Il progetto “Alla scoperta del computer! Giocando con i codici”

Prende forma il progetto immaginato nel post Torno a scuola.

Subito il motivo per cui scrivo questo breve post. Nel progetto si prevede che i bambini stessi facciano delle riprese video delle attività. Occorrono quattro videocamere, oppure apparecchi fotografici in grado di fare riprese decenti. Due li metterò a disposizione io. Domanda: C’è qualcuno che ha a disposizione un “relitto” del genere da prestare?

Intanto riporto qui sotto lo stato delle cose.

Il percorso è diviso in tre parti. La prima è dedicata a vedere come è fatto un vecchio computer dentro e poi a montarne uno nuovo. Useremo per questo i computer Kano.

La seconda consiste nell’uso del gioco narrativo Terminal Quest, pensato per insegnare i primi comandi Unix, quelli che si usano per manovrare il computer da terminale – e che sono ovviamente disponibili in Linux ma anche negli altri sistemi operativi, in qualche variante. Come al solito, non si tratta di insegnare Unix in sé, ma di scardinare il ruolo di consumatore passivo, oggi dominante, al tempo stesso rinforzando i meccanismi di riflessione e pensiero logico propri della scrittura e della matematica. Ho completato la traduzione in italiano di questo gioco. Sono stato compensato dai giovani del team Kano con una maglietta e un computer – meraviglie del software libero 🙂 Racconteremo anche questo ai bambini. La maglietta Kano sarà la mia divisa, e forse alla fine li metteremo in contatto con gli sviluppatori.

La terza parte prevede l’uso di Scratch per la realizzazione di giochi adatti a consolidare le conoscenze matematiche acquisite fino alla quarta.

Qui sotto si può leggere la traccia delle attività. Non mi stupirei se venisse stravolta durante il percorso. Un paio di giorni fa, girovagando per la libreria Feltrinelli per aspettare il treno, mi sono imbattuto in un libro: I bambini pensano grande, scritto dal maestro Franco Lorenzoni per Sellerio. Talvolta il caso, nella sua cecità, riesce ad essere incredibilmente benevolo. Non avrei potuto immaginare una lettura migliore per prepararmi ad affrontare una classe di bambini. Non importa se non faremo tutto quello che abbiamo previsto. Non importa nemmeno se ne faremo solo un terzo. Lorenzoni scrive:

In un tempo dii straordinario movimento, simultaneità e velocità di visioni, lavorare a lungo intorno a pitture, disegni e fotografie, proponendo all’attenzione dei bambini immagini fisse, che rimangono uguali nel tempo, credo sia un terreno educativo necessario, perché permette di sperimentare la sosta e la durata.

Ecco, noi vorremmo svelare ai bambini un approccio alla tecnologia basato sulla sosta e la durata.


 

Alla scoperta del computer! Giocando con i codici

Sono coinvolte due classi di quarta, per un totale di 34 bambini. Le due classi vengono rimescolate in modo da alterare la distribuzione originale. Gli interventi sono ripetuti su queste due nuove classi (A e B). Ogni classe viene suddivisa in 3 gruppi di 4 bambini e uno di 5. I quattro gruppi così formati avranno a disposizione un computer Kano su cui lavorare, un dispositivo per eseguire riprese video, carta e matite.  In ogni gruppo si individuano ruoli diversi:
1. uno o due agiscono (montaggio, interazione con il computer)
2. uno fa il disegno della situazione
3. un altro esegue le riprese video
4. e uno scrive il diario

Il programma ci serve per avere un quadro d’insieme ma non è rigido. Potrà essere eventualmente variato per ridurre le attività che risulteranno meno efficaci o per amplificare quelle che funzioneranno meglio.

Gli interventi avranno luogo il martedì alle 10:45. Inizio preparazione 10:15 (almeno la prima volta)

Scoperta del computer

Si inizia smontando due vecchi computer, uno fisso e uno portatile. Facciamo scoprire i principali componenti.  Per poi dire: facciamo un computer nostro. Solo allora tireremo fuori le scatole con i Kano.
1. 24 novembre 2015 – A
2. 1 dicembre 2015 – B
3. 15 dicembre 2015 – A
4. 22 dicembre 2015 – B

Prodotto finale: montaggio delle riprese video

Percorso narrativo

Videogioco narrativo per l’apprendimento dei comandi nel terminale. È quello che ho tradotto in italiano.
1. 12 gennaio 2016 – A
2. 19 gennaio 2016 – B
3. 26 gennaio 2016 – A
4. 2 febbraio 2016 – B

Prodotto finale: “Secondo noi la storia finisce così”, che poi invieremo agli sviluppatori che devono finire il gioco.

Creazione del proprio gioco

Costruzione di un software didattico di argomento matematico con il sistema Scratch.
1. 9 febbraio 2016 – A
2. 16 febbraio 2016 – B
3. 23 febbraio 2016 – A
4. 1 marzo 2016 – B

Prodotto finale: il proprio gioco.

 

Perché la scuola deve usare esclusivamente software libero

Condivido parola per parola questo articolo di Richard Matthew Stallman e invito tutti a leggerlo con grande attenzione.

Prima però di affidarvi alle parole di Stallman, ricordo che non si tratta di un opinionista qualsiasi ma di un facitore. I più importanti componenti di base di ciò che conosciamo come Linux furono scritti da Stallman negli anni 80 – per questo è giusto anche ricordare il nome originale: GNU-Linux perché GNU è il progetto originale di Stallman.

Stallman non ha prodotto solo codice ma ha anche dato la stura a una rivoluzione culturale e tecnologica: è lui infatti l’ideatore del concetto di software libero e di Licenza Copyleft, che è quella con cui viene distribuito il software libero.

