Sviluppo e controllo

Sono disponibili i risultati del Global E-Government Survey 2010 delle Nazioni Unite. Nel survey si valuta il grado di informatizzazione delle amministrazioni pubbliche, un fattore giudicato oggi strategico.

I report statistici sono già scaricabili e così chiunque può leggerli.

Per quanto riguarda l’indice di sviluppo E-Government (grado di informatizzazione nell pubbliche amministrazioni) l’Italia è in posizione 38, dopo la Lettonia e prima del Portogallo.

Per quanto riguarda l’impiego di servizi online di pubblica utilità l’Italia è in posizione 87, dopo la Moldavia e prima di Panama.

Non si deve comunque pensare che il governo non si occupi delle nuove tecnologie, tutt’altro. Sono giusto in corso le audizioni alle Commissioni del Senato sul decreto legislativo del vice ministro allo Sviluppo Paolo Romani che prevede forme di responsabilità dei fornitori di servizi su Internet in relazione ai contenuti trasmessi dagli utenti.

Apprendo dal sito Dirittodautore.it, che l’agenzia Reuters riferisce che la Commissione europea e l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni hanno espresso alcuni dubbi sulle nuove responsabilità che il decreto impone agli Internet service provider come Fastweb e Telecom Italia, ma anche a siti come Youtube.

Un’analisi approfondita dei dubbi interpretativi sollevati dal Decreto Romani viene offerta da Elvira Berlingieri su Apogeonline.

Insomma, mentre altri si occupano di sviluppo noi preferiamo sviluppare controllo.

Assignment 8: didattica e diritti d’autore

Sono nello studio in casa mia, dopo cena, dove conduco una sessione online mediante il servizio web WiZiQ. Alle 21 si apre la sessione e sono già quasi tutti presenti in “aula”, mi accorgo di essere in ritardo e allora metto nel computer un CD facendo partire Mustang Sally (versione di Joe Cocker), così gli studenti mi vedono intento ad armeggiare al computer ma intanto sentono qualcosa … pare una buona idea ma mi viene un dubbio: e i diritti d’autore?

È chiaro che ascoltando un CD (comprato regolarmente) a casa non infrango alcuna legge. Tuttavia le note vengono distribuite attraverso il microfono del computer in una sessione pubblica alla quale partecipano persone in varie parti d’Italia, oltre a qualche straniero di passaggio che chiede “What’s going on here?”. Sono in regola con le leggi sui diritti di autore?

Nella sessione online di cui dicevo prima si parlava appunto di questo argomento. La registrazione della sessione è accessibile a chiunque ma per vederla occorre fare un account in WiZiQ. Qui riporto alcuni riferimenti che avevo promesso ai partecipanti.


La fonte principale di cui mi sono servito nella sessione online è Bound by Law, un fumetto creato da Keith Aoki, cartoonist e professore della Oregon School of Law, James Boyle, giornalista del Financial Times online e professore alla Duke Law School, Jennifer Jenkins, documentarista e direttrice del Duke’s Center for the Study of the Public Domain.

Ho conosciuto questo fumetto come testo da studiare per un corso online che ho frequentato come studente nell’autunno 2007: Introduction to Open Education, tenuto dal prof. David Wiley (ora alla Brigham Young University) presso la Utah State University.

More about Capire il copyrightSe la lettura di Bound by Law può essere un ottimo modo per introdursi all’argomento, per un maggiore approfondimento è ottimo Capire il Copyright di Simone Aliprandi, un testo che ha anche il duplice pregio di introdurre il lettore ignaro ad un mondo difficilmente accessibile ai non addetti ai lavori e di descrivere la materia in relazione alla legislazione italiana.

Ambedue i testi sono scaricabili da Internet in formato pdf e ambedue possono essere acquistati in formato originale per cifre modeste.

La storia del diritto d’autore è relativamente recente. Un tempo, artisti,  autori e scienziati vivevano in buona parte grazie al fenomeno del mecenatismo. Negli ultimi due secoli, in modo progressivo  e di concerto con lo sviluppo dell’economia moderna, sono comparsi strumenti giuridici in grado di assicurare a queste figure i proventi necessari per vivere. Il diritto d’autore quindi, sebbene oggi visto come un impedimento per il libero fiorire della creatività, è stato concepito come una tutela del potenziale creativo della comunità.

