Un cMOOC sulle tecnologie internet per la scuola – #ltis13

Iscritti al 14 maggio: 480

Invio a tutti una mail di conferma dell’iscrizione entro 24 ore. Chi non l’ha ricevuta controlli nella cartella “spam” della propria email e segnali il fatto con un commento a questo post oppure scrivendo a andreas(PUNTO)formiconi(CHIOCCIOLA)gmail(PUNTO)com.

Una persona ha inviato l’iscrizione da un indirizzo email di posta certificata (pec): se l’utente non configura adeguatamente la sua pec allora non può ricevere email normali, e quindi nemmeno una mia risposta!!!

Questa è la mappa delle iscrizioni giunte sino ad ora.

Puoi andare direttamente alle seguenti sezioni:


Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

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Come sono comparsi i MOOC?

Oggi i MOOC (Massive Open Online Courses) vanno di moda. Tutti ne parlano e esistono già società le quali, fungendo da intermediari, li offrono per conto delle università. È bene tuttavia chiarire che questo acronimo può indicare cose molto diverse fra loro. In questa sezione cerco di illustrare la questione.

I primi MOOC non si chiamavano così.  Nel 2007, grazie ad una provvidenziale segnalazione di Antonio Fini, mi capitò di iscrivermi al corso online “Introduction to Open Education”, tenuto da David Wiley, a quel tempo presso la Utah State University. Il corso rappresentava una clamorosa novità: chiunque poteva iscriversi liberamente, accedendo ad una semplice pagina wiki e scrivendovi le proprie generalità, eccola. Se scorrete la pagina trovate anche le iscrizioni di Antonio e di altri amici italiani.

Trovai subito affascinante quell’esperimento che ricordo come la più bella e proficua esperienza di tutta la mia carriera di studente: scoprire compagni di scuola, persone mai viste, dalle storie sconosciute, grazie all’affinità degli ideali e alla risonanza dei pensieri. Un’emozione che non avrei immaginato. Tecnicamente il metodo era di una semplicità disarmante. I partecipanti erano tenuti  ad usare un blog come fosse un quaderno, l’insegnante suggeriva i temi sul suo blog e tutti leggevano e commentavano i testi degli altri [1]. Il corso partì subito bene, come si può vedere dai primi commenti di Wiley ai pensieri dei suoi studenti sparsi nel mondo, fra cui quello dove avevo accennato alla storia di Don Milani.

andreas-certificateAlla fine delle 15 settimane di corso, coloro i quali, secondo il giudizio di Wiley, avevano partecipato attivamente, potevano ricevere un certificato di completamente del corso, a fronte di un modesto pagamento – mi pare 50 $ – alla Utah State University.

Qual è il valore legale di questo titolo? Credo che sia nullo.

Qual è il valore di questo titolo per me? Diciamo così: se per un qualche incanto, fossi costretto a fuggire in un altro mondo, portandomi dietro uno solo dei miei titoli di studio, allora mi porterei questo, lasciando tutti gli altri.

Misi subito a profitto l’insegnamento ricevuto, applicandolo nella primavera del 2008 alla classe di medicina e introducendo insieme a Maria Grazia Fiore l’idea di blogoclasse [2].

Sull’onda dell’entusiasmo, partecipai al corso “Connectivism and Connectivist Knowledge” (CCK08), tenuto nell’autunno del 2008 da George Siemens e Stephen Downes, il primo con un numero inusualmente grande di iscrizioni. Il corso fu offerto in forma online dalla University of Manitoba con due tipi d’iscrizione: una a pagamento, che prevedeva l’assegnazione di crediti, l’altra libera: le iscrizioni convenzionali furono 24, e quelle libere 2200. Jenny Mackness, Sui Fai John Make e Roy Williams, tre partecipanti del corso riferirono [3] di avere stimato un numero di partecipanti attivi pari a 150. È un dato plausibile, anche se ricordo di avere interagito in maniera significativa con circa una ventina di “compagni di classe”.