Ma a molti anche la parola Linux può parere lontana. Per costoro mi limito a ricordare che il codice Linux costituisce la parte fondamentale di Android, il sistema che anima tutti o alcuni cellulari Samsung, LG, HTC, ZTE, Coolpad, Kyocera, Sony e Google. Si stima che circolino oltre 1 miliardo e mezzo di cellulari Android e che ne vengano attivati 350000 al giorno. Attenzione, non sto dicendo che Android è software libero ma che Android è un software commerciale costruito sul software libero GNU-Linux – rivoluzione tecnologica appunto. Linux probabilmente sta dentro anche al router che avete comprato per casa ma ce l’avete abbastanza facilmente anche dentro la lavatrice, e in una miriade di altri congegni.

Questa premessa per ricordare gli aspetti rilevanti a cui, oggigiorno, i più sono sensibili, ovvero quelli di natura economica e tecnologica. Invece qui sono gli aspetti etici, in relazione alla formazione, che ci interessano. Infatti, il progetto a cui ho accennato nel post precedente, Torno a scuola, rappresenta la concretizzazione precisa delle idee esposte da Stallman in questo articolo, del quale mi sono fortunosamente e felicemente accorto oggi.

Eccolo.

Il testo sottostante riproduce esattamente la versione in italiano, pubblicata nel sito GNU. Chi lo preferisce, può leggere l’originale in inglese.


Perché la scuola deve usare esclusivamente software libero

Le istituzioni didattiche in genere, dalla scuola materna all’università, hanno il dovere morale di insegnare solo il software libero.

Tutti gli utenti informatici devono insistere con il software libero: esso offre agli utenti la libertà di poter controllare il proprio computer; con il software proprietario il programma fa quanto stabilito dal suo proprietario o sviluppatore, non quel che vuole l’utente. Il software libero offre inoltre agli utenti la libertà di poter collaborare tra loro. Queste caratteristiche si applicano alla scuola come a qualsiasi altro soggetto. Lo scopo di questo articolo è di evidenziare le caratteristiche che si applicano in modo specifico al settore dell’istruzione.

Il software libero consente alle scuole di risparmiare, anche se questo è un beneficio secondario: il risparmio è dovuto al fatto che il software libero offre agli istituti scolastici, come ad ogni altro utente, la libertà di copiare e ridistribuire il software; di conseguenza il sistema didattico può farne copie per tutte le scuole, e ogni scuola può installare il programma in tutti i suoi computer, senza obbligo di pagare per farlo.

Questo beneficio è importante, ma assolutamente non prioritario, perché le questioni etiche sono molto più importanti. Convertire le scuole al software libero è più che un semplice “miglioramento” della didattica: è la differenza tra una didattica buona e una didattica sbagliata. Quindi occupiamoci delle questioni più profonde.

La scuola ha una missione sociale: insegnare a chi studia a diventare cittadino di una società forte, capace, indipendente, collaborativa e libera. Dovrebbe promuovere l’uso del software libero così come promuove la protezione dell’ambiente, o il diritto di voto. Se la scuola insegna l’uso del software libero, potrà sfornare cittadini pronti a vivere in una società digitale libera. Ciò aiuterà la società nel suo insieme ad evitare di essere dominata dalle multinazionali.

Al contrario, insegnare un programma non libero crea dipendenza, e questo va contro la missione sociale delle scuole: le scuole non dovrebbero mai farlo.

Perché alcuni produttori di software proprietario offrono copie gratuite(1) alle scuole? Perché vogliono usare le scuole per creare dipendenza nei confronti dei loro prodotti, come i produttori di tabacco che distribuiscono sigarette gratis ai ragazzini(2). Una volta che gli studenti saranno diventati adulti, queste aziende non offriranno più alcuna copia gratuita a loro o ai loro datori di lavoro. Chi sviluppa dipendenza dovrà pagare.

Il software libero consente a chi studia di poter imparare il funzionamento di un programma. Alcuni studenti, che hanno un talento innato per la programmazione, quando diventano adolescenti vogliono imparare tutto quanto c’è da sapere riguardo al computer e al software. Sono animati dalla fervida curiosità di leggere il codice sorgente dei programmi che usano ogni giorno.

Il software proprietario respinge la loro sete di conoscenza; dice loro: “La conoscenza che stai cercando è un segreto: vietato imparare!”. Il software proprietario è nemico dello spirito didattico, quindi non lo si può tollerare nelle scuole, se non utilizzato al solo scopo di studiarne il funzionamento interno.

Il software libero incoraggia tutti ad imparare. La comunità del software libero rifiuta “il sacerdozio della tecnologia”, secondo cui il grande pubblico va tenuto nell’ignoranza sul funzionamento della tecnologia; noi incoraggiamo gli studenti di ogni età e situazione a leggere il codice sorgente e ad imparare tutto quello che vogliono sapere.

La scuole che usano software libero devono permettere ai bravi studenti di programmazione di progredire. Per imparare a scrivere del buon software, gli studenti devono potere leggere e scrivere una grande quantità di programmi reali, di uso concreto. Si impara a scrivere codice buono e chiaro solo leggendo e scrivendo molto codice. Solo il software libero permette questo.

Come si impara a scrivere codice per programmi complessi? Scrivendo tante piccole modifiche per programmi complessi esistenti. Il software libero lo permette, il software proprietario lo vieta. Qualsiasi scuola può dare ai propri studenti la possibilità di diventare esperti di programmazione, purché usi software libero.

La più profonda motivazione in sostegno all’utilizzo del software libero nella scuola è per la formazione morale. Dalla scuola ci si aspetta l’insegnamento di fatti fondamentali e di capacità utili, ma ciò non ne esaurisce il compito. Missione fondamentale della scuola è quella di insegnare a essere cittadini coscienziosi e buoni vicini, e quindi anche ad aiutare gli altri. In campo informatico ciò significa insegnare la condivisione del software. Le scuole, a cominciare dalle elementari, dovrebbero dire agli studenti: “Se porti a scuola del software devi dividerlo con gli altri bambini. Devi mostrare il codice sorgente ai compagni, se qualcuno vuole imparare. Quindi è vietato portare a scuola software proprietario se non per studiare come funziona ai fini di poterlo riprodurre”.