Oggi il diritto d’autore è “automatico”: Chiunque crei un’opera originale di qualsiasi tipo acquisisce automaticamente i diritti d’autore. Questo sembra essere un meccanismo lodevole ma l’applicazione estrema e sistematica del meccanismo di protezione crea un grosso problema. Infatti, in varie forme di espressione artistica, è inevitabile utilizzare parti di opere preesistenti. Del resto questo è un tratto essenziale della creatività umana: nessuno crea dal niente o, come scrive Nelson Goodman, il fare è un rifare.

Il concetto è illustrato molto bene nel fumetto Bound by Law, dove la protagonista Akiko vorrebbe realizzare un documentario sulla vita di New York ma presto si rende conto che è praticamente impossibile evitare di includere immagini e brani sottoposti a diritti di autore, pena lo svuotamento di significato della stessa opera che vorrebbe realizzare.

La questione critica oggi è trovare il compromesso ottimale fra la tutela dei diritti sulle opere ed il libero accesso alle medesime. In altre parole, ogni autore da un lato ha bisogno che i diritti sulle proprie opere siano salvaguardati ma dall’altro ha anche bisogno di accedere alle opere altrui liberamente oppure a fronte di costi sopportabili.

In realtà, proprio a causa di questo problema, le legislazioni dei vari paesi prevedono degli strumenti che sono concepiti proprio con il fine di aggiustare un compromesso del genere. Nella legislazione statunitense, il Copyright Act prevede lo strumento del Fair use che esime gli utilizzatori dall’assolvimento degli obblighi previsti dai diritti d’autore, per scopi di discussione, critica, giornalismo, ricerca, insegnamento o studio. Il regime di Fair use dipende dalla valutazione congiunta di quattro elementi: oggetto e natura dell’uso, natura dell’opera protetta, quantità e rilevanza della parte utilizzata, conseguenze dell’uso uso sul mercato potenziale o sul valore dell’opera protetta. La storia raccontata in Bound by Law riporta un certo numero di esempi famosi di Fair use negli Stati Uniti.

In Italia la materia in questione è regolata dalla legge n. 633 del 22 aprile 1941 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. In particolare è nell’articolo 1, comma1, che si determinano le eccezioni agli obblighi derivanti dai diritti d’autore:

1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

Questo comma, presente già nella stesura del 1941, nella pratica è stato interpretato sempre in modo molto restrittivo. Nel 2007, a fronte di un’interrogazione del senatore Bulgarelli sull’opportunità di dotarsi di uno strumento analogo al Fair Use statunitense, il governo ha risposto sostenendo che l’articolo 70 della legge n. 633

riproduce nella sostanza la disciplina statunitense sul fair use. Infatti, i quattro elementi che caratterizzano tale disciplina, come rinvenienti nella Section 107 del Copyright Act, e cioè: – finalità e caratteristiche dell’uso (natura non commerciale, finalità educative senza fini di lucro); – natura dell’opera tutelata; – ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all’intera opera tutelata; – effetto anche potenzialmente concorrenziale dell’utilizzazione ricorrono a ben vedere anche nell’articolo 70 della legge sul diritto d’autore.
Pertanto, a giudizio di questa amministrazione l’ordinamento civile italiano in materia del diritto d’autore risulta oggi conforme, negli assetti fondamentali, non solo a quello degli altri paesi dell’Europa continentale ma anche a quello dei Paesi dell’area del copyright anglosassone.

Successivamente il Parlamento ha approvato una modifica dell’articolo 70 della suddetta legge per tenere conto dell’impiego di Internet nelle pratiche didattiche e scientifiche. La modifica è stata apportata con la legge n. 2 del 9 gennaio 200 che, nell’articolo 2, recita

(Usi liberi didattici e scientifici)

1. Dopo il comma 1 dell’articolo 70 della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, è inserito il seguente:

«1-bis. È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma».

