Precisazioni – metodo #linf14

Tecnicamente queste note sono rivolte agli “studenti ufficiali” della IUL quindi gli “obblighi” riguardano solo loro. Le scriviamo tuttavia in pubblico perché esprimono anche un’idea di insegnamento e questa può interessare una platea più vasta.

Franca, a seguire il filo di discussione iniziato qui, ha scritto la seguente email:

Oddio prof mi aspetto la sua furia ma sul bus mi parte solo questa mail la prego di inoltrare lei sul blog. Riflessioni di neofita dopo notte tormentata da incubi anzi presa di coscienza dell’incapacità. In procinto di affrontare una giornata pesante fatta di 28 occhi che ti guardano e ognuno a una sua storia un suo percorso ha bisogno della “sua” scuola. E mentre corri arraffi “metti la toppa” come si dice in Toscana , supplisci perché non ci sono fondi ,fai te perché non e’ nel mansionario di nessuno  ti chiedi ma la slow School dove è?
Caro prof. Per i compiti ho dubbi
1 come faccio a fare una comparazione se libreoffice non l’ho usato conosciuto masticato digerito. ? Ho bisogno di tempo io , e’ un problema mio (mi hanno detto che sono cinestetica e ho necessità di toccare vedere. ) quindi il mio piano di lavoro e’  : Provo ma anche leggo in rete le opinioni degli altri sennò non ne vengo fuori
2 – riflessioni sugli argomenti?  Sono articoli scritti con competenza con attenzione alla singola parola che ti portano a pensare e a mettere in discussione ciò che davi come scontato e i riferimenti agli approfondimenti sono da esplorare. Non mi sembra una passeggiata farlo.
Che noia, che tedio direte voi . L’ autobus e’ arrivato. Buona giornata
Ps scusate errori
Inviata dal mio Windows Phone

Grazie, questo è il tipo di partecipazione che ci piace. Gli errori, se ci sono, li lasciamo, perché la circostanza li rende belli. Rispondo punto per punto.

Oddio prof mi aspetto la sua furia ma sul bus mi parte solo questa mail la prego di inoltrare lei sul blog.

Apprezzato invece molto.

… ti chiedi ma la slow School dove è?

Già, mi pare di capire: quasi mi vergogno a leggere 568 testi degli studenti… cosa sarò in grado di dare loro? Partecipo allo sconforto…

… come faccio a fare una comparazione se libreoffice non l’ho usato conosciuto masticato digerito. ? Ho bisogno di tempo io , e’ un problema mio (mi hanno detto che sono cinestetica e ho necessità di toccare vedere. )

Anch’io.

quindi il mio piano di lavoro e’  : Provo ma anche leggo in rete le opinioni degli altri sennò non ne vengo fuori

Ottimo! Vale per tutti: quando via via vi dirò “scrivete ora questa relazione” non vuol dire che la dobbiate scrivere subito, anzi, scrivetela quando vi torna meglio. Se a qualcuno capiterà di scrivere la prima per ultima andrà bene lo stesso. Unico vincolo: almeno 15 giorni prima dell’appello d’esame che avrete scelto, per evitare che mi ritrovi a leggerle di furia quindi male.

riflessioni sugli argomenti?  Sono articoli scritti con competenza con attenzione alla singola parola che ti portano a pensare e a mettere in discussione ciò che davi come scontato e i riferimenti agli approfondimenti sono da esplorare. Non mi sembra una passeggiata farlo.

Sì, non è una passeggiata. Penso che non possa esistere apprendimento significativo senza fatica e senza momenti di disorientamento. Tuttavia penso anche che l’apprendimento significativo non possa emergere nemmeno da un corso strizzato in un paio di mesi, se non in minima misura. Non ci interessa quindi alcuna idea di completezza, che sarebbe una chimera. Ci interessa invece aprire porte che svelino nuovi orizzonti. Noi, momentaneamente nel ruolo di tutor e docenti, possiamo provare ad aprire le  porte, poi l’esplorazione vera ognuna se la farà per conto suo, successivamente.

Le relazioni quindi non dovranno mostrare padronanza di tutto ciò che è stato proposto. Dovranno piuttosto mostrare moti di curiosità, eventuali nuove idee, turbamenti, perplessità. Questo è il punto di partenza per imparare qualcosa, forse. Altro in un paio di mesi non si può pretendere.

