“Avevo bisogno di affetto…” – #ltis13

Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

Le burocrazie incombono. Ora qua all’università abbiamo da compilare il SUA, Scheda Unica Annuale dei corsi. Qualche anno fa c’erano i Requisiti di trasparenza in ottemperanza a quanto previsto dal D.D. … Area di apprendimento, obiettivi formativi, programma esteso, metodi didattici, metodi di accertamento…

Per carità, probabilmente tutto necessario, ma a me viene la claustrofobia. E da quel che sento a scuola è anche peggio.

Non vedo gran nesso fra tutte queste macchinerie e ciò che di buono può succedere in una classe, di scuola o università, chiusa o aperta. Le macchinerie crescono e si complicano, in trincea ci si lamenta e si soffre. E anche quando cerco di capire qualcosa intorno a quello che si ritiene essere necessario, sicura via del progresso, per esempio alla Progettazione della formazione (Instructional design), ai Learning object, ai Learning Management System, m’assale un torpore profondo. O almeno non vedo un nesso che comporti un beneficio automatico. Vedo solo particolari, magari interessanti, ma di poca portata.

Conosco questi oggetti. Conosco le piattaforme, le ho usate estesamente, per davvero e non per finta, con migliaia di studenti. Ho frugato dentro ai Learning Object, dentro alla codifica SCORM (Shareable Content Object Reference ModelModello di Riferimento per gli Oggetti di Contenuto Condivisibile). Ma quando nel mio piccolo trovo che qualche esperimento ha funzionato, quando qualche studente mi dice che gli è cambiato qualcosa, non è mai perché ho adottato uno strumento anziché un altro, o perché mi sono adeguato ad un certo specifico modello, o addirittura perché ho provato ad “insegnare un contenuto” anziché un altro.

Cos’è quindi che funziona? Non so, non trovo le parole. La mente s’aggroviglia, le dita incespicano. Ecco finalmente l’occasione di leggere insieme questo pezzo.

Avevo bisogno di affetto. Volevo sentire una mano nella mia mano, volevo essere ascoltato e ascoltare; aver qualcuno a cui dire in segreto, nell’abbandono indimenticabile delle prime amicizie, quei sentimenti, quei desideri e pensieri, che non si possono dire ai babbi e alle mamme. Volevo qualcuno eguale a me, per lavorare assieme; qualcuno più grande di me per imparare, per essere guidato; qualcuno al di sotto di me per aiutare, per dirigere e ammaestrare.

Spiavo nei volti e nei cuori e non trovavo il più delle volte che compatimento o disprezzo – oppure peggio! – quell’odiosa e troppo facile camerateria dei giovinetti mal’avvezzi che ti pigliano sotto braccio per parlarti di casini e biciclette. De’ compagni di scuola, francamente, non volevo saperne. Che roba! Filistei goderecci in calzoni corti; sgobboncelli lividi e masturbatori; beceri rompicoglioni – e quell’esoso finto ravviato “primo della classe”! No no. Per me ci volevano cuori amorosi e, specialmente, cervelli attivi ed aperti. Gente come me; di quelli che fanno a scuola poca figura ma che leggono, pensano, ruminano e hanno sogni balzani per la testa. Uno solo ne trovai a scuola ma non era scolaro: era un maestro. Maestro per necessità e poeta per natura. Giovane e generoso com’era seppe scoprire nelle mie parole e ne’ miei sguardi l’anima che per tutti era muta. La sua venuta nella mia vita fu come l’apparizione della prima stella nel lungo indugio d’un crepuscolo serale. Egli incoraggiò i miei impulsi poetici; seppe apprezzare le mie vagabonde ricerche letterarie e, per quanto superiore mi tenne alla pari. Fu il primo che in quel ragazzo sperso vide un uomo.

Un uomo finito, Giovanni Papini

Non si dica – ma è Papini… – ne ho conosciuti tanti di giovani così, proprio tanti. Studenti, oppure giovani vicini, molto vicini, anche quello che riconosco in ampi brani della mia stessa giovinezza, ma anche di questa età qui.

Ho come la sensazione che scoprire nelle parole e negli sguardi, incoraggiare impulsi buoni, apprezzare vagabonde ricerche – sì, anche i fuori tema – tenere alla pari – senza facilonerie – attenga fondamentalmente all’insegnamento, in qualsiasi forma.

Non si possono affrontare i problemi dell’umano come si fa con quelli di una macchina.


Siamo proprio in vista della conclusione del corso ma invece di stringere e di rinzeppare preferisco allargare. Riflettere sull’azione. Respirare.

Intanto la comunità pulsa, borbotta, armeggia. Non ha bisogno d’esser sempre nutrita, si nutre autonomamente. È veramente il momento di cambiare il passo, cercando la sostenibilità.

Il gruppo in Diigo cresce, in riferimenti e partecipanti. I video disseminati lungo il percorso si sottotitolano come per magia. Nei blog appaiono 40-50 interventi al giorno, fra post e commenti. Nuovi partecipanti si affacciano e perfino nuovi aspiranti ai CFU continuano ad affluire.

Il percorso continua.

66 thoughts on ““Avevo bisogno di affetto…” – #ltis13

    1. valottof says:

      Si: decisamente meglio! Si viene qui per leggere e per scrivere e non per questioni estetiche, ma come si dice anche l’occhio vuole la sua parte e così le pagine si presentano decisamente meglio!

  1. Anonimo says:

    io confesso di non essere riuiscita a seguire il corso, non per mancanza di motivazione ma il lavoro a scuola in questo epriodo è stato così ‘tanto’ ed impegnativo che nemmeno la sera riuscivo a liberarmene. E mi dispiace tanto 😦 Andreas.. ilc orso resterà online? ora che la bufera sta scemando, avrò finalmente tempo per leggere tutti i materiali ed i post, senza angoscia e gustandomi step by step! Si può fare?

  2. marina.p says:

    Il corso ” ufficiale” stará anche finendo….ma sui blog sono nate bellissime e interessanti discussioni su questioni molto care a chi insegna… Anche questo é il frutto del lavoro fatto insieme! Qualcosa di piú per esser contenta!

