Alla ricerca in rete … compito?


Molto bene. Riprendo in mano il piccolo semplice elenco di criteri per giudicare i siti web che avevo scritto ieri, perché avete aggiunto degli elementi importanti.

In primo luogo grazie a Alessandra, che oltre ad aggiungere delle precisazioni interessanti e pertinenti, mi ha rammentato quello che era il primo o il secondo punto nella mia lista che avevo in mente e che mi ero dimenticato di aggiungere! Rimedio subito quindi.

E poi grazie anche a Maurizio che introduce un’altra prospettiva, quella dello storico, ottimo! Il commento di Maurizio mi ha consentito di rendermi conto che non ero stato sufficientemente chiaro in un punto importante: la necessità di scendere dentro alle fonti citate. Nel mio intendimento questo fatto io l’avevo scritto ma mi rendo conto di averlo fatto in modo troppo implicito, condensato in quel – Uffa che fatica però! – Rimedio anche a questo e introduco i numeri nell’elenco, passando dal codice <ul> … </ul> al codice <ol> … </ol>, vale a dire dalla Unordered List alla Ordered List – non perdiamo di vista l’editing 😉

Mantengo uno stile semplice, da poter usare con tutti, anche con i più giovani. Sì è vero, si trovano tanti consigli in rete, anche molto buoni, s’intende, ma sviluppiamo qui i nostri, con la nostra mente, poggiando sulle nostre esperienze e pensando ai nostri bambini. Quindi vi invito a sforzarvi di migliorare questi criteri oppure, se vi sembra che vadano bene così, allora ditelo. O dite su cosa non siete d’accordo. Ma pensateci bene, quasi quasi lo considererei un compito, che io faccio insieme a voi.

Finisco in un sito web e leggo … sarà vero quello che leggo?

  1. In primo luogo non ne potrò mai essere sicuro, nemmeno se me lo dice il prof che è vero, o la mamma o il babbo. Se mi viene in mente un’altra verifica bisogna che la provi e non accontentarmi. Se non me ne vengono in mente più, allora forse è abbastanza vero, ma forse …
  2. Quando è stata scritta la pagina che stiamo leggendo? Non si capisce? Gran butto segno. Anche le altre pagine del sito sono prive di riferimenti temporali, cioè non si capisce quando sono state scritte? Ancora peggio.
  3. L’autore è riconoscibile? C’è scritto il suo nome? Se metto il suo nome in Google, che succede? Non viene nulla? Non è un buon segno. Vengono molte voci? È un buon segno. È citato da altri articoli? È un buon segno. È un professore di qualche università, un giornalista, insomma uno che opera per un’organizzazione di qualche tipo? È un buon segno, sì, ma sempre un segno in più, non la certezza.
  4. Se nel testo ci sono scritte delle fonti, che io posso raggiungere subito, o comunque facilmente – non nell’irraggiungibile giornale parrocchiale di una paesino della Nuova Zelanda – allora questo è un buon segno. Le fonti hanno un autore? No? Non è un buon segno. Sì? È un buon segno … valgono gli stessi discorsi fatti per l’autore principale, cioè per ogni fonte raggiungibile nel web si deve tornare al punto 3 e fare le stesse cose – Uffa che fatica però! – Eh ragazzi, inseguire la verità è un affar serio!
  5. Trovo due pagine sullo stesso argomento, una in inglese e una in italiano. Mi dispiace amici, ma quella in inglese è probabilmente meglio. È frutto di un mondo molto più ricco semplicemente perché più grande. Nella mia personale esperienza questo è un criterio assai valido, mai in assoluto, naturalmente, e fatte salve eccezioni che certamente ci sono … mostro esempi.
  6. Sobrietà, semplicità. Non scritte urlate, esagerate, troppo grosse, troppo colorate. Pagine sobrie, semplici nel testo e nella grafica, sono un buon segno, non sicuro ma molto buono.
  7. Linguaggio accademico, gergo strano, molte parole difficili. Pessimo segno, specialmente in pagine destinate alla lettura web, ma non solo. Gli scritti di valore non hanno bisogno di complicazioni linguistiche. L’autore di valore non ha paura di parlare troppo semplicemente, anzi. Io diffiderei di quello che usa molti paroloni.

Alla ricerca


Ho appena letto il ricco commento di Monica. Bello. Ne traggo qualche spunto.

Credo che sia chiaro che io amo e uso moltissimo i libri. Eppure non ho mai saputo usare né le librerie né i musei, a meno che non mi rechi in uno di quei luoghi con un’idea precisa in mente: un libro da chiedere, un tipo di libro da cercare, un’opera, o al massimo alcune opere da vedere. In altri modi per me è semplicemente troppo. Potrei dire, parafrasando:

Quando entro in una libreria devo affrontare tre forme di carico cognitivo riguardanti:

  • l’eccesso di titoli palesemente inutili che mi confondono e mi disturbano e mi fanno passare la voglia di rimanerci, anche perché mi viene in mente che in Italia si pubblicano 60000 (sessantamila) nuovi titoli l’anno e allora come disse un mio anziano e saggio collega – Mi vengono i piedi pesanti e mi si svuota la testa …
  • le tecniche commerciali di offerta della libreria che mi disturbano oltremodo.
  • Le strategie di risposta disponibili, del tutto insoddisfacenti, libri chiusi che non si possono sfogliare, del tipo compra o vattene; l’impossibilità di stare tranquilli a sfogliare un libro che potrebbe anche accompagnarmi tutta la vita ma potrei anche volerlo gettare dopo una mezz’ora; se c’è gente perché siamo sotto le feste, la folla turbinante alla greppia che mi indispone.

