Alla ricerca della verità


Dove, turbati dalla frequente e comprensibile emersione dell’ansia sull’affidabilità delle fonti in Internet, ci troviamo a riflettere su cosa voglia dire autorevole, affidabile e infine, ohinoi, vero. Editing Multimediale? ma come si fa a editare, a lavorare in un mondo che ci incute timore e ci rende insicuri! Non possiamo non soffermarci su un tema così importante. E gnacche ai compiti …


Prendo le mosse da uno dei vostri commenti, precisamente da questo di Alessandra:


A proposito di informazioni affidabili andando “alla ricerca della verità”, trovo che uno dei problemi più rilevanti in questo campo lo offra il fenomeno della deissi. Una delle prime cose che mi chiedo quando devo utilizzare un’informazione è se è sufficientemente aggiornata…

Parto da qui per via del fatto interessante che io non sapevo il significato della parola deissi. Sono un fautore della ricchezza e del carattere rivoluzionario del cyberspazio ma sono al tempo stesso sommerso di libri e di ausili tradizionali per la scrittura, cosciente della mia ignoranza. Ecco allora, in questa foto, frettolosamente ammucchiati i dizionari e le grammatiche che di solito si trovano sparpagliati nel mio studio. Acciuffo quindi il Devoto-Oli per cercare Deissi: … deiscènza, deismo, deista, deità, de iure … non c’è! Provo quindi il Dizionario Etimologico Italiano (Battisti-Alessio): …deiscere, deismo, deità, de iure, délabré … niente! Vado in Google, in 0.19 secondi mi ritrovo in Wikipedia: Eccola! Mi potrò fidare?! Leggo, il testo mi pare buono. In fondo ci sono le fonti:

  • Voce nel vocabolario Treccani
  • Parti delle fonti da cui è ricavata l’etimologia sono dedotte anche da un vocabolario Zingarelli
  • Voce nel dizionario etimologico redatto da Pianigiani presente nel web
  • Voce nel vocabolario Treccani
  • Ricavato dal vocabolario zingarelli

Mi posso fidare? Penso di sì. Peccato che io sia in possesso, evidentemente, dei testi sbagliati, o diciamo insufficienti. Ma siamo sicuri che non possa magari accadere l’inverso? Ecco, per esempio, da donne e uomini come Pietro, portatori di una cultura che per me è fondamentale, ho spesso udito parole ormai sconosciute ma che sono sopravvissute nel parlato di questa gente, i cui pochi superstiti, allignano in luoghi defilati, completamente ignorati dal vuoto frastuono del mondo. Ebbene, io amo molto il Devoto-Oli perché me le fa trovare tutte, queste curiose parole. Mi fece Pietro un giorno – Andrea, vedi se tu scoscendi codeste frasche, prima di tirare innanzi – Intuii ma la sera andai a vedere: scoscéndere2. Tr. Fendere o spaccare violentemente: Fronda che trono scoscende (Dante). Bene, diamo questo verso in pasto a Google, 0.21 secondi:

Già eran li occhi miei rifissi al volto
della mia donna, e l’animo con essi,
e da ogni altro intento s’era tolto.
E quella non ridea; ma – S’io ridessi, –
mi cominciò – tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi;
ché la bellezza mia, che per le scale
dell’etterno palazzo piú s’accende,
com’hai veduto, quanto piú si sale,
se non si temperasse, tanto splende,
che ‘l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.

La verità. L’affidabilità. La completezza. Dove tutto questo? Sapete cosa? Mi tengo il De voto-Oli, e anche Wikipedia. E poi anche il mio giudizio, perché a dire il vero, la spiegazione trovata in Wikipedia m’era tornata subito poiché dava completamente senso alla frase di Alessandra …

come fare a sapere che una cosa è attendibileil problema dell’autorevolezza e dell’affidabilità delle fonti … Facciamo un passo indietro, lasciando stare Internet.

Autorevole. Perché invocare l’autorevolezza? Forse, in un certo senso, per semplificarsi la vita. Ci si può fidare di un’informazione proveniente da una fonte autorevole, e prendersi la briga di verificarla è superfluo. L’autorevolezza della fonte fa risparmiare lavoro, a volte pensiero. E potersi fidare? Verificare? Cosa vuol dire? Vuol dire ritenere che le informazioni possano essere vere o false. Vuol dire credere nell’esistenza del vero, della verità. E con questo siamo finiti in un terreno scivolosissimo, sul quale i filosofi moderni e contemporanei tutto sono all’infuori che concordi. E in quelle arene speciali, il concetto di verità non se la passa per niente bene, a ragione dico io, ma questa è solo un’opinione personale. Ben lungi dall’essere un padrone grave e severo, la verità è un servitore docile e ubbidiente … conoscere, non può avere a che fare esclusivamente, e neppure principalmente, con la determinazione di ciò che è vero … – di rasoiate del genere potrei riempire un singolo post, anche solamente attingendo a Vedere e costruire il mondo, di Nelson Goodman (Laterza, 2008). Senza voler prender un partito o l’altro, se pensatori eminenti si stanno ancora interrogando su un tema del genere, la questione dell’affidabilità delle fonti in Internet è quasi un problema risibile, in confronto.