  3. giuliofalco says:

    Insegnare, apprendere, … mutare. Non lo cambi professore, le altre alternative tolgono freschezza a queste parole che non suonano affatto boriose. Potrebbero sembnrare forse eccessivamente ambiziose, solo perchè ci stiamo rassegnando all’omologazione e alla standardizzazione. Sono facce della stessa medaglia, parti inseparabili dal tutto. Riscopriamo e preserivamo il pensiero olistico, quella parte di cultura greca dalla quale proveniamo come abitanti dell’era scientifica e tecnica. Non ho avuto la fortuna di studiare adeguatamente questa cultura, mi sono tuffato ad un certo punto nella matematica e nell’informatica. Per poi scoprire alla fine che non c’e’ proprio nulla di assoluto e di meccanico, nulla che sia separabile dal tutto, dall’umanità e dalla coscienza. In questo vilalggio, con questo titolo mi sono sentito a casa.

  4. luigi1957 says:

    dopo 16 ore di parole “gassose” e di personalismi a volte piccoli (2 giorni da talpa a Montecatini – riunione del MIUR)… dopo la supremazia dell’ingessatura della burocrazia che spinge per una scuola flessibile, attenta ai bisogni educativi speciali, in una perenne spirale antinomica che si aggroviglia come le budella dentro di tè… dopo tutto questo è bello leggere queste parole …
    ce la faremo a costruire insieme una scuola di pensieri e relazioni che cercano insieme conoscenza e la rendono prodotto per gli altri?
    sì, finché l’animo nostro non si accontenterà della mediocrità di essere un esecutore-impiegato della scuola, ma cercherà nel profondo di essere un compagno di viaggio in una piccola scuola di Barbiana. Anche nel nostro villaggio c’è una scuola di Barbiana.
    nella mia età ho pochi soldi, faccio fatica a mettere via un euro per il futuro… mi ritengono un po’ sfigato e pirla perchè non ho rincorso la povera ricchezza dei soldi … ma ho il tesoro di volti e di mani che mi cercano al supermercato, chiamandomi ancora maestro, anche se stringono la mano di un mamrmocchio, loro figlio.
    ho creduto e credo nell’essere un’ umile opportunità di ossa e di carne per qualcuno, magari il più sfigato della scuola…
    l’episodio più felice che ricordo ancora e sempre fu una rispostaccia ad una collega che mi indicava la mamma di una alunna gravemente disabile come”donna di facili costumi”: “sei forse invidiosa – risposi – sai come è dolce e sa amare ?”. quella donna mi dava del “tu”, io non rispettavo i ruoli, mi ha sempre e solo dato affetto con le carezze dei suoi sguardi e mi paga ancora il caffè, solo perchè “tu vuoi bene a mia figlia” … alla faccia delle circolari .
    prof. la capisco ma … facciamoci coraggio

  5. Gianni says:

    Dopo alcuni giorni di distacco forzato, mi ritrovo di nuovo a passeggiare nel villaggio
    Trovo l’eco di tanti discorsi fatti in mia assenza, ma nn provo disagio
    E’ piacevole sentire che dialogo ed i racconti nn si concludono e si può sempre rientrare in contatto con gli altri residenti
    Un pò come in un gioco, un pò come nella vita, un pò come in un sogno
    Tornando a passeggiare, fermandomi qua e là, sento la presenza ed il calore di tanti compagni di viaggio
    Rifletto da solo, espando i pensieri, raccolgo proposte e imparo qcsa
    Ognuno condivide le sue esperienze, quasi tutte molto lontane dalla mie, per contenuti e ambienti
    Anche questa è una sensazione piacevole, così come nn sentirsi obbligati ad imparare, ma solo stimolati a farlo
    Il percorso più fruttuoso quando nn è possibile confrontare momenti omogenei e la propria vita è strutturata in modalità profondamente diversa
    Fino ad oggi ho ascoltato molto e proposto poco (forse), ma spero di essere stato anche io uno dei tanti, riconoscibile e rintracciabile
    Resto ancora un pò anche io, è piacevole sapere che sarò in “buona” compagnia
    Grazie

  6. valottof says:

    OPS: non era “memrie digitali” ma “memorie ottiche” quello che volevo scrivere!
    Poi leggo “sonon” anziché “sono”; “aliebi” anziché “alieni”. Perdonatemi: sono reduce da una strenua caccia al girino per fornire a mio figlio il consueto allevamento primaverile di anfibi… 🙂

    1. Claude Almansi says:

      Scusa, cosa intendi con “memorie ottiche”? Scan meramente fotografici come quelli che Jeanneney aveva imposto per la digitalizzazione su Gallica.fr, perché non c’era verso di fargli capire che i testi andavano poi trattati con riconoscimento ottico dei caratteri per essere fruibili?

      1. valottof says:

        No: intendevo dire i CD che appunto, hanno una vita massima di circa 20 anni, e non è detto che ci arrivino, per cui devono essere riprodotti in un lasso di tempo più breve.
        Giustissima – anzi: sacrosanta! – la precisazione sugli standard aperti, mi auguro che la tua previsione si avveri. Non posso però dimenticare la battaglia costante delle lobbies del copyright e, come ben dicevi, il costante utilizzo di software (e standard) proprietari da parte degli editori.
        Comunque sia chiaro che io sono favorevolissimo alla digitalizzazione, se non altro perchè potenzialmente rende disponibile ovunque ed a chiunque qualsiasi contenuto, anche i libri più rari e preziosi. Solo ritengo che sia importante che su ciò che si fa ci sia un “controllo democratico” per garantire che queste possibilità siano attuate e rispettate

  7. Claude Almansi says:

    @LuciaB #40: Bello, Emma: 0:31 “La carta ha un grande futuro” come carta igienica.

