Segnalo questa notizia perché quello di rendere più aperte le infrastrutture di un’istituzione pubblica è un mio preciso impegno – piccoli ma costanti passi, per ora…
Il forum è visibile a tutto il pubblico Internet e chiunque può intervenire nelle discussioni. Ci sono solo le seguenti limitazioni temporanee per chi vuole commentare perché il sistema CAPTCHA per il riconoscimento degli accessi umani funziona per il momento con le seguenti combinazioni sistema operativo – browser:
Linux – Chromium
Windows – Chrome
Windows – Internet Explorer
OSX – Safari
Non funziona invece con Firefox e i suddetti sistemi operativi, e nemmeno con il browser standard di Android (su Galaxy III). Forse con il Safari di iPad e iPhone funziona ma in questo momento non ho un iCoso funzionante su cui provare.
Quando avremo risolto questi problemi lo notificherò qui.
Il Laboratorio Informatico #linf14 della IUL è adattivo: se emerge che gli studenti posseggono particolari competenze di interesse didattico e magari vantano anche delle esperienze concrete allora creiamo un subito un nuovo capitolo, magari a discapito di uno di quelli previsti.
Così è accaduto con la classe del laboratorio di quest’anno: alcuni studenti vantano esperienze di robotica e coding nella scuola e altri sono curiosi di saperne di più.
Nasce così il capitolo “Scratch” con un’introduzione che Elena Gallucci ha messo a disposizione nel post Pronti… Scratch… Via! del suo blog IUL.
La genesi di tale attività può essere ripercorsa in questa discussione del suddetto forum.
Scratch è un linguaggio di programmazione visivo, pensato per insegnare l’arte del coding ai bambini. Va per la maggiore anche per le applicazioni di robotica.
Ha origini nobili. È discendente di Logo, il programma con il quale Seymour Papert intese dar corpo alla sua idea costruzionista dell’apprendimento dei concetti matematici. Seymour Papert è un matematico che deve la sua sensibilità pedagogica ad una collaborazione giovanile con Jean Piaget e che ha poi lavorato nel laboratorio di intelligenza artificiale del MIT insieme ad uno dei fondatori del medesimo, Marvin Minsky.
Il logo è un vero e proprio linguaggio di programmazione orientato alla produzione di oggetti grafici: ogni istruzione è rappresenta da un codice scritto. Scratch introduce il concetto di rappresentazione grafica delle istruzioni: il programma si scrive combinando sullo schermo dei blocchetti il cui colore è associato alla tipologia delle istruzioni (controllo del flusso, input-output etc.) e la cui forma esprime le opzioni sintattiche di ciascun blocco, cosicché solo certi tipi di accoppiamenti sono possibili.
Per inciso, il Logo non è morto. Ne esistono varie implementazioni, una delle quali, LibreLogo, disponibile in LibreOffice a partire dalla versione 4.2.3.3.
Scratch nel frattempo è cresciuto. Cercheremo di scoprirne le caratteristiche nel seguito. Qui mi limito a citare un esempio, giusto per ricordare che è pensato sì per i bambini ma ciò non impedisce che ci sia gente che ci faccia dei balocchi assai complicati.
Si prenda ad esempio il calcolo delle prime cifre decimali di Pi Greco che, notoriamente, essendo un numero irrazionale ne ha infinite. Tanto per assaggiare – anche solo visualmente – la consistenza matematica del problema, andate a scorrere la pagina Wolfram sulle formule per calcolare Pi Greco. Bene, fatto questo, andate a vedere la pagina Scratch di questo matematico con la quale si possono calcolare migliaia di cifre decimali di Pi Greco. Nel link See inside si può andare a vedere il codice, scorrete la pagina del codice (a blocchi) sterminata…
Clicca qui per le versioni in lettura facilitata, EPUB e PDF.
La nostra idea è che per creare un buon ambiente di apprendimento si debba rinunciare a un po’ di controllo. Il controllo totale attiene alle faccende militari, non alla crescita di qualcosa di vivo – chi volesse raddrizzare tutti i giorni un olivo lo ammazzerebbe. La crescita richiede cura, che è una cosa ben diversa, e richiede tempo: la temporizzazione stretta che caratterizza tanta formazione è nefasta. A studiare molto in poco tempo si può anche imparare ma male, che delle volte è peggio che imparare poco – esattamente come a volersi riscaldare con un fuoco di paglia. Riflessione, discussione, richiedono tempo. Un tempo che l’università ha cancellato, prendendo il peggio dell’Ottocento e il peggio della contemporaneità. Ad esempio, fare finta che un TFA progettato per sei mesi o più possa essere fatto egualmente in due mesi vuol dire rinunciare alla missione formativa e avere in realtà altro a cui pensare.
Questa piccola premessa per introdurre il caos tranquillo dell’insegnamento di Laboratorio Informatico nel Corso di Laurea IUL in Metodi e Tecniche delle Interazioni Educative, dove, tanto per iniziare ci siamo riappropriati del tempo, dilatando un mese scarso in un semestre vero.
Quest’anno gli studenti sono quasi tutti insegnanti di scuola primaria, alcuni dell’infanzia. In questo periodo stiamo facendo esercizi di HTML. HTML?! Alle elementari?! All’asilo?!! Ebbene, grazie proprio al caos lento del laboratorio è emerso che almeno cinque di queste persone hanno avuto esperienze con la programmazione o vi sono interessate – linguaggio Scratch, robotica Bee-Bot. Se l’insegnamento fosse stato impartito al ritmo normale (frenetico) nessuno si sarebbe accorto di nulla e avremmo perso tutti un’occasione. L’occasione è questa: nel forum abbiamo proposto a coloro che hanno all’attivo qualche esperienza didattica di robotica e coding di organizzarsi proponendo materiali didattici per tutti gli altri. Noi docenti e tutor saremo i loro assistenti. Se quest’attività dilaterà troppo i tempi allora rinunceremo ad una di quelle programmate, convinti che un’esperienza di apprendimento fra pari, riferita a contesti professionali reali, sia un’occasione di grande valore da non perdere.
Gli esercizi con HTML sono una buona attività propedeutica, considerato che questo linguaggio è alla base di tutto ciò che vediamo nel web, che ci si può esercitare a costo zero in casa, usando software che viene gratis con tutti i sistemi operativi, che è perfetto per toccare con mano quanto sia possibile costruire subito qualcosa ma quanto impegno occorra per scrivere codice – forse per guardare con occhi diversi quel ragazzo svogliato in classe ma che la notte fa cose strane al computer…
Tuttavia il caos lento con cui sviluppiamo questi esercizi ci interessa solo in parte quale metodo di sviluppo di specifiche competenze tecniche, HTML o altro. Ci interessa invece più come incubatore di comunità di apprendimento, dove non ci sono solo studenti che apprendono e professori che distribuiscono conoscenza ma c’è una comunità composita che partecipa ad un’impresa comune, al termine della quale gli studenti avranno certo imparato qualcosa ma ognuno nella misura e nel modo che gli serve nella sua realtà professionale, i tutor e i docenti avranno ulteriormente consolidato e ampliato le proprie conoscenze, gli sviluppatori degli strumenti didattici avranno migliorato gli strumenti didattici, tutto questo per dare vita al nucleo di quella che si chiama una learning organization. Vediamo dunque qualche sprazzo della vita nel laboratorio.
