Due parole sulla scelta del blog #loptis

Fra le iscrizioni che stanno arrivando ve ne sono alcune che fanno riferimento a servizi blog diversi da quelli che ho proposto nel blog precedente.

Cerco sempre di lasciare la più ampia scelta ma in alcune circostanze occorre circoscrivere un po’ il novero delle possibilità, affinché tutta l’operazione risulti alfine sostenibile. Mi spiego. Dietro a questo marchingegno ci sono io (indirizzo generale), io (conduzione del corso, scrittura post ecc.), io (ascolto, risposta ai commenti) e poi io (creazione e amministrazione database). La cosa è possibile grazie ad un ampio uso dei benefici della Macchina – che è poi parte di quello che voglio sperimentare e che vorrei insegnare – ma occorre mantenere il controllo, in modo che nessuna di queste attività risucchi troppo tempo per un solo particolare.

Ma al tempo stesso amo le sorprese e quando, nella fattispecie, qualcuno propone un servizio blog diverso vado subito a vedere, e naturalmente imparo qualcosa. Condivido quello che ho imparato e al tempo stesso chiedo di correggere dove opportuno.

Altervista.  Ho trovato come estrarne i feed per i post ma non per i commenti. Questo non va bene, perché a posteriori è cruciale poter recuperare l’intreccio dei commenti per analizzare la storia del corso con i metodi della social network analysis e questo avviene attraverso i feed dei post e dei commenti. A meno che Altervista produca invece anche i feed dei commenti e io non li abbia trovati. Chi può mi dia una mano verificando questo fatto. Poi decidiamo.

Edublogs. È ampiamente basato su WordPress. Mi pare che vada bene. Lo integro nella procedura. usatelo pure se volete.

Google sites. No, non è propriamente una sistema di blogging ma un sistema per creare siti web. Un blog è un particolare tipo di sito web ma un sito web in generale non è un blog, che a noi qui interessa come strumento che facilita il dialogo. Inoltre, considerato che Google, gigante fra i grandi colonizzatori degli spazi liberi del web, osteggia manifestamente lo standard libero dei web feed, non è una buona scelta. Infatti non prevede un meccanismo di feed. Si può rimediare con terze parti ma non vale la pena.

 

 

 

 

Lo strano modo -> #ltis13 <- di trovarci

Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

Fra furti di musiche dall’autoradio e sottofondo di traffico cittadino, un’introduzione alla seconda fase del laboratorio…

Da scaricare o sentire qui:

Trascrizione (Claude Almansi)

Lo strano modo -> #ltis13 <- di trovare le cose

Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

Questo testo ha qualche anno (2007) ma può ancora funzionare…


Tre marmellate su uno scaffale: more, prugne e mirtilli. Se non avessi messo delle etichette sui barattoli sarebbe un pasticcio, dovrei andare per tentativi perché sono tutte e tre più o meno blu scuro.

Buona idea quella di mettere le etichette. Continuo a fare marmellate.

Trenta marmellate di cinque tipi su più scaffali, messe tutte alla rinfusa. Dov’è finita quella di rosa canina? Ho fretta … mi arrabbio …

Ok, qualcosa su Piratepad – #ltis13

Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

Insomma, Piratepad io l’avevo solo menzionato, in fondo al post Una domanda, un compito e un’esplorazione, ma chissà come mai molti si sono messi in testa che usare Piratepad fosse un compito!

Pensavo di introdurlo fra aprile e maggio, come uno spazio con tavoli e sedie, attrezzati con carta e colori, dove si possono organizzare riunioni o coordinare insieme un lavoro

Ma la pressione della vostra curiosità è un valore, quindi anticipo qualcosa, cucendo risposte che ho dato alla spicciolata.

Continua a leggere…

Alla ricerca in rete … compito?


Molto bene. Riprendo in mano il piccolo semplice elenco di criteri per giudicare i siti web che avevo scritto ieri, perché avete aggiunto degli elementi importanti.

In primo luogo grazie a Alessandra, che oltre ad aggiungere delle precisazioni interessanti e pertinenti, mi ha rammentato quello che era il primo o il secondo punto nella mia lista che avevo in mente e che mi ero dimenticato di aggiungere! Rimedio subito quindi.