Ora, malgrado il fatto che questo nuovo comma 1-bis, nel secondo capoverso, stabilisca chi debba definire i “limiti all’uso didattico e scientifico di cui al presente comma”, in realtà non è stato fatto più nulla, generando così una grande confusione su cosa si debba intendere per “immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate”. Per esempio: quand’è che un’immagine inizia ad essere sufficientemente degradata per rientrare nell’applicazione di questo comma?

In altre parole, abbiamo la legge che stabilisce il concetto ma manca il regolamento attuativo che consenta di calare il medesimo nella realtà.

Al momento esiste un’iniziativa nazionale, promossa dal giurista Guido Scorza e dall’editorialista Luca Spinelli, con la quale è stata proposta una bozza di decreto attuativo (pdf). In tale bozza, oltre a chiarire cosa si possa intendere per immagini e musiche, nell’articolo 3 si precisano i concetti di bassa risoluzione e di degrado:

Art. 3. Formati di pubblicazione.

  1. Ai fini del comma 1 bis dell’art. 70 della legge 21 aprile 1941, si intende per immagine in bassa risoluzione:
    1. Per le opere delle arti figurative di cui al comma 1, art. 1 del presente Decreto: qualsiasi riproduzione non eccedente i 72 punti per pollice (dpi).
    2. Per le opere della cinematografia di cui al comma 1, art. 1 del presente Decreto: qualsiasi riproduzione non eccedente i 384 kbit/s.
  2. Ai fini del comma 1 bis dell’art. 70 della legge 21 aprile 1941, si intende per immagine degradata ogni opera di cui al comma 1, art. 1 del presente Decreto che, rispetto all’originale, presenti elementi di alterazione significativi, ivi compresa l’apposizione di marchi o scritte, ovvero effetti di alterazione della qualità visiva percepibile o dei colori e di distorsione.
  3. Ai fini del comma 1 bis dell’art. 70 della legge 21 aprile 1941, si intende per musica in bassa risoluzione o degradata qualsiasi riproduzione non eccedente i 96 kbit/s.
  4. Il Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, aggiorna annualmente tramite decreto ministeriale i criteri e parametri di cui al presente articolo, tenendo in considerazione lo sviluppo tecnologico.

Sfortunatamente, sino ad ora non è stato dato corso a questa importante precisazione, a meno di eventi dell’ultim’ora o di omissioni involontarie del sottoscritto, creando così un vuoto legislativo in un settore critico sia per la rilevanza che per la rapida espansione.

Chi fosse interessato ad intercettare eventuali novità in materia può seguire (con i relativi feed RSS) il blog di Guido Scorza, i blog Dirittodautore.it e Pubblica Amministrazione.

Conclusione?

E cosa possiamo concludere allora? In particolare, che deve fare un educatore, che sia maestro, professore, professore d’università o altro, e che voglia utilizzare testi, immagini, musiche o video riprodotti a fini didattici?

Per avere un criterio mi rifaccio all’interessante descrizione delle fonti del diritto proposta da Simone Aliprandi in Capire il copyright ad uso dei non addetti, quali molti dei lettori ed io siamo. Orbene, le fonti del diritto sono quattro:

  1. la legge, composta da testi normativi emanati da apposite istituzioni politiche, quali lo Stato o le Regioni;
  2. la giurisprudenza, determinata dalle pronunce dei giudici su questioni specifiche;
  3. la dottrina, formata dalle opinioni autorevoli più o meno condivise degli studiosi del diritto;
  4. gli usi e le consuetudini che sono generalmente riconosciute nella realtà sociale.

Aliprandi spiega che i problemi di rilevanza giuridica vengono risolti attingendo alle quattro fonti secondo questa gerarchia.

Per quanto tale quadro possa apparire articolato e flessibile non è facile trovare riferimenti in un contesto che vive una così rapida espansione; come spesso si verifica, la complessità della realtà mette a dura prova i nostri costrutti.

In una situazione del genere e nel contesto che qui ci interessa, io credo che si debba considerare un altro elemento: la coscienza. Vi sono attività, come per esempio quella del medico e quella dell’insegnante, che hanno l’uomo come soggetto, la sua salute in un caso, la sua formazione nell’altro.

Ricordo che, in una situazione estremamente difficile e dolorosa, un medico che ricordo con affetto mi confortò dicendomi: “Non si preoccupi, ci sono i protocolli ma prima c’è l’uomo”.