In breve ecco come funziona. In questo laboratorio il ritmo viene scandito mediante la pubblicazione degli articoli pubblicati in questo blog, che vengono poi riuniti in una forma più organica in http://iamarf.ch, da dove possono essere scaricati in EPUB e PDF. Contestualmente vengono proposti semplici esercizi che gli studenti inviano sotto forma di documenti HTML per essere “appesi alla parete”, esattamente qui, dove il linguaggio HTML può essere usato senza limitazioni. Laddove necessario, questi lavori vengono discussi, attraverso i commenti in questo blog, nei blog o nel forum dell’ambiente IUL, talvolta per email.
La situazione può dunque parere dispersiva ma c’è dell’altro. La IUL quest’anno si è ricomposta in una nuova configurazione che prevede il rilancio di una serie di attività, fra cui la rivisitazione e lo sviluppo dell’ambiente informatico. Una delle novità consiste nell’introduzione dello strumento di blogging che, come qualsiasi altro software, per funzionare bene necessita di un dialogo persistente fra progettisti e utenti. Così chiediamo agli studenti di scrivere i loro codici anche nei post che scrivono sui blog UL e di contribuire segnalando eventuali comportamenti che sembrino anomali.
Certo, ci imbatteremo sicuramente in qualche imprevisto e avremo delle difficoltà. In altre parole, rinunciamo a una quota di controllo ma contiamo di trarre vantaggio da ciò che impareremo nel risolvere i problemi. Vediamo dunque alcuni sprazzi.
Gabriella e Luca segnalano che una finestra pop-up si apre lontano, in fondo alla pagina. Giovanni Spinelli, analista e sviluppatore software della IUL, corregge il problema e apre un blog anche lui, per discutere le segnalazioni e proporre soluzioni.
Sia a Luca che a Elena succede che il proprio codice HTML alteri tutto lo sfondo della pagina intera, non solo del post. Comprendiamo così meglio come il proprio codice possa interagire con quello originato dal servizio che provvede a impastare tutto per fabbricare la pagina che poi vediamo. Elena volge la caratteristica a proprio favore per “imporre” uno sfondo eclatante al suo blog.
Vari studenti si accorgono che se nei titoli di un post ci sono degli apostrofi, quando salvano il post dopo una modifica compaiono altri caratteri prima dell’apostrofo. Analizziamo il problema e Giovanni lo risolve.
Gabriella mi segnala che sarebbe meglio se in questo blog ci fosse un link all’ambiente di formazione IUL. Provvedo e ringrazio.
Gabriella segnala che non riesce a caricare immagini nell’ambiente IUL per linkarle nei post. Scopriamo un problema che Giovanni risolve.
Elena, Luca e Gabriella hanno problemi con il codice per realizzare i rimandi alle note in una pagina, che funziona come HTML o all’interno di un blog in WordPress.com ma non nel blog IUL. Gabriella scopre da sola un modo per farlo funzionare anche nel blog IUL, usando l’attributo ID anziché NAME nelle ancore: <A ID=”pippo”><A> anziché <A NAME=”pippo”><A>, come avevo “insegnato” io. Giovanni ci spiega come stanno le cose. Tutti impariamo che è meglio usare ID anziché NAME in questo caso. Aggiorno conseguentemente le “dispense“.
Manuela e altri segnalano che ci si può aiutare con la W3Schools. Gli studenti precorrono: era una delle cose che volevo dire.
Precorrono anche in altre occasioni. Cinzia, in un commento nel blog di Giovanni fa una domanda sulla differenza fra il codice <i></i> e <span style=”font-style:italic;”></span>. Ci stiamo per arrivare. Ecco, nella nostra idea, quando succede che gli studenti precorrono allora vuol dire che stiamo andando bene.
Giovanni offre una sorta di palestra HTML. Tutti gradiscono.
Manuela ha l’idea di utilizzare il blog IUL per fare una cosa utile in due insegnamenti, compilando un piccolo vocabolario di filosofia per “Pedagogia delle Risorse Umane” e allo stesso tempo facendo un esercizio HTML per il laboratorio, precorrendo le tabelle.
Però ….. ora che ci penso, alla IUL mancava qualcuno che effettuasse il debug del mio lavoro.
Con questo BLOG ho guadagnato questo servizio.
Continuate così.
Certo, con questo blog, ma in un contesto che prevede di non prevedere tutto.
IUL
La IUL – Italian University Line è un’università telematica pubblica, non statale, istituita nel 2005. L’Ateneo è promosso dal Consorzio IUL, composto dall’Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) e dall’Università degli Studi di Firenze. È autorizzata a istituire corsi universitari a distanza: laurea triennalee laurea magistrale, master di I e II livello, corsi di perfezionamento e di aggiornamento professionale.
La IUL ha come mission quella di erogare formazione continua al personale della scuola, ma, più in generale, si pone come punto di riferimento per l’apprendimento permanente, proponendosi come una sorta di “Lifelong Learning University” per tutti coloro che desiderano acquisire conoscenze immediatamente spendibili nel proprio ambito professionale.
Sono curiosa di conoscere quale editor ha utilizzato il prof. perchè l’html è pulito e il blog [sito] http://iamarf.ch/ è bello chiaro. Aprendo il codice vedo che ha utilizzato un foglio di stile CSS per definire l’impaginazione, ma non riesco ad individuare con cosa sia stato generato.
Rispondo qui perché la questione è interessante e si presta ad un paio di considerazioni. La prima.
La mia regola è questa: usare lo strumento minimo che consente di conseguire l’obiettivo significativo. Se vogliamo è un corollario delle regole di scrittura di Orwell. Anche con gli strumenti: il superfluo rischia d’esser dannoso.
Nello specifico della domanda di Gabriella, per scrivere i file HTML e CSS uso quasi solo Vim, un editore di testo derivato dallo storico editore vi per Unix, che risale al 1976! Quindi scrivo tutto “a mano”. Inoltre faccio larghissimo uso del copia-incolla, una virtù fondamentale di chiunque scriva frammenti di codice, di qualsiasi tipo. In questo un editore di testo puro ma sofisticato può essere molto utile. La questione è il controllo e, conseguentemente la libertà: sapere esattamente cosa stai facendo. Al contrario, se usi un sistema WYSIWYG (ciò che vedi è ciò che ottieni) tutto sembra molto più facile ma in certe situazioni puoi impazzire perché il sistema non fa quello che che vuoi. Copia-incolla che può essere fra propri frammenti di codice ma anche da codice scritto da altri di cui ci si fidi, sia dal punto di vista tecnico che etico.