    Mi ricorda quel che aveva detto nel 2009 Sylvia van Peteghem, bibliotecaria dell’università di Ghent , a una riunione indetta dalla Commissione Europea a Bruxelles a proposito del progetto Google Books, di cui la sua università è partner:

    “….It’s a security too. And as to security, we had a flood in the library, damaging 20’000 books that were completely wet. So for some of them, the content was lost, because the paper was lost. If they would have been digitized, the content at least wouldn’t have been lost…”

    (È anche una sicurezza. E quanto a sicurezza, abbiamo avuto un allagamento nella biblioteca, che ha danneggiato 20’000 libri, completamente inzuppati. Perciò per alcuni di essi, il contenuto è andato perso perché la carta è andata persa. Fossero stati digitalizzati, almeno il contenuto non sarebbe andato perso).

    Mi aveva ricordato quando facevo ricerche alla Nazionale di Firenze negli anni 80, e le schede di richiesta di libri mi tornavano spesso indietro con “allagato” sopra – cioè allagato nell’alluvione del 1966. Altro che 20’000 libri: milioni di volumi finiti sott’acqua in quell’alluvione.

    Certo, non tutte le digitalizzazioni sono una garanzia di perennità: e-libri come quelli della scuolabook.it, resi programmaticamente difettosi dall’aggiunta di “protezioni anticopia” non solo sono poco fruibili in generale e inaccessibili agli studenti ciechi, come spiega Noa Carpignano in La circolare sull’adozione dei libri di testo, le allegre compagnie di editori e le responsabilità dei dirigenti. Queste stesse “protezioni” li rendono decidui quanto – o forse più di – quelli di carta. E non ci si può nemmeno pulire il sedere.

    Però le digitalizzazioni fatte seriamente, adoperando standard aperti, sì.

    1. valottof says:

      @tutti (a prop. di Claude#42): attenzione a fare troppo affidamento sulla digitalizzazione che risente di troppi problemi: le memrie digitali (le più stabili) sonon garantite al massimo 20’anni; la codifica del contenuto non è garantita per nulla; l’elettronica è sensibile a mille eventi (macchie solari, esplosione nucleare….). In realtà se pensiamo ai papiri di 5mila anni fa conservati leggibili dalla siccità del deserto, siamo in condizioni pietose. Qualcuno ha detto che siamo la prima generazione che rischia di non lasciare testimanianza sulla propria esistenza. Se degli archeologi aliebi arrivassero sulla terra tra 5/10 mila anni (sarà certamente dominata da topi e/o scarafaggi) potrebbero ritenere che l’uomo si è estinto intorno al medioevo o poco più tardi visto che non troverebbero traccia di manufatti posteriori se non – e potrebbe rappresentare il vero “mistero archeologico” dell’epoca – isole di sacchetti ed altri residui di plastica e luoghi altamente radioattivi….

      1. Claude Almansi says:

        Certo, I supporti materiali delle memorie digitali sono garantite al massimo 20 anni, ma il loro contenuto digitale, quindi immateriale, se creato con standard aperti, è trasferibilissimo su nuovi supporti.

        Vedi ad es. le digitalizzazioni di Google Books. Nel 2009, all’udienza Google Book US Settlement Agreement information hearing della Commissione Europea , Sylvia van Peteghem, bibliotecaria dell’Università di Ghent, spiegando perché la sua università aveva aderito al progetto Google Books, aveva detto, fra l’altro:

        “…It’s a security too. And as to security, we had a flood in the library, damaging 20’000 books that were completely wet. So for some of them, the content was lost, because the paper was lost. If they would have been digitized, the content at least wouldn’t have been lost …”

        (…È anche una sicurezza. E quanto a sicurezza, abbiamo avuto un allagamento nella biblioteca che ha danneggiato 20’000 libri, inzuppandoli completamento. Così, per parte di essi, il contenuto è andato perso perché la carta è andata persa. Se fossero stati digitati, almeno il contenuto non sarebbe stato perso…)

        E all’ultima domanda, su cosa succederà se Google fallisce, Daniel J. Clancy, direttore dell’ingegneria per Google Book Search, aveva risposto che tutte le università partner hanno una propria copia dei libri digitalizzati, e che il contratto tra Google e loro stipula che se le prestazioni di Google ivi definite cadono al di sotto del 85%, loro possono pubblicare quella copia liberamente.

        E questo, soltanto per i libri digitalizzati da Google. Lo stesso argomento degli standard aperti vale per tutti quelli del Gutenberg Project, per tutte le opere (testi, audio e video) dell’internet Archive, per tutti i contenuti degli archivi Open Access (ai sensi della Dichiarazione di Berlino) e tanti altri archivi digitali che adoperano anch’essi quei standard aperti.

        Vero, i contenuti degli e-libri come quelli propinati Scuolabook.it sono invece decidui quanto la caterva di software proprietari che Scuolabook adopera per renderli inutilizzabili a tutti e inaccessibili ai ciechi sotto pretesto di protezione anticopia. Ma presto o tardi assurdità antiquate del genere scompariranno e verranno sostituite da e-testi normali.

      2. Luisella says:

        Grazie Claude, per questi link utilissimi, che adopererò sicuramente per combattere contro questi editori disonesti che fanno passare dei meri PDF per strumenti innovativi. Per quanto mi riguarda, eviteremo accuratamente di adottare, da ora in poi, tutti i libri di testo che si possono adoperare solo con la app Scuolabook. Con noi (parlo del dipartimento di lingue del mio istituto) hanno sicuramente chiuso!

        1. valottof says:

          Ottimo! E’ veramente ora che gli editori scolastici italiani inizino a fare un pensiero sulla necessità di… pensare. Concetto che pare sia loro estraneo: troppo concentrati sulla speculazione su copyright e monopoli. E poi stan lì a lamentare il rischio di essere “colonizzati” da quelli stranieri!