Naturalmente la scuola deve praticare quanto predica: deve utilizzare in aula solo software libero (tranne file binari usati per studiarne il funzionamento interno) e condividere copie, incluso il codice sorgente, con gli studenti in modo che questi possano copiare, portare a casa e ridistribuire ulteriormente tale software.

Insegnare a chi studia l’uso del software libero, e a far parte della comunità del software libero, è una lezione di educazione civica sul campo. Ciò insegna inoltre il modello del servizio pubblico anziché quello dei potentati. Il software libero dovrebbe essere usato in scuole di ogni ordine e grado.

Chi ha una relazione con una scuola (studente, insegnante, impiegato, dirigente, donatore, genitore) deve fare pressione affinché la scuola passi al software libero. Se le richieste personali non funzionano, occorre dare pubblicità alla cosa nelle varie comunità, per riuscire in questo modo a sensibilizzare più persone e trovare alleati.

  1. Attenzione: le scuole che accettano questa offerta potrebbero poi essere messe di fronte a costi elevati per i successivi aggiornamenti.
  2. Nel 2002 l’azienda di tabacco RJ Reynolds venne multata di 15 milioni di dollari per aver passato campioni gratuiti di sigarette nel corso di eventi frequentati da bambini. Si veda: http://www.bbc.co.uk/worldservice/sci_tech/features/health/tobaccotrial/usa.htm.

Torno a scuola

È un seme che se ne sta lì buono da più di trent’anni. Poi, una decina d’anni fa, il destino m’ha scompigliato le carte ma quel seme se n’è avvantaggiato. Da allora me ne sono preso cura. Ma a 50-60 anni non potevo certo pensare di andare a fare il maestro. Andava quindi trovata un’altra ricetta.

Spesso è il caso che ti gioca le carte ma alcune te le puoi scegliere. Le tre carte che ero libero di giocare per tentare di tornare a scuola sono: flessibilità, (quasi) zero risorse, pazienza. Va da sé che giocare una qualsivoglia carta limita la possibilità di giocarne altre; i famosi prezzi, la natura dei quali, nel mio specifico caso, non ci interessa. Basta sia chiaro che i prezzi vanno pagati.

La flessibilità consiste nella libertà di attuare immediatamente qualsiasi esperimento ove se ne presenti l’occasione. Vuol dire  cogliere al volo l’occasione. In un laboratorio di fisica gli esperimenti si possono, anzi si devono prefigurare minuziosamente. Non è così nei territori della massima complessità. Quando passa il treno occorre saltarci al volo. Impossibile farlo da uno scranno universitario – tanto più che la variabile indipendente della burocrazia ammorba anche la vita universitaria. Ecco il vantaggio del Web e di un Web gestito in autonomia. È così che nel 2007 nacque questo spazio, nella forma di un blog di un privato cittadino. L’occasione fu la comparsa del cyberspace, proprio quello della   Declaration of the Independence of Cyberspace (versione italiana) di John Perry Barlow – quello che scriveva i testi per i Grateful Dead. A dire il vero, quella dichiarazione si è rivelata un fallimento, nel suo intendimento generale. Il Cyberspace, come tutti i nuovi territori, è stato scoperto da esploratori visionari, poi depredato da avventurieri in un clima di impunità, infine depredato dai grandi poteri industriali in un clima di impunità più o meno legalizzato – sta di fatto che un’azienda come Google ruba al fisco italiano cifre miliardarie, e così negli altri paesi e così gli altri giganti, Apple, Facebook ecc. Ma quella dichiarazione è invece perfettamente valida per chiunque sia determinato a fabbricare qualcosa di utile, in autonomia. Si può ancora fare ma, attenzione, è tutt’altro che una condizione garantita. Un altro esempio di occasione colta al volo fu il MOOC del 2013, dove comparve l’acronimo #LOPTIS. Ma ci sono tanti esempi di valore, come quello di Paolo Beneventi, che da sempre si occupa dell’impiego critico e creativo della tecnologia da parte dei bambini,

Zero risorse, o quasi. Al massimo poche spese che uno possa pensare di pagare di tasca propria. Non dovendo chiedere nulla a nessuno si consegue una libertà formidabile, cruciale per poter cogliere le occasioni al volo che si diceva prima. Molti si confondono, giudicando questo atteggiamento, perché pensano di essersi imbattuti in una forma di filantropismo, magari di imbecillità, per alcuni. Niente affatto, è una forma di investimento, che si basa sulla convinzione che il capitale della propria esistenza sia solo parzialmente economico, ma che nel suo complesso è composto anche da altri tipi di moneta che moneta non sono.  I ritorni ci sono, già da diverso tempo, ma ora sono esattamente quelli che intendevo.

Pazienza. Alla tempestività nel cogliere le occasioni va unita la pazienza che occorre per attenderle. Esattamente quella dell’agricoltore, quello vero che vive, o meglio viveva, del suo. Forzare i tempi è garanzia di fallimento. Il pendolo si può accelerare ma bisogna scegliere il momento propizio per dargli energia.

Finalmente posso quindi tornare a scuola, più precisamente alle elementari. Perché le elementari? Inizio ad avere frequentato molta gente che ho visitato nel proprio ambiente di lavoro e di vita. Ebbene, pur senza voler per nulla semplificare una realtà complessa, dove sono presenti anche tutti gli estremi, non credo di sbagliare di molto sostenendo che quello della scuola primaria sia uno dei segmenti più sani di questa società. E, non meno importante, è lì che inizia a formarsi il cittadino, in termini di serenità, consapevolezza, creatività, rispetto. Quindi è lì che occorre impegnarsi, se il tuo tempo stringe.

Impegnarsi come? Ho lavorato in vari campi e ho imparato che i risultati migliori si ottengono impegnandosi a collegare mondi, che spesso fra loro nemmeno si conoscono, anziché ostinarsi a costruire “la grande cosa”, magari per tutta la vita. Così si può sperare al massimo di fare una bella carriera, che può anche risolversi in un risultato abbastanza misero, per l’individuo.