In questa luce, non è nemmeno detto che riusciremo a fare tutto ciò che abbiamo citato nel programma ( ODT, DOCX, PDF). Non importa. Meglio turbare il sonno sulla metà degli argomenti che imparare a pappagallo un po’ di tutto.

Libertà è partecipazione – #loptis

Clicca qui per scaricare una versione in pdf


Agli studenti di medicina chiediamo, fra altre cose, di scrivere un tema su un argomento che possono scegliere dopo avere frugato nell’indice ragionato di questo laboratorio. È sempre sorprendente la ricchezza delle prospettive e delle suggestioni che tornano indietro – non raramente, tornano assai utili qui. Questa è la volta della testimonianza di Martina, che interpreta perfettamente gli obiettivi del laboratorio #loptis.

È molto facile parlare di tecnologie a persone che sono già propense ad usarle. Assai più difficile è rivolgersi a coloro che, per tanti motivi, le sentono invece estranee. È proprio qui che entrano in gioco il registro narrativo e l’approccio libero di questo laboratorio – niente a che vedere con manuali tecnici e “patenti” varie.

I post utilizzati da Martina sono quelli raggruppati nella sezione Software libero dell’indice ragionato che trascrivo qui di seguito:

Il titolo di questo post – Libertà e partecipazione – è quello scelto da Martina per il suo tema, che viene qui di seguito.


Riflessioni sui post Software libero

Nel cominciare a scrivere questo elaborato a proposito dell’etica hacker e del software libero, devo confessare una sorta di diffidenza che da sempre in me si accompagna ai contatti col mondo digitale.

Ho sempre attribuito questo sentimento a una scarsissima padronanza di tali mezzi, giustificata in modo probabilmente troppo benevolo con la scusa che “non tutti i campi del sapere ci possono appassionare”.

Nel leggere gli articoli del blog Laboratorio Online Permanente di Tecnologie Internet per la Scuola – #loptis per la preparazione di questo esame, mi sono resa conto di cosa ai miei occhi costituiva la differenza tra ambiti come la letteratura e le arti in generale dall’informatica: se infatti in queste ultime gli spazi per esprimere me stessa e per entrare in sintonia con il frutto dell’altrui creatività mi sembravano evidenti, proprio non riuscivo a coglierli nell’informatica per come mi era stata presentata fino ad adesso.

Abituata infatti ad usufruire del computer nei suoi aspetti più banali e superficiali, l’informatica mi appariva come un mondo di spazi precostituiti ed estremamente poco modificabili ed esplorabili da coloro che percepivo solo come utenti.

È dunque solo con questo recente contatto con l’etica hacker della condivisione del sapere che comincio a rendermi conto delle enormi potenzialità racchiuse in questo universo.

Probabilmente il fatto di essere nata in un’epoca in cui tutto è profitto, rende difficile individuare l’appropriazione indebita di beni comuni in tutti i suoi aspetti. Se infatti risulta abbastanza evidente, o quanto meno a tutti comprensibile, che beni come l’acqua, l’aria, i beni del territorio debbano essere proprietà comune, la questione diventa già più discutibile quando si comincia a parlare di proprietà intellettuali e di conseguenza anche del mondo digitale.

Diceva Jean-Jacques Rousseau: Il primo che, avendo recintato un terreno, osò dire: “questo mi appartiene”, e trovò uomini abbastanza ingenui per credergli, quegli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili “guardatevi dall’ascoltare quest’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra di nessuno.

Ebbene applicare quest’ottica anche al campo dell’informatica mi permette di capire l’importanza di una terra di tutti e di nessuno quale è il software libero. Essendo basato sulla condivisione, tale metodo consente un prodigioso sviluppo in cui ogni nuovo apporto è la base per nuove espansioni. Se è vero che siamo nani sulle spalle di giganti, risulta automatico come la condivisione di saperi ci liberi e ci permetta di innalzarci tutti insieme.

Per questo, oltre che per l’immensa fonte di guadagno che attualmente rappresenta, questo mondo virtuale è imbrigliato dalle multinazionali e da un pensare comune che criminalizza chi non si presta a questi giochi di mercato.

Non è un caso che la figura dell’hacker sia per l’opinione comune non molto diversa da quella del piccolo delinquente, quando in realtà si tratta di una persona che ha in somma considerazione l’atto creativo, che detesta tutto ciò che intralcia l’accesso all’informazione, diffida di tutto ciò che è burocrazia, di tutto ciò che è potere sovrastante, istituzionale o privato che sia, diffida in generale di ogni tipo di intermediazione, crede fermamente nella libera circolazione delle idee che ritiene una risorsa primaria, come l’aria e l’acqua, si interroga sul senso delle cose, sulla possibilità di migliorarle e ha un assoluto bisogno della libertà di provare a migliorarle. L’hacker possiede un’etica profonda ed è profondamente onesto.