Per esempio, i caratteri stilistici delle pagine che vi sto proponendo (per ora in http://iamarf.ch e http://iamarf.ch/iul) li ho tratti dal sito di un mio caro amico: Istituto di Cultura Italiana (in Tbilisi). Mi limito a citarlo perché la sua storia meriterebbe un romanzo piuttosto che un post, malgrado il fatto che abbia la metà dei miei anni. Tommaso è un letterato ma è anche un raffinato autore di software, tanto fuori dalla corrente quanto geniale. Ha realizzato siti web complessi utilizzando solo il Blocco note di Windows. Apprezzo la nitidezza delle sue soluzioni grafiche anche, e forse soprattutto, perché riflettono l’etica limpida che ispira il suo pensiero e le sue azioni. Competenza e visione etica di cui in un paese come il nostro nessuna delle istituzioni che conosco saprebbe che farsene, purtroppo. Infatti ora è in Georgia e pare che si trovi bene.
La seconda considerazione attiene a ciò che sto cercando di fare con il server http://iamarf.ch, perché anche questo è emerso nel forum IUL e anche questo può essere di interesse generale.
L’insegnamento che sto tenendo nella Italian University Line si chiama “Laboratorio Informatico” ma il contesto è quello di un’università telematica. Come può essere quindi un laboratorio online? Per di più quando ci ritroviamo…
nozionismo, didattica trasmissiva, classi “pollaio” in Italia, contro learning by doing, costruttivismo e “classi laboratorio” (digitalmente aumentate) in Europa
… come ha scritto Paolo Ferri oggi in Agenda Digitale. Come fare dunque questa cosa? Risposta: facendo (per davvero) cose molto semplici e comunicando molto: – cura della comunità di pratica. Fuori dai piedi tutto ciò che è orpello o sovrastruttura inutile. Invece, varietà di strumenti e soluzioni, alle basi, dritti ai concetti fondanti.
HTML dunque, un po’ di CSS, un brandello di Javascript, forse, giusto per avere un’idea di come sono architettate le cose. Poi altra roba. Non ci interessa la competenza del tecnico – queste persone fanno gli insegnanti – ci interessa la familiarità con la Macchina, la percezione di cosa c’è sotto i bottoni colorati, la capacità di intervenire un po’ più consapevolmente dentro l’editore di un forum, di un blog o di un wiki. La consapevolezza di poter costruire e non solo consumare. Consapevolezza che si potrebbe insegnare anche ai giovani, invece di comprare loro app.
HTML manipolato con editori di testo e visualizzato sul browser del proprio computer: un laboratorio magnifico – tentativi, imparare facendo. Ma così facendo manca ancora la dimensione corale del laboratorio. Ecco che serve un luogo dove “attaccare al muro” i propri lavori per poi discuterli insieme: http://iamarf.ch/iul. Un luogo dove ciò che scrivi è ciò che vedi, non ciò che vedi è ciò che ricevi.
Allo stesso tempo un luogo dove anche l’arrovellìo del docente sia visibile – il laboratorio. Qui si tratta di convertire il marasma di informazioni, frammentato negli anni, dalla forma blog in una più organica. Una sorta di libro in divenire anche se il sottoscritto non scriverà mai un libro, giusto per mostrare quello che si può fare e come si può fare, semplicemente. Ecco quindi che nel medesimo laboratorio andiamo condensando i vari testi sparsi qua in un capitolo introduttivo su HTML: http://iamarf.ch. In tre diverse forme la cui essenza è determinata dallo scopo:
HTML con disegno massimamente chiaro e accessibile, per essere frugato sullo schermo del computer – il regno del link;
EPUB per la lettura su ebook di vario genere, tablet ecc. – testo che si adatta allo schermo sempre diverso – smartphone, tablet, e-reader – come fosse liquido in un recipiente;
PDF per la lettura su carta – pagine “fotografate” per essere riportate sulla carta.
Gli esercizi HTML semplici ma senza limiti vengono poi riportati nel blog. Da qui la trovata di rendere visibili anche dall’esterno i blog che i partecipanti della IUL possono aprire nel loro ambiente. Anzi, da oggi è anche possibile commentare i post dall’esterno. È un fatto notevole: di solito tutto ciò che è istituzionale è chiuso dalle nostre parti. Che succede dunque se si riporta quel codice HTML in un ambiente di pubblicazione, come il blog? Va sempre tutto bene? Oppure no? Occasioni di riflessione, approfondimento, elementi di doma della Macchina.
Forse ci verranno altre idee ma il principio è lo stesso: poca teoria ma applicata tutta, molto dialogo. Non sarà mai come un laboratorio vero ma forse lo sarà di più di tutti quelli veri che non ci sono.
Regole di Orwell per la scrittura efficace.
Non usare mai metafore, similitudini, o figure retoriche che vanno per la maggiore nella stampa.
Non usare mai parole lunghe dove ce ne potrebbe stare una corta.
Se puoi eliminare una parola mantenendo intatto il significato, eliminala.
Non usare mai il modo passivo dove puoi usare anche l’attivo.
Non usare una frase straniera, parola scientifica o di gergo se conosci una parola di uso comune che esprime lo stesso concetto.
Infrangi queste regole prima di scrivere qualcosa di ridicolo.
Gli strumenti per lavorare con i documenti HTML sono due: uno per la composizione e uno per la visualizzazione. I documenti HTML si visualizzano con il navigatore (browser) delle pagine Web: Firefox (tutti i sistemi), Chrome (tutti i sistemi), Chromium (Linux), Internet Explorer (Windows), Safari (Mac), Opera (Linux) sono i più comuni. Per comporre i documenti HTML ci vuole un editore di testo, che è una cosa diversa da un word processor, tipo Write di LibreOffice o OpenOffice, Word di MS Office.
Tocchiamo la cosa con mano – scrivo le istruzioni per Windows, che è il sistema più diffuso. Crea da qualche parte nel tuo sistema una cartella per fare gli esercizi, vai in Avvio (pulsante in basso a sinistra con la “bandiera” di Windows), scrivi Blocco note (Notepad) e premi Invio (chi ha il Mac deve aprire il programma Textedit e porlo nel modo Testo, non RTF, c’è un’apposita voce di menu). Parte così l’editore di testo standard di Windows. Con il Blocco note così aperto scrivi il testo “pippo” – giusto questi 5 caratteri, senza l’Invio, salva il file dandogli il nome pippo.txt nella cartella che avevi creato. Apri quindi il tuo Word processor preferito – non importa quale – poi scrivi lo stesso testo “pippo”, senza premere Invio, e salva nella medesima cartella il file con il nome pippo.docx o pippo.odt o quello che vuoi, a seconda del word processor che hai usato. A questo punto abbiamo scritto la stessa identica cosa in due modi diversi, giusto? Guardando nella cartella che contiene tali file, confronta la dimensione dei file, cliccando con il tasto destro del mouse sul nome, poi scegliendo la voce Proprietà in fondo al menu volante che si sarà aperto. Io l’ho fatto in questo momento ed ho ottenuto 5 byte per il file pippo.txt e 11417 byte per pippo.docx!