Questo influisce in modo negativo sui miei processi sia attentivi che di elaborazione sensoriale (eufemisticamente parlando), facendo si che focalizzi la mia attenzione solo su una parte dell’informazione (nei momenti migliori).

Monica, prendilo come uno scherzo, che utilizzo per approfondire 🙂

E beninteso, auspico che le librerie non scompaiano mai; voglio solo dire che la quantità è quantità ovunque, nello spazio e nel cyberspazio, e che per affrontarla bisogna avere un buon disegno in mente.

E insisto, facendo di nuovo un passo indietro e tornando a quello scritto di ieri. Recupero uno degli esempi che avevo in mente e poi lasciato perdere, a proposito dell’affidabilità delle fonti. Con grande facilità tutti concordiamo sul fatto che le fonti debbano essere affidabili. Insisto, la questione non è banale e non ha niente a che vedere con Internet.

Sono sicuro che molti di voi hanno preso qualche medicamento omeopatico. Se per caso nessuno di voi ne avesse preso, non importa, in ogni caso l’omeopatia rappresenta un business colossale, in farmaci, pratiche mediche, letteratura. Quindi c’è gente che ci crede.

Sono sicuro che tutti voi siete fermamente convinti del valore del paradigma fondamentale della conoscenza scientifica, così come si è dipanato dall’epoca di Galileo ad oggi. Paradigma che ha nel cuore quell’idea di verità debole di cui abbiamo ragionato nel post precedente. Poi quel paradigma è esso stesso variato non poco nel secolo scorso, ma nessuno mette in dubbio l’insostituibilità dell’esperimento, quale strumento fondamentale dell’indagine scientifica. Semmai si è ridiscusso sull’interpretazione dei risultati e sul ruolo dello sperimentatore-osservatore, inevitabilmente anche perturbatore dell’esperimento stesso. Ma nessuno nega il valore del metodo sperimentale.

Orbene, l’omeopatia è priva di supporto sperimentale. Andate a cercare nella letteratura scientifica biomedica ufficiale [NOTA] in PubMed (potete imparare ad usarla seguendo il mio minicorso per studenti di medicina, se vi pungesse vaghezza) e non troverete uno straccio di conferma. Domandatene a qualunque ricercatore che la ricerca la faccia per davvero e vi riderà in faccia.

Allora, supponiamo che voi facciate una ricerca e troviate un sito di omeopatia – non provo nemmeno, sono più che sicuro che ve ne siano in giro e anche di ottimi. Ma come la mettiamo con l’affidabilità delle informazioni in questo caso?

Se siete assolutamente fedeli al paradigma scientifico, dovete giudicare inaffidabile qualsiasi sito che riporti risultati positivi di pratiche omeopatiche.

Se siete convinti che quella certa pratica descritta in quel sito web, o in quel libro, abbia valore, allora vuol dire che la vostra fiducia nella letteratura scientifica, riconosciuta universalmente quale la più autorevole delle fonti scientifiche, non è poi così ferrea. O l’uno o l’altro.

O tutte e due. Come? Rinunciando alle idee di verità, affidabilità, autorevolezza, quali assoluti. Lo spirito credo che potrebbe essere quello di Don Milani che si ingegnava di aiutare i ragazzi a capire da soli il fondo di un giornale. Di sicuramente vero, di sicuramente affidabile, di sicuramente autorevole non c’è nulla. La guardia non va mai abbassata.

Provo a buttar giù qualche criterio pratico, in maniera semplice, che la possa capire chiunque, da somministrare ai più giovani con il proprio esempio e con la discussione su casi pratici, non da offrire come prontuario …

Finisco in un sito web e leggo … sarà vero quello che leggo?

  • In primo luogo non ne potrò mai essere sicuro, nemmeno se me lo dice il prof che è vero, o la mamma o il babbo. Se mi viene in mente un’altra verifica bisogna che la provi e non accontentarmi. Se non me ne vengono in mente più, allora forse è abbastanza vero, ma forse …
  • L’autore è riconoscibile? C’è scritto il suo nome? Se metto il suo nome in Google, che succede? Non viene nulla? Non è un buon segno. Vengono molte voci? È un buon segno. È citato da altri articoli? È un buon segno. È un professore di qualche università, un giornalista, insomma uno che opera per un’organizzazione di qualche tipo? È un buon segno, sì, ma sempre un segno in più, non la certezza.
  • Se nel testo ci sono scritte delle fonti, che io posso raggiungere subito, o comunque facilmente – non nell’irraggiungibile giornale parrocchiale di una paesino della Nuova Zelanda – allora questo è un buon segno. Le fonti hanno un autore? No? Non è un buon segno. Sì? È un buon segno … valgono gli stessi discorsi fatti per l’autore principale. Uffa che fatica però? Eh ragazzi, inseguire la verità è un affar serio!
  • Trovo due pagine sullo stesso argomento, una in inglese e una in italiano. Mi dispiace amici, ma quella in inglese è probabilmente meglio. È frutto di un mondo molto più ricco semplicemente perché più grande. Nella mia personale esperienza questo è un criterio assai valido, mai in assoluto, naturalmente, e fatte salve eccezioni che certamente ci sono … mostro esempi …
  • Sobrietà. Pagine sobrie, nel testo e nella grafica, sono un buon segno, non sicuro ma molto buono.
  • Linguaggio accademico o gergo esclusivo. Pessimo segno, specialmente in pagine destinate alla lettura web, ma non solo. Gli scritti di valore non hanno bisogno di complicazioni linguistiche. L’autore di valore non ha paura di parlare troppo semplicemente, anzi. Io diffiderei di quello che usa molti paroloni.