L’ho presa troppo ariosa? Torniamo sul concreto, sui fatti quotidiani per esempio, dei quali la stampa ci riempie la testa ogni giorno. Cosa c’è di più adatto se non i crudi fatti della cronaca, gli accadimenti tali e quali? Ebbene, ma dov’è la verità fra i diecimila che avrebbero riempito una certa piazza secondo gli uni e i centomila secondo gli altri? Dov’è la verità fra le opinioni diametralmente opposte che qualsiasi rassegna stampa ci sciorina sui fatti del giorno precedente? Qual è il giornale più autorevole? Forse quello che ciascuno di noi preferisce, ma se così è, non si tratta di una ricerca di verità bensì una ricerca di conforto, una verifica di appartenenza, tutta un’altra cosa rispetto alla verità. E a complicar le cose, aggiungo che se è vero che i fatti son fatti è altrettanto vero che i padroni son padroni e per raccontare bene i fatti bisogna esser liberi e non all’ombra di qualcuno o qualcosa. E non è per nulla una novità o una degenerazione dei tempi moderni, questa, se già Balzac aveva dubbi di questo genere, descrivendo la spregiudicata carriera giornalistica di Lucien de Rubempré, nel suo Illusioni perdute.

Siamo forse scesi troppo terra terra, con le cronache? Allora saliamo un po’, parliamo di cose serie, parliamo di economia. Che c’è di più importante dell’economia oggi? Le sorti del mondo dipendono dai grandi giochi economici, dai grandi teorici dell’economia, dai premi Nobel, dai grandi statisti, dai grandi manager, dai grandi manovratori, manifesti e occulti, chissà come saranno questi ultimi … Ma voi, da chi ve la fareste raccontare la situazione attuale, potendo scegliere uno fra tutti questi autorevolissimi personaggi? A chi di loro affidereste a cuor leggero qualche vostro piccolo sudato risparmio? Di chi vi fidereste? Mi sovviene in questo preciso momento un libro che lessi qualche anno fa, Alla ricerca della stupidità scritto da un manager di successo della Information Technology, Merril R. Chapman (Mondandori, 2004). Un manager e consulente ai massimi livelli dell’industria informatica degli anni 80-90, che traccia un quadro impietoso di numerosi e incredibili fallimenti collezionati dai più famosi manager dell’high tech, il settore trainante dell’economia. In sostanza, la tesi del libro è la seguente: il panorama industriale e economico odierno è talmente complesso che il buon manager non si giudica dal maggior numero di successi bensì dal minor numero di errori.

Ma allora, esisterà pure una parte di mondo dove la verità c’è e si vede? Sarà pur appoggiato su qualcosa questo nostro mondo? Vi saranno pur delle fondamenta? Ah, forse eravamo partiti dalla parte sbagliata. Perché non averci pensato prima? Ma è la scienza il regno della verità! La scienza e la sua ancella la tecnologia! Perbacco, per far funzionare una macchina si deve costruir sul solido, chi lo negherebbe? Ci deve essere un substrato di verità sotto alla fabbricazione di uno di questi straordinari tablet, che ci manca poco che facciano anche il caffè! E signori, 42 anni fa l’uomo è sbarcato sulla luna, queste non sono barzellette. La tecnologia è scienza applicata e la scienza è la cattedrale della verità.

Ah attenzione! Qui occorre andar cauti, rallentare, quasi fermarsi, per non prendere una sonora cantonata. Fermiamoci un poco, in questa meravigliosa cattedrale. Fermiamoci a osservarne un qualche particolare, non importa quale, perché il cemento che la tiene insieme è tutto il solito. Sì, è tutto il solito ma non è la verità, così come la si intende comunemente. La verità in positivo, scolpita, indeformabile, tetragona agli insulti delle contingenze. La verità che con il suo involucro impermeabile custodisce i contenuti, sì proprio quelli, proprio quelli che versiamo in gran copia nelle testoline dei nostri cuccioli.

