infatti ripartita in quarta e nemmeno la pandemia è riuscita a fermarla: il 23 marzo è iniziata online e fino a ieri sono state fatte 548 lezioni su 161 giorni. Ovvio che in presenza è molto meglio ma anche online è molto meglio di nulla.
La partecipazione è stata molto arricchita da un gruppo nutrito di studenti di vari corsi di laurea di Scienze della Formazione, che si avvicendano con i cittadini volontari “veterani” nel fare le lezioni online.
La maggioranza dei ragazzi che hanno frequentato la Scuolina sono impegnati in varie forme di lavoro regolare: ristorazione, aziende di agriturismo, officine meccaniche, lavanderie. Ma il beneficio non è stato solo a loro favore e dei datori di lavoro che li hanno così “scoperti”. La maggior parte delle risorse dei progetti LACA19 e ARAI20 sono servite a dare una mano a giovani nella fase delicata fra la fine degli studi e i primi incarichi di lavoro, prevalentemente nel sociale. Inoltre quattro persone si sono laureate con tesi attinenti alle attività della Scuolina, altre due sono in corso.
Questi i fatti essenziali. Approfondimenti e analisi saranno affidati ad alcuni degli studenti che stanno ancora partecipando. Lo faranno molto meglio di me.
Il 14 luglio scorso ho partecipato alla Summer School 2021 di MED Media Education. Insieme ad Alexis Kauffmann abbiamo contribuito al tema “colonialismi digitali”. Il mio (Neocolonialismi digitali: note critiche sull’uso delle piattaforme a scuola e all’università) è stato un discorso generale, Alexis (Colonizzazioni digitali – Case study: i nostri vicini francesi come fanno?) ha riferito sulla realtà del suo paese, dove le istituzioni hanno reagito con maggiore fermezza al dilagare delle piattaforme preconfezionate delle companies americane, seppur con molte difficoltà. Qui riporto la traccia della mia presentazione.
Il 2 giugno 1988 i senatori Ventre, Coviello, Pinto, Tagliamonte, Murmura, Lombardi, Grassi Bertazzi e Salerno presentano un disegno di legge recante norme concernenti l’allevamento dei colombi viaggiatori per l’impiego sportivo:
“…Se le trasmissioni teleradio costituiscono certamente il mezzo più rapido, si deve tenere presente che possono facilmente essere intercettate, mentre il colombo viaggiatore conserva un elevatissimo coefficiente di segretezza superiore a qualsiasi altro mezzo di trasmissione…”
I senatori intendevano mantenere la legge, scritta in origine come Regio Decreto nel 1929, che poneva sotto il controllo del Ministero della Guerra l’allevamento dei colombi viaggiatori. I “regnicoli” che volevano creare una colombaia dovevano richiedere l’autorizzazione alla prefettura. Non più Regno ma Stato, non più regnicoli ma cittadini, non più Ministero della Guerra ma Ministero della Difesa. Per il resto le disposizioni erano le stesse e tali rimasero sino all’abrogazione del 2008.
Bè sì, sono stato un colombofilo…
Nella mia vecchia tessera di colombofilo si legge che la Federazione Colombofila Italiana era un “ente morale sotto la vigilanza del ministero della difesa e dell’esercito”. Insomma, negli anni ’80 lo stato nazionale si faceva ancora sentire, con un’attenzione scrupolosa a tutto ciò che riguardava le comunicazione. Anche quelle realizzate con i colombi viaggiatori. L’abrogazione definitiva di questa normativa si è avuta solo nel 2008, in piena esplosione internettiana.
Ma la terra non è più tonda, come ce la figuravamo guardando le carte geopolitiche novecentesche, dove erano gli stati nazionali e le loro reciproche relazioni a contare. Ora siamo migrati nei frattali della noosfera, che si estende in mille dimensioni al di fuori della superficie bidimensionale degli stati nazionali — viene in mente Flatland di Abbott — nativi digitali e non, stati, istituzioni, companies e tutto il resto, ammassati alla rinfusa — largo ai più furbi e ai più potenti. Altro che dichiarazione di indipendenza del cyberspazio.