E voi, avete da aggiungere qualcosa a questo piccolo elenco? Da togliere? Da cambiare?


[NOTA] Per mantenere nitido il discorso, ho semplificato dando per scontato che la letteratura scientifica sia affidabile. Da ciò che ho scritto nei post precedenti è evidente che anche questo è solo parzialmente vero, anzi sempre meno vero. In un articolo scientifico di qualche anno fa, Publish and be wrong, gli autori hanno verificato che di una cinquantina di risultati di grande rilevo pubblicati sulle più importanti riviste e largamente accreditati nel mondo scientifico, un terzo sono stati contraddetti nel giro di pochi anni.

Alla ricerca della verità


Dove, turbati dalla frequente e comprensibile emersione dell’ansia sull’affidabilità delle fonti in Internet, ci troviamo a riflettere su cosa voglia dire autorevole, affidabile e infine, ohinoi, vero. Editing Multimediale? ma come si fa a editare, a lavorare in un mondo che ci incute timore e ci rende insicuri! Non possiamo non soffermarci su un tema così importante. E gnacche ai compiti …


Prendo le mosse da uno dei vostri commenti, precisamente da questo di Alessandra:


A proposito di informazioni affidabili andando “alla ricerca della verità”, trovo che uno dei problemi più rilevanti in questo campo lo offra il fenomeno della deissi. Una delle prime cose che mi chiedo quando devo utilizzare un’informazione è se è sufficientemente aggiornata…

Parto da qui per via del fatto interessante che io non sapevo il significato della parola deissi. Sono un fautore della ricchezza e del carattere rivoluzionario del cyberspazio ma sono al tempo stesso sommerso di libri e di ausili tradizionali per la scrittura, cosciente della mia ignoranza. Ecco allora, in questa foto, frettolosamente ammucchiati i dizionari e le grammatiche che di solito si trovano sparpagliati nel mio studio. Acciuffo quindi il Devoto-Oli per cercare Deissi: … deiscènza, deismo, deista, deità, de iure … non c’è! Provo quindi il Dizionario Etimologico Italiano (Battisti-Alessio): …deiscere, deismo, deità, de iure, délabré … niente! Vado in Google, in 0.19 secondi mi ritrovo in Wikipedia: Eccola! Mi potrò fidare?! Leggo, il testo mi pare buono. In fondo ci sono le fonti:

  • Voce nel vocabolario Treccani
  • Parti delle fonti da cui è ricavata l’etimologia sono dedotte anche da un vocabolario Zingarelli
  • Voce nel dizionario etimologico redatto da Pianigiani presente nel web
  • Voce nel vocabolario Treccani
  • Ricavato dal vocabolario zingarelli

Mi posso fidare? Penso di sì. Peccato che io sia in possesso, evidentemente, dei testi sbagliati, o diciamo insufficienti. Ma siamo sicuri che non possa magari accadere l’inverso? Ecco, per esempio, da donne e uomini come Pietro, portatori di una cultura che per me è fondamentale, ho spesso udito parole ormai sconosciute ma che sono sopravvissute nel parlato di questa gente, i cui pochi superstiti, allignano in luoghi defilati, completamente ignorati dal vuoto frastuono del mondo. Ebbene, io amo molto il Devoto-Oli perché me le fa trovare tutte, queste curiose parole. Mi fece Pietro un giorno – Andrea, vedi se tu scoscendi codeste frasche, prima di tirare innanzi – Intuii ma la sera andai a vedere: scoscéndere2. Tr. Fendere o spaccare violentemente: Fronda che trono scoscende (Dante). Bene, diamo questo verso in pasto a Google, 0.21 secondi:

Già eran li occhi miei rifissi al volto
della mia donna, e l’animo con essi,
e da ogni altro intento s’era tolto.
E quella non ridea; ma – S’io ridessi, –
mi cominciò – tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi;
ché la bellezza mia, che per le scale
dell’etterno palazzo piú s’accende,
com’hai veduto, quanto piú si sale,
se non si temperasse, tanto splende,
che ‘l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.

La verità. L’affidabilità. La completezza. Dove tutto questo? Sapete cosa? Mi tengo il De voto-Oli, e anche Wikipedia. E poi anche il mio giudizio, perché a dire il vero, la spiegazione trovata in Wikipedia m’era tornata subito poiché dava completamente senso alla frase di Alessandra …

come fare a sapere che una cosa è attendibileil problema dell’autorevolezza e dell’affidabilità delle fonti … Facciamo un passo indietro, lasciando stare Internet.