Della vuotezza della nozione di contenuto puro disquisisce Nelson Goodman. Come? E quell’involucro impermeabile allora? Cosa protegge? Nulla. Assolutamente nulla. Ha ragione Goodman, perché lo scienziato, quello vero, non cerca mai quella verità assoluta che ci sembra così consolante. Non la cerca mai perché sa benissimo che non esiste. Con questo la sua ricerca, pur faticosissima, porta spesso a clamorosi successi, i successi che il progresso moderno documenta oggi in una miriade di modi e in una grande varietà di campi. Ma la sua ricerca non è di una verità in positivo bensì di una verità in negativo. Un po’ come l’idea di Michelangelo …

Si come per levar, donna, si pone
in pietra alpestra e dura
una viva figura,
che là più cresce u’ la pietra scema;

(Michelangelo Gedichte, Insel Verlag, 1992)

E che leva lo scienziato? Gli errori. O meglio, le ipotesi sbagliate e, in generale, tutti gli errori possibili immaginabili. Un mare di errori. Mi disse un anziano scienziato di fama internazionale, a proposito del suo lavoro – Mah, a essere sincero, di idee veramente azzeccate ne avrò avute due, forse tre.” La verità, alla quale lo scienziato sempre anela ma che non raggiunge mai, è una verità in negativo, è ciò che rimane al netto di tutti i pensieri e i tentativi che non si sono accordati alle risposte della natura, unico giudice del suo operato. Una nuova teoria non sconfessa mai quella precedente, che ha funzionato in innumerevoli esperimenti, bensì la modula, la varia in maniera che la nuova verità emerga al netto degli ultimi errori. Magari questi ultimi errori sono piccini, visibili solo con strumenti di precisione mirabile, e può anche essere che tale nuova verità, disegnata da una nuova e più complessa teoria, risulti poi indistinguibile dalla verità precedente, disegnata dalla vecchia teoria, ma ancora perfettamente valida per numerose applicazioni. Questo vale per esempio nel caso dei viaggi sulla luna, o del lancio dei satelliti, che possono essere calcolati con la teoria della gravitazione di Newton, senza aver bisogno di ricorrere a quella più ampia, che spiega altri fenomeni, la teoria della relatività generale di Einstein. La teoria di Einstein non ha negato la teoria di Newton, non ha dimostrato che quest’ultima era sbagliata.

Smentita la teoria di Einstein suonavano i titoli di alcuni giornali, in occasione di quell’esperimento sulle proprietà dei neutrini, del quale il nostro Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (non l’attuale) lasciò intendere ai cittadini che tali neutrini avevano viaggiato in un tunnel fra Ginevra e il Gran Sasso! Si diceva l’autorevolezza … Ma non dobbiamo infierire dove è sin troppo facile farlo. Piuttosto, riflettiamo un attimo, dopo avere adeguatamente metabolizzato quest’idea debole e delicata di verità, e quindi se vogliamo ancor più bella e desiderabile, per provare a soddisfare una curiosità inevitabile: ci sarà un punto, un fronte, una regione dove questa preziosa e fragile entità, sostenibile solo con amorose cure, perfonde il resto del mondo, inevitabilmente, il mondo delle cose di tutti i giorni, il mondo delle persone, dei popoli, delle industrie, il mondo economico. Il mondo dove non è facile immaginare la libera circolazione dei frutti di tale verità. Sì certo, esiste una regione del genere, ed è quella della letteratura scientifica, quella ufficiale, quella dove si pubblicano solo articoli che rispondono a requisiti minimi di rigore, completezza di descrizione, qualità della descrizione, originalità, significatività e riproducibilità dei risultati. Una letteratura dove per pubblicare un lavoro occorre sottoporlo al processo di revisione fra pari, di peer-reviewing. Le riviste scientifiche serie, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto. L’editore della rivista, in base a questi pareri, decide se pubblicare senz’altro il lavoro (questo sulle riviste importanti accade piuttosto raramente), se subordinare la pubblicazione alla scrittura di una seconda revisione con tutta una serie di variazioni proposte dai revisori o se rifiutare tout court il lavoro. Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che occorrano molti mesi od anche più di un anno.

Purtroppo, malgrado questo meccanismo, apparentemente ineccepibile, i frutti di quella verità debole che dicevamo prima, non circolano per niente bene. Per farsene un’idea, riporto qui un brano preso da un post di una serie che ho scritto per gli studenti di medicina sul tema della letteratura scientifica biomedica.