E poi grazie anche a Maurizio che introduce un’altra prospettiva, quella dello storico, ottimo! Il commento di Maurizio mi ha consentito di rendermi conto che non ero stato sufficientemente chiaro in un punto importante: la necessità di scendere dentro alle fonti citate. Nel mio intendimento questo fatto io l’avevo scritto ma mi rendo conto di averlo fatto in modo troppo implicito, condensato in quel – Uffa che fatica però! – Rimedio anche a questo e introduco i numeri nell’elenco, passando dal codice <ul> … </ul> al codice <ol> … </ol>, vale a dire dalla Unordered List alla Ordered List – non perdiamo di vista l’editing 😉

Mantengo uno stile semplice, da poter usare con tutti, anche con i più giovani. Sì è vero, si trovano tanti consigli in rete, anche molto buoni, s’intende, ma sviluppiamo qui i nostri, con la nostra mente, poggiando sulle nostre esperienze e pensando ai nostri bambini. Quindi vi invito a sforzarvi di migliorare questi criteri oppure, se vi sembra che vadano bene così, allora ditelo. O dite su cosa non siete d’accordo. Ma pensateci bene, quasi quasi lo considererei un compito, che io faccio insieme a voi.

Finisco in un sito web e leggo … sarà vero quello che leggo?

  1. In primo luogo non ne potrò mai essere sicuro, nemmeno se me lo dice il prof che è vero, o la mamma o il babbo. Se mi viene in mente un’altra verifica bisogna che la provi e non accontentarmi. Se non me ne vengono in mente più, allora forse è abbastanza vero, ma forse …
  2. Quando è stata scritta la pagina che stiamo leggendo? Non si capisce? Gran butto segno. Anche le altre pagine del sito sono prive di riferimenti temporali, cioè non si capisce quando sono state scritte? Ancora peggio.
  3. L’autore è riconoscibile? C’è scritto il suo nome? Se metto il suo nome in Google, che succede? Non viene nulla? Non è un buon segno. Vengono molte voci? È un buon segno. È citato da altri articoli? È un buon segno. È un professore di qualche università, un giornalista, insomma uno che opera per un’organizzazione di qualche tipo? È un buon segno, sì, ma sempre un segno in più, non la certezza.
  4. Se nel testo ci sono scritte delle fonti, che io posso raggiungere subito, o comunque facilmente – non nell’irraggiungibile giornale parrocchiale di una paesino della Nuova Zelanda – allora questo è un buon segno. Le fonti hanno un autore? No? Non è un buon segno. Sì? È un buon segno … valgono gli stessi discorsi fatti per l’autore principale, cioè per ogni fonte raggiungibile nel web si deve tornare al punto 3 e fare le stesse cose – Uffa che fatica però! – Eh ragazzi, inseguire la verità è un affar serio!
  5. Trovo due pagine sullo stesso argomento, una in inglese e una in italiano. Mi dispiace amici, ma quella in inglese è probabilmente meglio. È frutto di un mondo molto più ricco semplicemente perché più grande. Nella mia personale esperienza questo è un criterio assai valido, mai in assoluto, naturalmente, e fatte salve eccezioni che certamente ci sono … mostro esempi.
  6. Sobrietà, semplicità. Non scritte urlate, esagerate, troppo grosse, troppo colorate. Pagine sobrie, semplici nel testo e nella grafica, sono un buon segno, non sicuro ma molto buono.
  7. Linguaggio accademico, gergo strano, molte parole difficili. Pessimo segno, specialmente in pagine destinate alla lettura web, ma non solo. Gli scritti di valore non hanno bisogno di complicazioni linguistiche. L’autore di valore non ha paura di parlare troppo semplicemente, anzi. Io diffiderei di quello che usa molti paroloni.

Alla ricerca


Ho appena letto il ricco commento di Monica. Bello. Ne traggo qualche spunto.

Credo che sia chiaro che io amo e uso moltissimo i libri. Eppure non ho mai saputo usare né le librerie né i musei, a meno che non mi rechi in uno di quei luoghi con un’idea precisa in mente: un libro da chiedere, un tipo di libro da cercare, un’opera, o al massimo alcune opere da vedere. In altri modi per me è semplicemente troppo. Potrei dire, parafrasando:

Quando entro in una libreria devo affrontare tre forme di carico cognitivo riguardanti:

  • l’eccesso di titoli palesemente inutili che mi confondono e mi disturbano e mi fanno passare la voglia di rimanerci, anche perché mi viene in mente che in Italia si pubblicano 60000 (sessantamila) nuovi titoli l’anno e allora come disse un mio anziano e saggio collega – Mi vengono i piedi pesanti e mi si svuota la testa …
  • le tecniche commerciali di offerta della libreria che mi disturbano oltremodo.
  • Le strategie di risposta disponibili, del tutto insoddisfacenti, libri chiusi che non si possono sfogliare, del tipo compra o vattene; l’impossibilità di stare tranquilli a sfogliare un libro che potrebbe anche accompagnarmi tutta la vita ma potrei anche volerlo gettare dopo una mezz’ora; se c’è gente perché siamo sotto le feste, la folla turbinante alla greppia che mi indispone.

