Questa tag cloud può essere usata per cercare articoli su alcuni temi ricorrenti. Non è facile con oltre 1000 post pubblicati dal 2007 ad oggi. Ho cercato di togliere aspetti ormai obsoleti o fuori dai miei interessi attuali — work in progress…
Di consueto cerco di stare alla larga dal tema ma colpisce un fatto che caratterizza questo marasma comunicativo: il disinteresse per i dati reali contrapposto al consumo vorace della notizia qualsivoglia. C’è sotto l’equivoco che occorra informarsi per potersi esprimere. No, occorre studiare prima di potersi esprimere, e non poco. Che non significa sia roba da laureati ma da persone di buona volontà che vanno a cercarsi le fonti e se le studiano. Chiunque lo può fare però ci vuole tempo e spesso è anche un po’ faticoso. Un conto e rilanciare notizie che ci piacciono, un altro cercare di capire qualcosa che non conosciamo.
Un tutorial sull’impiego di Micro:Rover con vari esempi e collegamenti con la Turtle Geometry, con LibreLogo e Turtle Python. I codici sono esportabili e subito utilizzabili per essere ulteriormente sviluppati.
Buonasera, sono uno studente del liceo Guido Castelnuovo di Firenze e in questi giorni abbiamo messo in atto un’occupazione nella nostra sede che porti all’attenzione il nostro sistema scolastico e le sue problematiche. Nella ricerca di un dialogo ed un confronto per capire le possibili soluzioni ad esso, le chiedevano di poter tenere una “lezione” domani alle 10 in via La Marmora in cui lei grazie alle sue competenze potesse illustrarci la risoluzione di tali problematiche, da cui poi può nascere un dialogo ed un confronto con la platea. Aspetto sue notizie, grazie per il suo tempo.
In fondo al post il manifesto dell’occupazione, letture, video.
Post effimero in vista di un intervento. Come ho reagito a quella che mi sembrò subito una missione impossibile — per come il contesto la proponeva: insegnare all’università (almeno le materie che mi riguardavano).
Aggiornamento lampo del giorno dopo — seguirà un post-tutorial dettagliato.
Solo per segnalare, con soddisfazione, che gli studenti, dopo avere discusso insieme tutte le caratteristiche di quattro robot fra i più noti (Beebot, Mio Robot, Cubetto, Ozobot) e averli sperimentati approfonditamente, hanno concluso che quello più imperfetto, come fosse un po’ lo sfigato del gruppo, il Mio Robot da €25, era il preferibile. Bene, molto bene. L’entusiasmo, la curiosità e la lucidità di questi giovani fanno bene al cuore.
Ieri (6 ottobre) abbiamo fatto un bel laboratorio su circuiti morbidi (squishy circuits) e morbibot presso gli Orti Dipinti. Anche il tempo è stato favorevole, malgrado le previsioni fosche il pomeriggio è invece stato molto bello. Una sola cosa non ha funzionato: mi sono dimenticato di registrare l’introduzione. Ho rimediato con qualche discorso registrato mentre gli studenti lavoravano ma completo con alcuni brani registrati in studio e con queste righe.
Scrivo per vari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico ma che si ritraggono sovente dal futuro. Sì lo chiamo tout court futuro perché a questi ritmi il contemporaneo e il futuro sono tutt’uno per gli occhi della nostra mente. Il nuovo appare così ancora più minaccioso agli animi più riflessivi. Anche se non si dovrebbe dimenticare che gli antichi che ammiriamo non di rado erano temerari nell’affrontare il nuovo, piuttosto sfidandolo anziché subirlo o negarlo.
Io amo Viareggio, per una serie di motivi personali che non mette conto enumerare qui ma anche per via di qualche lettura e qualche amico viareggino. Mi affascina per esempio la storia di questo popolo fattosi marinaio dopo qualche secolo di lotta per la sopravvivenza nelle venefiche paludi di un tempo. Marinaio ma soprattutto costruttore di navi ammirate in tutto il mondo.
Costruisti, Natino, i bastimenti più belli, freschi e superbi in ogni mare, avevano il soffio delle anfore greche. E nessuno ti ricorda più, non fosti mai celebrato. Lascia che io viareggino almeno mormori il tuo nome.
Questi sono i versi che Mario Tobino ha dedicato a Fortunato Celli, detto Natino, il calafato Natino, (“Sulla spiaggia e di là dal molo”, 1966)
Le barche viareggine erano così belle che anche gli inglesi — che se ne intendevano — le ammiravano e le copiavano:
Nel 1907 il brigantino goletta Nelly [costruito da Natino] di trecento tonnellate arrivò sul Tamigi. Gli inglesi lo videro, domandarono di provarlo, lo comprarono. Tennero La Nelly non per navigare, la tennero in cantiere per insegnamento.