Ecco, la professione dell’insegnante non presenterà le criticità che può incontrare un medico ma la posta in gioco è altrettanto importante. Credo che un insegnante, qualsiasi insegnante, possa tranquillamente determinare cosa sia giusto fare in quelle circostanze dove la normativa non è ancora esplicita; ovvero, credo che per un insegnante non sia così difficile determinare ragionevolmente e secondo coscienza che

  1. la riproduzione di un’opera di cui intende servirsi abbia finalità non commerciali, educative e non abbia fini di lucro
  2. la natura dell’opera riprodotta sia appropriata per la propria azione didattica
  3. l’ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all’intera opera tutelata sia adeguata e non ridondante
  4. con la riproduzione non si causino effetti anche potenzialmente concorrenziali dell’utilizzazione.

Non possiamo immaginare che se un simile atteggiamento costituisse pratica corrente per la maggioranza degli insegnanti e pratica condivisa e supportata dai vari organi di dirigenza scolastica e universitaria, allora si finirebbe per contribuire a formare, nell’ambito della vita scolastica, quegli usi e consuetudini della realtà sociale che costituiscono una delle fonti del diritto?

Io credo di sì e, in modo più generale, penso che le regole che le comunità si danno derivino da un’articolata dialettica fra la loro espressione formale e la realtà complessa e sempre mutevole alla quale esse devono alfine attagliarsi. Il legislatore non potrà non tenere conto di usi e consuetudini palesemente volti a fini formativi, che in concreto non intaccano gli interessi dei detentori dei diritti sulle opere utilizzate ma anzi, forse rappresentano anche una promozione delle opere medesime.

Pensiero fugace sulla privacy

emergono quasi sempre in vari post e in diversi corsi considerazioni sulla privacy minacciata in rete

effettivamente oggi minacciata un po’ dovunque e certamente anche in rete

ho recentemente imparato, in esperienze avute al di fuori del mio lavoro – apprendimento informale 🙂 -, che possono esistere situazioni, che credo siano eccezionali, dove la tutela della privacy è vitale

ma a coloro che non rientrano nelle eccezioni descrivo

si proteggono le cose che durano

non sento la mia vita, e quella degli altri, come una cosa che dura ma una cosa che accade: esisto solo perché e finché divengo

una bolla di sapone che dura 70 anni, tanti per una zanzara, una minuzia per homo sapiens, quasi zero per Gaia

non c’è un assoluto per la quantità

c’è invece un assoluto per il divenire: esisto, eccome se esisto, perché sento che esisto ma purché continuamente divenga

e allora, che ho da proteggere in quanto essere che non è mai dov’era prima?

perché dissipare vita nel conservare o proteggere come duraturo ciò che esiste solo se cangia?

spendere energie nel conservare o proteggere è per me una forma di suicidio

si può conservare e proteggere solo immaginandovi e costruendovi sopra

Sì, lo so, l’ho presa larga e al netto delle eccezioni, è solo per descrivere la mia opinione e perché mi pare di non avere tempo per proteggere la mia privacy, che mi trovino pure … tanto non mi troveranno mai …

Insegnamento universitario e tecnologie internet

Ho scritto questo post conseguentemente ad una serie di conversazioni sul ruolo delle tecnologie negli insegnamenti universitari. Dopo una breve premessa sulle sorti dell’università, discuto tre possibili modalità di impiego di servizi web in un insegnamento universitario:

  1. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente
  2. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile
  3. Creare una comunità in rete

Buona lettura!

Assignment 7: giocare con i video

Sia che si tratti di Editing Multimediale che di Tecnologie di Comunicazione on line può essere opportuno soffermarsi sulla possibilità di creare sequenze video che per molte finalità didattiche e comunicative rappresentano un’eccellente forma di espressione.

Nel passato la produzione di un video richiedeva apparecchiature e competenze costosissime. Oggi, come spiega Stefano Balassone in un recente articolo sul tramonto lento della televisione generalista, grazie ai prezzi bassi degli apparati ed alla softwarizzazione dei processi creativo/ produttivi chiunque può esprimersi con media complessi e in modo sofisticato.