Ecco, da qui in avanti lavorerò per le scuole elementari e, quando possibile, nelle scuole elementari, accanto alle maestre e ai maestri. Un proposito che rientra perfettamente fra gli obiettivi di questo spazio, come da tempo testimonia la rubrica Andando per scuole. Quello che offrirò – nei limiti delle mie capacità e a chi lo desideri – è un collegamento con la lingua universale dell’informatica, che in realtà sostiene tutto quello che si vede in Internet, anche se i più non lo sanno, chiusi nei recinti dei social network e delle app. Faccio questo anche perché è questo che so fare, e lo faccio così, da “sperimentale” perché tale è la mia natura. Un proposito che non snatura il #LOPTIS, semplicemente lo mette a fuoco.

È interessante anche chiarire che il #LOPTIS, nel quale prevale innegabilmente la forma blog, non è alimentato dall’obiettivo di ottenere la popolarità in rete, ma è un mezzo per ritornare al reale, in un ben preciso e importante modo. Non avrebbe senso rimanere chiusi nel virtuale ad osservare la realtà come dall’oblò di una navicella spaziale, perché la scuola è il regno della realtà.

Questo spazio andrà avanti così, con una prevalenza del riverbero delle cose che accadranno nelle scuole. I materiali che andranno accumulandosi continueranno ad essere disponibili a tutti con la licenza Creative Commons specificata in fondo alla pagina, e a chiunque ponga una domanda verrà data risposta, salvo errori.

Fin qui potrebbero essere anche chiacchiere, ispirate da un afflato visionario del momento, da un bicchiere di vino o qualche linea di febbre. Invece no. Infatti chiudo con la sintesi di un progetto che sta prendendo le mosse in una scuola che si trova dalle mie parti. Aggiungo che parte dei miei compiti consiste nella traduzione in italiano di un software libero, che si trova nel sistema operativo libero del computer didattico Kano. La traduzione che ho iniziato dopo essermi messo d’accordo con gli autori del software, è partita dalla loro versione originale ed ora è arrivata ad un terzo circa.

Vi lascio con un’immagine che spero incanti qualcuno: un sessantenne del Chianti si mette d’accordo con un gruppo di giovani sviluppatori di Londra mediante un breve scambio di messaggi, per costruire una variante del loro software, cosa resa possibile dal fatto che è software distribuito con licenza General Public License.

Davvero ancora molte cose da dire, ma a suo tempo.


Percorso di scoperta del computer e dei suoi codici per la scuola primaria

Il percorso si propone di offrire ai bambini una prospettiva orientata all’esplorazione e al controllo della tecnologia anziché alla mera fruizione di prodotti commerciali. L’intervento tende a porre in una luce critica le competenze che caratterizzano la generazione dei nativi digitali, suggerendo approcci alternativi, che favoriscano curiosità, costruzione e cooperazione. Per un primo esperimento, l’età di circa 8-9 anni sembra favorevole, da un lato per le competenze di lettura e scrittura, probabilmente già sufficienti per praticare la “via dei codici” verso il controllo della macchina, dall’altro invece per un’assuefazione alla “macchina facile” (sperabilmente) non ancora troppo consolidata. Gli strumenti di lavoro, per quanto riguarda l’hardware, consistono in microcomputer basati su elettronica a basso costo, adattati all’impiego didattico nella fascia di età di pertinenza della scuola primaria. I software sono tutti esclusivamente di tipo “software libero”, dei quali si intende sfruttare sia la possibilità di adattarli alle specificità locali – traduzione in italiano, ambientazione delle storie in contesti noti ai bambini – sia il metamessaggio intorno allo “strumento etico”.

L’attività si svolgerà attraverso una serie di incontri in due classi di 16 e 18 bambini. Verranno usati 4 computer tipo “Kano”, con gruppi di 4 o 5 bambini per computer. La frequenza presumibile degli incontri si aggirerà intorno ad uno ogni dieci giorni, ma verrà adattata alle esigenze dell’organizzazione didattica della scuola. Il percorso prenderà le mosse all’inizio di novembre e si articolerà in una successione di incontri volti a favorire la conoscenza critica da parte dei bambini del computer, nelle sue componenti costitutive e nei linguaggi di programmazione, attraverso una didattica partecipativa, fondata sulla collaborazione e sul confronto tra pari. Il periodo prenatalizio sarà dedicato al montaggio dei computer e a eventuali prime esperienze. Alla ripresa delle attività scolastiche, prima verrà affrontato un percorso narrativo di esplorazione dei codici di comando della macchina, quindi si condurranno i bambini nella “creazione del proprio gioco”, mediante appositi linguaggi visivi di programmazione. Il lavoro verrà condotto da un team multidisciplinare composto da quattro Insegnanti della Scuola Primaria di Strada in Chianti , da due ricercatrici del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze , e dal sottoscritto (Dipartimento di Statistica, Informatica e Applicazioni).

Ad ogni incontro saranno presenti le insegnanti della scuola per seguire i bambini nelle attività, le ricercatrici si occuperanno della documentazione e l’eventuale supporto in classe, il sottoscritto, nella fase attuale, provvede all’adattamento dei software alle esigenze specifiche e, successivamente, si farà carico dell’assistenza tecnica nell’impiego dei computer in classe.

Poi discuteremo i risultati.

Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene #linf14

Con questo post concludiamo il primo dei 5 moduli previsti nel programma (ODT, DOCX, PDF) del Laboratorio IUL #linf14, quello intitolato “Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene”.

I temi proposti sin qui erano volti ad allargare lo scenario tecnologico condiviso dai più, solitamente confinato all’impiego di

  1. programmi tipo “Office” – Word, Excel, Powerpoint
  2. un variegato insieme di “app”, di Apple, Google o altri venditori, a seconda dei casi
  3. qualche social network

Tanti hanno competenze di questo genere, più o meno approfondite, ma si tratta sempre di competenze confinate in qualche recinto: Microsoft per i tantissimi che usano i programmi del pacchetto MS Office; Apple per i patiti di iPad e similari, Google per i possessori di congegni Android; Facebook, Twitter e altri per i patiti dei rispettivi social network.