Perché profondamente onesto è volere un progresso orizzontale, di cui tutti possano beneficiare, indipendentemente dai mezzi economici e dal contesto sociale; profondamente onesto è non fare delle proprie capacità un mezzo per elevarsi al di sopra degli altri ma metterle al servizio di una comunità di cui dunque ci si ritiene parte integrante.

A mio avviso è dal concetto di comunità che si deve ripartire oggi e in quest’ottica credo che d’ora in poi guarderò al mondo digitale con un po’ meno di timore e con un po’ più di curiosità.

L’interesse per il mezzo dunque, perché in esso si rispecchia anche il fine, mi porterà, spero, a trasferire quella coerenza che cerco di osservare nelle scelte quotidiane (stile di vita, acquisti, consumi) anche nell’utilizzo degli strumenti informatici, conscia dell’interconnessione tra tutti gli aspetti della nostra vita.

Microsoft Corporations e Apple Inc. mettono in atto forse forme più subdole di sfruttamento rispetto a McDonald’s con i suoi hamburgers e dobbiamo armarci di conoscenze per poterci difendere e non essere complici.

“Avevo bisogno di affetto…” – #ltis13

Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

Le burocrazie incombono. Ora qua all’università abbiamo da compilare il SUA, Scheda Unica Annuale dei corsi. Qualche anno fa c’erano i Requisiti di trasparenza in ottemperanza a quanto previsto dal D.D. … Area di apprendimento, obiettivi formativi, programma esteso, metodi didattici, metodi di accertamento…

Per carità, probabilmente tutto necessario, ma a me viene la claustrofobia. E da quel che sento a scuola è anche peggio.
Continua…

La pedagogia della lumaca


Ho ricevuto il consenso a “bucare” la ning-parete che avvolge La scuola Che Funziona. Era una risposta scontata, considerato lo spirito di Gianni Marconato e dei tanti membri che animano questo network, ma questo non significa che la domanda non debba esser posta. Molti scambiano il Cyberspazio per il luogo dell’arbitrio, ma questa potrebbe essere solo la pessima immagine della loro natura interiore, perché il cyberspazio sarà ciò che noi siamo, e ciò che ognuno di noi può fare sin da ora, è iniettare rispetto e correttezza in questo straordinario mondo, come facciamo nel mondo fisico.

Allora, come prima cosa oggi, copio pari pari il messaggio introduttivo al gruppo La Pedagogia della Lumaca,  così come postato da Gianfranco Zavalloni all’atto della creazione gruppo, non dimenticando tuttavia di citare anche il sito web La Pedagogia della Lumaca – Per una scuola lenta e non violenta.


Alcuni anni fa, con alcuni insegnanti, allievi della Scuola di Barbiana, dirigenti scolastici, operatori comunali, genitori…abbiamo lanciato un appello per un cambiamento dal basso della scuola. Credo sia ancora di estrema attualità. Lo rilancio qui, come occasione di confronto e di discussione. (Gianfranco Zavalloni)

“Chi ascolta dimentica,
chi vede ricorda,
chi fa impara”

Lettera alla scuola

Diciamolo. Uno dei nodi fondamentali da sciogliere della scuola italiana è la situazione che vivono i ragazzi che la frequentano dagli 11 ai 14 anni. E’ la stagione della loro maturazione. Germina il loro corpo. Si avverte la fame di relazioni interpersonali profonde e autentiche. L’amicizia diventa la questione capitale. Si scopre la sessualità. Si vivono i primi conflitti forti con i genitori.
Il gruppo dei pari diventa il vero punto di riferimento. In tale contesto, l’attuale scuola media italiana (o secondaria di 1° grado), anello logoro e tagliente, mostra tutta la sua inadeguatezza. I contenuti restano prioritari, diventando perfino la ragion d’essere di ogni “prova di verifica”.

Prima di conoscere i ragazzi, si prevedono batterie di “prove di ingresso”. Gli insegnanti spesso – loro malgrado – finiscono per ridurre la loro funzione a quella di informatori. È così che la logica dei contenuti si trasforma, facilmente, nella somministrazione di nozioni e di test di valutazione, specialmente ai ragazzi segnalati dalle certificazioni.