Ci avevo creduto anche io a quella dichiarazione, povero ingenuo, alla Declaration of the Independence of Cyberspace letta da John Perry Barlow l’8 febbraio 1996 al Forum di Davos:
Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind. On behalf of the future, I ask you of the past to leave us alone. You are not welcome among us. You have no sovereignty where we gather. … We will create a civilization of the Mind in Cyberspace. May it be more humane and fair than the world your governments have made before.
Le leggi nei nuovi territori da colonizzare le fanno i primi che arrivano. Le regolamentazioni istituzionali arrivano dopo. Ma oggi il mondo corre veloce, le istituzioni infinitamente meno. E poi gli attori sono grossi, troppo. Confrontando le capitalizzazioni delle maggiori companies hi-tech con il PIL degli stati nazionali in una partita di Risiko, Apple e Microsoft avrebbero già vinto.
Scuole e università italiane nell’emergenza COVID si sono affidate a a piattaforme e strumenti proprietari perlopiù della galassia GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft.
In effetti su 68 atenei italiani, per la gestione della posta elettronica, 31 hanno scelto Google, 17 Microsoft e i rimanenti 20 una soluzione interna. Ancora più schiacciante la differenza per quanto riguarda la gestione delle videolezioni, dove pare che solo il Politecnico di Torino abbia sviluppato una soluzione completamente interna. Scrive Angelo Raffaele Meo:
“Ad esempio nell’arco di pochi giorni alcuni tecnici del Politecnico di Torino hanno realizzato, utilizzando una piattaforma libera, l’intero sistema di videolezioni che trasmette ogni giorno oltre 600 lezioni a 10.000 studenti”.
E avremmo anche delle importanti risorse organizzative. Esiste infatti il GARR: Gruppo per l’Armonizzazione delle Reti della Ricerca, i cui soci sono enti come il Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e tutte le università italiane rappresentate dalla Fondazione Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI). Ma fioccano gli accordi con Microsoft e Google ecc.
“La questione ha un lato tecnico che qui ho cercato di ridurre al minimo, ma il suo cuore è filosofico, politico e culturale: in un mondo che l’emergenza pandemica ha reso ancor più digitalizzato, la rinuncia a determinare i propri sistemi senza delegarli a un tutore neppure disinteressato rischia di produrre non solo un ritardo tecnologico e economico, ma, post-democraticamente, una condizione di minorità non soltanto digitale. È, in altre parole, una cosa troppo seria per lasciarla decidere agli amministratori.”
“La questione va però al di là del diritto alla privatezza nostra e dei nostri studenti. Nella rinnovata emergenza COVID sappiamo che vi sono enormi interessi economici in ballo e che le piattaforme digitali, che in questi mesi hanno moltiplicato i loro fatturati, hanno la forza e il potere per plasmare il futuro dell’educazione in tutto il mondo. Un esempio è quello che sta accadendo nella scuola con il progetto nazionale “Smart Class”, finanziato con fondi UE dal Ministero dell’Istruzione. Si tratta di un pacchetto preconfezionato di “didattica integrata” dove i contenuti (di tutte le materie) li mette Pearson, il software Google e l’hardware è Acer-Chrome Book.”
“Una comunità pubblica che non sviluppa e controlla una propria infrastruttura di gestione e scambio di dati e competenze pagherà un prezzo enorme in termini di possibilità di scegliere la sua direzione di sviluppo perché sarà sempre più dipendente da sistemi e conoscenze che non le appartengono, soggetta alla sorveglianza di chi controlla le infrastrutture usate.”
“Costruiamo estensioni per il vostro essere, come occhi e orecchi remoti (web-cam e telefoni cellulari) e memorie espanse (la massa di minuzie che si può cercare online). Esse diventano le strutture con cui vi connettete al mondo e agli altri. Queste strutture, a loro volta, possono cambiare il modo in cui concepite voi stessi e il mondo. Smanettiamo con la vostra filosofia manipolando direttamente la vostra esperienza cognitiva, non indirettamente, tramite l’argomentazione. Basta un minuscolo gruppo di ingegneri per creare una tecnologia in grado di dar forma, a incredibile velocità, a tutto il futuro dell’esperienza umana. Perciò sviluppatori e utenti dovrebbero fare le discussioni fondamentali sulla relazione umana con la tecnologia prima di progettare tali manipolazioni (You are not a Gadget, cap. I).”