Pare che il termine MOOC sia emerso in una conversazione fra George Siemens e Dave Cormier, un esperto di tecnologie web che fu coinvolto nel corso CCK08, come lo stesso Cormier ha raccontato in un suo post. La gestazione è stata breve. Oggi esistono MOOC gestiti da aziende specializzate ai quali si iscrivono decine o addirittura centinaia di migliaia di studenti. Non è del tutto chiaro come, ma sono in molti a ritenere che i MOOC debbano risolversi in un grande business.

E qui occorre intendersi bene. Questi ultimi MOOC non hanno quasi niente a che vedere con le prime edizioni pionieristiche. Distinguiamo.

Nei MOOC “prima maniera” l’enfasi è sulle relazioni fra i partecipanti e sull’effetto di rete che ne scaturisce. Si assume che l’apprendimento emerga non solo dallo studio e dalla riflessione personale ma anche dal confronto con i pari e dalla condivisione di problemi e di soluzioni. L’insegnante interagisce anche con i singoli partecipanti ma non perde mai di vista la cura della comunità che va costituendosi, ritenendola il contesto fondamentale per favorire l’apprendimento di ciascuno. In questi corsi la tecnologia è un mezzo per mettere in opera nuovi modelli di insegnamento, motivati da considerazioni epistemologiche e pedagogiche. I primi esperimenti MOOC derivano dal connettivismo, la teoria dell’apprendimento formulata da George Siemens e Stephen Downes. Per questo motivo vengono designati dall’acronimo cMOOC: connectivist Massive Open Online Course.

Nei MOOC “seconda maniera” le tecnologie vengono invece applicate per estendere il modello convenzionale di insegnamente universitario alla massa. Gli studenti reperiscono i materiali didattici online e eseguono test online automatizzati. Per distinguerli dai precedenti, questi vengono designati dall’acronimo xMOOC. In effetti la “x” è appropriata, perché questi corsi possono essere progettati in una varietà di sfumature, magari avvicinandosi più o meno alla visione connettivista o anche ad altre prospettive. Ma il modello che sembra prevalere è quello industriale.

Bene, con questo ho detto il minimo che occorre per prendere posizione: i cMOOC costituiscono una grande occasione per sperimentare modalità didattiche che siano adatte alle esigenze della società contemporanea; gli xMOOC rappresentano invece l’ulteriore industrializzazione di un modello di insegnamento che già da anni mostra pesanti limiti, un modello che privilegia l’idea di insegnamento quale mero trasferimento di contenuti.

Quasi quasi, quello che stiamo proponendo dovrebbe designarsi CmOOC, dove l’enfasi è sulla cura delle relazioni piuttosto che sul fatto di essere potenzialmente “di massa”. Per chi vuole capire meglio, nella sezione seguente propongo la lettura delle testimonianze di alcuni studenti che hanno seguito un percorso affine a quello che stiamo proponendo.

Il cMOOC sarà molto simile a quello seguito da questi studenti, ma avrà l’incognita del numero di partecipanti: la dimensione della “M” è sconosciuta, e quindi i metodi che verranno applicati non sono del tutto prevedibili. Fa parte del gioco: ricerca in azione.

Ringrazio gli studenti #linf12 per avere dedicato parte del loro tempo a scrivere questi contributi.


Testimonianze

Propongo qui di seguito la lettura delle testimonianze degli studenti del “Laboratorio Informatico” #linf12. Questi studenti sono insegnanti e amministrativi che lavorano nella scuola primaria e secondaria e che stanno frequentando il primo anno del corso di laurea triennale “Metodi e Tecniche delle Interazioni Educative” presso l’Italian University Line. L’esperienza che stanno vivendo questi studenti è simile a quella che hanno vissuto tutti gli altri, nei corsi che ho proposto dal 2008 ad oggi, in una grande varietà di contesti , corsi di fatto CmOOC, in quanto, sebben innestati in curricula convenzionali, sono sempre stati aperti a chiunque e ispirati al modello MOOC “prima maniera”.