          1. Luisella says:

            Sí, peccato che gli editori di cui sto parlando siano italiani fino a un certo punto. Il libro che mi ha fatto imbestialire perché in versione digitale talmente protetta da risultare inaccessibile è della Cambridge Hellbling Languages (quindi tutto il mondo è paese…)

  8. Giovanni says:

    commentare questo post richiederebbe di coinvolgere tantissime considerazioni. ne voglio brevemente fare una sulle tecnologie.
    una tecnologia ormai antica, ma ancora molto usata ed indispensabile, ci ha permesso di rivoluzionare il mondo o meglio di rivoluzionare il modo di fare scienza e di comunicarla attraverso la formazione. Guttemberg inventando la stampa ha creato questa rivoluzionaria tecnologia “il libro stampato” che ha permesso, e permette tutt’ora, a molte persone di avvicinarsi alla scienza, alla conoscenza e a tanto altro in modo semplice e tutto sommato accessibile sia a livello pratico che economico. Unico vero difetto di questa tecnologia è il “silenzio” del libro, con il quale puoi avere solo un rapporto ad unica via, lo leggi e fai propri i suoi contenuti.
    Personalmente, ma credo anche tutti voi, credo che le nuove tecnologie digitali creeranno una nuova rivoluzione nel mondo, di portata almeno uguale a quella del libro ma credo anche molto superiore. Sempre di conoscenza stiamo parlando, ma qui il mondo non è più muto, e fatto si suoni di immagini di filmati e tanto altro ancora, ma soprattutto è fatto di partecipazione, possiamo, oltre che a leggere o guardare interagire, scambiare opinione esprimere consenso o dissenso e perfino accendere qualche emozione. Io non so quale saranno le tecnologie o i modelli più efficaci, e non mi pongo neanche il problema. Cerco di vivere queste nuove tecnologie e di carpire da ognuna qualche nuova possibilità che apra la mia mente, e a cascata, quella di chi riesco a coinvolgere in questo viaggio.
    Come ampiamente condiviso anche nel post e nei relativi commenti, mi piace sottolineare che le tecnologie devono essere fatte e usate per facilitare la vita delle persone altrimenti sono inutili orpelli. Appunto servire alle PERSONE, e qui occorre rivalutare questa parola e il cosa significa. Anche in questo caso non basterebbe un libro o un intero blog a contenere tutte le sfumature che questo termine racchiude. qui entrano in gioco tutti i fattori “umani” che ci portano a considerare l’uso delle tecnologie come di strumenti utili alle persone nel rispetto però di tutto ciò che i rapporti umani comunque richiedono. L’insegnamento non è non potrà mai essere solo una questione di tecnologie, e questo, chiunque decida di insegnare, lo deve sapere. Mi scuso se non ho completato a dovere questo concetto, ma il tempo stringe e un impegno mi costringe a lasciare questo commento. ci sarà modo di continuare visto che questa esperienza continuerà.
    Giovanni bigoni

    1. Mario says:

      @Andreas #29
      ok, trattandosi di riflessione ragionata e non di semplice report, mi prendo il tempo di farlo benino

      @valottof #31
      va bene, se ricordi bene ho anche i permessi insegnante su susydiario; viste le date che indichi, suppongo che tu abbia abbastanza fretta

      @giovanni #37
      belle considerazioni, mi fanno pensare a un articolo (o paper che dir si voglia) che mi è capitato di leggere qualche mese fa, pubblicato dall’università di Amiens, dove si diceva che, in un certo corso, gli studenti preferivano di gran lunga i pdf rispetto ai corrispondenti contenuti video (che pur mostravano concretamente le “mosse” da fare al computer per risolvere un esercizio). La parola scritta vince dunque, il Ctrl+F è considerato cruciale per arrivare rapidamente all’informazione/keyword cercata: cambiando il supporto (dagli atomi ai bit) la parola scritta diventa ipertestuale e quindi ritrova un potenziale interessante.

    2. valottof says:

      @Giovanni#37 (ma consigliabile a tutt*!) QUESTO VIDEO è in spagnolo ma semplicissimo da capire per noi italiani. Guardatelo tutto che ne vale la pena!!! POi magari riparliamo di contenuti digitali? 😉

      @Mario#38: Grazie mille! Scusa ma non ricordo gli iscritti: ci sono intorno ai 130 insegnanti ed a parte i due o tre che seguo più o meno direttamente in quanto hanno registrato la classe e fanno un utilizzo “spinto” della piattaforma, per il resto sarebbe impossibile ricordare tutti! (poi sulla base del solo nome di battesimo….). Hai dedotto correttamente: il 2/7 devo portare la tesi stampata, che significa che devo terminare di scriverla entro la settimana prima ed i dati vanno elaborati (ed interpretati e considerati e….) 😉

  9. Luciab says:

    Laboratorio Online Permanente/Laboratorio Internet Permanente/Open Online Lab/Free Open Online Lab per carità, no! Insegnare Apprendere Mutare va benissimo…
    Non dico altro, è già stato detto tutto ciò che avrei voluto dire anch’io. Però condivido un link a una narrazione speciale che continua sullo stesso tema (musica compresa).

  10. Luisella says:

    Grazie per il post, sono talmente immersa nella burocrazia in questi giorni che non ce la faccio nemmeno a leggere tutti i commenti. Li leggerò non appena sarò più lucida. Quello che è certo è che l’affetto, l’umanesimo ha reso questo percorso unico. Sarà difficile che possibili futuri corsi sulle nuove tecnologie non ci deludano nella loro aridità tecnica. Grazie anche @Maria Chiara #1 per aver di nuovo ricordato uno dei miei brani preferiti di Chagrin d’école. Mi riferisco volutamente al titolo originale proprio perché molto più connotato della traduzione italiana. la scuola come sofferenza di Pennac bambino ma anche di tutti i bambini che non trovano o non hanno trovato il bravo direttore che ha saputo valorizzarli facendo loro suonare il loro strumento. Ecco, qui di bravi direttori ce ne sono stati più di uno, e l’orchestra ha suonato, e sta ancora suonando. Anch’io avevo citato proprio la stessa frase di Pennac in un mio post di qualche tempo fa, che coincidenza. (E ora crollo… E rimando a domani la lettura dei commenti dal 2 in poi).