Come al solito, invece di affrontare l’argomento in modo tecnico, preferisco commentare mediante una storia e vi ripropongo quella che avevo narrato agli studenti dello scorso anno dove il regista Mike Figgis scopre iMovie, il semplice programma di montaggio video che tutti gli utenti Macintosh trovano nei loro computer.

Poi, potete andare a vedere le esperienze che gli studenti IUL dell’anno scorso hanno fatto con vari software nella loro pagina dei contenuti emergenti.

Infine, possiamo aggiungere il contributo di Stefania (Teorie della comunicazione) che ha scoperto e subito utilizzato un plugin Firefox per la cattura di video sul monitor, simile a quello che ho usato io sino ad ora, Jing.

Così, in questo post, me la sono cavata a buon mercato con una serie di OER fatte in casa e messe da parte (magari insieme alle marmellate) e in cosa può consistere l’assignment? Se volete, raccontate la vostra esperienza a riguardo, magari includete un vostro lavoro in un post, gli studenti IUL hanno spesso del materiale già pronto, oppure fate un piccolo esperimento e poi raccontate cosa vi è successo, naturalmente sempre tenendo d’occhio quello che fanno gli altri e collaborando.

Assignment 6: chi continua e chi finisce … tracce e consuntivi

Agli studenti dei vari corsi di laurea della Facoltà di Medicina

Questo è l’ultimo assignment ufficiale per voi. Niente vi impedisce di continuare a seguire il corso ma io non vi chiederò altro, prenderò ciò che verrà e basta.

Quest’ultimo assingment per voi consiste nell’esprimere, nel bene e nel male, un opinione su questo modo di fare un corso universitario.

Agli studenti IUL

Utilizzo l’assignment 6 per ricordare la necessità di “lasciare le tracce”, tracce che poi potrete provvedere a riportare nello spazio condiviso della piattaforma IUL.

Le potete cumulare nella pagina apposita del wiki (ennesimo esercizio di editing multimediale) o dove volete voi. Monica ha avuto l’ottima idea di utilizzare la tecnica del foglio di lavoro in GoogleDocs: depone regolarmente le proprie tracce compiendo al tempo stesso un esercizio di editing multimediale. Inoltre il suo diario è un’ottima descrizione di quello che succede ad uno studente che affronta un percorso del genere. Ecco il diario di Monica.

Agli studenti di Teorie della comunicazione

Che seguano l’esempio di Monica.

Assignment 5 bis: OER

Io dico spesso che i contenuti non esistono. Non è un’affermazione provocatoria, lo penso davvero. Penso anche che ragionare in termini di contenuti in materia di apprendimento sia fuorviante e controproducente.

Con le storie del post precedente abbiamo avuto modo di dare giusto una sbirciatina al mondo delle Open Educational Resources, risorse liberamente disponibili che possono essere utili per la formazione. Pensavo poi di scrivere un post che desse un panorama generale delle OER allo stato dell’arte ma sono un paio di giorni che ci giro intorno senza approdare a nulla di buono, perdendomi nella quantità e naufragando su esempi che alla fine mi sembrano sempre insoddisfacenti.

Intendiamoci, gli esempi che posso provare a raccogliere sono quelli che mi sono rimasti impressi perché mi sono stati particolarmente utili o addirittura  perché mi hanno entusiasmato. Sono casi nei quali ho sperimentato in modo palpabile il fenomeno dell’apprendimento, un’esperienza tanto profonda quanto comune, nella vita di tutti noi.

Il problema emerge quando immagino di offrire ad altri uno di questi esempi. Non c’è niente di male in questo, anzi, si tratta di raccontare un’esperienza positiva e detta così sembra proprio una cosa buona: “raccontare un’esperienza”.

Un’esperienza, non un contenuto. Supponiamo che io abbia bisogno di una spiegazione di qualcosa che a lezione non ho capito, una cosa qualsiasi, per esempio il concetto di derivata di una funzione. Bene, esiste Internet e esistono le OER. Vado quindi a cercare e trovo dieci spiegazioni diverse della derivata. Ne leggo alcune ma mi lasciano perplesso, poi, a un tratto ne trovo una con la quale inizio a “vedere”, cioè inizia a succedere qualcosa nella mia mente.