Autorevole. Perché invocare l’autorevolezza? Forse, in un certo senso, per semplificarsi la vita. Ci si può fidare di un’informazione proveniente da una fonte autorevole, e prendersi la briga di verificarla è superfluo. L’autorevolezza della fonte fa risparmiare lavoro, a volte pensiero. E potersi fidare? Verificare? Cosa vuol dire? Vuol dire ritenere che le informazioni possano essere vere o false. Vuol dire credere nell’esistenza del vero, della verità. E con questo siamo finiti in un terreno scivolosissimo, sul quale i filosofi moderni e contemporanei tutto sono all’infuori che concordi. E in quelle arene speciali, il concetto di verità non se la passa per niente bene, a ragione dico io, ma questa è solo un’opinione personale. Ben lungi dall’essere un padrone grave e severo, la verità è un servitore docile e ubbidiente … conoscere, non può avere a che fare esclusivamente, e neppure principalmente, con la determinazione di ciò che è vero … – di rasoiate del genere potrei riempire un singolo post, anche solamente attingendo a Vedere e costruire il mondo, di Nelson Goodman (Laterza, 2008). Senza voler prender un partito o l’altro, se pensatori eminenti si stanno ancora interrogando su un tema del genere, la questione dell’affidabilità delle fonti in Internet è quasi un problema risibile, in confronto.

L’ho presa troppo ariosa? Torniamo sul concreto, sui fatti quotidiani per esempio, dei quali la stampa ci riempie la testa ogni giorno. Cosa c’è di più adatto se non i crudi fatti della cronaca, gli accadimenti tali e quali? Ebbene, ma dov’è la verità fra i diecimila che avrebbero riempito una certa piazza secondo gli uni e i centomila secondo gli altri? Dov’è la verità fra le opinioni diametralmente opposte che qualsiasi rassegna stampa ci sciorina sui fatti del giorno precedente? Qual è il giornale più autorevole? Forse quello che ciascuno di noi preferisce, ma se così è, non si tratta di una ricerca di verità bensì una ricerca di conforto, una verifica di appartenenza, tutta un’altra cosa rispetto alla verità. E a complicar le cose, aggiungo che se è vero che i fatti son fatti è altrettanto vero che i padroni son padroni e per raccontare bene i fatti bisogna esser liberi e non all’ombra di qualcuno o qualcosa. E non è per nulla una novità o una degenerazione dei tempi moderni, questa, se già Balzac aveva dubbi di questo genere, descrivendo la spregiudicata carriera giornalistica di Lucien de Rubempré, nel suo Illusioni perdute.

Siamo forse scesi troppo terra terra, con le cronache? Allora saliamo un po’, parliamo di cose serie, parliamo di economia. Che c’è di più importante dell’economia oggi? Le sorti del mondo dipendono dai grandi giochi economici, dai grandi teorici dell’economia, dai premi Nobel, dai grandi statisti, dai grandi manager, dai grandi manovratori, manifesti e occulti, chissà come saranno questi ultimi … Ma voi, da chi ve la fareste raccontare la situazione attuale, potendo scegliere uno fra tutti questi autorevolissimi personaggi? A chi di loro affidereste a cuor leggero qualche vostro piccolo sudato risparmio? Di chi vi fidereste? Mi sovviene in questo preciso momento un libro che lessi qualche anno fa, Alla ricerca della stupidità scritto da un manager di successo della Information Technology, Merril R. Chapman (Mondandori, 2004). Un manager e consulente ai massimi livelli dell’industria informatica degli anni 80-90, che traccia un quadro impietoso di numerosi e incredibili fallimenti collezionati dai più famosi manager dell’high tech, il settore trainante dell’economia. In sostanza, la tesi del libro è la seguente: il panorama industriale e economico odierno è talmente complesso che il buon manager non si giudica dal maggior numero di successi bensì dal minor numero di errori.

Ma allora, esisterà pure una parte di mondo dove la verità c’è e si vede? Sarà pur appoggiato su qualcosa questo nostro mondo? Vi saranno pur delle fondamenta? Ah, forse eravamo partiti dalla parte sbagliata. Perché non averci pensato prima? Ma è la scienza il regno della verità! La scienza e la sua ancella la tecnologia! Perbacco, per far funzionare una macchina si deve costruir sul solido, chi lo negherebbe? Ci deve essere un substrato di verità sotto alla fabbricazione di uno di questi straordinari tablet, che ci manca poco che facciano anche il caffè! E signori, 42 anni fa l’uomo è sbarcato sulla luna, queste non sono barzellette. La tecnologia è scienza applicata e la scienza è la cattedrale della verità.

Ah attenzione! Qui occorre andar cauti, rallentare, quasi fermarsi, per non prendere una sonora cantonata. Fermiamoci un poco, in questa meravigliosa cattedrale. Fermiamoci a osservarne un qualche particolare, non importa quale, perché il cemento che la tiene insieme è tutto il solito. Sì, è tutto il solito ma non è la verità, così come la si intende comunemente. La verità in positivo, scolpita, indeformabile, tetragona agli insulti delle contingenze. La verità che con il suo involucro impermeabile custodisce i contenuti, sì proprio quelli, proprio quelli che versiamo in gran copia nelle testoline dei nostri cuccioli.