  11. Francesca says:

    Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
    Col tempo, ti insegnerò tutto
    Insegnami fino al profondo dei mari
    Ti insegno fin dove tu impari
    Insegnami il cielo, più su che si può
    Ti insegno fin dove io so
    E dove non sai? – Da lì andiamo insieme
    Maestra e scolaro, un albero e un seme
    Insegno ed imparo, insieme perché
    Io insegno se imparo con te.

    Grazie Andreas per essere riuscito ad insegnare qualcosa anche a me….
    La mugnaia pasticciona

  12. criszac68 says:

    Già ieri sera tardi, dopo l’ennesima giornata campale, ma comunque costellata di varie soddisfazioni – merito dei/le bimbi/e -, avevo adocchiato e un po’ sbocconcellato questo post: sono bastate poche righe per capire che la lettura aveva bisogno di calma e distensione. Per cui, mi ci sono messa poco fa, dopo, anche in questo caso, un’altra intensa giornata, ma il compito non era più procrastinabile perché curiosità e fascinazione urgevano..Il brano di Papini, riportato dal prof, è da brivido: ancora una volta mette in luce il nocciolo della questione, chiamiamola così, educativa: ossia, adoperarsi per creare relazioni umane tra docente e discente, che appunto perché umane non possono fare l’individuo a pezzi, privilegiando la sfera cognitiva su quella relazionale e, dunque, perdendo di vista, l’interezza. Specie nel periodo dell’età evolutiva, ma non solo, una relazione socio-affettiva-emotiva forte è il terreno migliore per innestare gli apprendimenti, perché è da essa che scaturisce motivazione e fiducia in sé, ingredienti essenziali dello star bene a scuola. E a ciò concorre, a mio avviso e per mia esperienza, anche quell’affettività che fbartoli nel suo commento 12., ha sempre visto con distanza: nella scuola primaria, sono i bambini e le bambine che ce la chiedono sempre di più, è per loro rassicurante, li fa sentire apprezzati e di sicuro li rende più disponibili ad accettare le correzioni e le osservazioni critiche delle insegnanti come spinta al miglioramento.
    Altri riferimenti prettamente tecnici che si riportavano nel post , ripresi poi anche nei commenti, non li ho compresi perché materia totalmente sconosciuta, ma non era lì che il prof guidava la nostra attenzione, bensì sulla necessaria capacità che, come insegnanti, dobbiamo coltivare di scoprire le anime che per altri sono mute, quelle che appunto vogliono sentire una mano nella loro mano e vogliono essere ascoltate ed ascoltare: che insomma hanno bisogno di quell’affetto che rimane un bisogno a tutte le età. Mi viene da dire che se le lezioni del prof non fossero sempre state venate da una giusta dose di affettività – sostanziata in incoraggiamenti, affabulazioni, riflessioni filosofiche -, io personalmente non avrei raggiunto quella motivazione che oggi mi sprona a voler proseguire, perché il prof non ha fatto parlare la macchina, ma il cuore. Niente di melioso o da romanticismo decadente: è la fotografia della scelta consapevole del far prevalere l’umano.

  13. ivemara55 says:

    30 commenti prima di questo mio…vedo discussioni che fervono, si moltiplicano, si intersecano e il pensiero va alla mia sala inseganti, alle discussioni che lì “fervono, si moltiplicano, si intersecano”…nulla a che vedere! nulla a che spartire…Mi sento sdoppiata: qui sto bene, trovo una miniera da scavare, idee, entusiasmi, bella umanità…lì, nella mia sala insegnanti, convivo con stanchezze, demotivazioni, delusioni, disincanti, resistenze…tirare a campare…ma la mia realtà è lì e non qui…adattando a mio uso e consumo il titolo di questo post: “Ho bisogno di affetto….” nel senso che se un C.d.C. cammina con convinzione e entusiasmo nella stessa direzione (che non vuol dire necessariamente “lungo la stessa strada”…anzi! bello percorrere strade diverse per arrivare a…si vedono panorami diversi!), l’azione di insegnamento/apprendimento è sicuramente più efficace…e ci si può anche divertire, assieme, no!? Perché pensiamo sempre (e magari anche “soltanto”) al nostro orticello cercando di renderlo più bello possibile!? Fatico a capire…e a accettare…Beh! resto qua ancora per un po’…posso!?

  14. Anonimo says:

    “seppe scoprire nelle mie parole e ne’ miei sguardi l’anima che per tutti era muta …. incoraggiò i miei impulsi poetici; seppe apprezzare le mie vagabonde ricerche letterarie e, per quanto superiore mi tenne alla pari…”.
    Grazie @andreas

    “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia”
    Grazie @mariagrazia #1

  15. Mario says:

    @valottof #23
    ho visto il tuo questionario ma ho usato troppo poco susydiario per partecipare; ma sappi che se tu volessi rendere pubblici i risultati io apprezzerei 😉

    1. valottof says:

      @Mario#28: se ti sei registrato e ci dedichi 2 minuti, anche se l’hai usato poco, a me ve bene comunque. Quanto ai risultati certamente li renderò pubblici, anzi: forse renderò pubblica l’intera tesi che li usa. Solo che dovrete attendere il 7 luglio perchè il 6 la presento e poi la “libero”… Per ora sto continuando a scriverla!

      @Andreas (etc.) mi ha fatto morire quel “quindi con tutto il rispetto….” 😀

  16. Sabina says:

    Ho letto recentemente “Non é un mondo per vecchi” di Michel Serres che si apre con le parole “Prima di insegnare qualcosa a qualcuno bisogna almeno conoscerlo”
    Non é il senso di quello che voleva dire lei, Prof?

    Ieri in classe ho visto coi ragazzi un TED che sembra fatto apposta. Quanti volti stupiti alla fine! Quanti interrogativi negli occhi!
    Insegnare mi piace proprio un sacco.