È evidente che mi affeziono subito a quella spiegazione ed è probabile che la segnali agli amici e forse  anche a loro piacerà ma non posso essere completamente sicuro di questo. Può essere benissimo che un mio amico che abbia la stessa necessità di capire il concetto di derivata riesca invece a “vederla” con un’altra spiegazione. Ecco dov’è fuorviante il concetto di contenuto.

Parlare di contenuto dà l’illusione di qualcosa che vada bene per tutti, come l’acqua in un bicchiere che disseterà tutti, o quasi, ma mentre io posso bere l’acqua contenuta nel bicchiere senza bermi quest’ultimo io non posso bere la derivata senza buttar giù anche la spiegazione! Derivata e spiegazione sono unite in un intreccio che solo nella mente può esser sciolto e questo non è banale. E così qualsiasi altro concetto non può essere disgiunto dalla presentazione, quale essa sia, verbale, grafica, filmica o altro.

Conoscere la derivata al fine di essere in grado di utilizzarla adeguatamente richiede un processo di negoziazione con il quale una forma mentale viene progressivamente riaggiustata in base agli stimoli esterni, costituiti da spiegazioni, immagini, ricordi, esercizi o altro.

Quando le corrispondenze fra la derivata che si è formata nella mente e gli stimoli esterni superano una certa soglia si inizia a ritenere di averla appresa. In realtà il processo non ha mai termine e in qualsiasi momento, anche dopo lungo tempo,  in mutate circostanze, un concetto apparentemente consolidato può essere riaggiustato, arricchito, illuminato in una prospettiva inusitata, collegato con altri nuovi concetti, inaspettatamente collegato con concetti che fino a quel momento parevano invece del tutto sconnessi.

Per inciso, in questa luce il lifelong learning non è affatto la novità di un futuro determinato da economia e tecnologia, è semplicemente l’atteggiamento naturale di un uomo vivo e curioso, l’atteggiamento di tutti coloro che in passato hanno arricchito significativamente il mondo con la loro visione e la loro opera, sia grandi autori conosciuti universalmente, sia artigiani di ogni epoca e ogni sorta, ivi compresi per esempio un fabbricatore di vasi dell’antichità come un creatore di software per Linux.

Se l’idea comune di contenuto avesse realmente senso, dovrebbe bastare un’unica descrizione della derivata, così come un pezzo di software destinato  ad un certo scopo può immediatamente essere utilizzato da tutti per quello scopo. Invece non c’è una descrizione della derivata, come di qualsiasi altra cosa, che vada bene per tutti.

Anche qui, si potrebbe obiettare, che proprio nel caso delle entità matematiche, la descrizione universale c’è ed è appunto la descrizione che si avvale del linguaggio matematico. Io ritengo che questa obiezione abbia valore limitato perché è vero che il linguaggio matematico è universale – è proprio questa una delle sue prerogative fondamentali – ma è un linguaggio estremamente denso che può essere compreso solo dopo avere acquisito un sostanziale corpo di conoscenza tacita, che è proprio ciò che lo studente acquisisce con più difficoltà; nel caso della matematica  nella maggior parte dei casi non la acquisirà mai.

Quindi, utilizzare una definizione matematicamente rigorosa della derivata – per inciso il limite del rapporto incrementale, come molti di voi ricorderanno – il più delle volte non aiuta affatto a “vedere” in una luce abbastanza chiara questo importante concetto. Invece, una spiegazione che faccia riferimento a prospettive diverse, condotta con molta attenzione alle esperienze pregresse delle persone, può fare una grandissima differenza.

Così ognuno fabbrica la sua derivata che è in parte uguale ma certamente anche diversa da tutte le derivate fabbricate dagli altri, come eguali ma anche tutte diverse sono le foglie di un albero. E “la derivata”, cioè, il contenuto “derivata”, non esiste o, se vogliamo, la sua migliore approssimazione è costituita dall’insieme delle derivate fabbricate dalle menti di tutti gli altri e che sono fra di loro connesse in una miriade di modi, dimodoché la derivata di ognuno se ne sta dinamicamente sospesa fra tante altre di tutte nutrendosi e le altre a sua volta nutrendo.