Quale logica? Mentre i ragazzi continuano a nuotare nel mare del non-senso, la centralità dei programmi fa capolino ad ogni proposta riformatrice. La scuola media appare fondata sulla frattura fra lezioni e vita reale. I ragazzi non comprendono quale sia l’incidenza – e, dunque, l’importanza – della formazione scolastica per il loro futuro!

La centralità del ragazzo necessita di percorsi rallentati e, soprattutto, di uno spazio ben più ampio da conferire all’ambito affettivo-relazionale. Non è un caso che il cosiddetto ‘bullismo’ cresca a vista d’occhio e faccia seguaci principalmente nella fascia d’età della prima adolescenza e vada a colpire i più deboli.

Non abbiamo dedicato un punto esclusivo per gli alunni disabili, i giovani stranieri, i portatori di culture e religioni diverse, perché, dal punto di vista dell’inclusività, auspichiamo che tali alunni siano considerati una risorsa e parte attiva del processo educativo, il quale non può essere delegato alla sola insegnante di sostegno.

I primi firmatari
Edoardo Martinelli (allievo della Scuola di Barbiana) Gianfranco Zavalloni (dirigente scolastico – Sogliano al Rubicone) Eugenio Scardaccione (dirigente scolastico – Bari) Mario Lodi (maestro – Drizzona) Renato Ciabatti (Comune di Prato) Antonio Avitabile (Comune di Prato) Vincenzo Altomare (insegnante – Cosenza) Mimma Visone (insegnante – Napoli) Adele Corradi (Scuola di Barbiana) Maria Miceli (dirigente scolastico – Lamezia Terme) Romolo Perrotta (Università Cosenza) Fiamma Bellandi (Comune Prato) Franco De Santo (insegnante – Cosenza) Lella Giornelli (Rivista Paesaggi Educativi – Cesenatico) Daniela Mammini (dirigente scolastico – Prato) Stefania Vannucchi (Centro territoriale Handicap – Prato) mons. Giovanni Catti (Università della Pace – Bologna) Aldo Bozzolini (allievo della Scuola di Barbiana) Nanni Banchi (Centro Documentazione sulla Scuola di Barbiana – Vicchio) Nevio Santini (allievo della Scuola di Barbiana) Paola Zilianti (Comune di Prato) Gianni Cerasoli (maestro elementare – Forlì), Massimo Nutini (Comune di Prato) Brunetto Salvarani (Direttore Rivista CEM Mondialità) Angela Dogliotti Marasso (docente del Centro Sereno Regis di Torino) Biagia Cobianchi (docente – Argenta di Ferrara) Lorena Montesi (docente di Urbino) Silvia Sera (docente Scuola media Gambettola) Linda Corradi (redazione del sito www.tecnologieducative.it) Marta Falcioni (Supervisore Università di Urbino) Chiara Michelini (dirigente scolastico Università di Urbino) Daniele Novara (Centro Psico Pedagogico per la Pace – Piacenza) Raffaello Saffioti (docente di filosofia -Palmi) Gianpaolo Petrucci (docente-Bari anche a nome del GEP/Gruppo Educhiamoci alla pace) Rosaria Ammaturo (docente -Bari) Anna Tomasicchio (docente-Bari) Daniele Novara (Direttore Centro Psicopedagogico per la Pace – Piacenza) Pasquale Iannamorelli (responsabile rivista QUALEVITA-Sulmona) Bruno Iannamorelli (docente – Sulmona) Anna Sarno (docente – Sulmona) Collegio Docenti Istituto Comprensivo “Gandhi” di Prato) Giancarlo Garoia (insegnante – Forlì) Paola Paolucci (insegnante – Gambettola), Rosanna Lotti – PRATO, Alessandro Cigni – SassariDaniela Boschetti – Flped, Orietta Ciammetti – Roma, Amedeo Olivieri insegnante di Cattolica ( Rn), Carlo Salvadori (Sovigliana-Vinci Fi) dottore in materie pedagogiche Fiped
Chiara Coro (Insegnante – Cologno Monzese), Cecilia Muscatella

IL MANIFESTO

CAMBIARE LA SCUOLA DAVVERO SI PUÒ

1. LA SCUOLA È IL LUOGO PER IMPARARE AD APPRENDERE, A PENSARE CON LA PROPRIA TESTA, A ESSERE RESPONSABILI.
Educare ad essere cittadini sovrani e non sudditi.