    1. Mario says:

      Faccio volentieri un report di questa tre giorni Moodle (che non è ancora finita).
      Comunque, tanto per spegnere gli entusiasmi, il fatto che scorm 2004 non verrà più sviluppato non significa la fine degli standard e-learning ma piuttosto il fatto che verrà sostituito da Tin Can, standard della stessa famiglia ma che si spera più evoluto e meno problematico.
      Quanto al mio “rapporto” (e le mie considerazioni) su Moodle chiedo ad Andreas: faccio un articolo sul mio blog e poi diffondo il link? Qual’è la maniera migliore?

  17. fedesargo says:

    mi accodo alla lunga lista dei “grazie Andreas”….(e come potrebbe essere diversamente?), di chi l’ha detto in un commento e di chi, magari, l’ha solo pensato. Condivido tutto e sento tutto sulla mia pelle….e sono contenta che qualcuno abbia trovato le parole per dirlo. Onestamente, devo dire che passare all’azione ogni tanto è difficile, e ci si perde, anche se dentro si hanno tanti desideri che tutto sia, finalmente, diverso da come è: più umano, più vero, con più senso. Avrei voluto partecipare di più, dare di più, scrivere più post e leggere con maggiore attenzione. Ho fatto ciò che ho potuto, e il resto….lo affido alla continuazione del percorso!

  18. dallomo antonella says:

    Bello, ragazzi, tutto bellissimo, anche le critiche, anche i dubbi, anche gli errori, anche la troppa fretta che rischia o che può sembrare di farci perdere il meglio, le cose più importanti.
    A me piace il titolo “Insegnare apprendere mutare” non l’ho mai visto nella sua tracotanza ma ma nella sua logica temporale; prima si insegna perchè si è insegnanti, poi qualcuno apprende quello che si è insegnato, mentre noi stessi insegnanti si apprende dall’avere fatto apprendere qualcosa ad altri; quindi anche gli altri nell’essere studenti insegnano indirettamente…
    Infine si muta, tutti, insegnante e studente; la cosa più attesa è l’ultima, è il mutamento. Ovviamente qui per mutamento si intende l’evoluzione, il cammino, il percorso, la via tracciata e mai finita, mai chiusa, mai inutile…
    Proprio come questo cmooc….
    C’è una certa interdipendenza tra chi insegna e chi apprende; una mescolanza di ruoli; può il medico ritenersi un buon medico se non vede benefici realizzabili nel suo paziente? Lo stesso l’insegnante.
    Osserva le sue creature discenti come un prolungamento del suo operato e più si accorcia la distanza tra le due parti, più aumenta la possibilità di lavorare bene.
    La capacità di emozionarsi, di trasmettere empatia, partecipazione, è il vero strumento indispensabile prima della tecnologia pura.

    ciao a tutti, grazie a tutti, sempre 🙂

  19. valottof says:

    La “macchina” può quindi divenire più umana nella misura in cui essa venga abitata da umani che in equilibrio fra mente e cuore

    Tramite SusyDiario in questo periodo sto chiedendo ad insegnanti ed allievi di compilare un breve questionario per raccogliere dati e feedback. Quello rivolto agli alunni – della scuola primaria – comprende due domande aperte di cui una è “C’è qualcosa che secondo te bisognerebbe proprio cambiare su SusyDiario?“. Vi trascrivo la risposta di una bambina “in equilibrio tra mente e cuore”:

    su susydiario secondo me bisognerebbe cambiare le divisioni,cruciverba perchè,allora le divisioni perchè quando le sbaglio non riesco a capire cosò sbagliato e mi dà zero,e per il cruciverba perchè quando l’ho faccio non capisco gli indovinelli e allora non mi capisco più niente e quindi finisco di non capire e lascio perdere. quindi con tutto il rispetto bisogna cambiare due cose. ciao

  20. Marilena says:

    Andreas #20. FOOL mi pare perfetto!! e mi ci sento dentro bene

    A Mario #15: sono anche io curiosa di sapere le ultime sullo SCORM.
    Visto che sei “fresco” di aggiornamento perchè non ci racconti qualcosa subito, meglio ancora se prima snebbiarti dai brindisi!!!

  21. Andreas says:

    @Claude #19 Tu Claude hai giocato un ruolo vitale. Non mi spertico in salamecchi.

    Ecco vedete, anche questo è accaduto perché siamo all’aperto… Claude non fa parte dello staff della IUL. Non è nemmeno italiana. Che io sappia non è attualmente “strutturata” in qualche organizzazione. Non abbiamo preparato niente a tavolino prima. Lei si è semplicemente infilata dentro iscrivendosi, come tutti. Eppure una collaborazione così intensa e ricca io raramente l’ho trovata all’interno dell’accademia.

    Si parla tanto… oh quanto… di aprire l’università al mondo. Io intendo questo.

  22. Claude Almansi says:

    Fata, per quanto riguarda il tuo commento 17:

    Stiamo brindiando alla continuazione di un villaggio #litis13 in fieri perpetuo: perciò certo che ti aspettiamo.

    A Mario, commento 15: grazie per l’occasione di un secondo brindisi per festeggiare la fine di SCORM!

    A tutti: grazie per aver reso il villaggio così bello, e per tutti i nuovi progetti che vi nascono e nasceranno.

    E a Andreas: grazie dell’aver fatto sì che nessuno vi rimanga appeso a un ramo e imbavagliato mentre gli altri festeggiano.