Così possiamo dire, a maggior ragione, per l’intero mondo che ciascuno di noi va fabbricando nel corso di tutta la sua vita, ancor più fittamente connesso con i mondi da tanti altri fabbricati, nel presente e nel passato.

Torniamo ora alle OER. Immaginavamo dunque di aver trovato dieci spiegazioni diverse della derivata. Dieci è un numero tanto per dire, se ci proviamo per davvero ne troviamo molte di più. A maggior ragione si pone il problema: come mi posso orientare fra queste spiegazioni? Saranno tutte buone? Ce ne sarà qualcuna sbagliata? Come faccio a fidarmi?

Ebbene, io credo che queste siano domande mal poste. Non ci vuole molto per trovare un criterio di orientamento, per esempio posso utilizzare solo spiegazioni date da professori universitari e, se di queste ne trovo più di una, scelgo quella dell’università più famosa, magari in base ad un ranking delle accademie di tutto il mondo.

Un criterio molto facile da applicare ma non è affatto detto che la spiegazione del professore dell’università più accreditata, fra quelle disponibili, sia la migliore per me. Niente impedisce che vi sia da qualche parte del mondo una persona, magari un giovane studente, che riesca a spiegarmi meglio la stessa cosa. Niente impedisce che vi sia un genio matematico, niente impedisce che vi sia un comunicatore eccezionale, niente impedisce anche che una spiegazione imperfetta e formalmente non ineccepibile possa essere invece quella che sblocca la mia mente.

Dire che “niente impedisce” non significa qui voler puntigliosamente non trascurare una pur minima, e quindi forse inutile, possibilità, perché le probabilità qui si calcolano su totali che non si erano mai visti prima. E non è questione di esser stati 3 miliardi cinquant’anni fa ed esser 7 miliardi ora. È che prima di Internet la fetta di mondo concretamente accessibile, in termini di conoscenze personali e di fonti accessibili, era infinitamente più piccola della stessa fetta di mondo che Internet oggi offre a ciascuno di noi.

Per render concreta la cosa, supponiamo di avere un interesse, un hobby o qualcosa del genere, che sia un po’ eccentrico e supponiamo di sentire l’esigenza di discutere e condividere questo interesse con qualcun altro. Potrebbe trattarsi per esempio della scrittura di un software molto complesso e particolare, per esempio un software per la simulazione di una di imaging medico, una TAC. Decisamente particolare, se si pensa come un hobby da praticare la sera dopo cena o i giorni di festa.

Quante persone afflitte dalla stessa mania posso sperare di trovare nella cerchia delle mie conoscenze? Si dice che la quantità di persone con le quali un uomo può relazionarsi si aggiri intorno a 200 persone. Diciamo che, includendo anche relazioni estinte, occasionali e superficiali si arrivi a qualche migliaia, per stare larghi.

Avrò speranza di trovare uno altrettanto matto fra queste migliaia di conoscenze? Forse è ancora difficile. Poniamo che la probabilità sia 1 su 10000, che vuol dire la quasi impossibilità. Orbene, se ci poniamo in Internet dove l’esposizione può essere dell’ordine dei milioni, delle decine di milioni o delle centinaia di milioni, il nostro 1/10000 ci regala un centinaio, un migliaio o una decina di migliaia di matti dello stesso calibro, potenzialmente.

È la magia di Internet: trasformare il quasi impossibile in possibile. Una magia che può cambiare il modo di affrontare tante cose. Per esempio cercare una spiegazione.

La quantità disorienta ma si fa presto ad abituarsi. Più che la quantità offerta da Internet, per esempio la quantità delle OER, è la novella modalità a disorientare, il cambiamento di contesto, di ambiente. Alla quantità ci siamo abituati già tante volte e sempre molto più rapidamente di quanto gli scettici abbiano sempre paventato. I miei nonni, cresciuti in groppa agli asini, hanno visto il primo treno a 20 anni e quando capitavano in una grande città dopo poco sentivano il bisogno di rifugiarsi in una chiesa. Sono morti perfetti cittadini.