Vediamo ora due importanti problemi che affliggono la ricerca biomedica. Il primo dipende dal volume della letteratura e dal ritmo con cui questa va crescendo. Il problema è che volume e velocità di crescita mettono in crisi il processo di peer reviewing. Finisce che i revisori son costretti a fare il loro lavoro troppo velocemente. Per fare una buona revisione occorre tempo e avere il polso della situazione. Io ho iniziato a rifiutare di fare revisioni ogni volta che mi sono allontanato da una certa disciplina, cosciente che non avrei più avuto il tempo di seguire il corso di quella specifica letteratura. I revisori sono a loro volta ricercatori e sono quindi anche loro sottoposti ad una elevatissima competitività che concede loro poco tempo. Nel giudicare un lavoro si tende quindi a privilegiare fattori che da soli non sarebbero sufficienti a valutare adeguatamente un lavoro, quali il prestigio già acquisito dagli autori, dei quali si tende a fidarsi di più. Inoltre, maggiore è il tuo medesimo prestigio è più facile sarà che ti vengano richieste revisioni. Non ce la farai a seguirle tutte ma non potrai rifiutare, perché non ti conviene. Succede che appalti le revisioni a membri del tuo staff, ma questi saranno più giovani e quindi più timorosi di dire sciocchezze: meglio tendere a valutare positivamente il lavoro del gruppo famoso, di caratura internazionale, piuttosto che quello di un giovane autore emergente. Ne consegue una grave minaccia per la creatività e per l’emergenza di soluzioni realmente innovative, a favore di filoni che rappresentano il mainstream. Ecco che così un sistema nato per creare la massima selezione del nuovo finisce con il deprimerlo. Questa è una delle contraddizioni tipiche del mondo ipercomplesso.

Prevengo subito l’obiezione banale: ah ma allora tu sei contro il sistema tradizionale di produzione della letteratura scientifica. No, assolutamente, ma i problemi quando compaiono vanno riconosciuti e affrontati.

L’altro grande problema, che affligge in modo particolare la ricerca biomedica, è quello del conflitto di interessi. La situazione sin qui descritta è quella classica nella quale il maggiore artefice della ricerca scientifica è stato il mondo accademico delle università e degli istituti di ricerca. Con il passare degli anni sono aumentate moltissimo le interazioni con il mondo industriale che impiega le tecnologie derivate dalla conoscenza scientifica. Generalmente questo tipo di interazioni è visto come un bene in quanto le sperimentazioni moderne sono sempre più onerose per i finanziamenti pubblici e quindi un apporto economico da parte delle industrie non poteva non costituire un elemento di grande interesse. È qui tuttavia che nasce il problema del conflitto di interessi. La partecipazione industriale – segnatamente di case farmaceutiche in questo contesto – è giunta a costituire la parte del leone nel finanziamento della sperimentazione clinica. Poiché il risultato di una ricerca può avere conseguenze massicce sugli esiti di vendita di un farmaco o su di una certa prassi clinica, emerge il problema dell’effettiva indipendenza dei ricercatori dalle organizzazioni che finanziano le loro ricerche. In effetti non si può non porre il problema di quanto un’industria farmacologica sia disposta a finanziare una costosa sperimentazione clinica i cui risultati possano influire in modo pesantemente negativo sulla vendita di un proprio prodotto.

La verità è quindi delicatissima e laddove il grande pubblico, anche degli operatori del settore, tenta di accedervi, questa è diluita, contaminata, talvolta irrimediabilmente inquinata. Eppure si va avanti, sì, senza dubbio, ma in maniera molto molto complicata, con sprechi enormi, con un procedere che è molto più un faticosissimo e tortuoso arrancare.

E in tutto questo discorso, per ora, di internet non s’è visto nemmeno l’ombra.