  23. marina.p says:

    Con i ragazzi della mia e di altre terze abbiamo partecipato al progetto “Diario cinefilosofico” e assistito alla proiezione di alcuni film incentrati sulla figura del “maestro”; in un lavoro finale in cui ciascuno avrebbe dovuto delineare il suo insegnante ideale, partendo dalle caratteristiche di quelli conosciuti attraverso i film e le letture fatte, TUTTI, ma proprio TUTTI hanno affermato in varia misura che il docente che vorrebbero deve essere competente, rispettoso degli alunni, avere la capacitá di entusiasmare trasmettendo la propria passione agli studenti e vedere nell’alunno una PERSONA.
    Loro avevano come esempi figure come quelle del Prof. keating o come il maestro di “les choristes”.
    Io avevo il Prof. Andreas…… 😉

  24. ia56 says:

    che piacere leggere quest’ultimo post… ne avevo proprio bisogno…. avevo iniziato a riordinare le idee sabato scorso e poi sono stata interrotta e non sono più stata a casa, ma sempre a scuola ed è tanto che sono riuscita a leggere i post, ma una persona è venuta nel mio blog… e ci siamo parlate. Purtroppo non ho ancora potuto rivedere i video e capire come taggarmi e inserire cose nel mio blog…..aspettatemiiiii

  25. Mario says:

    Il mio commento arriva proprio dalla conferenza Moodle-fr, a Bordeaux (meravigliosa) dove ho la testa piena di tutto quello che ho immagazzinato in questi giorni (proprio oggi si parlava della fine del SCORM) e forse un po’ annebbiata dai tanti brindisi tipici dell’ultima serata prima che domani ognuno riprenda la strada di casa.
    Magari è per questo che commento con un sincero “non so”. Una macchina, o un LMS, possono avvicinare o allontanare; magari possiamo delegare alla macchina una certa parte dell’insegnamento e liberare momenti di “proximité” per far stare vicini docenti e studenti nella parte che richiede contatto diretto.

    1. Andreas says:

      Ecco, vedi Mario, in questo post rivendico la centralità del rapporto emozionale fra docenti e discenti ed anche fra discenti e discenti – il brano di Papini è venuto veramente come il cacio sui maccheroni – ma al tempo stesso tutta questa baracca – poco importa che si chiami MOOC o altro – è un invito a familiarizzare con la “macchina” nel suo insieme; suggerendo però che la “macchina” non è solo macchina bensì coacervo di macchine e umanità. Questo è il cyberspazio. La “macchina” può quindi divenire più umana nella misura in cui essa venga abitata da umani che in equilibrio fra mente e cuore sappiano lavorare insieme in nome del bene comune. Qualcuno aveva parlato di umanesimo tecnologico, va bene, ma parliamo in generale di un nuovo umanesimo, o di umanesimo tout court, del quale c’è profondo bisogno, in una società che pare ormai un mostro tecnocratico nelle cui vene scorre denaro e niente più.

      E in una società del genere, è naturale che si assista ad una deriva riduzionistica della formazione, fino all’aberrazione di ridurre la conoscenza in oggetti, come fossero mattoni di lego. L’ingegnerizzazione di ogni aspetto delle attività umane è funzionale ad una simile mostruosità. E questo crea disagio, un disagio ben visibile in tanti insegnanti i quali intuiscono che manchi qualcosa di importante, e soffocano nelle maglie di una macchina troppo burocratica. Se l’accademia questo offre, i veri uomini di cultura scappano inorriditi; come sarebbero inorriditi tutti i grandi del passato di fronte a simili semplificazioni.

      È una notizia interessante quella che ci dai sul dibattito intorno allo SCORM. Potresti raccontarci cosa si dice e cosa si prospetta a riguardo. Sarebbe un contributo formidabile.

      E che si dice intorno a Moodle oggi? A me piaceva molto. Ho usato per tre o quattro anni Atutor e per un paio d’anni Moodle. Atutor è interessante per la sensibilità alla questione dell’accessibilità, Moodle per l’ispirazione costruzionista e costruttivista. Tutti e due sono tecnicamente belli, di base scritti in PHP con General Public License.

      Sono felice che esistano e spero che prosperino. Ma da un certo punto in poi non mi sono bastati. È come se a un certo punto mi fossi stufato di fare viaggi chiuso nella mia automobile e avessi sentito il bisogno di andare per il mondo con un sacco sulle spalle, a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. M’è parso che si potesse far tutto e meglio con ciò che si trova per strada. Quanto all’impiego di SCORM, che ambedue gli ambienti supportano, non ce l’ho mai fatta. Mi sarebbe parso di metter bolle di sapone in un cassetto.

      Presi questa risoluzione quando sempre più convinto di dover amplificare il feedback da parte degli studenti, mi parve che la forma blog potesse avere qualche interesse. Mi resi però conto che lo strumento blog in Moodle – non so se c’è sempre e se è migliorato – aveva molti limiti, rispetto ai servizi web di blogging che già prosperavano. Nel frattempo avevo letto un post di David Wiley (in un blog che non ritrovo, forse non esiste più) dove si mostrava come anche un banale blog in Blogger potesse essere organizzato come un Content Management System. Allo stesso tempo sentivo il bisogno di andare a intrufolarmi laddove i ragazzi di fatto stanno: in quei social network che stavano giusto dilagando.

      Così ora siamo qui.

      P.S.

      Ripensando alle bolle di sapone nel cassetto, e al fatto che la reificazione della conoscenza mi ripugna, e che riesco a concepire solo il processo di apprendimento, quale processo biologico con tutta la complessità che ciò comporta – anima compresa per chi ce la vuol mettere – mi viene in mente il commento di

      @fbartoli #12 dove dice che

      Quell’insegnare Insegnare …apprendere… mutare ….inzialmente confesso mi aveva un po’ infastidito, mi era apparso persino un po’ borioso

      Anche a me ha sempre infastidito quel titolo, si forse borioso, o quasi più lezioso, ma non ho trovato di meglio. Proprio in questi giorni stavo pensando di cambiarlo. Che so…

      Laboratorio Online Permanente
      Laboratorio Internet Permanente
      Open Online Lab
      Free Open Online Lab – effettivamente ridondante ma non male per l’acronimo FOOL -> pazzo 🙂

      oppure no

  26. fbartoli says:

    condivido appieno anchio il post di apertura , mi astengo dal commentarlo ma chiedo venia per la mia prima impressione sul tema/titolo del Mooc Quell’insegnare Insegnare …apprendere… mutare ….inzialmente confesso mi aveva un po’ infastidito, mi era apparso persino un po’ borioso. Adesso mi piace davvero e credo dica tutto del nostro lavoro, senza bisongo di aggiunte. A me personalmente piace vederlo, questo bizzarro mestiere, forse per anglosassone deformazione più come ‘emotional’, quando riesce davvero a mutare. L’affettività a scuola mi ha sempre destato distanza, l’emozione, invece, partecipazione. Riflessioni notturne…