Pochi hanno competenze trasversali, universali. Pochi hanno una qualche dimestichezza con i sistemi e i linguaggi che sottostanno ai suddetti recinti. Pochi sanno che usare un software piuttosto che un altro ha implicazioni molto diverse, in termini economici, etici e formativi. Pochi sono consapevoli del fatto che oggi al portentoso sviluppo delle tecnologie non contribuiscono solo alcuni attori industriali convenzionali ma un complesso ecosistema, dove il libero contributo di sterminate comunità di individui non è meno determinante di quello delle maggiori companies.

La scuola non può ignorare il grande scenario, la big picture. Non può limitarsi ad una piccola parte del discorso. A che vale la tanto acclamata cultura classica se poi questa non si traduce nella capacità di vedere sempre sia la parte che il contesto? A scuola si cerca di insegnare l’italiano di tanti, non l’italiano di pochi. Per quale motivo allora dovremmo insegnare l’informatica di pochi? Troppi assumono che l’innovazione tecnologica nella scuola consista nell’acquisizione degli apparati di ultimo grido e in corsetti che si riducono a istruzioni per l’uso dei medesimi.

Occorre essere consapevoli che vi è una grande differenza fra tentare di comprendere il mondo e accontentarsi di conoscere il proprio recinto. Fra la conoscenza di lingue universali e la pratica di gerghi particolari, le prime utili per tutti e per tutto, i secondi non di rado privilegio di pochi e buoni solo in ambiti limitati. Fra la cultura della diversità e l’illusione del pensiero unico. Fra la preparazione di ottimi consumatori – deboli – e quella di cittadini capaci e consapevoli – potenti.

Nel primo scorcio di questo laboratorio l’abbiamo presa un po’ larga ma non è possibile arrivare a percepire lo scenario con poche istruzioni per l’uso. Il senso di disorientamento e la fatica sono inevitabili. Riassumiamo allora un attimo i passi sin qui compiuti.

  • Laboratorio Informatico – Introduzione con invito alla lettura di un articolo dove si precisa, in sostanza, che imparare ad usare le tecnologie non è una questione di sola tecnologia.
  • Note sul metodo – Dell’importanza di fare commenti (in http://iamarf.org) e del modo corretto di stare in una comunità online, soprattutto del modo corretto di porre domande per ottimizzare l’apprendimento di tutti e l’impiego delle risorse, ivi compreso il tempo di tutor e docenti.
  • Il software libero raccontato da una studentessa – Il racconto fresco di un nativo digitale nell’atto di scoprire quanto è più ampio il mondo che credeva di conoscere era forse un buon modo per introdurre l’argomento.
  • Software libero – Importante per via del ruolo strategico assunto dal software ormai da quasi mezzo secolo ma importante anche perché le nuove modalità di sviluppo e distribuzione hanno fatto da apripista per altri ampi settori. Ci eravano limitati ad un inquadramento generale, confidando che esempi specifici sarebbero emersi spontaneamente durante il percorso, invece è saltata subito fuori una bella lista, grazie a Roberto Marcolin – su alcuni elementi di quella lista ci soffermeremo in seguito. L’episodio ha anche un’altra più ampia valenza perché testimonia come si possa creare una comunità viva senza ricorrere a software o dispositivi standard e senza ricorrere ai soliti social network ma con l’uso di strumenti generali – un blog nessun strumento tipo Office… – poi cura, perseveranza e fatica.
    A proposito del software libero abbiamo poi anche proposto qualcosa di pratico: Scaricare LibreOffice e scrivere con questo tutti i documenti che verranno richiesti nel laboratorio.
  • Il diritto d’autore – Le tecnologie oggi hanno messo tutti in condizione di essere autori, il più delle volte inconsapevolmente e, se volete (non sempre) pessimi autori, ma autori. Autore è anche colui che indulge nella (abbastanza insulsa) moda del selfie o che pubblica le foto del proprio (inconsapevole) figlio. In un mondo siffatto non si può ignorare completamente la questione della gestione di propri diritti e di quelli degli altri.
  • Note sul metodo – Dello spirito con cui le relazioni richieste dovrebbero essere scritte.
  • Hardware libero – Uno dei fenomeni che sono derivati direttamente da quello del software libero. Un mondo estremamente ricco e dalle ricchissime potenzialità didattiche.

E ora? Da dove possiamo dunque iniziare? Dalle piccole cose. Da alcune piccole cose.

Vi proponiamo articoli scritti negli anni precedenti quindi alcuni particolari vanno debitamente contestualizzati ma sono irrilevanti per il senso generale.

Facciamo un passo indietro per focalizzare l’attenzione su quella scatolina in alto nel navigatore (browser: Firefox, Internet Explorer, Safari o similari) dove siamo abituati a scrivere ciò che desideriamo trovare nella rete. Leggete quindi i post Un passo indietro e Un passo indietro II. Nel primo ci concentriamo sull’anatomia degli indirizzi Internet, i cosiddetti URL (Uniform Resource Locator), nel secondo cerchiamo di conoscere meglio il motore di ricerca, iniziando anche a imparare che non ce n’è uno solo.

Una volta letti questi due post, lentamente e con attenzione, proponiamo un esercizio: Come scrivere un link. Per gli studenti IUL l’esercizio proposto nel post va considerato obbligatorio – rientra fra le attività che andranno a comporre la valutazione finale.

Una volta fatto tutto ciò, chiudiamo il modulo “Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene” con un’altra lettura con la quale cerchiamo di capire cosa significhi “fare un account”. La trovate nel post Non solo luci.