Della vuotezza della nozione di contenuto puro disquisisce Nelson Goodman. Come? E quell’involucro impermeabile allora? Cosa protegge? Nulla. Assolutamente nulla. Ha ragione Goodman, perché lo scienziato, quello vero, non cerca mai quella verità assoluta che ci sembra così consolante. Non la cerca mai perché sa benissimo che non esiste. Con questo la sua ricerca, pur faticosissima, porta spesso a clamorosi successi, i successi che il progresso moderno documenta oggi in una miriade di modi e in una grande varietà di campi. Ma la sua ricerca non è di una verità in positivo bensì di una verità in negativo. Un po’ come l’idea di Michelangelo …

Si come per levar, donna, si pone
in pietra alpestra e dura
una viva figura,
che là più cresce u’ la pietra scema;

(Michelangelo Gedichte, Insel Verlag, 1992)

E che leva lo scienziato? Gli errori. O meglio, le ipotesi sbagliate e, in generale, tutti gli errori possibili immaginabili. Un mare di errori. Mi disse un anziano scienziato di fama internazionale, a proposito del suo lavoro – Mah, a essere sincero, di idee veramente azzeccate ne avrò avute due, forse tre.” La verità, alla quale lo scienziato sempre anela ma che non raggiunge mai, è una verità in negativo, è ciò che rimane al netto di tutti i pensieri e i tentativi che non si sono accordati alle risposte della natura, unico giudice del suo operato. Una nuova teoria non sconfessa mai quella precedente, che ha funzionato in innumerevoli esperimenti, bensì la modula, la varia in maniera che la nuova verità emerga al netto degli ultimi errori. Magari questi ultimi errori sono piccini, visibili solo con strumenti di precisione mirabile, e può anche essere che tale nuova verità, disegnata da una nuova e più complessa teoria, risulti poi indistinguibile dalla verità precedente, disegnata dalla vecchia teoria, ma ancora perfettamente valida per numerose applicazioni. Questo vale per esempio nel caso dei viaggi sulla luna, o del lancio dei satelliti, che possono essere calcolati con la teoria della gravitazione di Newton, senza aver bisogno di ricorrere a quella più ampia, che spiega altri fenomeni, la teoria della relatività generale di Einstein. La teoria di Einstein non ha negato la teoria di Newton, non ha dimostrato che quest’ultima era sbagliata.

Smentita la teoria di Einstein suonavano i titoli di alcuni giornali, in occasione di quell’esperimento sulle proprietà dei neutrini, del quale il nostro Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (non l’attuale) lasciò intendere ai cittadini che tali neutrini avevano viaggiato in un tunnel fra Ginevra e il Gran Sasso! Si diceva l’autorevolezza … Ma non dobbiamo infierire dove è sin troppo facile farlo. Piuttosto, riflettiamo un attimo, dopo avere adeguatamente metabolizzato quest’idea debole e delicata di verità, e quindi se vogliamo ancor più bella e desiderabile, per provare a soddisfare una curiosità inevitabile: ci sarà un punto, un fronte, una regione dove questa preziosa e fragile entità, sostenibile solo con amorose cure, perfonde il resto del mondo, inevitabilmente, il mondo delle cose di tutti i giorni, il mondo delle persone, dei popoli, delle industrie, il mondo economico. Il mondo dove non è facile immaginare la libera circolazione dei frutti di tale verità. Sì certo, esiste una regione del genere, ed è quella della letteratura scientifica, quella ufficiale, quella dove si pubblicano solo articoli che rispondono a requisiti minimi di rigore, completezza di descrizione, qualità della descrizione, originalità, significatività e riproducibilità dei risultati. Una letteratura dove per pubblicare un lavoro occorre sottoporlo al processo di revisione fra pari, di peer-reviewing. Le riviste scientifiche serie, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto. L’editore della rivista, in base a questi pareri, decide se pubblicare senz’altro il lavoro (questo sulle riviste importanti accade piuttosto raramente), se subordinare la pubblicazione alla scrittura di una seconda revisione con tutta una serie di variazioni proposte dai revisori o se rifiutare tout court il lavoro. Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che occorrano molti mesi od anche più di un anno.

Purtroppo, malgrado questo meccanismo, apparentemente ineccepibile, i frutti di quella verità debole che dicevamo prima, non circolano per niente bene. Per farsene un’idea, riporto qui un brano preso da un post di una serie che ho scritto per gli studenti di medicina sul tema della letteratura scientifica biomedica.

Vediamo ora due importanti problemi che affliggono la ricerca biomedica. Il primo dipende dal volume della letteratura e dal ritmo con cui questa va crescendo. Il problema è che volume e velocità di crescita mettono in crisi il processo di peer reviewing. Finisce che i revisori son costretti a fare il loro lavoro troppo velocemente. Per fare una buona revisione occorre tempo e avere il polso della situazione. Io ho iniziato a rifiutare di fare revisioni ogni volta che mi sono allontanato da una certa disciplina, cosciente che non avrei più avuto il tempo di seguire il corso di quella specifica letteratura. I revisori sono a loro volta ricercatori e sono quindi anche loro sottoposti ad una elevatissima competitività che concede loro poco tempo. Nel giudicare un lavoro si tende quindi a privilegiare fattori che da soli non sarebbero sufficienti a valutare adeguatamente un lavoro, quali il prestigio già acquisito dagli autori, dei quali si tende a fidarsi di più. Inoltre, maggiore è il tuo medesimo prestigio è più facile sarà che ti vengano richieste revisioni. Non ce la farai a seguirle tutte ma non potrai rifiutare, perché non ti conviene. Succede che appalti le revisioni a membri del tuo staff, ma questi saranno più giovani e quindi più timorosi di dire sciocchezze: meglio tendere a valutare positivamente il lavoro del gruppo famoso, di caratura internazionale, piuttosto che quello di un giovane autore emergente. Ne consegue una grave minaccia per la creatività e per l’emergenza di soluzioni realmente innovative, a favore di filoni che rappresentano il mainstream. Ecco che così un sistema nato per creare la massima selezione del nuovo finisce con il deprimerlo. Questa è una delle contraddizioni tipiche del mondo ipercomplesso.