  27. giuliofalco says:

    Oggi ultimi scorci dell’anno scolastico che sta per terminare. Mi appresto a una delle ultime lezioni, devo terminare il programma con un argomento teorico che ho sacrificato preferendo affrontare esercitazioni in laboratorio durante quasi tutto il secondo quadrimestre. La classe è di quelle spente, che non ha mai risposto a nessuno dei miei infiniti tentativi di avviare una discussione aperta e sincera e non semplicmente accademica. E quelli nulla, nemmeno una frase di circostanza, figuriamoci rispondere ad una domanda se non in modo meccanico e libresco. Decido di concludere mettendomi al riparo da una critica possibile, non aver spiegato adeguatamente tutto il programma. Ma nemmeno riesco ad iniziare il mio proposito, apro una pagina con una gran mappa concettuale.
    Li provoco, non vi spiegherò l’argomento come si fa con i bambini. Vi ho messo un paio di dispense: leggetele. E se non lo volete fare, affari vostri. Vi do un consiglio fraterno però, se decidete di farlo non fatelo in modo meccanico e mnemonico. Non serve.
    Cercate sempre di capire. La mappa serve a questo: ad orientarvi. Ma siete voi che decidete il percorso.
    Sappiate che se non vi sorgono domande allora delle due l’unoa. O il materiale è banale e state perdendo tempo, ho lo state affrontando con superficialità. Il che è lo stesso.
    E ora fuori le domande.
    Silenzio di tomba, occhi questa volta non persi come al solito ma vivi. Bocca cucita. E’ un buon segno dico fra me, sono stupido.
    Allora affondo: bene non e avete ora chiederò ad ognuno di voi di intervenire. Ma non desidero domande esclusivamente accademiche, dovete parlare con il cuore oltre che con il cervello. Cercare l’emozione, il bello il brutto o il noioso. Esprimere ciò che pensate non soltanto su ciò che state vedendo con gli occhi. Cercat di guardare oltre quei simboli della mappa o le parole appiccicate alle frecce. Cercate le frecce non gli oggetti.
    Poi dite ciò che vi salta in mente. Miracolo, alza la mano la studentessa più persa di tutte mi fa una domanda intelligente, riguardante la mappa. Segue a ruota un altro. Si intavola una discussione. Non posso rispondere suona la campana.
    Credo che sia il risultato più importante che abbia mai ottenuto durante tutto l’anno. E non ho risposto.

  28. Patrizia Brion says:

    “scoprire nelle parole e negli sguardi, incoraggiare impulsi buoni, apprezzare vagabonde ricerche – sì, anche i fuori tema – tenere alla pari – senza facilonerie – attenga fondamentalmente all’insegnamento, in qualsiasi forma” sensazione condivisa!

  29. lamaestramanu says:

    “Ho come la sensazione che scoprire nelle parole e negli sguardi, incoraggiare impulsi buoni, apprezzare vagabonde ricerche – sì, anche i fuori tema – tenere alla pari – senza facilonerie – attenga fondamentalmente all’insegnamento, in qualsiasi forma.”
    Condivido in pieno, prof, insegno da tanto tempo, ormai, e anch’io spesso ho proprio questa sensazione…

  30. nadiamoretti says:

    @Andreas e @tutti.
    La grandezza di questa esperienza non sta solo nelle cose che abbiamo appreso, ma soprattutto nel calore che questa fredda macchina è stata in grado di trasmettere.
    Mi sarebbe dispiaciuto davvero se l’avventura fosse terminata a tutti gli effetti.
    Spero davvero che continueremo ad abitare questo villaggio. 😀

  31. giuliana55 says:

    Grazie Andreas per questo post: non si vive solo di tecnologia e di strumenti.
    Proprio questa mattina riflettevo con alcuni miei colleghi sulla necessità di prendersi del tempo per parlare di più con i ragazzi, per cercare di conoscerli meglio, per stabilire un rapporto affettivo.
    Luigina De Biasi, ideatrice insieme a Valentino Giacomin del Progetto Alice , sostiene che – … a scuola non si può lavorare solo “di testa” ma si deve lavorare anche col cuore- , e ancora – …la memoria scatta quando c’è interesse ed affettività…- .
    Quindi, come racconta Francesca Palumbo nel suo post Giugno: la resa dei conti. – Ho imparato a togliere invece di aggiungere- , mi sembra importante considerare di “togliere” qualcosa dell’onnipresente ed incombente programma scolastico ed “aggiungere” più attenzione, più ascolto, più condivisione, insomma più affetto al nostro lavoro quotidiano con i ragazzi.

  32. angela ferraro says:

    oggi siamo davvero in sintonia volevo raccontare la stessa cosa:

    6 giugno Festa all’Iti marie curie di Napoli

    abbiamo presentato i lavori dei pon : i ragazzi hanno narrato le loro esperienze e (tra le tante) una recente scoperta: che i professori per loro ci tengono…

    Una bella festa, eravamo attori e tutti protagonisti.

    Ma la cosa più bella sono state le parole rubate di nascosto tra gli insegnanti curriculari: “ma allora qualcosa sbagliamo, se loro (noi gli esperti esterni) riescono ad ottenere tanto…”

    Bene sono contenta perchè dalla crisi di questa insegnante l’hanno prossimo sortirà una nuova didattica…

    Avrei voluto dirle qualcosa, ma non potevo, appunto perchè stavo rubando.
    Quindi la mia riflessione la riporto su questo Blog. E’ la percezione di star facendo qualcosa di “eccezionale” il motore che spinge i ragazzi: ricordiamo loro il miracolo che avviene tutti i giorni tra i banchi. Non smetttiamo di emozionarci e soprattutto di amarli… E’ dall’amore che nasce la cura….

  33. Maria Grazia says:

    “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica.
    Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini. E alcuni colleghi si credono dei Karajan che non sopportano di dover dirigere la banda del paese. Sognano tutti la Filarmonica di Berlino, è comprensibile….” D. Pennac

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