Il 16 luglio 2020 la Corte di Giustizia Europea ha emanato una sentenza molto importante, dove, in sintesi, si afferma che le imprese statunitensi non garantiscono la privacy degli utenti secondo il regolamento europeo sulla protezioni dei dati, conosciuto come GDPR (General Data Protection Regulation). Dunque allo stato tutti i trasferimenti di dati da UE a Stati Uniti devono essere considerati non conformi alla direttiva europea e perciò illegittimi.
La Corte ha ritenuto che i requisiti del diritto interno degli Stati Uniti, e in particolare determinati programmi che consentono alle autorità pubbliche degli Stati Uniti di accedere ai dati personali trasferiti dall’UE agli Stati Uniti ai fini della sicurezza nazionale, comportino limitazioni alla protezione dei dati personali che non sono configurate in modo da soddisfare requisiti sostanzialmente equivalenti a quelli previsti dal diritto dell’UE e che tale legislazione non accordi ai soggetti interessati diritti azionabili in sede giudiziaria nei confronti delle autorità statunitensi.
Dobbiamo rifare un passo indietro, ripartendo dal discorso fatto da Piero Calamandrei, padre costituente, il 26 gennaio 1955 agli studenti:
“Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.”
E che dice la Costituzione in proposito?
Articolo 34 La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
Che si inquadra nell’articolo 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
In questo periodo da più parti mi viene chiesto di riferire sulle Open Educational Resources e sull’Open in generale. Come spesso mi succede, sulle prime vengo preso dallo sconforto perché mi pare di non avere niente da dire. E nemmeno tanto sulle prime perché una conoscenza didascalica o accademica non ce l’ho, quasi mai. Ancora più vero in questo caso dove, in una storia effimera su FB e Instagram, m’è venuto di dire che “io, risorsa educativa aperta, la nacqui, modestamente”. La cosa divertente è che, alla fine dei conti, il tempo “dissipato all’esterno” — ai fini di una carriera universitaria nella quale sono ruzzolato passivamente — ha contribuito pesantemente a formare la mia attuale identità, anche all’interno della medesima istituzione, con la piacevole conseguenza di rendere il trapasso alla pensione — concetto per me indigeribile — un fatterello marginale, essendo quasi la mia identità istituzionale inclusa in quella open e non viceversa. Di ciò mi sono convinto provando a ricordare tutto il tempo “perso” fuori delle mura. Sicuro che mi dimentico qualcosa annoto di seguito quello che mi torna in mente.
In primo luogo il blog http://iamarf.org, da tempo, diario, ufficio, strumento di lavoro in svariate attività, insomma il luogo della mia identità. Anche punto di riferimento per studenti di vari corsi di laurea e di insegnanti in giro per il mondo — ho insegnato in circa 25 corsi di laurea in vent’anni, più o meno. Lo creai nel 2007 (~1000 post, >13k commenti), quando scoprii l’allora nascente fenomeno dei MOOC e delle OER. Nel giro di 4-5 anni ho partecipato come studente a cinque di essi (acquisendo i certificati e imparando moltissimo) e nel 2013, adattando al volo il blog e usando solo questo, ne feci uno io per insegnanti di primaria e secondaria, che raccolse circa 500 persone. È un blog camaleontico che ho adattato alla bisogna in vari altri contesti. Per esempio per insegnare a usare in classe la cosiddetta Piratebox, un routerino che crea una wifi locale per usi scolastici. Agli insegnanti in giro per l’Italia che la volevano provare ne inviavo una confezionata da me, realizzata con router TP-Link MR3020 e OpenWrt, oppure con Raspberry PI e distribuzione ArchLinux. Ne ho inviate una cinquantina un po’ dappertutto. In cambio volevo solo feedback sul funzionamento. Oppure l’iniziativa andando per scuole, dove andavo in giro per l’Italia con la macchina piena di ammenicoli didattici (stampante 3D, suddetti routinerini, robotica povera etc.) da mostrare nelle scuole, in cambio di un primo e feedback — è valsa la pena su ambedue i fronti: ottimi primi, ricchi feedback.