Prevengo subito l’obiezione banale: ah ma allora tu sei contro il sistema tradizionale di produzione della letteratura scientifica. No, assolutamente, ma i problemi quando compaiono vanno riconosciuti e affrontati.

L’altro grande problema, che affligge in modo particolare la ricerca biomedica, è quello del conflitto di interessi. La situazione sin qui descritta è quella classica nella quale il maggiore artefice della ricerca scientifica è stato il mondo accademico delle università e degli istituti di ricerca. Con il passare degli anni sono aumentate moltissimo le interazioni con il mondo industriale che impiega le tecnologie derivate dalla conoscenza scientifica. Generalmente questo tipo di interazioni è visto come un bene in quanto le sperimentazioni moderne sono sempre più onerose per i finanziamenti pubblici e quindi un apporto economico da parte delle industrie non poteva non costituire un elemento di grande interesse. È qui tuttavia che nasce il problema del conflitto di interessi. La partecipazione industriale – segnatamente di case farmaceutiche in questo contesto – è giunta a costituire la parte del leone nel finanziamento della sperimentazione clinica. Poiché il risultato di una ricerca può avere conseguenze massicce sugli esiti di vendita di un farmaco o su di una certa prassi clinica, emerge il problema dell’effettiva indipendenza dei ricercatori dalle organizzazioni che finanziano le loro ricerche. In effetti non si può non porre il problema di quanto un’industria farmacologica sia disposta a finanziare una costosa sperimentazione clinica i cui risultati possano influire in modo pesantemente negativo sulla vendita di un proprio prodotto.

La verità è quindi delicatissima e laddove il grande pubblico, anche degli operatori del settore, tenta di accedervi, questa è diluita, contaminata, talvolta irrimediabilmente inquinata. Eppure si va avanti, sì, senza dubbio, ma in maniera molto molto complicata, con sprechi enormi, con un procedere che è molto più un faticosissimo e tortuoso arrancare.

E in tutto questo discorso, per ora, di internet non s’è visto nemmeno l’ombra.

Assignment 7: Open Educational Resources, iniziamo con qualche storia

Con questo e forse con un eventuale prossimo post vorrei farvi conoscere le Open Educational Resources. Per iniziare vi racconto alcune storie che ho tradotto dall’articolo Students Find free Online Lectures Better Then What They’re Paying For apparso l’11 ottobre scorso in The Chronicle of Higher Education, la più importante pubblicazione dedicata all’università negli Stati Uniti. In queste storie troverete dei riferimenti ad alcuni corsi online e con questa espressione, nel seguito, intenderò corsi online che siano liberamente fruibili da chiunque. Avrei potuto esplicitare i link di tali risorse ma preferisco lasciarveli cercare con Google affinché, cercando, ciascuno di voi possa eventualmente scoprire quel che per lui, ma non necessariamente per altri o per me medesimo, potrebbe essere una perla.

Continua a leggere …

Assignment 5: Open Educational Resources, iniziamo con una storia

Sono le 15:02 di domenica 27 dicembre, nel preciso momento in cui sto scrivendo questo paragrafo. Il resto del post l’ho scritto quasi tutto fra ieri e oggi, mi manca poco per finire. Ho appena letto il commento di Simonetta, una studentessa IUL, al post dell’intervista, dove si chiede in che misura il metodo che stiamo sperimentando insieme, cosiddetto della blogoclasse, dipenda dalle caratteristiche individuali dal docente. Non saprei  ma il post che stavo giusto scrivendo rappresenta forse e in parte una risposta indiretta. Vedremo più avanti.

Con i prossimi post vorrei farvi conoscere le Open Educational Resources. Per iniziare vi racconto alcune storie che ho tradotto dall’articolo Students Find free Online Lectures Better Then What They’re Paying For apparso l’11 ottobre scorso in The Chronicle of Higher Education, la più importante pubblicazione dedicata all’università negli Stati Uniti. In queste storie troverete dei riferimenti ad alcuni corsi online e con questa espressione, nel seguito, intenderò corsi online che siano liberamente fruibili da chiunque. Avrei potuto esplicitare i link di tali risorse ma preferisco lasciarveli cercare con Google affinché, cercando, ciascuno di voi possa eventualmente scoprire quel che per lui, ma non necessariamente per altri o per me medesimo, potrebbe essere una perla.

Prima storia

Nicholas Presnell ha due professori di algebra lineare: uno ufficiale e uno virtuale. Il primo è un professore dell’Arizona State University, dove il sig. Presnell è uno studente part-time in ingegneria elettrotecnica. L’altro è un insegnante del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che ha inserito le proprie lezioni di algebra lineare fra i materiali didattici online offerti dal progetto OpenCourseWare del MIT.

In un certo senso, il professore di matematica Gilbert Strang del MIT,  è apparso per primo nella vita di Nicholas Presnell che ne trovò per caso le lezioni video mentre stava cercando di risolvere un problema incontrato nel proprio lavoro di ingegnere elettrotecnico presso la Honeywell Aerospace. Queste lezioni online non servirono solo a risolvere il problema immediato di Nicholas ma si rivelarono anche uno stimolo per iscriversi ad un corso di laurea presso un istituto nelle vicinanze, la Arizona State University. Ora Nicholas, pur seguendo le lezioni di sistemi lineari presso la Arizona University utilizza frequentemente i video del MIT come un ulteriore fonte di studio.