Questo influisce in modo negativo sui miei processi sia attentivi che di elaborazione sensoriale (eufemisticamente parlando), facendo si che focalizzi la mia attenzione solo su una parte dell’informazione (nei momenti migliori).

Monica, prendilo come uno scherzo, che utilizzo per approfondire 🙂

E beninteso, auspico che le librerie non scompaiano mai; voglio solo dire che la quantità è quantità ovunque, nello spazio e nel cyberspazio, e che per affrontarla bisogna avere un buon disegno in mente.

E insisto, facendo di nuovo un passo indietro e tornando a quello scritto di ieri. Recupero uno degli esempi che avevo in mente e poi lasciato perdere, a proposito dell’affidabilità delle fonti. Con grande facilità tutti concordiamo sul fatto che le fonti debbano essere affidabili. Insisto, la questione non è banale e non ha niente a che vedere con Internet.

Sono sicuro che molti di voi hanno preso qualche medicamento omeopatico. Se per caso nessuno di voi ne avesse preso, non importa, in ogni caso l’omeopatia rappresenta un business colossale, in farmaci, pratiche mediche, letteratura. Quindi c’è gente che ci crede.

Sono sicuro che tutti voi siete fermamente convinti del valore del paradigma fondamentale della conoscenza scientifica, così come si è dipanato dall’epoca di Galileo ad oggi. Paradigma che ha nel cuore quell’idea di verità debole di cui abbiamo ragionato nel post precedente. Poi quel paradigma è esso stesso variato non poco nel secolo scorso, ma nessuno mette in dubbio l’insostituibilità dell’esperimento, quale strumento fondamentale dell’indagine scientifica. Semmai si è ridiscusso sull’interpretazione dei risultati e sul ruolo dello sperimentatore-osservatore, inevitabilmente anche perturbatore dell’esperimento stesso. Ma nessuno nega il valore del metodo sperimentale.

Orbene, l’omeopatia è priva di supporto sperimentale. Andate a cercare nella letteratura scientifica biomedica ufficiale [NOTA] in PubMed (potete imparare ad usarla seguendo il mio minicorso per studenti di medicina, se vi pungesse vaghezza) e non troverete uno straccio di conferma. Domandatene a qualunque ricercatore che la ricerca la faccia per davvero e vi riderà in faccia.

Allora, supponiamo che voi facciate una ricerca e troviate un sito di omeopatia – non provo nemmeno, sono più che sicuro che ve ne siano in giro e anche di ottimi. Ma come la mettiamo con l’affidabilità delle informazioni in questo caso?

Se siete assolutamente fedeli al paradigma scientifico, dovete giudicare inaffidabile qualsiasi sito che riporti risultati positivi di pratiche omeopatiche.

Se siete convinti che quella certa pratica descritta in quel sito web, o in quel libro, abbia valore, allora vuol dire che la vostra fiducia nella letteratura scientifica, riconosciuta universalmente quale la più autorevole delle fonti scientifiche, non è poi così ferrea. O l’uno o l’altro.

O tutte e due. Come? Rinunciando alle idee di verità, affidabilità, autorevolezza, quali assoluti. Lo spirito credo che potrebbe essere quello di Don Milani che si ingegnava di aiutare i ragazzi a capire da soli il fondo di un giornale. Di sicuramente vero, di sicuramente affidabile, di sicuramente autorevole non c’è nulla. La guardia non va mai abbassata.

Provo a buttar giù qualche criterio pratico, in maniera semplice, che la possa capire chiunque, da somministrare ai più giovani con il proprio esempio e con la discussione su casi pratici, non da offrire come prontuario …

Finisco in un sito web e leggo … sarà vero quello che leggo?