Parlando con un amico viareggino venni a sapere che il figlio di Natino, Raffaello Celli, aveva scritto un libro su quella gloriosa stagione: “Con l’ascia e con la vela” per l’Ancora Editrice (1973).
Mi misi a cercarlo andando per librerie varie, fino ad arrivare a “Tuttocoppe”, un negozio viareggino che offre anche una vetrina di pubblicazioni dell’Ancora Editrice, o a Lettera22 (luogo ameno, da visitare…). Ma niente. L’amico che mi aveva messo questa pulce nell’orecchio, per consolarmi, mi prestò un altro bel libro: “Viareggio, momenti di storia e cronaca” di Leone Sbrana (1972) sempre per Ancora Editrice.
Una volta letto, volendolo rendere all’amico — anche perché la copia del libro è autografata dall’autore per suo padre — mi sono messo a cercare anche quello, con lo stesso minuzioso metodo. Pare naturale cercare libri del genere in librerie e bancarelle che trattano libri usati, o chiedendo in giro. Voglio dire che è anche bello, ti pare di ricreare un contesto, ti racconti qualcosa che ti piace. Ma niente, dopo due anni, dei due libri nemmeno l’ombra. Pensavo di lanciare la richiesta nella rubrica “Caccia al libro” di Fahrenheit a Radio 3, quando all’improvviso faccio la cosa che non mi piaceva fare, e che mi pareva anche inutile, il solito gesto sciatto: cerco in Internet. Ecco come sentirsi ingenuo e anche un po’ stupido, dopo tutto il tempo perso: li ho trovati quasi subito, in due diverse librerie, una di Roma e una di Rosignano.
Internet serve anche a questo, a trovare libri irreperibili. Questi due libri, ben conservati ma con le pagine ingiallite, l’odore di vecchio, le dediche degli autori, sono qui sul mio tavolo grazie all’infrastruttura globale per eccellenza. Ben venga…
Ma non è finita.
Poi venne il ferro. Gli anni erano corsi come puledri. Il ferro invade ogni carena, nasce il motoveliero, si innestano nelle poppe i motori.
E curiosamente, è quel ferro vittorioso lì, quello su cui mi capita di lavorare la terra.
— Un grande motore marino, il Perkins — mi disse un operaio della Landini in pensione che era capitato per caso dove io stavo lavorando. Uno di quei motori marini che avevano non da molti decenni soppiantato le affascinanti vele delle golette e dei “barcobestia”, le ultime creazioni dei calafati viareggini.
Ma di legno o ferro, tutte le macchine hanno un’anima, quella che l’uomo ci mette quando le fabbrica. E quando le usi, quando le devi manomettere, per manutenzione o emergenza, devi sapere come le tocchi, le devi ascoltare. E quando serri una vite la devi ascoltare, e ti devi domandare quanto puoi osare nel stringerla, affinché lavori come deve. E affinché non arrivi a troncarla, perché una leva non solleverà forse proprio il mondo intero ma una vite la spezza con facilità. Poi, se ti succede, non c’è il tasto “Undo”, c’è il vuoto irreparabile che ti riempie la mente.
Ecco, ti può sempre capitare, anche se hai una discreta esperienza e hai anche letto “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, Pirsig (1981), a suo tempo. Capita che finisci il gasolio, che devi quindi spurgare il circuito di alimentazione, che hai fretta, e che, arrivato a riserrare la “vite di spurgo”… ma senti, meglio serrarla un altro po’… la spezzi, te ne rimane un pezzo dentro e tu, nel bosco non sai a che santo votarti. La macchina è lì, inerte, trasformata in un’inutile montagna di ferro. Oltre mezzo secolo di onorato contributo all’industrializzazione dell’Italia agricola azzerato da un presuntuoso multitasker del 2021. Un idiota.
La vite è di fattura complessa. Chi l’avrà? Si troverà? Dove? Su qualche trattore vecchio? Chi le teneva le macchine vecchie? La mente turbina. Poi ti metti a cercare. È una roba antica, cerco in modo antico. Vado per vecchie officine amiche, quello è morto, quell’altro viene ormai solo la mattina. I giovani mi guardano straniti: mah la vedo bigia, qui ci vuole un pompista. Ti lanci nel mondo dei pompisti, quelli che lavorano solo sulle pompe del gasolio, fra Valdarno e piana di Sesto.
— Ma di che motore è codesta? — Perkins 2500 tre cilindri — Sièèè…. — Perché è troppo vecchio? — No, quello no, si trova tutto di questi motori, è la Brexit, non arriva nulla da lassù…
Disperazione. Qui non c’è nemmeno l’ultima sponda della “Caccia al libro”. Ed è solo per disperazione che ciabatti verso il computer e scrivi “vite spurgo circuito alimentazione”.