“È come se il MIT fungesse da controllo di qualità dei corsi che sto seguendo”

sostiene Nicholas.

Qui compare, in un contesto molto specifico, una delle conseguenze più importanti di Internet che è una mutata concezione dell’autorevolezza. Abbiamo infatti uno studente universitario che confronta corsi diversi attingendo da questi in funzione di ciò che ciascuno di essi dà. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento di paradigma, dove non abbiamo lo studente che si rivolge ad un’istituzione nell’autorevolezza della quale ripone a priori la propria fiducia, bensì abbiamo uno studente consapevole che conduce in prima persona il processo di apprendimento recependo le proposte degli insegnamenti ma svolge nel contempo un ruolo critico, operando eventualmente selezioni e integrazioni. Torneremo su questo concetto.

Seconda storia

Sharon Malaguit racconta che il suo professore di anatomia, nel corso di infermieristica che seguiva presso il San Bernardino Valley College, era diventato un incubo per lei. Il professore spiegava in modo difficile da capire e facilmente partiva per la tangente ma allo stesso tempo era severo e inflessibile.

Fu così che Sharon scoprì un’alternativa nella forma delle lezioni online di Marian C. Diamond, una professoressa di anatomia e neuroscienze presso l’università di California a Berkeley, lezioni che presto divennero la sua ancora di salvezza tutte le volte che si trovava in difficoltà perché non riusciva a tenere il passo delle lezioni presenza.

“Lei era molto più chiara e riusciva a rimanere focalizzata sull’argomento trovando esempi pertinenti con l’oggetto delle lezioni”

racconta Sharon a proposito della professoressa di Berkeley.

Era tornata al college dopo un’interruzione di 18 anni dovuta al fatto che si era dedicata all’educazione dei suoi quattro figli. Inoltre era cresciuta nelle Filippine e perciò l’inglese era la sua seconda lingua. Per queste ragioni, Sharon paventava delle difficoltà e quindi già immaginava di dover cercare qualche forma di aiuto per riprendere ed andare avanti con gli studi.

All’inizio cercò di farsi aiutare da un tutor del campus ma per lei era troppo difficile trovare il tempo per incontrarlo. Successivamente Sharon provò con le lezioni video acquistate dalla Rapid Learning Center, azienda specializzata nella vendita di supporti didattici, ma i 200$ necessari si rivelarono mal spesi perché il livello dei corsi si rivelò essere troppo elementare.

Poi successe che il marito, facendo delle ricerche in YouTube, scoprì le lezioni online che una nota insegnante di Berkeley, la professoressa Diamond, aveva reso liberamente disponibili in Internet. Sharon rimase ammaliata dalla chiarezza delle lezioni del prof.ssa Diamond e si organizzò per seguirle la sera dopo avere messo a letto i bambini. In seguito raccomandò le lezioni a molti compagni di classe e amici.

Sharon, prima di trovare queste lezioni online, era così frustrata che stava per demordere dal proposito di terminare la scuola. Successivamente scrisse un’email alla prof.ssa Diamond per ringraziarla e rimase stupefatta quando un giorno la professoressa la chiamò al telefono per incoraggiarla a continuare gli studi.

“Mi sentivo come una scolaretta ed ero felice e commossa”

racconta Sharon.

Da parte sua, la prof.ssa Diamond, commentando l’episodio, ha spiegò di rispondere a tutti coloro che le scrivono e di ricevere grande gratificazione da questo tipo di riscontri.

Qui compaiono ulteriori elementi interessanti. Il primo è l’enorme vantaggio che le risorse didattiche online asincrone danno a coloro che frequentano un corso universitario contemporaneamente allo svolgimento di un lavoro ed alla conduzione di una famiglia. Evidente il nesso con il tema del lifelong learning. Il secondo fatto degno di nota è la relazione umana significativa che si può stabilire in una forma di insegnamento online, anche se ridotta ad un singolo episodio. L’effetto che può produrre una relazione del genere non dipende infatti necessariamente solo da aspetti quantitativi ma è sostanzialmente un fatto  di qualità. L’entusiasmo e la spinta prodotti da un episodio come quello raccontato da Sharon può letteralmente fare miracoli.

Terza storia

Tradizionalmente nelle high school americane esistono le Advanced Placement classes, corsi facoltativi che gli studenti più intraprendenti possono seguire per avvantaggiarsi per il futuro inserimento all’università. Recentemente sono stati introdotti anche i cosiddetti Independent Study, mediante i quali si possono acquisire crediti validi ai fini del completamento del liceo seguendo dei corsi universitari che si attaglino ai propri interessi.

Ebbene, il giovane Aditya Rajagopalan era uno studente presso la Choate Rosemary Hall (uno liceo) che nell’ambito di un programma di Independent Study stava seguendo un ciclo di lezioni online sulla teoria matematica dei giochi di Benjamin Polak, un professore di economia della Yale University (la teoria matematica dei giochi è molto importante nella scienza dell’economia oggi).

Aditya ogni settimana seguiva una o due lezioni a casa e poi, insieme agli altri studenti del gruppo che aveva aderito al programma di Independent Study presentava in classe quello che aveva imparato discutendo insieme agli altri ed al professore il problemi che aveva incontrato.