È parecchia roba, stimiamo che occorreranno due settimane, forse più. Nel frattempo non vi tormenteremo con altre proposte ma saremo sempre disponibili a rispondere ad ogni tipo di domanda – in questo blog. Se lo troverete utile potremo organizzare degli incontri online – anche questo lo potrete comunicare attraverso commenti a questo post.

 

Hardware libero e una bella iniziativa #linf14

La rivoluzione del software libero ha prodotto innumerevoli ramificazioni. Oggi un approfondimento dell’hardware libero in tre tempi:

  1. La rivoluzione digitale e il sogno di Adriano Olivetti. Dove si inquadra la nascita del digitale e il suo matrimonio con l’analisi numerica, si rammentano i protagonisti della rivoluzione digitale dalle origini ai tempi nostri, si delineano alcuni tratti dell’hardware libero, si disseminano non pochi approfondimenti tecnici utili per un laboratorio informatico. Il tutto senza farsi intrappolare in nessun ambito disciplinare, secondo Morin.
  2. Modeling 3D. In realtà uno scritto destinato all’ultima classe di Editing Multimediale della IUL. Qui utile per delineare aspetti locali del fenomeno dell’hardware libero. Ognuno si diverta poi ad approfondire quello che vuole.
  3. Una bella iniziativa ideata da un mio giovane “compagno di Fablab”: Grand Print: A Scuola dai Makers. Sorta di Summer School dove le scuole possono partecipare con i propri studenti, seguite questo link per i particolari. Le iscrizioni si possono fare in questo sito.

Software libero #linf14

Clicca qui per scaricare la versione in PDF (3.3 MB)


Prima di tutto finalmente un’attività: scaricate LibreOffice. È un analogo di Microsoft Office.

Quando vi chiederemo di produrre delle relazioni – non l’abbiamo ancora fatto – lo dovrete fare usando LibreOffice. Quindi iniziate sin da ora a scaricarlo e esploratelo. Esiste per tutti i sistemi operativi.


Dalle varie considerazioni che abbiamo sin qui proposto emerge un’immagine degli hacker che è in netto contrasto con quella disegnata dai media – dunque artefici di una nuova cultura, addirittura di una nuova etica, o temibili delinquenti informatici? Purtroppo l’informazione ufficiale, la mainstream information, talvolta informa sorprendentemente poco rispetto a quanto comunica e spesso informa anche male. Proviamo ad approfondire un poco.

Continua a leggere…

Software libero scoperto e raccontato da una studentessa #linf14

Clicca qui per scaricare la versione in PDF (82 KB).


In questo periodo devo leggere 466 elaborati degli  studenti di medicina. Altri 100 ne avrò a settembre. Sono numeri insani, la quantità ti ammazza ma riserva anche delle sorprese. Accade dunque che, giusto mentre stavo finendo di rimettere insieme vari tasselli sul software libero sparsi nel blog, mi imbatta nel lavoro di Francesca (curiosamente il 100-esimo che leggo) che, per la parte a tema libero, ha scelto l’argomento del software libero.

Ho pensato che la freschezza di questo racconto potesse andare bene per introdurre l’argomento. Il mio post verrà dopo. Ringrazio Francesca per avermi consentito di utilizzare il suo testo.
Continua a leggere…

Conclusione attività I di sottotitolazione di un video – #edmu14

Clicca qui per scaricare il pdf (122KB)

Sommario:

Precisazione su cosa si intenda per conclusione dell’attività. Scrittura di un abstract di 1000 parole. Ripasso su software libero e impiego di LibreOffice. Richiamo sull’accuratezza della scrittura e ripasso su come scrivere il carattere È nei vari sistemi operativi. Correggetemi!


Cosa si intende per conclusione

Diciamo subito che chi è in ritardo non viene tagliato fuori da questo post. Ognuno ha i suoi tempi, determinati dalle proprie contingenze familiari e di lavoro. Penso che nell’ambito dell’aggiornamento professionale si debba imparare a rispettare i tempi individuali. Non vi sono mai scadenze quindi: io continuo a rispondere anche a commenti fatti su temi discussi due anni fa. D’altro canto in questa fase il laboratorio #loptis deve anche seguire la temporizzazione di Editing Multimediale #edmu14, che è un corso universitario con un termine definito: 6 febbraio. Cercheremo quindi di aggiustare la collocazione temporale delle attività segnalando i passaggi dall’una all’altra ma, ripeto, il vostro impegno individuale su ciascuna di esse avrà valore a prescindere dal tempo.


Scrivere un abstract di 1000 parole

Il programma 1 prevede che ciascun partecipante pubblichi in piattaforma un abstract che riassuma ciascuna attività. L’abstract deve essere al massimo di 1000 parole. Quindi chiedo a tutti di redigere un abstract che sintetizzi tutto quello che è stato fatto nell’ambito o al margine dell’attività di sottotitolazione e di pubblicarlo in piattaforma. Lucia vi aiuterà per i dettagli. Ovviamente, coloro che non hanno ancora completato l’attività procrastineranno la scrittura dell’abstract al tempo adeguato.


Usare software libero: LibreOffice

Cogliamo l’occasione per dare maggior corpo anche al precedente adempimento. Usualmente, in circostanze del genere, nella modulistica si fa riferimento a documenti word. Purtroppo da tanti, troppi anni, è invalsa l’abitudine di usare documenti word, come se questa fosse l’unica alternativa possibile. In un corso come questo, dove si pone grande attenzione ai risvolti etici, culturali e di sostenibilità economica che l’impiego di un software piuttosto che un altro può comportare, dobbiamo sollevare la questione. Il programma Word è un ottimo prodotto della maggiore azienda software del mondo, ma non è l’unico! E non è nemmeno l’unica modalità possibile quella di utilizzare software proprietario, vale a dire software per l’uso del quale bisogna pagare qualcuno. Esistono oggi numerosissime alternative, di grande valore tecnico e etico. Invito ad andare a rileggere il post https://iamarf.org/2012/12/17/una-piccola-esplorazione-su-cosa-e-il-software-oggi-linf12/Una piccola esplorazione su cosa è il software oggi – #linf12.