2. A SCUOLA, COME NELLA VITA, NON POSSIAMO DISGIUNGERE L’APPRENDERE DAL FARE. SI IMPARA CON IL CERVELLO, CON LE MANI, CON TUTTI I SENSI E CON IL CUORE.
In ogni scuola sono fondamentali i laboratori della manualità da svolgere anche all’aperto. Il laboratorio non è il luogo “extracurricolare” dove “si fa e si apprende altro dai saperi e dai programmi”.

3. LA SCUOLA È IL LUOGO IN CUI SI APPRENDE INSIEME, NON “DA SOLI”.
È importante “perdere tempo” perché una classe indistinta diventi un “gruppo-comunità”. Ci vogliono mesi per formare il gruppo, discutendo e raccordandosi sulle finalità, sulla necessità di regole condivise, sulle metodologie e le tecniche da utilizzare insieme.

4. PER CREARE BUONE RELAZIONI È FONDAMENTALE ESSERE UN PICCOLO GRUPPO. POCHE FIGURE DI DOCENTI DI RIFERIMENTO PER CLASSE, AIUTEREBBERO L’ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA.
Le metodologie innovative possono essere praticate solo con un numero ridotto di ragazzi, dai 15 ai 20 per classe, e di insegnanti di riferimento. Se per diminuire il numero fosse necessario formare gruppi variegati di ragazzi o le cosiddette pluriclassi, lo si faccia perché è, oltretutto, una grande opportunità per sviluppare la cooperazione e il mutuo sostegno.

5. GLI INSEGNANTI NON SONO DEI TUTTOLOGI, MA DEVONO SAPERE “DOVE STA DI CASA LA CULTURA”.
I libri di testo non sono gli unici sussidi didattici, possono essere sostituiti dagli incontri diretti con la vita e le persone e poi da una buona biblioteca di classe, vocabolari, atlanti, giornale, stazione multimediale, accesso a internet, collegamento satellitare, supporti di memorie esterne, videoproiettore digitale e analogico, che complessivamente riducono di una buona percentuale le spese a carico delle famiglie.

6. I SAPERI NON SONO UN BAGAGLIO DA TRAVASARE, MA VANNO COSTRUITI INSIEME. LA CONOSCENZA NON VA DEPOSITATA O ETICHETTATA, MA VA RIELABORATA CRITICAMENTE PER DIVENTARE STRUMENTO DI FORMAZIONE E NON SOLO DI INFORMAZIONE.
I saperi minimi di base, quelli essenziali e utili alla vita, non possono essere spezzettati e inseriti in programmi rigidi definiti nei minimi dettagli. È importante lavorare sui nuclei fondamentali e sull’apprendere per schemi logici. La formazione è questione di coscientizzazione, di maturazione attraverso la riflessione critica e di elaborazione di mappe concettuali, dove le discipline si contaminano reciprocamente.

7. L’EDUCAZIONE, COME L’APPRENDIMENTO, È UN PROCESSO DINAMICO CHE PARTENDO DAL MOTIVO OCCASIONALE, OSSIA DALLA REALTÀ, CONDUCE ALLA CONOSCENZA.
Tale percorso, “l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio”, come definito da don Lorenzo Milani, va compiuto tenendo conto dei saperi, delle abilità e delle competenze indispensabili all’allievo della scuola di base per comprendere, ad esempio, l’articolo di fondo del giornale, come avrebbe “verificato” la Scuola di Barbiana.

8. LE ORE CHE SI TRASCORRONO A SCUOLA DEVONO AVERE CARATTERE UNITARIO.
A ben poco servono la rigida suddivisione delle discipline in unità didattiche o di apprendimento, a seconda delle riforme, nonché i ritmi di apprendimento scanditi da orari cronologici fissi. Ma… per chi suona la campanella?

9. SBAGLIANDO SI IMPARA. PER PROVA, PER ERRORE E PER GIOCO.
È così che la scuola, lungi dall’essere l’anticamera di una azienda, potrà diventare il luogo della lentezza, del “non assillo”, funzionale all’apprendimento creativo e al gioco. A scuola si va anche per divertirsi nel senso etimologico della parola, ossia “scantonare e fare cose sempre diverse”.