9 thoughts on “Alla ricerca della verità

  1. Alessandra Fedele ha detto:

    Un passo indietro per tornare al mio post che era solo un pensiero a voce alta, in verità, e come tale mi rendo conto che ha bisogno di essere chiarito. Mi scuso per non averlo fatto subito. Il senso della mia riflessione era molto pragmatico e per nulla filosofico, in realtà. Il punto di partenza, infatti, era il fenomeno della deissi, qualcosa di molto concreto: i deittici sono elementi linguistici “come i pronomi personali, gli aggettivi dimostrativi (questo, quello, ecc.), gli avverbi di luogo e di tempo (qui, adesso, ecc.), […] necessari per precisare chi sia il soggetto parlante e il suo interlocutore, e per situare l’enunciato nello spazio e nel tempo”, come leggo sul Vocabolario della Lingua Italiana Treccani. Tutto questo rimanda a un problema di aggiornamento delle fonti che non è assimilabile al problema dell’autorevolezza che è dimensione, come abbiamo visto, ben più complessa da indagare e senz’altro non oggettivabile tout court. La questione dell’aggiornamento è ben diversa, ma pone i suoi problemi, in verità. Penso a un papà di mia conoscenza il cui bimbo treenne si ammala gravemente di una patologia rara. Come avviene in questi casi, disperazione e nebulosità di una classe medica poco competente in materia, lo spingono a cercare in rete notizie di ogni genere: casi analoghi, specialisti, luoghi di cura, stato delle ricerche e quant’altro. Ecco, io credo che imbattersi in un sito che pubblica documenti opachi dal punto di vista della collocazione soprattutto temporale, in questo caso, possa costituire una seria difficoltà. Se si parla di terapie che sono in corso di sperimentazione “da un anno”, è opportuno che l’utente abbia la consapevolezza che l’anno di cui si parla è proprio quello appena trascorso e non sia quello antecedente all’ultimo. Ben diverso è dire che le terapie sono in corso di sperimentazione “da dicembre 2010”. Tutto questo pone un problema di validità dell’informazione che, personalmente, considero importante e che esula dalla sua autorevolezza pur senza esserne disgiunta. In sostanza, l’uso dei deittici in luogo di riferimenti certi che non abbiano bisogno di supporti non verbali può far sì che un’informazione, se non fruita nel momento opportuno, diventi semplicemente “falsa”. L’esempio di cui sopra è inquietante e si potrebbe dire “non comune”, anche se io non credo, francamente. Potrei farne uno molto più banale: ho acquistato online, recentemente, prodotti di un’azienda cosmeceutica svizzera abbastanza introvabili sull’unico sito disponibile per i consumatori del nostro Paese. L’unica forma di pagamento concessa è quella tramite carta di credito, niente contrassegno, dunque le operazioni di ordine e pagamento coincidono. A distanza di una settimana, gli stakeholder del sito mi scrivono per informarmi che uno dei prodotti da me richiesti (e già pagato!) era fuori catalogo da qualche tempo. Non sono necessarie particolari doti intellettuali per intuire che quel sito offre informazioni obsolescenti e presenta problemi di manutenzione. Di fronte all’information overload cui fa riferimento Monica nel suo post, aggiornamento e autorevolezza sono solo due dei possibili parametri da valutare nel tortuoso cammino “alla ricerca della verità”. Inoltre, nel caso del sito che vende prodotti cosmeceutici, la mancanza di aggiornamento si accompagna, senza dubbio, a una mancanza di autorevolezza giacché pecca di adeguatezza nei confronti delle richieste dell’interlocutore: disporre di un catalogo aggiornato, non pagare prodotti inesistenti, sapere che se l’articolo non è disponibile in Svizzera, bisognerà attenderne l’arrivo dalla casa madre che ha sede in Canada. L’inadeguatezza in tal senso, a sua volta, deriva dall’inadeguatezza rispetto all’oggetto del proprio lavoro e pone, ancora una volta e di più, un problema di autorevolezza. Ognuno dei parametri utili a questo tipo di analisi deve, probabilmente, accompagnarsi agli altri per rendere un’informazione “affidabile” realizzando una comunicazione e un’informazione di qualità.

  2. Claude Almansi ha detto:

    @ Roberta: Grazie! Mi eviti un’aggiunta inutile in Wikipedia!

    @ Monica: i principi e le regole che citi sono giusti – però sono gli stessi che vigevano già dall’invenzione della scrittura: la biblioteca d’Alessandria era già un caso di sovraccarico cognitivo per la mente individuale. E alcune affermazioni che riporti non valgono più, ad es. “basta digitare una parola che
    veniamo inondati da una miriade di informazioni che la rigurdano, ciò produce un fenomeno che è chiamato ” information
    overload”. ” è stata resa in gran parte obsoleta da funzioni come Google Suggest (del 2009 o prima?) che adesso tiene conto addirittura delle tue ricerche precedenti. Cioè le miriadi di risultati ci sono sempre, ma di solito trovi quelli che ti interessano tra i primi 50, o persino spesso tra i primi 10.

    Ma soprattutto, quel che è cambiato col Web, e in particolare col Web 2.0, è la facilità nel creare collaborazioni ad hoc per radunare le conoscenze e acquisire le competenze necessarie a un progetto comune. Cioè gli strumenti Web 2.0 non facilitano tanto un “produrre conoscenze” che di solito sono già state prodotte da altri, ma piuttosto un fare assieme nel quale ciascuno sviluppa competenze.

    Esempio abbastanza vicino al tuo degli ingredienti naturali per i cosmetici: nella mailing list di un progetto per la promozione della sottotitolazione, qualcuno ha proposto qualche tempo fa di creare un repertorio descrittivo degli strumenti di sottotitolazione. Per caso, sia Zehavit Ehre sia io avevamo iniziato separatamente a farlo con fogli di lavoro Google Docs. Gli strumenti elencati erano pressappoco gli stessi, ma i criteri descrittivi di Zehavit erano formulati meglio, mentre l’impostazione del mio foglio – a 90° del suo – era più comoda per l’aggiunta di ulteriori voci. Lei ha semplicemente fatto girare il suo di 90° – o più esattamente, ha chiesto a un amico di girarglielo – e adesso stiamo discutendo se pubblicarlo com’è, in beta perpetuo, in un blog dove altri potranno suggerire altri strumenti da aggiungere o modifiche alle descrizioni che abbiamo già, o se vogliamo prima aggiungervi altre cose. 2 condivisioni di file, 2 skypate e qualche e-mail sono bastati. Zehavit ed io non ci siamo mai incontrate e non avevamo mai collaborato prima, anche se abbiamo diverse cose in comune – siamo tutte e due traduttrici ad es. – che facilitano la comunicazione.

