Abbiamo impiegato 5000 anni a sviluppare codici universali — ora stiamo tornando indietro

il
Pieter Brueghel the Elder, Public domain, via Wikimedia Commons

La scrittura è stata sviluppata in varie culture. Se ne ha notizia dalla civiltà mesopotamica, oltre 5000 anni fa. I linguaggi matematici sono altrettanto antichi. Anche codici numerici, metodi di cifratura, compressione delle informazioni — oggi dominio della computer science — sono comparsi già in quelle epoche remote. Senza tutti questi potenti metodi di codifica e manipolazione delle informazioni non avrebbero visto la luce le grandi civiltà che si sono susseguite, egiziana, greca, romana etc. Non avremmo avuto le cattedrali gotiche. Non ci sarebbe stato il Rinascimento. Non l’arte, l’artigianato sopraffino, la finanza. Nel quindicesimo secolo abbiamo la rivoluzione gutenberghiana. Da lì prende le mosse la pedagogia, qualcuno inizia a pensare di educare le masse, come Lutero — disponeva della stampa… — poi subito dopo Comenio che nel mezzo della guerra dei trent’anni osa immaginare il lifelong learning. Nel ‘600 Galileo insegna il dialogo con la natura mediante il linguaggio matematico ed è subito rivoluzione scientifica, travolgente — quattro secoli di sviluppo furibondo. A metà del ‘900 si pongono le basi teoriche della rappresentazione digitale dell’informazione (Claude Shannon, Alan Turing, John von Neumann etc.) e già alle soglie del terzo millenio la digitalizzazione pervade la vita dell’umanità intera: la stessa tecnologia in tasca al migrante sul gommone e allo yuppie a Wall Street.

Lingue, grammatiche, matematiche, stampa, poi digitalizzazione di tutto questo, tutti passi nella direzione della comunicazione universale. Internet sembrava andare in questa direzione, almeno fino alla Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio del 1996 di John Perry Barlow. Gli ingenui come il sottoscritto avevano veramente intravisto sorti magnifiche e progressive in quel cyber, che sembrava collegare magicamente la cybernetics (incubatrice della computer science) di John von Neumann, Norbert Wiener, Claude Shannon, Greg Walter, di appena cinquant’anni prima, con la dichiarazione di John Perry Barlow.

L’illusione è durata pochissimo. Abbiamo iniziato ad accorgercene subito, nel 1999, con il code is law di Lawrence Lessig: le regole del cyberspazio le fanno le companies. Gli stati nazione arrancano. Ma ancora non immaginavamo le conseguenze. Oggi Internet è composta da proprietà private abitate da cittadini inconsapevoli di esserlo e tanto meno di essere manovrati. Gli informatici delle high tech si accorgono di occuparsi di ingegneria sociale e controllo piscologico delle masse — qualcuno esce dal giro: /the social dilemma. L’utente social crede di fruire di un prodotto gratuito senza rendersi conto di essere diventato il vero prodotto. Crede quello che gli viene fatto credere e su ciò prende posizione, combatte le tribù nemiche e vota. La società della conoscenza degenera in quella del sentito dire.

I meccanismi di tracciamento, volti alla personalizzazione estrema dei messaggi pubblicitari e del prossimo post o video da guardare, si rivelano un potentissimo strumento di controllo delle masse, oltre l’immaginazione di Orwell e Huxley — da rileggere, di questi tempi. Polarizzazione, fidelizzazione, tribalizzazione sono effetti divisivi. La comunicazione estrema si risolve in assenza di comunicazione. La Torre di Babele risorge più caotica di prima. La nozione di cittadino assume i connotati del customer con una progressione pervasiva e subdola. L’universo delle lingue naturali, delle matematiche, delle codifiche digitali aperte, si polverizza in un altro universo, di recinti chiusi, conigliere social, app, gerghi, grammatiche effimere. Bolle, chiuse ma anche volatili, dove tutto e il suo contrario possono essere egualmente veri, dove notizie vere e false conquistano con la medesima facilità l’attenzione di utenti deprivati degli strumenti e del tempo necessario per riflettere e filtrare, dove il dubbio legittimo si decompone all’istante in complottismo, dove chi magari denuncia è esso medesimo funzionale al tutto.

Chi può arrestare la restarurazione della Torre di Babele? Forse solo la scuola. Se ci riuscirà o meno nessuno può saperlo. Ma esserne consapevoli potrebbe aiutare.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Luigi Micheli ha detto:

    Illuminante, grazie!

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