Cari amici con i quali condivido l’attenzione per l’antico, per non dimenticare il passato può essere necessario volgere lo sguardo al futuro. E viceversa.
Domani è la prima di una serie di ultime volte. Tutto ciò che farò presso l’università a partire da domani sarà l’ultima volta che lo farò. Dunque domani farò l’ultima prima lezione del Laboratorio di Tecnologie Didattiche presso il Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria. Il corso che più mi ha appassionato, anche se mi sono piaciuti tutti quelli che ho potuto tenere su questi temi, grazie all’ospitalità dei colleghi di Scienze della Formazione (Dip. FORLILPSI). Sì, sono molto grato perché da vent’anni a questa parte era la cosa che più desideravo. Ho potuto seguire cinque edizioni di alcuni di questi corsi, dal 2016 ad oggi. Non ci avrei sperato, quindi grazie!
L’ultimo anno non significa che non si cerchi di continuare a migliorare. Quest’anno provo a dare una forma compiuta al MOOC, perché quelli precedenti lo erano a metà. Vale a dire che offrivano tutti i contenuti necessari ma per la parte interattiva si confidava principalmente nelle normali relazioni in classe e in un forum esterno, che avevo realizzato in Reddit (e che rimane attivo).
Il nuovo MOOC si chiama sempre Coding a scuola con Software Libero ma viene offerto attraverso la piattaforma Edx. L’inquadramento è il medesimo: risulta sempre un MOOC tenuto da un professore dell’Università di Firenze e realizzato con il supporto di Federica, che nella fattispecie è in partnership con Edx. Il MOOC parte con il Laboratorio di Tecnologie Didattiche ma è aperto a tutti, non solo ai miei studenti, e continuerà a girare anche dopo la fine del laboratorio.
Benché il nome sia lo stesso il corso è sostanzialmente rinnovato. Al di là di numerosi piccoli aggiornamenti e correzioni, le novità maggiori sono due:
La prima novità di questo MOOC è costituita dalle numerose domande e esercizi che integrano i contenuti. Diciamo che in questa versione i contenuti poggiano simmetricamente sul testo e sulle domande. Ci sono cose che non dico nel testo ma le dico mediante le domande. O suggerimenti, insinuazioni, suggestioni. Diciamo che il corso assume una nuance decisamente più maieutica. A dire il vero vorrei che questa impostazione fosse ancora più pronunciata, ci sto lavorando, si va per gradi. Naturalmente rimane centrale il ruolo del forum, che però deve funzionare dentro al MOOC. Questo è anche un percorso di ricerca sulla forma MOOC al fine di colmare il divario fra i primi MOOC connettivistici (cMOOC), basati sulla partecipazione attiva e quelli “industriali” (xMOOC), che prevalentemente son fruiti in modo passivo — anche se vi sono delle brillanti eccezioni, da imitare e migliorare ulteriormente.
L’impiego di LibreLogo rimane una scelta di riferimento ma il percorso viene proposto parallelamente in Python, mediante la libreria standard Turtle. Sto aggiungendo una versione Python di tutti i codici LibreLogo già presenti nel corso. Una metà sono già disponibili, avrò finito presto. È una scelta conforme al titolo perché Python è una forma di software libero. Le opzioni che ho privilegiato sono motivate dalla diffusione degli strumenti e quindi dalla persistenza, valore non da poco in contesti così volatili. Python è qui per restare a lungo: si sta avviando ad essere il linguaggio più usato al mondo, con una presenza fortissima nel mondo scientifico e in particolare nel rampante settore della data science. Scrivere in Python vuol dire comunicare in modo durevole con una comunità vastissima nel mondo. Qualcosa di simile si può dire di LibreOffice, come suite di produttività, analoga a MS Office ma free. LibreLogo è un plugin disponibile di default nel wordprocessor Writer di LibreOffice. Probabile e auspicabile che venga mantenuto così ma la base di utenti è certamente inferiore. LibreLogo è fantastico per chi inizia e per i più piccoli. Mi auguro che rimanga disponibile a lungo. Tuttavia c’è un altro elemento che rende vincente il tandem LibreLogo Python: i comandi della tartaruga sono molto simili nei due linguaggi, ci sono delle differenze sintattiche ma è molto facile passare da un linguaggio all’altro. Sono interessato a insegnare queste forme di programmazione per la condivisione di idee e per la formazione di una vera cultura scientifica. La cultura umana si basa su linguaggi universali, quanto più universali possibile. Per questo faccio pochissimi esempi di programmi con linguaggi a blocchi, che sono tutti fortemente vincolati a ambienti sostanzialmente chiusi, alcuni magari molto diffusi ma chiusi, come lo sono i social, totalmente dipendenti dalla volontà e dalle sorti di chi li gestisce.