Ho passato vari mesi, fra il 2016 e il 2017, a intrufolarmi nel Fablab di Firenze, nel laboratorio LoFoIo e nel Fablab di Contea, non come professore ma come cittadino aggeggione, imparando a fabbricare e usare stampanti 3D. Ho acquisito competenze interessanti ma soprattutto ho visto da dentro le dinamiche che animano questi luoghi incredibili e ho conosciuto persone, molto più giovani di me, di grande valore: Leonardo Zampi, Mattia Sullini, Lucio Ferella, Giacomo Falaschi e tanti altri . Le serate passate insieme a Rifredi, in via del Campuccio o a Contea, presso la Chiesa del Pizzicotto e l’alimentari Marcello… momenti felici. Devo molto a queste persone.
Quasi sempre ho portato i miei studenti a discutere fuori: attualmente sette forum Reddit, fra cui quello per aiutare o favorire l’aiuto reciproco fra persone interessate all’impiego didattico della programmazione. Porto fuori gli studenti anche a studiare, con i MOOC realizzati in Federica.eu — Coding a Scuola con Software Libero e Coding at School with Free Software — o in edX. Vero, i MOOC sono stati sviluppati nell’ambito di una partnership fra Unifi e Federica.eu ma questo accordo medesimo ha rappresentato una ghiotta occasione per cercare di uscire all’aperto. Infatti i MOOC accolgono gli studenti Unifi ma anche tante altre persone. E lentamente, stanno ispirando altri esperimenti, in particolare nell’ambito di progetti Erasmus.
La maggior parte di quello che scrivo circola liberamente nei luoghi citati e altri ancora. Anche ciò che acquisisce la forma di libro. Il Piccolo Manuale di LibreLogo e Building Knowledge with Turtle Geometry , che distribuisco con licenza Attribuzione (CC BY 2.5 IT: puoi usare come vuoi ma devi attribuire la paternità dell’opera e perpetuare la licenza su eventuali tuoi derivati, se non vuoi infrangere il Diritto d’Autore). Li pubblicherò mai in forma cartacea? Non lo so, mi piace il divenire. Il blog del Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva, creato nel 2017 in occasione dell’arrivo di trenta migranti nel paese dove vivo. Un’attività grassroot sorta per risolvere un problema e che ha finito per alimentare due progetti della Regione Toscana con Unifi partner. Ora è una realtà che include la cosiddetta Scuolina (per migranti ma non solo), scuola informale sul modello di Barbiana, fatta da cittadini volontari e studenti. Nata in un piccolo paese, poi ospitata dal Cospe, scuola elettivamente di prossimità ma che non si è fermata con la pandemia: oltre 400 lezioni online dal 23 marzo scorso. Al margine della Scuolina la mappa della positività, che raccoglie testimonianze di accoglienza e integrazione con il contributo dei cittadini, partita dalla regione Toscana, estesa al territorio nazionale e poi europeo. Testimonianze stratificate in varie tipologie diverse e che ha suscitato l’interesse di Ushahidi, il provider leader nel mondo delle crowdmap per la mappatura di catastrofi e fenomeni sociali, che ha concesso per tre anni consecutivi l’uso gratuito della piattaforma al Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva e alla sua Scuolina.
E cosa sono ora il Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva e la sua Scuolina ? Nulla: un blog e un gruppo di cittadini che aiutano chi ha bisogno. Fu questo che mi affascinò una ventina d’anni fa, quando iniziai a intuire cosa sarebbe potuta essere la rete: un luogo dove è estremamente facile costruire valore, magari collaborando con qualche istituzione ma in maniera circoscritta, stando bene attenti a rimanere all’aperto.