Anche per chi non ha chiari i concetti di codifica dei caratteri (chi vuole può provare a chiarirsi le idee leggendo questo articolo) la relazione fra la lunghezza del file pippo.txt e il numero di caratteri che compongono il testo pippo è evidente: sono ambedue 5. È sempre confortante quando le cose tornano. Potete verificare aggiungendo qualche carattere e vedere che succede. Perché invece la lunghezza del file pippo.docx è enormemente maggiore? La bellezza di 11417 bye per avere scritto esattamente lo stesso testo di 5 lettere!
Ebbene, è proprio qui la differenza: un editore di testo lavora solo sui caratteri del testo e solo quelli scrive sul file, il word processor invece ti consente di lavorare sui medesimi caratteri ma si aspetta che tu definisca anche come debba apparire il testo, ecco perché tutti quei comandi sulla formattazione di caratteri, paragrafi, pagine ecc. Tutte informazioni che da qualche parte devono pur stare e che, nell’esempio che abbiamo appena fatto, stanno in quei 11417 – 5 = 11412 byte. Non importa che non si sia specificato nulla scrivendo pippo con Word, lui scrive comunque nel file tutte le informazioni, anche se queste sono tutte di default, ovvero quelle ovvie, che non si sta a specificare. Come dire che i word processor nei file scrivono testo e metatesto mentre gli editori di testo scrivono solo il testo. I Word processor ti fanno vedere il testo come dovrebbe apparire nella versione finale – WYSIWYG: What You See Is What You Get, quello che vedi è quello che ottieni – mentre lo componi. Lavorando invece con gli editori di testo, per esempio con file HTML (ma esistono anche altre codifiche simili), siamo noi che scriviamo il metatesto sotto forma di comandi HTML frammisti al testo vero e proprio. Poi per vedere il risultato dobbiamo vedere il file con un navigatore.
Esistono anche software di tipo WYSIWYG per lavorare in HTML ma si tratta di software complessi utilizzati da chi produce siti Web. Non è il nostro caso, perché noi siamo invece interessati a sporcarci un po’ le mani, per i motivi elencati nell’Introduzione. Va anche detto che ci sono anche professionisti che preferiscono lavorare con gli editori di testo, per avere il controllo completo del codice prodotto. Sì, perché questo è un po’ il problema dei software WYSIWYG: tanto più si accetta la comodità quanto più si deve anche accettare che il software prenda delle decisioni al nostro posto, e non è sempre detto che queste siano quelle che noi preferiamo. Anche Word e i suoi simili, fra le mille cose che possono fare, possono anche leggere file HTML e scriverli ma lo fanno creando un codice HTML molto arzigogolato e per nulla ottimale – questo articolo (in inglese) analizza un po’ il problema.
Anche qui possiamo sperimentare di persona con un esercizio. Apri nel tuo navigatore questa semplice pagina. La struttura si commenta da sola: l’ho scritto nel più semplice ancorché sintatticamente corretto dei modi. È il momento di imparare un’altra cosa: Quando guardi una pagina Web tu ne puoi vedere anche il codice! In tutti i navigatori e in tutti sistemi si può visualizzare con una semplice combinazione di tasti: Ctrl-u con Windows e Linux e Mela-u con il Mac. Se confronti il testo con il suo codice inizi a farti un’idea di come funzioni la codifica HTML. Naturalmente, le pagine “vere” hanno un codice molto più complicato, puoi provare con questo stesso documento, che mi sto comunque sforzando di scrivere in maniera semplice pur ottenendo una qualità del testo che mi pare buona. Bene, puoi salvare nella solita cartella di lavoro il codice HTML che hai appena visualizzato con la combinazione Ctrl-u, e dopo avere fatto un clic sulla finestra per essere sicuro che sia quella attiva, utilizzando quest’altra combinazione di tasti: Ctrl-s (Mela-s per il Mac). Appare così la classica finestra di dialogo che ti consente di scrivere il file dove vuoi e con il nome che vuoi. Una volta fatto questo, vai nel tuo word processor (Word o altro) e apri tale file. Fin qui nulla di diverso dal solito, dovresti vedere il documento come lo hai visto nel navigatore. Le cose si complicano quando provi a salvare il file dandogli un altro nome (comando Salva con nome): il nuovo file è molto più grande, se lo apri con l’editore di testo ci trovi una marea di codice che prima non c’era e non solo, è apparsa anche una cartella che contiene altri file! È il modo di gestire i documenti HTML di Word – da dimenticare se ti interessa il controllo su ciò che fai.
Blocco note per Windows e Textedit per Mac non sono gli unici editori di testo. Ve ne sono tanti e anche molto sofisticati, pensati proprio per chi scrive software. Vedere in questa pagina per avere un’idea di quanti ce ne sono! Se dovessi dare un’indicazione: Notepad++ per Windows e TextWragler per Mac mi sono sembrati ottimi, avendo avuto occasione di usarli entrambi. Ma non vi sono pareri assoluti in queste cose, le opinioni si sprecano. La cosa migliore è provarne alcuni e rimanere con quello che ci sembra meglio. Una caratteristica che quasi tutti questi editor più sofisticati hanno è la colorazione sintattica (evidenziazione sintattica, syntax highlighting), vale a dire l’uso dei colori per differenziare gli elementi di un certo tipo di codice. Una cosa semplice ma di grande utilità quando si deve rovistare in codici lunghi e complessi, ma non solo.
A questo punto potrebbe essere venuto il momento di esercitarsi un po’, provando qualche variante intorno all’esempio semplice visto, soprattutto con lo scopo di sperimentare l’uso degli strumenti. Proponiamo due metodi e vi invitiamo a sperimentare entrambi, nella successione sotto indicata.
Nel laboratorio a casa
È semplice. Scrivi la tua pagina HTML con Blocco note o un altro editore di testo che ti sei divertito a scaricare e salvala con un nome che abbia estensionehtml, ad esempio, se vuoi chiamare il file pippo, quando lo salvi specifica il nome pippo.html. Così ci si assicura che il sistema operativo tratti correttamente il file in rapporto al suo contenuto. Poi apri il navigatore (Firefox, Chrome o quello che vuoi) e nel suo menu seleziona File->Apri… sì perché nel navigatore si possono tranquillamente caricare anche file HTML che si trovano sul proprio computer e non solo in Internet! Nella finestra di selezione del file vai a cercare quello che hai appena salvato e caricalo. Se ti sembra di dover cambiare qualcosa, torna nell’editore di testo, fai i cambiamenti, risalva il file e poi ricaricalo nel navigatore: in quest’ultimo si può dire di ricaricare una pagina anche con la combinazione di comandi Ctrl-r in Windwos e Mela-r nel Mac. È molto probabile che tu debba seguire questa sequenza reiterate volte prima che tu ti ritenga soddisfatto. Se vuoi velocizzare il workflow puoi divertirti a fare come fanno i professionisti, che toccano il meno possibile il mouse; ad esempio la sequenza Sono nell’editore e salvo il file -> Vado nel browser -> Ricarico il file nel Browser -> Torno nell’editore si può realizzare tutta sulla tastiera: Ctrl-s -> Alt-Tab -> Ctrl-r -> Alt-Tab e così via. Questo perché Alt-Tab consente di saltare ciclicamente da un’applicazione all’altra, fra quelle aperte. La prima che offre con il primo Alt-Tab che fai ti riporta all’ultima che avevi visitato, quindi se ripeti più volte il comando, salti avanti e indietro fra le ultime due applicazioni aperte. Se invece ne hai molte e vuoi scorrere alle altre devi tenere premuto il tasto Alt e battere successive volte il tasto Tab.