Le discussioni erano condotte da un professore di matematica del liceo, Fred Djang, con la collaborazione saltuaria di un professore di economia. Aditja ed un suo compagno dimostrarono interesse per questo soggetto ed avrebbero voluto approfondire per farne il tema principale del corso di matematica ma il professore disse loro che non avrebbe avuto il tempo di ristrutturare il corso in questo modo. Quando tuttavia, il professor Djang ebbe modo di guardare i video delle lezioni si rese conto che questi stessi avrebbero potuto formare la maggior parte di un intero corso.

“Oddio! Quando vidi questi video mi resi conto che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di fare qualcosa di paragonabile …”

disse il prof. Djang

“… questo professore è troppo bravo e l’interesse mostrato dalla classe è palpabile”.

Aditja spiegò anche che vi sono altri professori del liceo che suggeriscono agli studenti di seguire le lezioni disponibili online:

“Per esempio il professore che ci spiega l’algebra lineare e le funzioni a più variabili ci dà il link delle lezioni online del MIT per risolvere eventuali dubbi”.

Successivamente Aditja ebbe anche modo di conoscere personalmente il professor Polak durante una visita organizzata al college di Yale e in quell’occasione emerse che molti altri studenti avevano seguito le lezioni online di Pollak il quale si meravigliò della popolarità delle proprie lezioni.

A parte l’interesse di un approccio nel quale viene istituzionalizzato e considerato l’accesso degli studenti di liceo a delle lezioni universitarie, voglio mettere in luce l’atteggiamento aperto dei professori che riconoscono il valore di altri e, invece di chiudersi e chiudere gli studenti nel proprio recinto, propongono addirittura loro di integrare i propri materiali con quelli degli altri. Questa visione aperta e collegiale è fondamentale e, purtroppo, molto poco diffusa dalle nostre parti. Una volta un mio collega al quale stavo descrivendo le opportunità di un atteggiamento più aperto che si rende oggi possibile grazie alle nuove tecnologie mi disse:

“Ma io sono geloso delle mie cose!”

Ecco, in che misura possono essere “proprie” le cose che insegnamo? Che vuol dire che sono proprie? Su questo è opportuno riflettere. Ci torneremo.

Quarta storia

La maggior parte degli insegnanti utilizzano libri di testo come materiali di studio. Bene, qui si racconta la storia di un professore che assegna la visione delle lezioni di un altro professore.

Per Heather Green-Smith, in procinto di laurearsi presso il Wisconsin Indianhead Technical College, questo suggerimento rappresentò la salvezza.

“Delle volte, tornata casa, avevo le lacrime agli occhi dalla frustrazione perché non venivo a capo dei problemi di programmazione del software”

raccontava Heather.

Furono le lezioni online di Mehram Sahami, professore associato presso la Stanford University, a chiarire le idee a Heather e molto aiutarono l’empatia e il senso dell’humor del professor Sahami. Heather era venuta a conoscenza delle sue lezioni online grazie ad un altro professore del proprio college che aveva chiesto agli studenti di guardarle e di scrivere un compito su di esse.

Heather non era una studentessa convenzionale, trovandosi all’età di 49 anni al primo anno di college. Aveva dovuto compiere questa scelta difficile dopo aver perso il proprio lavoro di tecnico presso un’azienda di produzione di materiali plastici per equipaggiamenti sanitari.

Heather finì col seguire una dozzina di lezioni fra quelle offerte online dalla Stanford University, collegandosi la sera tardi mentre il marito si attardava ai propri lavori di bricolage (costruendo per l’appunto una scrivania alla moglie …). Anche Heather scrisse al proprio “professore virtuale” per mostrare la propria gratitudine.

Non è che l’insegnante ufficiale del corso non le piacesse, anzi, gli riconosceva doti di pazienza e brillantezza. Il fatto è che aveva poca esperienza di insegnamento avendo lavorato vari anni nell’industria: parlava molto veloce e mostrava passione ingegnandosi a mostrare modi diversi di affrontare i problemi; tuttavia dimenticava di attenersi al ritmo di apprendimento degli studenti e di utilizzare un linguaggio a loro famigliare. Gli studenti lo seguivano con grande difficoltà.

Al contrario, il prof. Sahami, procedeva rifacendosi da un punto dove gli studenti lo avrebbero sicuramente capito e preoccupandosi di mostrare che la programmazione del computer “non è poi quella cosa così spaventosa”. Con il suo metodo si formava spontaneamente una comunità grazie al fatto che gli errori più comuni venivano ripresi pazientemente e discussi insieme, cosicché era improbabile che uno studente si trovasse isolato di fronte ad un problema apparentemente insormontabile.

Heather ci teneva anche a specificare che l’insegnante “Parlava in inglese!”, tutta contenta perché in un corso che all’inizio pareva insormontabile aveva finito col prendere un “A”.

Giunti a questo punto, non commento oltre. Preferisco abbandonarvi alle vostre riflessioni e lasciarvi girovagare al di là di queste piccole porticine che vi ho aperto, sperando sì che scopriate qualcosa che vi piaccia ma non da inquietare i vostri famigliari per eccesso di rete-dipendenza!

L’assignment, se vogliamo, consiste nel cercare e, al ritorno dalla ricerca, narrare le proprie impressioni, magari descrivendo qualche
scoperta interessante. Poi ne riparleremo.