Il lavoro di Valentina va ad arricchire la raccolta di lavori interessanti fatti dagli studenti. Lei voleva realizzare una cartolina dalla quale gli oggetti dovevano come uscire fuori. Ma il suo contributo va al di là del logo prodotto per l’esame. Ricordavo che mi aveva detto qualcosa di interessante ma non ne ero più completamente sicuro, dopo alcuni mesi e centinaia di esami. Le ho quindi scritto:
Sto riguardando il lavoro che avevi fatto per il laboratorio di tecnologie didattiche che, come forse ti avevo accennato durante il colloquio dell’esame, vorrei includere fra i lavori sorprendenti dei miei studenti. Nei miei appunti ritrovo scritto che tu avevi fatto una considerazione interessante sul confronto tra Scratch e Logo. Ora mi pare che la tua considerazione fosse del tipo — …mi sento più libera in Logo che in Scratch, dove l’eccesso di informazioni mi inibisce: preferisco il “foglio bianco” di LibreLogo… — Però non sono proprio sicuro, potrei anche fare confusione con qualche altro studente. Tu ti ricordi?
Ha risposto:
…certamente mi ricordo benissimo. Le confermo la mia considerazione. Ho trovato molto più stimolante Logo perché non era così scontato come l’altro e soprattutto molto più creativo e pieno di spunti interessanti, impressione che Scratch non mi aveva fatto.
Oggi le persone sono sommerse da stimoli, ambienti, strumenti, app che tendono a urlarti tutto quello che potresti fare. Leggevo stamani un’intervista fatta ad Angelo Guglielmi (92 anni ma sempre gagliardo):
— Sa che mi avevano proposto di insegnare televisione ai direttori Rai? — E lei? Ha rifiutato? — Ovvio. La verità è che io la televisione non la sapevo fare. Ed è per questa ragione che forse ho saputo farla. Cosa avrei dovuto insegnare? — Ci sono scuole dove insegnano di tutto, creatività, fantasia, scrittura. Sul serio insegnare la spaventa? — Non mi piace. L’unica cosa che non insegnano è la più semplice: mettetevi le mani tra i capelli e riflettete. Il segreto non è inventare ma dimenticare. Non può cominciare nulla se non dal bianco. Un suggerimento: dimenticate.
For instance, field experiments demonstrate that an overly decorated classroom distracts children and prevents them from concentrating.[1] Another recent study shows that when students are allowed to use their smartphones in class, their performance suffers, even months later, when they are tested on the specific content of that day’s class.[2] For optimal learning, the brain must avoid any distraction.
Dehaene, Stanislas. How We Learn (p.162). Penguin Books Ltd. Edizione del Kindle. [1] An exceedingly decorated classroom distracts pupils: Fisher, Godwin, and Seltman, 2014. [2] Use of electronic devices in class reduces exam performance: Glass and Kang, 2018.
L’eccesso di informazione non aiuta la creatività, che invece richiede spazio e tempo. Spazio da riempire, tempo per pensare. Lo spazio può essere quello del foglio su cui scrivere, versi, note, istruzioni software o altro, una tela da dipingere, spazio da vuotare, se occupato da un pezzo di marmo etc.
Interfacce zeppe di bottoni come corsi pieni di istruzioni per essere più creativi non rendono più creativi ma conformano.