    Quindi quel tuo compito ipotetico sugli ingredienti naturali per cosmetici lo formulerei in modo lievemente diverso, ad es.:

    Scopo: radunare e valutare assieme informazioni online sugli ingredienti naturali per cosmetici
    Tipo di lavoro: misto (in gruppo e individuale)
    Strumenti suggeriti [con link ad essi]: wiki; blog personali; [se gli studenti hanno l’età per usare strumenti Google:] Google docs (testi, fogli di lavoro, formulari); social bookmarking (anche creando un gruppo apposito) con tag pertinenti e commenti; [altri, ma non troppi]
    Tappa 1 (in gruppo): Concordate i criteri di descrizione e di valutazione, che potrete sempre modificare in seguito se del caso.
    Tappa 2 (in gruppo): Scegliete lo o gli strumenti che userete – anche quelli li potrete cambiare in seguito se del caso.
    Tappa 3 (in gruppo): Raccogliete le informazioni secondo i criteri stabiliti con gli strumenti scelti.
    Tappa 4 (personale) Su una vostra pagina del wiki – se ne avete creato uno – o sul vostro blog personale, descrivete e valutate ciascuno il risultato della vostra ricerca comune.
    Tappa 5 (in gruppo) leggete e commentate gli elaborati dei vostri compagni, poi redigete un rapporto comune.
    Valutazione: per le parti in gruppo, ogni vostro contributo individuale alla raccolta collaborativa di informazioni e al rapporto finale e ogni vostro commento ai rapporti dei compagni verranno identificati come vostri dagli strumenti utilizzati. Di conseguenza la vostra valutazione personale verterà sia sui vostri contributi e sul vostro elaborato individuale, sia sulla vostra capacità a collaborare. [criteri dettagliati della valutazione]

    Ultima cosa: tu hai usato il sistema APA per i riferimenti bibliografici nel testo – comodissimo, però il sistema APA prevede anche un elenco dei testi così menzionati: lo hai forse online da qualche parte?

  3. roberta ha detto:

    @Claude, sulla tua nota: io ho sempre sentito e letto solo del “letto di Procuste”, non credo sia un refuso.
    Su un gruppo di news trovo questa spiegazione http://groups.google.com/group/it.cultura.linguistica/msg/0da31f9571237dde?pli=1.
    (Veramente cercavo un fenomeno linguistico che fosse il contrario del rotacismo, ovvero la caduta di una /r/ al posto del suo inserimento o sostituzione di un’altra consonante, poiché il rotacismo riguarda la lingua enunciata, non scritta)

  4. monica ha detto:

    Nell’era contemporanea i membri appartenenti alla nostra società, definibile come “società dell’accesso”, hanno la possibilità
    di usufruire di molte risorse informative presenti nel web. Ciò che deve far riflettere , è che, non tutti sanno utilizzare e gestire
    questo tipo di risorsa in maniera corretta. Infatti per un corretto utilizzo bisognerebbe formare i soggetti, insegnado loro un
    utilizzo critico e consapevole delle informazioni, quest’ultime devono produrre conoscenza e contribuire all’apprendimento.
    Le informazioni sono formate da dati, questi presi singolarmente possono anche essere privi di significato , per far si che un
    dato diventi informazione esso deve essere integrato con altri dati ed inserito in un insieme di altre informazioni. E’ anche
    possibile analizzare le informazioni, questo può essere fatto a due livelli uno semantico [ Bateson e Wiener] e uno sintattico
    [ Shannon e Weaver] . A livello sintattico si definisce l’informazione quando si verificano le seguenti condizioni:
    ·Affinchè si possa produrre informazione, vi deve essere almeno un osservatore umano razionale, cosciente, capace di
    previsione e dotato di libero arbitrio, esso deve essere inserito nel dispositivo.
    ·L’informazione è percepita da un osservatore umano solo attraverso eventi.
    ·Il valore informativo degli eventi si misura attraverso tre parametri: la porbabilità, la pertineza e il suo effetto.
    ·La comunicazione NON può avvenire tra osservatori che non si danno regole sociali, postulati e una comunanza di interessi.
    ·Il livello di performance dipende dal numero, dalla varietà e dalla ridondanza delle inteconnessioni che le collegano.
    A livello sintattico invece bisogna innanzitutto introdurre il concetto di “conoscenza”, la quale è definita come : ” acquisizione
    intellettuale o psicologica di qualunque aspetto della realtà”. La conoscenza presuppone un’intenzione che permette l’azione
    ed implica un processo dinamico e complesso che conduce alla giustificazione di credenze personali ( Ranieri, 2006a p.57 ).
    Informazione non significa sapere, queste due parole hanno significati diversi infatti, l’informazione è l’acquisto e l’accumulo di
    conoscenza; il sapere è la conoscenza che opera nella direzione della capacità si saper vivere al meglio la vita.
    Quindi la conoscenza è la costruzione attiva fatta dal soggetto, e non un accumulo di informazioni.
    La prima caratteristica dell’informazione presente nel web e la quantità, la ricchezza di materiali; basta digitare una parola che
    veniamo inondati da una miriade di informazioni che la rigurdano, ciò produce un fenomeno che è chiamato ” information
    overload”. Ciò provoca disorientamento ed interferisce con le nostre pratiche cognitive. Quando si apre una pagina web
    possiamo trovarci tre forme di carico cognitivo ( Mammarella et al.,2005, p.152) riguardanti:
    ·Il contenuto dell’informazione
    ·Il tipo di struttura della pagina
    ·Le strategie di risposta disponibili.
    qusto influisce in modo negativo sui processi sia attentivi che di elaborazione sensoriale, facendo si che l’individuo focalizzi la
    sua attenzione solo su una parte dell’informazione.
    Per far si che non vi sia dispersibilità si dovrebbe guidare l’allievo nell ‘utilizzo del web insegnadogli una
    metodologia di accesso critico alle risorse web.
    Ipotizziamo che venga assegnato come compito di effettuare una ricerca “Sull’utilizzo degli ingredienti naturali
    presenti nei cosmetici”, per poter avvalersi di notizie i ragazzi iniziano a navigare in internet, digitando la parola
    “ingredienti naturali” in un motore di ricerca, troveranno una miriade di siti, ma come fare per poter valutare la
    competenza del sito e la veridicità delle notizie in esso contenute?
    Per prima cosa è importante che gli studenti formulino “domande essenziali” cioè dei quesiti che portino lo
    studente a riflettere e che diano la possibilità di pianificare una strategia. Nel nostro caso la domanda essenziale
    potrebbe essere: ” Quali sono gli ingredienti naturali più adatti per formulare un cosmetico per pelli secche?
    Possono avere controindicazioni?”. Dopo questa prima domanda bisognerà che lo studente formuli altre
    domande ed in base alle risposte, ricavare la risposta alla “domanda essenziale” . Solitamente è bene che le
    domande non siano troppo poche ma nemmeno troppe, in quest’ ultimo caso si potrebbe non arrivare mai alla
    risposta, il numero adeguato solitamente è compreso tra 6 e 10 anche se può variare in base all’età dello
    studente, alle sue competenze ecc.. Prima di utilizzare internet è bene che lo studente sviluppi una strategia di
    ricerca cioè focalizzare l’ attenzione su delle parole chiave per far si che la ricerca vada a buon fine e non sia
    dispersiva. A questo punto lo studente può utilizzare il web e mediante i vari motori di ricerca presenti trovare le
    informazioni. Siccome le informazioni saranno varie e variegate lo studente dovra vagliare le informazioni più
    adatte per ricevere una risposta alle domande base . Per far questo lo studente dovrà valutare: la pertinenza e la
    significatività dell’informazione in base all’argomento trattato; l’autorevolezza e la’ffidabilità , cioè chi ha curato il
    sito ? E’ una fonte attendibile? E’ un ente di ricerca? Se la risposta alle sue domande è negativa la ricerca dovrà
    riniziare, altrimenti può utilizzare le notizie contenute nel sito per elaborare una risposta alla domanda di base.
    A volte i siti riportano solo risposte parziali quindi è importante che lo studente valuti anche la completezza delle
    informazioni contenute. Arrivati a questa parte di lavoro gli studenti si trovano davanti ad una serie di notizie utili
    per trovare la risposta alla domanda posta inizialmente, quindi in base ai vari elementi trovati dovranno creare un
    elaborato che può essere di vario tipo: ipertesto, slide, relazione , il quale permetta loro di mostrare ciò che
    hanno capito ed imparato e naturalmente sviluppare una risposta per la domanda essenziale.
    Con questa metodologia di lavoro si evita il cosiddetto “copia- incolla” cioè il prendere notizie a casaccio da vari
    siti e poi unificarle in un unico elaborato, questo porta inevitabilmente ad un acquisizione acritica e non educativa
    delle notizie . La capacità invece di porsi delle domande, elaborare le notizie trovate, valutare la loro veridicità
    per poi sviluppare un prodotto fà si che nello studente si sviluppi la capacità di riflessione e di critica
    sull’informazione.

