Geniale la soluzione trovata da Maria Mottola per il suo disegno, dove collega il percorso fatto nel laboratorio ai concetti di embodied cognition e warm cognition, laddove cita l’importanza delle radici emozionali dell’apprendimento. Radici che ha dato al suo fiore, rovesciando gli alberini frattali che aveva imparato a programmare.

Dopo avere citato alcune esperienze precedenti fatte al liceo con i linguaggi Java e C++, scrive Maria:
Con Logo tocchi con mano quello che stai facendo, letteralmente ogni singolo spostamento della tartaruga è dovuto a un tuo pensiero compiuto e basta un’istruzione sbagliata per vederla impazzire. È un tipo di coinvolgimento completamente differente perché hai bisogno sì del pensiero computazionale e della matematica per farla muovere, come in altri contesti di programmazione, ma forse proprio il fatto che questo essere virtuale dipenda da te per fare qualsiasi movimento comporta una maggior carica empatica; condivido quindi l’opportunità di usarlo per fini didattici, grazie all’immedesimazione nei bambini ma anche negli adulti come è successo a me.
Questo suo utilizzo si sposa perfettamente anche con il concetto di embodied cognition insegnatoci nell’esame di didattica della matematica, secondo cui i processi cognitivi non sono limitati alle operazioni istanziate nel sistema cognitivo, ma comprendono più ampie strutture corporee e processi d’interazione con l’ambiente. Con l’embodied cognitition si pensa che mente e corpo non siano separati e distinti ma che il corpo e il cervello come parte del corpo concorrano a determinare i nostri processi mentali e cognitivi. Secondo tale visione i processi cognitivi sono profondamente radicati nelle interazioni del corpo con il mondo e il corpo riveste un ruolo centrale nel modellare la mente. Letteralmente io stessa mi sono ritrovata ad associare le mie braccia ad angoli di spostamento della tartaruga ed è stato così divertente poi vederne la corrispondenza e molto molto soddisfacente vederne la riuscita. E ne ho fatti di tentativi perché non ci sono riuscita fin da subito, sentendomi anche un po’ stupida. In realtà appunto per questo il mio logo rappresenta la mia esperienza, da un primo approccio più goffo a uno più tecnico e preciso che si è arricchito di significato. Il fiore grande è stato un fiore istintivo molto bambinesco quasi, in cui si può notare che ho proceduto anche per tentativi e forse è questo il primo approccio che hanno tutti con Logo e con l’informatica in generale, improvvisando per spostare quella tartaruga dove si vuole. Sono andata per tentativi, è stato un lavoro meno geometrico e meno matematico, più mirato a creare la figura che volevo piuttosto che a fare un buon uso dei costrutti ma non mi sento di dire che sia stato un tentativo completamente estraneo alla matematica perché anche nei tentativi non potevo evitare di utilizzarla, ritrovandomi da subito a dover pensare agli angoli degli spostamenti per le mie ellissi, i miei petali. Poi successivamente, migliorando in Logo e nel utilizzo dei costrutti, ho inserito ciò che ho imparato aggiungendo il piccolo fiore, decisamente più preciso. I due fiori per me rappresentano due facce perché il primo rappresenta l’entusiasmo iniziale e la voglia di ottenere il mio disegno, anche se matematicamente incerto. Il piccolo fiore invece testimonia già una migliore conoscenza del linguaggio con la comprensione dei suoi costrutti. Nel piccolo fiore c’è quel ragionamento matematico per cui nasce Logo per la didattica, nel grande c’è l’entusiasmo iniziale, il tutto e subito. Il fiore grande è un po’ quindi una metafora della fretta nell’utilizzo tecnologico a cui siamo abituati oggi dove clicchiamo e otteniamo e se non va clicchiamo da un’altra parte, tentiamo tanto alla fine la tecnologia ci dà senza sforzo quello che vogliamo. Ricordo anche che il prof a lezione ci parlò di coloro che utilizzando gli smartphone pensano di essere tecnologici ma non lo sono: sei tecnologico quando le tue azioni sono frutto di un pensiero mirato e sensato e perciò riesci ad ottenere qualcosa dalla macchina non semplicemente facendoti guidare dalle sue alternative ma essendone autori consapevoli; questa è l’essenza di un buon uso del digitale. Il mio piccolo fiore è più marginale ed è quasi nascosto, dimenticato, un po’ in ombra rispetto allo sfarzo e immediatezza irrazionale del grande ma rivela un uso molto più pensato e custodisce anche di più il vero significato del coding di cui parlava Papert, che sosteneva che Logo fosse sì utile per una maggior conoscenza dell’informatica ma che avesse valenza più profonda, ovvero attinente alle radici emozionali dell’apprendimento, alla percezione della propria conoscenza e così anche ad una migliore percezione di sé stessi. Da queste riflessioni mi è venuta l’idea di aggiungere delle radici al fiore del mio Logo, dopo aver ascoltato questo modo di intendere Logo da Papert. Dopotutto a cosa altro avrei potuto aggiungerle di meglio se non ad un fiore.
Con le radici mi sono cimentata in qualcosa di ancora più complesso e quindi, sempre in contrapposizione con l’uso superficiale fatto per il fiore grande, ho usato concetti più avanzati quali ricorsione e frattali, creando un albero e rovesciandolo. Insomma il mio fiore con radici vuole rappresentare un po’ una progressione dei vari costrutti imparati su Logo e un po’ vuole anche rappresentare come il fiore più piccolo, e le radici che comunemente potremo non notare subito o non osservare proprio come quando ammiriamo un fiore, rappresentino in realtà la parte fondamentale di esso, così come c’è differenza fra farsi guidare da un dispositivo elettronico in maniera passiva e saperlo invece utilizzare concretamente appieno e la differente crescita che ne deriva a livello umano tra i due utilizzi. Vuole rappresentare l’evoluzione verso un uso consapevole del linguaggio, con i relativi successi che permettono di migliorare la percezione della nostra conoscenza e di conseguenza anche di noi stessi.