Quando sarai soddisfatto del risultato finale, mandami – per ora via email – il tuo file ed io lo caricherò nel mio server in maniera che lo si possa mostrare a tutti.
Nel blog della IUL
Probabilmente hai già aperto il tuo blog nell’ambiente IUL. Se non l’hai ancora fatto aprilo ora. In ogni caso inviami l’indirizzo URL del blog (per esempio il mio è http://www.iuline.it/ambiente/blog/iamarf/, il tuo sarà qualcosa del tipo http://www.iuline.it/ambiente/blog/qualcosadituo/. Se per caso hai già un altro blog e vuoi usare quello va bene lo stesso. Poi vi insegnerò un modo per tenere traccia di tutti questi blog. Ora però continuiamo l’esercizio. Apri l’editore di testo sulla pagina HTML che hai scritto nella prima parte. Evidenzia tutto e copiala nella clipboard – ti sto dicendo di fare il famoso copia/incolla – Con la combinazione Ctrl-c oppure con la voce di menu Modifica->Copia. Poi loggati nell’ambiente IUL, vai al tuo blog: http://www.iuline.it/ambiente/blog/qualcosadituo/. Inizia la scrittura di un nuovo post. Nella finestra di editing che si apre, selezionate l’icona <> che si trova sinistra. Si apre così una finestra intitolata Source code, ecco, lì dentro copia il tuo codice, con la combinazione Ctrl-v oppure con la voce di menu Modifica->Incolla. Salva e guarda il risultato. Ci potrebbero essere delle differenze rispetto al primo esercizio. Può essere normale. Non ci impazzire, le discuteremo insieme.
“La cultura umana si sviluppa sul substrato di un insieme di linguaggi e strumenti universali, ad esempio lingue naturali e linguaggio matematico fra i primi, carta e penna fra i secondi. Compito primario della scuola è aiutare a comprendere e utilizzare questi linguaggi universali. “
È da qui che dobbiamo partire per introdurre il lavoro del secondo modulo sul linguaggio HTML.
Gli uomini comunicano mediante linguaggi universali fondati su sistemi di simboli, grammatiche, notazioni musicali, formalismi matematici. Per utilizzare questi linguaggi occorre padroneggiare le rispettive simbologie, che non sono piovute dallo spazio ma sono un’emanazione della mente umana, o meglio dalla collettività delle menti umane, al di là di ogni limite spaziale e temporale. Le espressioni umane sono rese possibili dall’esistenza di specifici dispositivi mentali innati. Ad esempio Noam Chomsky, a proposito di lingue naturali, parla di una grammatica universale, espressione di un dispositivo linguistico che sarebbe presente nella mente di tutti, fin da bambini. Poi, l’esposizione ad un determinato contesto linguistico e culturale fa sì che il bambino moduli la sua grammatica universale in quella di una lingua specifica. In questo modo l’apprendimento della lingua madre non è una cosa che i bambini fanno ma una cosa che succede loro, se il contesto ambientale è favorevole in una certa finestra temporale. I sistemi di simboli si sono evoluti nel corso di un lungo processo evolutivo, attagliandosi a tale meccanismo; sono in altre parole figli dei dispositivi presenti nella nostra mente, a loro volta evolutisi dai tempi di Lucy ad oggi – un paio di milioni di anni. Questo vale probabilmente anche per i sistemi matematici e musicali. In generale, il pensiero ha una base innata ma è comunicabile grazie all’esistenza di precisi modelli formali, tutti basati su precisi sistemi di simboli.
La comunicazione point-and-click è una novità di un minuto fa, per così dire. Il sottoscritto era già un esperto programmatore quando vide un mouse per la prima volta, negli anni ’80. Trent’anni, niente rispetto ad un’evoluzione che si misura in centinaia di migliaia di anni – trecentomila diviso trenta fa diecimila: l’era del point-and-click è un decimillesimo della storia della cultura umana, ad essere ottimisti. Ritenere che ora si possa volare ovunque grazie al point-and-click è – mi si perdoni la brutalità – un pensiero imbecille. Non si nega l’utilità del meccanismo point-and-click nell’uso delle risorse del Web, e nemmeno la straordinaria ricchezza delle risorse di quest’ultimo – vedi il commento sulle OER fatte in un post recente. Qualsiasi uomo curioso non può che entusiasmarsi di tutto questo e ogni rifiuto aprioristico di tale ricchezza costituirebbe una negazione dell’intelligenza ma questo non significa che si debba rinunciare all’apprendimento dei sistemi di simboli fondamentali che sorreggono il pensiero.
Venendo al contesto formativo – che ci interessa qui – di questi tempi proliferano le discussioni intorno all’impiego delle tecnologie nella scuola, in un panorama caotico dove qua i genitori finanziano la carta igienica, nel paese accanto ci si arrovella su come spendere un finanziamento di svariate migliaia di euro per fare la “classe 2.0”, l’altro giorno una persona che si occupa di LIM racconta che abbiamo reso 780 milioni di Euro di finanziamenti europei PON perché non abbiamo saputo spenderli [1]. In uno scenario simile prevalgono facilmente gli acquisti indiscriminati sotto la pressione pubblicitaria. Il risultato è che, di fatto, quasi tutto passa dal touchscreen, che comprende smartphone, tablet, LIM compresa la quale, in sintesi, non consiste altro che nell’interfacciamento di un computer con un grande touchscreen.
Intendiamoci, la tecnologia touchscreen non ha niente di diabolico di per sé. Tutti i dispositivi sono computer oggi, dall’orologio al supercomputer parallelo, smartphone e tablet compresi, quindi hanno tutti un’architettura di base simile e tutti funzionano con la stessa logica. La differenza sta nel come sono stati messi sul mercato. Approfondiremo in altre occasioni ma la sostanza è che questi prodotti vengono offerti con la logica di fidelizzare il cliente, al punto di renderlo prigioniero del prodotto, una logica che è stato possibile realizzare con grande successo, mediante il lancio del nuovo hardware (touchscreen) e della nuova forma di distribuzione di software fatta di app, l’apoteosi del point-and-click che però ha estromesso qualsiasi linguaggio formale universalmente condiviso. Si parla di “nuove grammatiche” ma non confondiamoci: si tratta di banali regolette stabilite dal produttore della singola app che stabilisce cosa puoi cliccare e cosa puoi fare con ogni clic – magari in una app con un documento PDF puoi fare due cose mentre in un’altra no, o ne puoi fare di diverse, ma non sei tu che decidi. In altre parole, ci troviamo nella Torre di Babele; soprattutto, lasciamo che i giovani ci crescano. L’immagine è un po’ quella del genitore che con l’idea peregrina di essere amico dei propri figli fa un gran pasticcio, ammiccando superficialmente al nuovo.