In concreto: chiedo a tutti i partecipanti di redigere gli eventuali documenti utilizzando il software https://www.libreoffice.org/LibreOffice. Si può scaricare per tutti i sistemi operativi ed è come Word, non identico ma simile. L’anno scorso ho fatto una simile richiesta a 370 studenti di medicina e non ci sono mai stati problemi, quindi si può fare. Naturalmente iniziando dal succitato abstract.


Scrivere in bella calligrafia

E cogliamo l’occasione per mettere in luce un ulteriore elemento: l’accuratezza. Mi riferisco alla sciatteria dominante nelle relazioni online, nelle email, nei commenti in qualsiasi contesto. Constato con amarezza che spesso è proprio dalla nostra generazione che vengono i peggiori esempi, che possono talvolta culminare in qualche email scritta da qualche collega, piena di refusi, in minuscolo, o peggio tutta in maiuscolo, sintatticamente devastata. Preferisco un messaggio in SMS-ese che un’email del genere da parte di un coetaneo. La qualità parte dal basso, dalle azioni minime, sempre. Si può essere sintetici e veloci quanto si vuole, i tempi lo impongono spesso, ma non per questo si è autorizzati ad essere cialtroni. Quando si scrive al computer o sul tablet si deve essere accurati, esattamente come quando si scriveva in bella calligrafia. È stato un regresso rinunciare alla bella calligrafia. È un regresso scrivere in internet come un analfabeta. È importante anche la È correttamente accentata (e non apostrofata!) con la quale inizia questa frase. Chi vuole sapere come si fa la È nei vari sistemi può leggere il post https://iamarf.org/2014/01/27/e-loptis/ e i relativi commenti.


Siate severi

Siate severi con voi stessi e, in questa circostanza, con il sottoscritto: segnalatemi refusi e errori di ogni genere! Ogni refuso segnalato un + sul registro…


Note

… programma1
Avevo già diffuso una prima versione del programma ma sto lavorando ad una versione più articolata e ponderata. Al momento della consegna alla segreteria ne faremo oggetto di un post, quale momento di riflessione sul modello formativo appropriato per un corso di questo genere

Primi risultati sulla proposta di software libero nella classe di medicina – #loptis

È stupefacente che il software libero si diffonda nell’uso comune così lentamente. Non costa niente, offre moltissime applicazioni che sono più stabili, più scalabili, più adattabili, offre addirittura un intero sistema operativo in una molteplicità di sapori – Linux e derivati – apre una prospettiva di grande valore etico in un settore strategicamente cruciale, sia dal punto di vista economico che culturale. Ma l’ignoranza domina.

E non stiamo parlando di una novità. L’idea di software libero è nata più di vent’anni fa. Aziende del calibro di IBM hanno saputo integrarsi con il fenomeno più di dieci anni fa. Decine di milioni di smartphone hanno un cuore basato su Linux.

L’ignoranza domina, dimostrazione eclatante del torpore in cui versano scuola e università – mera istruzione, cultura poca, di quella vera, che attiene alla lettura e all’interpretazione del mondo quale esso diviene.

La diffusione di software e hardware libero rientra certamente fra gli obiettivi principali di questo laboratorio, in tutte le sue sfaccettature. Cogliamo quindi l’occasione per riportare alcuni primi risultati dell’impegno didattico nel corso di base di informatica al I anno di medicina a Firenze del corrente anno accademico – un piccolo insegnamento di 3 crediti universitari.

Per poter fare l’esame, gli studenti devono produrre alcuni elaborati. Per redigere i testi scritti devono scaricare e usare Libreoffice.
L’elaborato più importante che gli studenti devono produrre è quello su un argomento da scegliere a piacere fra quelli offerti nell’indice ragionato di questo laboratorio.

Gli studenti sono 378. In 107 hanno già inviato i loro elaborati. Di questi, 22 hanno scelto di occuparsi della questione del software libero, il 20% quindi. Due hanno realizzato un videotutorial per mostrare come hanno installato Ubuntu sul loro computer. Uno ha resuscitato un vecchio computer, ritenuto ormai inutilizzabile, installandovi Linux, uno ha addirittura imparato a usare la posta elettronica crittografata, utilizzando GPG e il client email Thunderbird integrabile nel browser Firefox. Risultati come questi sono resi possibili dal fatto che alcune lezioni frontali sono state trasformate in laboratori, dove gli studenti possono lavorare con il docente a progetti specifici – è così che Tommaso ha imparato a usare la posta crittografata.

Nel complesso ci pare un buon risultato, ma dobbiamo fare meglio.

Concludo con i due tutorial realizzati dagli studenti.

Il primo è di Beatrice, che scrive:

… io ho sostituito totalmente il sistema operativo poiché Windows mi creava non pochi problemi nell’ultimo periodo e temevo di dover addirittura sostituire il PC. Seguendo la sua lezione su “software libero” ho pensato che provare Linux poteva essere una soluzione! Adesso ho quindi solo Ubuntu e mi trovo molto bene, il forum [di Ubuntu] è stato davvero indispensabile e sono molto disponibili per qualsiasi problema. L’audio è risultato rumoroso a causa del microfono incorporato nel PC e per i tagli che ho apportato nell’editing.

(17 dicembre 2015: ho tolto il link al video perché l’autrice lo ha cancellato)

Il secondo è di Matteo, che chiosa così il suo elaborato con il quale ha presentato il video:

Tuttavia appena risolto l’intoppo ho iniziato il montaggio del video che pubblicherò su “Youtube” spacciandolo per una guida all’ installazione di Ubuntu sulla propria piattaforma Microsoft, ma è più il racconto della MIA esperienza con l’ installazione di tale software. Spero di esser riuscito nel mio intento e di aver fatto un lavoro “passabile”, chiedo anticipatamente scusa per la scarsa precisione e dovizia di particolari con cui ho eseguito il montaggio, ma è una delle prime volte che faccio un tale lavoro, inoltre chiedo scusa se ho sbagliato o ho confuso qualche termine”tecnico”. Ho cercato di informarmi il più possibile ma non credo di essere riuscito a mascherare più di tanto il mio essere un autodidatta.