  5. Claude Almansi ha detto:

    Ciao Andreas,

    Il tuo post mi ha ricordato Experimental demonstration of the tomatotopic organization in the Soprano (Cantatrix sopranica L.) di George Perec. Questa pagina web l’ho a lunga aggiunta ai preferiti dei vari browser dei vari computer che ho usato: mi ridà il buon umore quando devo tradurre certi paper su “ICT e insegnamento” dove il formato accademico rituale è un guscio vuoto e rimbombante. O viceversa quando ci sono insegnanti che hanno esperienze concrete utili ed interessanti da narrare in questo campo e si ritrovano a dover lottare per farle rientrare in questo formato rituale, tipo letto di Procruste (1).

    Da un po’ di anni non l’aggiungo più ai favoriti: il link si trova ormai in nota nella voce su Perec di Wikipedia in inglese, poi tanto, se metto Perec soprano tomato in Google, i risultati mi danno diverse pagine con questo testo. Però a me piace questa pagina http://pauillac.inria.fr/~xleroy/stuff/tomato/tomato.html che ho linkato sopra, perché l’avevo trovata quando c’era già il Web, ma non ancora Wikipedia né Google. Anche perché, se accorci l’URL, vedi che “xleroy” è Xavier Leroy, un ricercatore in programmazione: di quelli tanto seri che non cadono mai nel serioso.

    Negli stessi anni pre-Google, pre-Wikipedia, con studenti del liceo di Bellinzona, avevamo fatto una ricerca Web su Aurélia di Nerval, che stavamo leggendo su carta. Affidandoci ai “criteri di serietà ed autorevolezza” di allora – cioè limitandoci a testi di studiosi di letteratura – avevamo soltanto trovato pizze lacanianoidi. Invece Erik Bruchez, allora studente di informatica dell’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna aveva radunato documenti autentici sulla prima crisi di pazzia di Nerval, di cui Aurélia è – tra tante altre cose – una narrazione trasposta, in una sottopagina appassionante ed utilissima della sua pagina personale presso l’EPFL. Quella sottopagina è scomparsa dal Web normale però si trova tuttora la versione salvata il 26 maggio 1997 nell’Internet Archive: Gérard de Nerval: la crise de 1841. Adesso Bruchez ha creato la sua compagnia di servizi Web basati su software libero opensource, Orbeon, e tweeta, soprattutto di cose riguardanti la programmazione che non capisco, però anche di musica e di cose buffe della vita quotidiana.

    Tornando alla pagina Experimental demonstration of the tomatotopic organization in the Soprano (Cantatrix sopranica L.): è vera? Beh sì, cioè questa “dimostrazione” è stata pubblicata anche su carta, e questo lo sapevo perché anni prima, la casa editrice Il Mulino mi aveva chiesto di tradurre questo testo in italiano, e l’avevo fatto dalla versione cartacea. Poi c’è la voce di Wikipedia su Perec, e altre menzioni che si trovano cercando, appunto Perec soprano tomato. Ma basta la pubblicazione su carta – fonte di quella versione web e delle altre menzioni – a garantirne l’autenticità?

    Forse no: ci sono “falsi” che sono finiti in libri stampati. La Religieuse di Diderot era iniziata come uno scherzo alle spese di un altro enciclopedista, per farlo tornare a Parigi. E ci sono le “Lettres De Quelques Juifs Portugais Et Allemands, à M. De Voltaire”, di cui l’edizione del 1772 èscaricabile in versione digitale come Google e-book da http://books.google.ch/books?id=UHVDAAAAcAAJ, dove qualcuno ha aggiunto a mano “Par l’Abbé Guénée”, una paternità attestata anche da altre fonti: cioè un’opera polemica anti-volterriana di un prete cattolico che la spaccia come lettere di ebrei feriti dall’antisemitismo, purtroppo ben reale, di Voltaire.

    Ma nel caso della dimostrazione di Perec sull’effetto del lancio di pomodori sui soprani, un falso stampato sembra inverosimile: troppe persone l’avrebbero potuto svelare. E comunque, è così importante che sia di Perec o meno? Quel che conta è che è divertente ed istruttivo, no?
    —–

    (1) Perché mai la voce di Wikipedia in italiano lo chiama Procuste senza la seconda r? Si dice proprio cosÌ in italiano o è un refuso? Beh, semmai potrei fare la domanda nella parte Discussione della pagina.

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