10. SI CAPISCE BENE COS’È UNA SCUOLA QUANDO LA VIVIAMO COME SE FOSSE IL LUOGO DOVE SI ENTRA COMPETITIVI, AGGRESSIVI, RAZZISTI E, DOPO AVER LAVORATO E STUDIATO INSIEME PER BISOGNI COMUNI, SI ESCE RISPETTOSI DEGLI ALTRI, AMICI, TOLLERANTI.
La scuola è un concentrato di esperienze, una “grande avventura” che può essere vissuta come se fosse: un viaggio, un libro da scrivere insieme, uno spettacolo teatrale, un orto da coltivare, un sogno da colorare….

Cesena 08 dicembre 2006

 

Lumache e gazzelle


Bello davvero il commento di Deborah, dal quale estraggo …

… c’è chi nasce lumaca e chi gazzella! Io sono nata lumaca e mi va bene così. Conosco tante gazzelle che vorrebbero far diventare tutti gazzelle e tante lumache che si disperano perchè vorrebbero rincorrere le gazzelle. Io ho passato anni a rimuginare su questo. Viviamo in una società del tutto-presto-fatto. Il povero Hillman si starà rivoltando nella tomba… L’unicità delle persone viene spesso calpestata e fatta a pezzi per rincorrere lo “status ideale” tanto sbandierato da questa società. Anche il silenzio, quel sano silenzio, a volte viene interpretato come un “non sapere”. In realtà è proprio dal silenzio che, spesso, scaturiscono tante sorprese, idee e novità.

Sentivo il bisogno di rifletterci, perché Deborah ha scritto cose che condivido totalmente, ma c’è un punto che vorrei approfondire un poco. Quando dice … c’è chi nasce lumaca e chi gazzella! …, in parte è sicuramente vero ma non solo. È una faccenda complessa: se ripenso a tutti, i tanti “inizi” che ciascuno di noi ha vissuto, gli inizi delle varie scuole, delle esperienze di lavoro, delle appartenenze a certe comunità, nella mia memoria c’è solo il modo “lumaca”. Ovvero se cerco di trasporre la visione offerta da Deborah sulla mia esperienza, ricordo solo di avere vissuto da lumaca. Poi, succede che da un certo punto in poi, per il semplice fatto che lungo molti anni ti sei occupato abbastanza costantemente di certe cose, ecco che scopri di essere visto come “gazzella”!

Ma non è vero, tu continui a sentirti lumaca, perché la ripida via della conoscenza, lungo la quale sei sempre all’inizio, può essere percorsa solo con il passo della lumaca, e con una congrua, ampia dose di silenzio, sì. A me la storia di Gengè, che ho riletto questa estate, mi ha fatto un’impressione enorme, perché se ti senti lumaca, e questo ha per te un grande valore, magari è il valore della tua vita, il riflesso di te gazzella è una cosa che ti può disturbare molto. Uscir di senno? Magari non proprio però …

Ora, venendo al nostro (per)corso, il mio tentativo di introdurvi una certa dose di caos, di dar corso a quante divagazioni possibili, può esser letto proprio così: indurre le persone ad esser lumache, perché per trovare la propria via nel caos, non si può correre, specialmente non dietro ad un burattino – il sottoscritto, nella fattispecie – ma bisogna procedere piano, osservare e ascoltare molto, e muovere i propri passi tenendo dietro più all’intuito che al ragionamento, almeno un po’.

Vedete bene che la “parti tecniche” che io vi offro, sono frammentate, disperse fra altri discorsi e anche meta-discorsi, cioè discorsi su ciò che stiamo facendo e come lo stiamo facendo. Questo è un modo, certamente sempre estremamente imperfetto, di rallentare e di offrire spunti molteplici, affinché ognuno possa approfondire quelli che gli sono più congegnali e utili per il proprio lavoro e la propria vita.

Sono perfettamente cosciente che tali pillole tecniche possono risultare troppo banali e noiose per taluni ma assai indigeste per altri. Questa diversità non la possiamo annullare. Io cerco, goffamente, di dare nel mezzo, più o meno. Invito tuttavia chi è più esperto a dare mano a chi lo è meno. Tanto per rimanere sul concreto, trovo assai pregevole l’opera di Gaetano e di Claude. Di grande pregio.

E mi piaciuto veramente tanto l’ultimo post di Serena, dove la scoperta del nuovo si è immediatamente tradotta in nuovi tentativi di scoperta. E non è un caso che Serena sia ora così sciolta, per così dire, perché è reduce da un MOOC (Massive Open Online Course), simile ad altri che anch’io ho frequentato come studente, un paio d’anni fa. Sono esperienze nelle quali si impara a muoversi autonomamente trovando la propria via in un contesto complesso, e i risultati si vedono.