  • In primo luogo non ne potrò mai essere sicuro, nemmeno se me lo dice il prof che è vero, o la mamma o il babbo. Se mi viene in mente un’altra verifica bisogna che la provi e non accontentarmi. Se non me ne vengono in mente più, allora forse è abbastanza vero, ma forse …
  • L’autore è riconoscibile? C’è scritto il suo nome? Se metto il suo nome in Google, che succede? Non viene nulla? Non è un buon segno. Vengono molte voci? È un buon segno. È citato da altri articoli? È un buon segno. È un professore di qualche università, un giornalista, insomma uno che opera per un’organizzazione di qualche tipo? È un buon segno, sì, ma sempre un segno in più, non la certezza.
  • Se nel testo ci sono scritte delle fonti, che io posso raggiungere subito, o comunque facilmente – non nell’irraggiungibile giornale parrocchiale di una paesino della Nuova Zelanda – allora questo è un buon segno. Le fonti hanno un autore? No? Non è un buon segno. Sì? È un buon segno … valgono gli stessi discorsi fatti per l’autore principale. Uffa che fatica però? Eh ragazzi, inseguire la verità è un affar serio!
  • Trovo due pagine sullo stesso argomento, una in inglese e una in italiano. Mi dispiace amici, ma quella in inglese è probabilmente meglio. È frutto di un mondo molto più ricco semplicemente perché più grande. Nella mia personale esperienza questo è un criterio assai valido, mai in assoluto, naturalmente, e fatte salve eccezioni che certamente ci sono … mostro esempi …
  • Sobrietà. Pagine sobrie, nel testo e nella grafica, sono un buon segno, non sicuro ma molto buono.
  • Linguaggio accademico o gergo esclusivo. Pessimo segno, specialmente in pagine destinate alla lettura web, ma non solo. Gli scritti di valore non hanno bisogno di complicazioni linguistiche. L’autore di valore non ha paura di parlare troppo semplicemente, anzi. Io diffiderei di quello che usa molti paroloni.

E voi, avete da aggiungere qualcosa a questo piccolo elenco? Da togliere? Da cambiare?


[NOTA] Per mantenere nitido il discorso, ho semplificato dando per scontato che la letteratura scientifica sia affidabile. Da ciò che ho scritto nei post precedenti è evidente che anche questo è solo parzialmente vero, anzi sempre meno vero. In un articolo scientifico di qualche anno fa, Publish and be wrong, gli autori hanno verificato che di una cinquantina di risultati di grande rilevo pubblicati sulle più importanti riviste e largamente accreditati nel mondo scientifico, un terzo sono stati contraddetti nel giro di pochi anni.

Alla ricerca della risposta giusta


Avevo iniziato a scrivere un post intitolato Alla ricerca della verità ma poi mi sono imbattuto in una quantità di curiosità e mi sono perso. Per stasera mi limito ad un’assai più modesta ricerca della risposta giusta, con una piccola selezione di alcune delle cose che ho trovato o ritrovato …

Devo montare un pannello solare su di una superficie piana. Se il pannello è largo L , quanto dovrà valere l’altezza h affinché l’angolo di inclinazione risulti essere uguale a \alpha ? Come tutti sappiamo, la risposta è

h = L \times \sin{\alpha}

Supponiamo che L = 50 cm e che \alpha = 27^{\circ} , ovvero \alpha = 27 \times \pi/180 , espresso in radianti. Quanto vale h ?

Ci vogliono le tavole della funzione seno? Noo, oggi ci sono le calcolatrici, ci vuole la calcolatrice … Noo, oggi c’è Google! Aprite Google e scrivete 50*sin(27*pi/180)

Ecco il risultato: 22.699525 cm, ovvero arrotondando ragionevolmente 22.7 cm.

Qualcuno ha reminiscenze troppo lontane di una cosa che si chiama funzione seno? Scriva sin(x) in Google, oppure sin(x),cos(x), o sin(x),cos(x),tan(x), ci si può anche baloccare con il mouse…

Ma quante cose “sa” Google? Per quanto riguarda la calcolatrice eccole qua

Riguardo alla capacità di fare grafici, qualche informazione in più qui, ma allora vale la pena esplorare Wolfram, anzi, aspettate, provate direttamente questo link – guardando il codice che ho scritto:

http://www.wolframalpha.com/input/?i=sin(x)

e guardate che cosa non vi viene detto … e poi provate questo

http://www.wolframalpha.com/input/?i=sin(x)cos(x)

Provate a chiedere a Wolfram anche altre cose, qualsiasi cosa attinente alla matematica

Supponiamo ora che quel pannello io lo voglia comprare in Internet e che ne abbia trovato uno al caso mio ma che sia prezzato in dollari: me lo mandano a casa per 150$. Quanti € sarebbero oggi? Vado in Google e ci scrivo 150 usd in euro … 111.898545 € …

L’altro giorno raccontavo che non ricordando dove si trovava un verso della Commedia, Google mi aveva fornito immediatamente la risposta alla domanda divina commedia immilla, in 0.18 secondi per la precisione.