Questi sono i contributi che ci piacciono, quelli di coloro che ci provano.

Libertà è partecipazione – #loptis

Clicca qui per scaricare una versione in pdf


Agli studenti di medicina chiediamo, fra altre cose, di scrivere un tema su un argomento che possono scegliere dopo avere frugato nell’indice ragionato di questo laboratorio. È sempre sorprendente la ricchezza delle prospettive e delle suggestioni che tornano indietro – non raramente, tornano assai utili qui. Questa è la volta della testimonianza di Martina, che interpreta perfettamente gli obiettivi del laboratorio #loptis.

È molto facile parlare di tecnologie a persone che sono già propense ad usarle. Assai più difficile è rivolgersi a coloro che, per tanti motivi, le sentono invece estranee. È proprio qui che entrano in gioco il registro narrativo e l’approccio libero di questo laboratorio – niente a che vedere con manuali tecnici e “patenti” varie.

I post utilizzati da Martina sono quelli raggruppati nella sezione Software libero dell’indice ragionato che trascrivo qui di seguito:

Il titolo di questo post – Libertà e partecipazione – è quello scelto da Martina per il suo tema, che viene qui di seguito.


Riflessioni sui post Software libero

Nel cominciare a scrivere questo elaborato a proposito dell’etica hacker e del software libero, devo confessare una sorta di diffidenza che da sempre in me si accompagna ai contatti col mondo digitale.

Ho sempre attribuito questo sentimento a una scarsissima padronanza di tali mezzi, giustificata in modo probabilmente troppo benevolo con la scusa che “non tutti i campi del sapere ci possono appassionare”.

Nel leggere gli articoli del blog Laboratorio Online Permanente di Tecnologie Internet per la Scuola – #loptis per la preparazione di questo esame, mi sono resa conto di cosa ai miei occhi costituiva la differenza tra ambiti come la letteratura e le arti in generale dall’informatica: se infatti in queste ultime gli spazi per esprimere me stessa e per entrare in sintonia con il frutto dell’altrui creatività mi sembravano evidenti, proprio non riuscivo a coglierli nell’informatica per come mi era stata presentata fino ad adesso.

Abituata infatti ad usufruire del computer nei suoi aspetti più banali e superficiali, l’informatica mi appariva come un mondo di spazi precostituiti ed estremamente poco modificabili ed esplorabili da coloro che percepivo solo come utenti.

È dunque solo con questo recente contatto con l’etica hacker della condivisione del sapere che comincio a rendermi conto delle enormi potenzialità racchiuse in questo universo.

Probabilmente il fatto di essere nata in un’epoca in cui tutto è profitto, rende difficile individuare l’appropriazione indebita di beni comuni in tutti i suoi aspetti. Se infatti risulta abbastanza evidente, o quanto meno a tutti comprensibile, che beni come l’acqua, l’aria, i beni del territorio debbano essere proprietà comune, la questione diventa già più discutibile quando si comincia a parlare di proprietà intellettuali e di conseguenza anche del mondo digitale.

Diceva Jean-Jacques Rousseau: Il primo che, avendo recintato un terreno, osò dire: “questo mi appartiene”, e trovò uomini abbastanza ingenui per credergli, quegli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili “guardatevi dall’ascoltare quest’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra di nessuno.

Ebbene applicare quest’ottica anche al campo dell’informatica mi permette di capire l’importanza di una terra di tutti e di nessuno quale è il software libero. Essendo basato sulla condivisione, tale metodo consente un prodigioso sviluppo in cui ogni nuovo apporto è la base per nuove espansioni. Se è vero che siamo nani sulle spalle di giganti, risulta automatico come la condivisione di saperi ci liberi e ci permetta di innalzarci tutti insieme.

Per questo, oltre che per l’immensa fonte di guadagno che attualmente rappresenta, questo mondo virtuale è imbrigliato dalle multinazionali e da un pensare comune che criminalizza chi non si presta a questi giochi di mercato.

Non è un caso che la figura dell’hacker sia per l’opinione comune non molto diversa da quella del piccolo delinquente, quando in realtà si tratta di una persona che ha in somma considerazione l’atto creativo, che detesta tutto ciò che intralcia l’accesso all’informazione, diffida di tutto ciò che è burocrazia, di tutto ciò che è potere sovrastante, istituzionale o privato che sia, diffida in generale di ogni tipo di intermediazione, crede fermamente nella libera circolazione delle idee che ritiene una risorsa primaria, come l’aria e l’acqua, si interroga sul senso delle cose, sulla possibilità di migliorarle e ha un assoluto bisogno della libertà di provare a migliorarle. L’hacker possiede un’etica profonda ed è profondamente onesto.

Perché profondamente onesto è volere un progresso orizzontale, di cui tutti possano beneficiare, indipendentemente dai mezzi economici e dal contesto sociale; profondamente onesto è non fare delle proprie capacità un mezzo per elevarsi al di sopra degli altri ma metterle al servizio di una comunità di cui dunque ci si ritiene parte integrante.

A mio avviso è dal concetto di comunità che si deve ripartire oggi e in quest’ottica credo che d’ora in poi guarderò al mondo digitale con un po’ meno di timore e con un po’ più di curiosità.

L’interesse per il mezzo dunque, perché in esso si rispecchia anche il fine, mi porterà, spero, a trasferire quella coerenza che cerco di osservare nelle scelte quotidiane (stile di vita, acquisti, consumi) anche nell’utilizzo degli strumenti informatici, conscia dell’interconnessione tra tutti gli aspetti della nostra vita.

Microsoft Corporations e Apple Inc. mettono in atto forse forme più subdole di sfruttamento rispetto a McDonald’s con i suoi hamburgers e dobbiamo armarci di conoscenze per poterci difendere e non essere complici.