La scrittura è stata sviluppata in varie culture. Se ne ha notizia dalla civiltà mesopotamica, oltre 5000 anni fa. I linguaggi matematici sono altrettanto antichi. Anche codici numerici, metodi di cifratura, compressione delle informazioni — oggi dominio della computer science — sono comparsi già in quelle epoche remote. Senza tutti questi potenti metodi di codifica e manipolazione delle informazioni non avrebbero visto la luce le grandi civiltà che si sono susseguite, egiziana, greca, romana etc. Non avremmo avuto le cattedrali gotiche. Non ci sarebbe stato il Rinascimento. Non l’arte, l’artigianato sopraffino, la finanza. Nel quindicesimo secolo abbiamo la rivoluzione gutenberghiana. Da lì prende le mosse la pedagogia, qualcuno inizia a pensare di educare le masse, come Lutero — disponeva della stampa… — poi subito dopo Comenio che nel mezzo della guerra dei trent’anni osa immaginare il lifelong learning. Nel ‘600 Galileo insegna il dialogo con la natura mediante il linguaggio matematico ed è subito rivoluzione scientifica, travolgente — quattro secoli di sviluppo furibondo. A metà del ‘900 si pongono le basi teoriche della rappresentazione digitale dell’informazione (Claude Shannon, Alan Turing, John von Neumann etc.) e già alle soglie del terzo millenio la digitalizzazione pervade la vita dell’umanità intera: la stessa tecnologia in tasca al migrante sul gommone e allo yuppie a Wall Street.
Lingue, grammatiche, matematiche, stampa, poi digitalizzazione di tutto questo, tutti passi nella direzione della comunicazione universale. Internet sembrava andare in questa direzione, almeno fino alla Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio del 1996 di John Perry Barlow. Gli ingenui come il sottoscritto avevano veramente intravisto sorti magnifiche e progressive in quel cyber, che sembrava collegare magicamente la cybernetics (incubatrice della computer science) di John von Neumann, Norbert Wiener, Claude Shannon, Greg Walter, di appena cinquant’anni prima, con la dichiarazione di John Perry Barlow.
L’illusione è durata pochissimo. Abbiamo iniziato ad accorgercene subito, nel 1999, con il code is law di Lawrence Lessig: le regole del cyberspazio le fanno le companies. Gli stati nazione arrancano. Ma ancora non immaginavamo le conseguenze. Oggi Internet è composta da proprietà private abitate da cittadini inconsapevoli di esserlo e tanto meno di essere manovrati. Gli informatici delle high tech si accorgono di occuparsi di ingegneria sociale e controllo piscologico delle masse — qualcuno esce dal giro: /the social dilemma. L’utente social crede di fruire di un prodotto gratuito senza rendersi conto di essere diventato il vero prodotto. Crede quello che gli viene fatto credere e su ciò prende posizione, combatte le tribù nemiche e vota. La società della conoscenza degenera in quella del sentito dire.
I meccanismi di tracciamento, volti alla personalizzazione estrema dei messaggi pubblicitari e del prossimo post o video da guardare, si rivelano un potentissimo strumento di controllo delle masse, oltre l’immaginazione di Orwell e Huxley — da rileggere, di questi tempi. Polarizzazione, fidelizzazione, tribalizzazione sono effetti divisivi. La comunicazione estrema si risolve in assenza di comunicazione. La Torre di Babele risorge più caotica di prima. La nozione di cittadino assume i connotati del customer con una progressione pervasiva e subdola. L’universo delle lingue naturali, delle matematiche, delle codifiche digitali aperte, si polverizza in un altro universo, di recinti chiusi, conigliere social, app, gerghi, grammatiche effimere. Bolle, chiuse ma anche volatili, dove tutto e il suo contrario possono essere egualmente veri, dove notizie vere e false conquistano con la medesima facilità l’attenzione di utenti deprivati degli strumenti e del tempo necessario per riflettere e filtrare, dove il dubbio legittimo si decompone all’istante in complottismo, dove chi magari denuncia è esso medesimo funzionale al tutto.
Chi può arrestare la restarurazione della Torre di Babele? Forse solo la scuola. Se ci riuscirà o meno nessuno può saperlo. Ma esserne consapevoli potrebbe aiutare.
Delle volte dimentico che questo è un po’ il luogo delle mia memoria. Quindi recupero quella di alcuni eventi recenti. Qui la piacevole conversazione con Roberto Maragliano, Stefano Penge e Pino Moscato. Commenta Maragliano:
Una didattica ‘altra’, con contenuti ‘altri’, può essere fatta anche all’università, come ‘zona franca’ utile a formare (ed evitare di deformare) il futuro e l’attuale docente della scuola. Seguite quel che dice Andreas Formiconi in questa nostra chiacchierata del lunedì. Un po’ di ossigeno