Ma perché proprio il linguaggio HTML? L’obiettivo che ci poniamo è più culturale che tecnico. Nessuno di noi ambisce a fare il progettista di siti, come qualcuno potrebbe immaginare, considerato che HTML è il codice di base con il quale si compongono le pagine web. No, approfondiamo qualche elemento di HTML per i seguenti motivi:
L’HTML è una delle prime cose che si trovano quando si cerca di sbucciare questo corpo tecnologico, quel tanto che basta per scorgere, subito sotto, i linguaggi e gli strumenti che ne costituiscono l’essenza (Ibidem). L’HTML è uno dei linguaggi universali del Web, il primo. Tutto ciò che vedete poggia (anche) su di esso.
Può obiettivamente servire. Basta voler scrivere qualcosa in un blog, wiki o servizio similare, per rendersi conto che sapere manipolare un minimo il codice HTML dà maggiore libertà nel controllare la forma di quello che si scrive, rispetto ai comandi iconografici usualmente messi a disposizione. La forma nella scrittura digitale è tanto importante quanto lo è la calligrafia nella scrittura manuale – ebbene sì!
È un esempio interessante e importante di come oggi testo e metatesto si integrino: i comandi sono frammisti al testo medesimo su cui devono agire: scrivendo Pippo impartisco al navigatore che rappresenterà sul vostro schermo questo testo l’ordine di scrivere la parola “Pippo” in grassetto, così: Pippo. In questo caso per metatesto intendiamo comandi che impongono una qualche manipolzaione della forma grafica del testo e che non appariranno sul medesimo. Si tratta di un codice e questa particolare forma di codice ricade nella categoria dei linguaggi marcati, markup language, con i quali il testo viene marcato conn i comandi che devono agire su di esso. HTML: HiperText Markup Language.
Un laboratorio non potrà mai essere realizzato veramente in un contesto online ma se è a questo che siamo confinati, allora ne possiamo fare un surrogato forse decente mettendo su delle semplici esercitazioni in HTML, considerato che i risultati possono essere mostrati a tutti e quindi facilmente condivisi – non così facilmente in realtà ma anche questo è istruttivo.
Alla fine avremo comunque “smanettato un po’” e questo dovrebbe far bene alla confidenza con la Macchina, che è un discreto obiettivo per un laboratorio.
Note
La fonte è una conoscenza personale ed è seria ma mi piacerebbe verificare ulteriormente. Se qualcuno conferma e dà ulteriori riferimenti mi fa piacere. Torna indietro
Questo breve post, composto da un’osservazione sperimentale e da una segnalazione, è rivolto a
tutti e tutta la comunità #loptis, per enfatizzare l’importanza del ruolo che oggi rivestono le Open Educational Resources (risorse didattiche aperte), spesso utilizzate inconsapevolmente
gli studenti IUL del Laboratorio Informatico #linf14, per il motivo precedente ma anche perché saranno presto invitati ad utilizzare risorse del genere
gli insegnanti di matematica per la preparazione degli studenti per la maturità.
L’osservazione
L’osservazione sperimentale concerne un campione di 568 studenti di medicina ai quali è stato chiesto di comporre un tema a piacere, partendo da una rosa di argomenti suggeriti ma non limitandosi obbligatoriamente a questi. Il contesto è quello dell’insegnamento di informatica che nella Scuola di Scienze della Salute Umana di Firenze si propone al secondo semestre. I dati che riporto qui in forma di istogramma si riferiscono ai 462 studenti che hanno già presentato i loro elaborati per la presente sessione di esami estiva.
Distribuzione degli argomenti scelti dagli studenti in un tema a piacere per l’insegnamento di informatica al primo anno di medicina – clicca l’immagine per vederla meglio.
L’istogramma mostra quanti sono gli studenti che hanno scelto un certo tipo di argomento. È composto da una “testa” a sinistra e da una “coda lunga” a destra. La testa comprende gli argomenti suggeriti, la coda esprime le scelte originali. Vale la pena lasciare la libertà di inventare: c’è chi si è spinto ben oltre la scrittura di un testo, per esempio realizzando un progetto per monitorare il respiro dei neonati con Arduino!
“Nonostante la mia patente ECDL e il mio diploma scientifico a indirizzo PNI (Piano Nazionale Informatica), conseguito peraltro col massimo dei voti, posso testimoniare che queste problematiche non vengono neanche minimamente accennate.”
Qui ci interessano le OER. Provo a liofilizzare i 138 temi:
Non sapevo che questa cosa che ho sempre usato avesse un nome e fosse una cosa seria.
Per me sono state fondamentali fino dai primi anni del liceo, tutte le volte che volevo approfondire qualcosa ma soprattutto in quei casi in cui il professore non sapeva spiegare o comunque io non lo capivo. Non so come avrei potuto fare senza i video della Khan Academy o il servizio WolframAlpha, in certi casi.
Ora all’università sono ancora più utili, dove i professori spiegano anche peggio, salvo alcune eccezioni, non possono seguirci personalmente, spesso non ci danno nemmeno “le slide” e ci dobbiamo affidare alle “sbobinature”.
Ci sono materie dove le OER sono indispensabili, per esempio per le dissezioni anatomiche che non possiamo fare, per la nostra numerosità (>500) e per le difficoltà burocratiche che abbiamo in Italia: le risorse online sono fondamentali per capire come stanno le cose.
Le OER vanno però sapute gestire: sono ottime per conoscere lo stato dell’arte ma non bisogna dimenticare che molti professori vogliono sentire la materia come la “hanno detta loro” – succede anche che professori diversi la vogliano sentire in modo diverso su di uno stesso argomento e a noi per passare l’esame serve anche questo.
Concludo: le OER ci sono e gli studenti le usano, comunque e spesso molto bene. Invece di ridurre la questione a “non fare il copia/incolla da Wikipedia” sarebbe meglio rendersi consapevoli di questa straordinaria realtà mettendola adeguatamente a frutto.
La segnalazione
Ho ricevuto da più parti la segnalazione di SOS-Matematica.it, una recente iniziativa di OilProject, un servizio che offre circa 5500 lezioni su una varietà di argomenti. In SOS-Matematica.it si possono porre domande di matematica di qualsiasi tipo e 7 persone sono lì pronte a rispondere.
Sono ormai diversi anni che da queste parti usiamo il blog come uno strumento didattico ma l’idea di chiedere alle persone di fare un account, spesso l’ennesimo account, può creare qualche perplessità. Non vi è niente di male di per sé ma sempre più i servizi Web rappresentano un terreno di conquista – conquista di mercato, accaparramento di clienti, fidelizzazione dei medesimi ecc. Non tutti i servizi sono uguali da questo punto di vista, ve ne sono di più intrusivi e di più rispettosi ma sempre entità commerciali sono. Questo è un aspetto che contrasta un po’ con quell’idea di territorio libero che ci piacerebbe sostenere.