E proprio in quella nota menzionavo il timore assai diffuso di trovare informazioni affidabili. Negli esempi soprastanti abbiamo ottenuto riposte giuste, del resto queste sono facilmente verificabili in altro modo, no? Le prime volte si verifica, poi si inizia a fidarsi, poi, quando la domanda è un po’ diversa si verifica di nuovo, e così via …

Daily: Googlatori o inGooglati?

Sociogramma 22 marzo 2011
Sociogramma 22 marzo 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell'altro.

Pubblico il mattino dopo questo post che avevo scritto ieri sera e che non ero riuscito a caricare per un blackout di WordPress.com. Non mi era mai successo. È l’occasione per ricordare che niente è sicuro e che un elemento importante nella scelta dei servizi è la possibilità di salvare il frutto del proprio lavoro in qualsiasi momento, nella sua interezza e in un formato aperto e standard. Per esempio in wordpress.com, si vada nella bacheca, fra gli Strumenti (Tools) e si scelga Esporta (Export). Potete decidere delle limitazioni, invece se lasciate i default salva tutti i contenuti salvandoli in un file xml. Il formato xml – standard e aperto – è fatto per ospitare i contenuti, separati dalla forma (ricordate il video The Machine is Us/ing Us?). Quindi ci trovate i testi dei post, dei commenti e le categorie ma non formattazione e temi. Quel file lo potreste utilizzare per caricare i contenuti in un altro blog, wordpress, blogspot e forse altri. In ogni caso serve per mettere al sicuro i propri testi.

Roberta e Claude hanno sviluppato un po’ il discorso sulla potenziale invasività dei servizi web nella vita delle persone. Per approfondire il problema può essere utile e divertente leggere un breve racconto di un brillante cyberscrittore, Cory Doctorow. Doctorow scrive di fantascienza ma i suoi racconti non narrano di colonizzazioni spaziali bensì di colonizzazioni cyberspaziali. E non solo per questo l’ho chiamato cyberscrittore ma anche perché riesce a incrementare molto le vendite dei suoi libri distribuendoli liberamente in internet: regalando molto nel cyberspazio vende molto nello spazio. Interessante, no?

Il racconto che vi invito (non è un assigment) a leggere è Scroogled, del quale esistono due traduzioni in italiano, una con il medesimo titolo, Scroogled, ed una con il titolo InGooglato

Infine, ricordo che in questo commento Claude ha scritto delle istruzioni per sottotitolare video con Universal Subtitles.

Il potere del codice

Google e Twitter scavalcano la censura e ridanno voce agli egiziani
Google e Twitter scavalcano la censura e ridanno voce agli egiziani

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Il discorso che avevo fatto sulla colonizzazione di internet era era teso a mettere in luce il potere del codice – codice software. Dicevo:

Qui compare l’argomento fondamentale di Lessig: le leggi che sono scritte per regolamentare la vita nella realtà fisica, si rivelano insufficienti nel cyberspazio, dove la regolamentazione si attua principalmente attraverso il modo con cui esso è costruito, vale a dire attraverso il “codice”.

Occorre dire che il vocabolo “codice” è usato qui nella suo significato tecnologico, vale a dire di codice software: il cyberspazio è regolamentato attraverso il software (il codice) che lo fa funzionare.

Questo potere lo tocchiamo ora con mano seguendo gli eventi nordafricani. Carla Rumor ci racconta in maniera chiara e concisa come Google e Twitter scavalcano la censura e ridanno voce agli egiziani.

Se avete ancora un attimo di tempo, può valer la pena di approfondire il tema leggendo il racconto Scroogled (originale in inglese) di Cory Doctorow, da cui …

Se Google avesse speso quindici miliardi di dollari per prendere i cattivi alla frontiera, ci si poteva scommettere che li avrebbero presi… è che i governi proprio non sono attrezzati per Effettuare Ricerche Appropriate.

If Google had spent $15 billion on a program to catch bad guys at the border, you can bet they would have caught them–governments just aren’t equipped to Do Search Right.

Non è questione di demonizzare il cyberspazio e nemmeno di considerarlo un paradiso. È invece auspicabile uno sforzo congiunto e illuminato per imparare a regolamentare il cyberspazio con un’armonica composizione di legislazione e codice (software), al fine di mettere a frutto le straordinarie proprietà del suo ecosistema e salvaguardare i diritti e la libertà, secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani e secondo le costituzioni delle democrazie.

È da qui che passa la gestazione della società della conoscenza ed è da qui che deve necessariamente passare qualsiasi progetto politico che voglia essere veramente proiettato nel futuro.