Lasciamo quindi i timori a far da tomba agli scettici e, non con lo sguardo vacuo dell’entusiasta stolto bensì con viva e ponderata curiosità, cerchiamo di veder bene l’orizzonte che si apre affacciandosi alla finestra delle OER.

Una OER può essere tante cose. Un intero corso universitario, con dispense in formato pdf, con audio o video delle lezioni del professore, con riferimenti, esercizi e soluzioni, magari laboratori virtuali. Può essere una lezione sulla teoria della relatività generale di un fisico famoso o una lezione su di un argomento molto più elementare, come per esempio la derivata. Una OER può essere una voce enciclopedica, per esempio di Wikipedia. La pagina di un blog su di un certo argomento, per esempio la mia pagina sul valore del contesto, ma anche un post qualsiasi. Potrebbe per esempio essere la descrizione di un argomento fatta da uno studente allo scopo di chiarirsi le idee, come ha fatto Simonetta (IUL) con il suo post sul pensiero di Kant. Oppure il testo redatto da uno studente con l’aiuto di un professore – questa sì che è scuola! – come questo bel capitolo sulla Biochimica degli Ormoni scritto da Lorenzo, uno studente di medicina dell’anno scorso. Può essere una risorsa in un portale tematico, come potrebbe essere WolframAlpha il quale offre le potenzialità di un famoso strumento per il calcolo matematico, Mathematica (provate a scrivere Fibonacci nella casella di ricerca WolframAlpha e poi in Assuming “fibonacci” is a person | Use as a math function instead seguite il link a math function …). Potrebbe anche essere un video che ti spiega come utilizzare l’accessorio per fare occhielli con la macchina da cucire o come fare un certo formaggio o come aggiungere un feed a Google Reader e un’infinità di altre cose.

Malgrado il fatto che mi sia sforzato di menzionare gli esempi più vari sono sicuro che questi danno un’idea assai limitata di ciò che possiamo immaginare come OER; inoltre, considerato anche tutto ciò che ho sin qui detto, sarebbe un controsenso azzardarsi a compilare una sorta di “stato dell’arte”.

Mi limito quindi a segnalare qualche risorsa per la ricerca di materiale esistente.

In ultimo, mi sembra opportuno ricordare che esiste la comunità Open Education Resources in Italy.

Assignment (ovviamente facoltativo)

Concludo con un suggerimento. Molti di voi hanno fatto ricerche trovando cose interessanti che hanno citato nei loro blog. Qualcuno ha anche detto di avere apprezzato la varietà e l’interesse delle risorse ma di non avere trovato ciò che gli sarebbe servito.

Perché non lavoriamo un attimo su questo? Dite ciò che vorreste cercare in questo momento ma che non trovate e vediamo se tutti insieme troviamo qualcosa. Pensate un po’, una persona non trova un ago nel pagliaio, dieci avranno più probabilità, 100 forse lo trovano.

E se poi non si trova nulla, bene, anche questo è un risultato: capire i limiti di uno nuovo strumento è molto utile.


Influenze

Senza alcun dubbio, laddove scrivo di “fabbricar mondi” sono stato influenzato dalla lettura di “Vedere e costruire il mondo” (Laterza, Roma, 2008) di Nelson Goodman.

Una mano me l’ha data anche quel tipaccio sanguigno che è Lorenzo Viani scrivendo che “il pittore che si propone la rappresentazione del vero è sempre nel falso” (“Scritti e pensieri sull’arte”, Mauro Baroni Editore, Viareggio, 1997, p. 95)

Per quanto riguarda il discorso intorno al contenuto, avevo queste idee già prima di leggere Goodman, come ricorderanno bene gli studenti IUL dell’anno scorso, ma certamente ho trovato non poco conforto nella sua idea di “vuotezza della nozione di contenuto puro”.

L’immagine del mondo fabbricato da ognuno e che se ne sta dinamicamente sospeso fra i mondi da altri fabbricati, di tutti nutrendosi e loro medesimi a sua volta nutrendo, deriva dall’avere frequentato l’anno scorso il corso online Connectivism and Connective Knowledge di George Siemens and Stephen Downes. Tale corso, nel quale “studenti liberi” e “studenti per crediti” lavorano insieme attingendo alle stesse risorse, è un altro esempio di OER, ben più di mero contenuto …