È anche in base a motivazioni del genere che è emersa l’idea di dotare l’ambiente informatico della IUL di un servizio di blogging. Il servizio è stato appena attivato, avrà bisogno di qualche rifinitura ma può già essere utilizzato. Non è pubblico in quanto riservato agli studenti, ai docenti e al personale IUL. Tuttavia i blog sono visibili dall’esterno e chiunque può contribuirvi con dei commenti, sempre che l’autore lo consenta. L’editor dei testi si confronta bene con quelli dei servizi più noti, dispone di un notevole set di opzioni e consente di editare il testo anche in HTML – una caratteristica che lo rende molto interessante per realizzare un piccolo laboratorio condiviso di HTML. I post e i commenti sono inoltre tracciabili mediante il meccanismo dei web feed. Insomma ha tutto quello che serve per un’esperienza didattica completa.
Qui interessa mettere in evidenza la decisione da parte di un’istituzione di formazione che mette a disposizione degli studenti un servizio Web che interagisce con l’esterno, uscendo dalla logica usuale delle piattaforme blindate. Pare un fatto positivo.
Ieri (sabato 30) ho partecipato a un incontro di formazione a Castel del Piano. Sotto riporto in forma schematica quello che ho inteso dire. Mi rendo conto che è un racconto che lascia un po’ assetati ma per il momento è un argomento che preferisco approfondire vis-vis, quando capitano le occasioni, come questa di cui stiamo dicendo.
Prima voglio dire che sono stati molto interessanti i contributi dei compagni di parola: eBook di Angela Iaciofano, mondi virtuali di Gianni Panconesi, LIM di Sauro Baci, il tutto riferito a contesti didattici. Ho imparato diverse cose. Ringrazio loro, Patrizia Matini, Dirigente dell’Istituto Comprensivo Vannini Lazzaretti che mi ha offerto quest’occasione, Nicoletta Farmeschi e Antonella Coppi che vegliano su tutto.
Preparando i balocchi… (foto di Iangela Iaciofano)
E bisogna anche dire che lavorare in un ambiente così suggestivo come il Palazzo Nerucci è davvero bello. Si deve ringraziare Fiora Imberciadori per questo.
Ora la sintesi del discorso fatto a Castel del Piano
Cercando di collegare passato e futuro (foto di Nicoletta Farmeschi)
La cultura umana si sviluppa sul substrato di un insieme di linguaggi e strumenti universali, ad esempio lingue naturali e linguaggio matematico fra i primi, carta e penna fra i secondi. Compito primario della scuola è aiutare a comprendere e utilizzare questi linguaggi universali.
Universali perché possono essere appresi da chiunque lo voglia. Il limite è determinato dagli obiettivi che mi pongo, dalla mia volontà, non da fattori esterni. Se voglio imparare il finlandese lo posso fare, non devo chiedere il permesso a qualcuno.
Di fronte a un foglio di carta con una penna in mano, la mia libertà di espressione è totale: un pensiero, un disegno, una poesia. Piego il foglio, lo metto in una busta e lo spedisco a un amico. Lui potrà capire perché il messaggio è espresso in un linguaggio universale. Il tipo di carta, la marca, il mezzo usato per tracciarvi i simboli possono connotare il messaggio, in qualche maniera, ma non possono impedirne l’intelligibilità: l’amico non deve pagare i diritti di uso di quel tipo di carta per poter accedere al messaggio.
Oggi, con le nuove tecnologie non è più così, non per motivi tecnici ma per motivi economici. In realtà la tecnologia dispone di linguaggi e strumenti universali che possono essere usati per esprimersi, creare e comunicare ma i più non ne percepiscono l’esistenza, intrappolati in una sorta di gigantesco supermercato, dove si può avere quasi tutto, non da conquistare con impegno e fatica ma da comprare. Tutto si riduce alla disponibilità delle “risorse” per “avere” il prodotto finito – la soluzione. Un mondo tecnologico ma del quale i più abitano lo strato esterno, la buccia, tanto estesa ma tanto sottile.
Non demonizzo l’economia in sé. Anche il libro di grammatica per studiare il finlandese ha un costo ed è giusto che lo paghi per remunerare coloro che hanno creato e prodotto il libro. Ma una volta pagato il giusto prezzo la questione sta tutta fra me e il finlandese: arriverò dove potrò, quando lo vorrò, per tutta la vita, in piena libertà. E quando non avrò più bisogno della grammatica sarò libero di regalarla a un amico.
Denuncio invece il limite che un numero crescente di tecnologie pongono alla mia libertà di espressione e di comunicazione.
Cerco quindi di sbucciare questo corpo tecnologico, quel tanto che basta per scorgere, subito sotto, i linguaggi e gli strumenti che ne costituiscono l’essenza – linguaggi e strumenti universali. Non lo faccio parlando direttamente di questa o quella tecnologia ma narrando alcune storie di donne e uomini. Storie di minoranze, di persone che ad un certo punto della loro vita hanno rifiutato un’offerta che a tutti sarebbe parso impossibile rifiutare, di persone che non si sono limitate al loro ambito disciplinare e che non si sono limitate a ciò che erano tenute a fare.
Emerge così la dimensione etica – seconda parola chiave di questa esposizione, dopo i linguaggi universali. Una dimensione che si intreccia con quella del profitto in ambiti inaspettati. Non si narra la storia di un mondo che sta diventando buono – sarebbe una bugia – ma la storia di un mondo che sta diventano sempre più complesso – complessità, la terza parola chiave?
Focalizzo l’attenzione su etica e complessità. Faccio esempi significativi nell’ambito scolastico. Enuncio una tesi sgradevole che riporto qui in forma sintetica: riempiendo di congegni alla moda le classi si educano consumatori – carne da macello – anche se si tratta di congegni conditi in saporite salse didattiche.
Suggerisco di volata qualche alternativa. Ce ne sono diverse, buone per tutti i contesti, costano poco e tutte riconducono ai linguaggi universali, o comunque graffiano la buccia delle “interfacce accattivanti”. Sono più faticose: per essere approfondite richiedono più studio e un approccio più artigianale: per la formazione meno convegni e più laboratori, per l’applicazione meno aule scolastiche e più laboratori.
Lo spirito del discorso non è poi tanto diverso da quello che ispirava Don Milani quando insegnava a leggere i giornali: non tanto acquisire le competenze per seguire il giornale di non importa quale parte quanto mettersi in grado di capire quello che ogni giornale non dice.
Con questo post concludiamo il primo dei 5 moduli previsti nel programma (ODT, DOCX, PDF) del Laboratorio IUL #linf14, quello intitolato “Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene”.
I temi proposti sin qui erano volti ad allargare lo scenario tecnologico condiviso dai più, solitamente confinato all’impiego di
programmi tipo “Office” – Word, Excel, Powerpoint
un variegato insieme di “app”, di Apple, Google o altri venditori, a seconda dei casi
qualche social network
Tanti hanno competenze di questo genere, più o meno approfondite, ma si tratta sempre di competenze confinate in qualche recinto: Microsoft per i tantissimi che usano i programmi del pacchetto MS Office; Apple per i patiti di iPad e similari, Google per i possessori di congegni Android; Facebook, Twitter e altri per i patiti dei rispettivi social network.
Pochi hanno competenze trasversali, universali. Pochi hanno una qualche dimestichezza con i sistemi e i linguaggi che sottostanno ai suddetti recinti. Pochi sanno che usare un software piuttosto che un altro ha implicazioni molto diverse, in termini economici, etici e formativi. Pochi sono consapevoli del fatto che oggi al portentoso sviluppo delle tecnologie non contribuiscono solo alcuni attori industriali convenzionali ma un complesso ecosistema, dove il libero contributo di sterminate comunità di individui non è meno determinante di quello delle maggiori companies.
La scuola non può ignorare il grande scenario, la big picture. Non può limitarsi ad una piccola parte del discorso. A che vale la tanto acclamata cultura classica se poi questa non si traduce nella capacità di vedere sempre sia la parte che il contesto? A scuola si cerca di insegnare l’italiano di tanti, non l’italiano di pochi. Per quale motivo allora dovremmo insegnare l’informatica di pochi? Troppi assumono che l’innovazione tecnologica nella scuola consista nell’acquisizione degli apparati di ultimo grido e in corsetti che si riducono a istruzioni per l’uso dei medesimi.
Occorre essere consapevoli che vi è una grande differenza fra tentare di comprendere il mondo e accontentarsi di conoscere il proprio recinto. Fra la conoscenza di lingue universali e la pratica di gerghi particolari, le prime utili per tutti e per tutto, i secondi non di rado privilegio di pochi e buoni solo in ambiti limitati. Fra la cultura della diversità e l’illusione del pensiero unico. Fra la preparazione di ottimi consumatori – deboli – e quella di cittadini capaci e consapevoli – potenti.
Nel primo scorcio di questo laboratorio l’abbiamo presa un po’ larga ma non è possibile arrivare a percepire lo scenario con poche istruzioni per l’uso. Il senso di disorientamento e la fatica sono inevitabili. Riassumiamo allora un attimo i passi sin qui compiuti.
Laboratorio Informatico – Introduzione con invito alla lettura di un articolo dove si precisa, in sostanza, che imparare ad usare le tecnologie non è una questione di sola tecnologia.
Note sul metodo – Dell’importanza di fare commenti (in http://iamarf.org) e del modo corretto di stare in una comunità online, soprattutto del modo corretto di porre domande per ottimizzare l’apprendimento di tutti e l’impiego delle risorse, ivi compreso il tempo di tutor e docenti.
Il software libero raccontato da una studentessa – Il racconto fresco di un nativo digitale nell’atto di scoprire quanto è più ampio il mondo che credeva di conoscere era forse un buon modo per introdurre l’argomento.
Software libero – Importante per via del ruolo strategico assunto dal software ormai da quasi mezzo secolo ma importante anche perché le nuove modalità di sviluppo e distribuzione hanno fatto da apripista per altri ampi settori. Ci eravano limitati ad un inquadramento generale, confidando che esempi specifici sarebbero emersi spontaneamente durante il percorso, invece è saltata subito fuori una bella lista, grazie a Roberto Marcolin – su alcuni elementi di quella lista ci soffermeremo in seguito. L’episodio ha anche un’altra più ampia valenza perché testimonia come si possa creare una comunità viva senza ricorrere a software o dispositivi standard e senza ricorrere ai soliti social network ma con l’uso di strumenti generali – un blog nessun strumento tipo Office… – poi cura, perseveranza e fatica.
A proposito del software libero abbiamo poi anche proposto qualcosa di pratico: Scaricare LibreOffice e scrivere con questo tutti i documenti che verranno richiesti nel laboratorio.
Il diritto d’autore – Le tecnologie oggi hanno messo tutti in condizione di essere autori, il più delle volte inconsapevolmente e, se volete (non sempre) pessimi autori, ma autori. Autore è anche colui che indulge nella (abbastanza insulsa) moda del selfie o che pubblica le foto del proprio (inconsapevole) figlio. In un mondo siffatto non si può ignorare completamente la questione della gestione di propri diritti e di quelli degli altri.
Note sul metodo – Dello spirito con cui le relazioni richieste dovrebbero essere scritte.
Hardware libero – Uno dei fenomeni che sono derivati direttamente da quello del software libero. Un mondo estremamente ricco e dalle ricchissime potenzialità didattiche.
E ora? Da dove possiamo dunque iniziare? Dalle piccole cose. Da alcune piccole cose.
Vi proponiamo articoli scritti negli anni precedenti quindi alcuni particolari vanno debitamente contestualizzati ma sono irrilevanti per il senso generale.
Facciamo un passo indietro per focalizzare l’attenzione su quella scatolina in alto nel navigatore (browser: Firefox, Internet Explorer, Safari o similari) dove siamo abituati a scrivere ciò che desideriamo trovare nella rete. Leggete quindi i post Un passo indietro e Un passo indietro II. Nel primo ci concentriamo sull’anatomia degli indirizzi Internet, i cosiddetti URL (Uniform Resource Locator), nel secondo cerchiamo di conoscere meglio il motore di ricerca, iniziando anche a imparare che non ce n’è uno solo.
Una volta letti questi due post, lentamente e con attenzione, proponiamo un esercizio: Come scrivere un link. Per gli studenti IUL l’esercizio proposto nel post va considerato obbligatorio – rientra fra le attività che andranno a comporre la valutazione finale.
Una volta fatto tutto ciò, chiudiamo il modulo “Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene” con un’altra lettura con la quale cerchiamo di capire cosa significhi “fare un account”. La trovate nel post Non solo luci.
È parecchia roba, stimiamo che occorreranno due settimane, forse più. Nel frattempo non vi tormenteremo con altre proposte ma saremo sempre disponibili a rispondere ad ogni tipo di domanda – in questo blog. Se lo troverete utile potremo organizzare degli incontri online – anche questo lo potrete comunicare attraverso commenti a questo post.
La rivoluzione del software libero ha prodotto innumerevoli ramificazioni. Oggi un approfondimento dell’hardware libero in tre tempi:
La rivoluzione digitale e il sogno di Adriano Olivetti. Dove si inquadra la nascita del digitale e il suo matrimonio con l’analisi numerica, si rammentano i protagonisti della rivoluzione digitale dalle origini ai tempi nostri, si delineano alcuni tratti dell’hardware libero, si disseminano non pochi approfondimenti tecnici utili per un laboratorio informatico. Il tutto senza farsi intrappolare in nessun ambito disciplinare, secondo Morin.
Modeling 3D. In realtà uno scritto destinato all’ultima classe di Editing Multimediale della IUL. Qui utile per delineare aspetti locali del fenomeno dell’hardware libero. Ognuno si diverta poi ad approfondire quello che vuole.
Una bella iniziativa ideata da un mio giovane “compagno di Fablab”: Grand Print: A Scuola dai Makers. Sorta di Summer School dove le scuole possono partecipare con i propri studenti, seguite questo link per i particolari. Le iscrizioni si possono fare in questo sito.