Beatrice

Insegnante tardiva. O come ho scoperto, ritardataria. Ogni volta che cerco di capire, esattamente, chi sono e qual è realmente la mia professione, comodamente, preferisco giudicare la scuola; trovare limiti e colpe nell’inadeguatezza di una struttura. Ma l’insegnante sono io e chi non sa imparare non può dare tanto. Sono io che devo guardare; prendere e dare. Imparare. Un corso di laurea scelto per caso, un corso (ops, per-corso) di linguaggi e comunicazioni virtuali, la superficialità del credere che un manuale potesse bastare. Poi si è aperto un mondo. Io ritardataria che rincorro contatti senza fili. Un libro senza pagine, senza l’ultima pagina, perché l’educazione non ha l’indice e nemmeno la copertina. L’ultima pagina è sempre da scrivere. Sapere che le parole non vanno sprecate, che in un tweet posso chiedere aiuto in modo efficace, che un archivio virtuale di esperienze ed informazioni è a portata di mano. Sapere che posso scambiare, ricevere, gridare senza filtri, senza pregiudizi o vizi di forma (di formalità). Sono riuscita, alla mia età, a creare un blog. Ed ho scritto. Io ho finalmente “detto”. E mentre scrivo mi pongo il problema di chi mi legge. Perché le parole hanno un peso, e non vanno sprecate. Non devo apparire, devo esserci. E citando il prof: io sperduta fino ad oggi, attaccata alla mia chiavetta fragile, forse mi sento libera dal peso dell’Eccellenza. Il mio essere in ritardo mi mette, oggi, di nuovo in viaggio. Il mio aggiornamento continuo e reale in una comunità di menti e non di volti. Virtualmente operativa. L’eleganza della parola, la bellezza del linguaggio, la grazia di una nuova conoscenza.

Errica

Essere un’insegnante con 22 anni di esperienza, significa essere stata studentessa negli anni ’80-’90, in un altro mondo, in realtà , quello delle lezioni frontali, dell’estremo riconoscimento delle competenze individuali. Non “era tempo” per il Coperative Learning, l’utilizzo delle tecnologie, gli stage.. ma era il nostro tempo, adeguato, colmo di entusiasmo, ricco di pensatori e progetti (da e per l’estero), con eclatanti cambiamenti di rotta in campo progettuale e di programma (i programmi ministeriali della scuola primaria dell’85 pare li abbiano ritenuti validi perfino in Cina!).

Persone come me, con un tale percorso alle spalle, però non “vogliono” aver appreso.

È il mondo che bisogna continuare a comprendere, e con esso ciò che ne è l’anima: i giovani.

Con coraggio, ed è una strada ardua, ci si ritrova ad iscriversi ad un corso di laurea, questo, alla “scoperta” di metodi e tecniche…quelle nuove…o forse, già  vecchie… Ma è il metodo che interessa e sprigiona grandi capacità : qui non c’è niente di “rigido”, nemmeno il disco! Poche nozioni espresse in modo laboratoriale, non sufficienti, per altro, ad arrivare alla fine del “compito”: va di scena il “cervello”; e poi si crede nella sterilità  della “macchina”!

Faccio un esempio: tutti sanno usare un programma di testo; certamente, ma utilizzando le impostazioni predefinite! Chi si sognerebbe di conoscere in profondità  il “codice”? E allora penso, penso, penso: mi viene in mente la mia infanzia (sono di quella generazione che viveva all’aperto senza giochi se non la corda, la palla, e noi stessi: gruppo del quartiere. Codice, linguaggio: i giochi di un tempo: l’alfabeto farfallino, ve lo ricordate? A cosa serviva? A comunicare, ma in maniera creativa!! Non ci si può fermare a utilizzare ciò che ci appartiene, creare è la via!

Pensiero – Linguaggio – Sviluppo Cognitivo risiedono nell’html!!

O se volete:

Penfesifieferofo – Linfigufuafaggifiofo – Svifilufuppofo Cofognifitifivofo rifisifiefedofonofo nellfe’ html!

Flavia

Cosa spinge un’insegnante alla soglia dei 50 anni a rimettersi in gioco? Per quale motivo decide di cambiare rotta? Che cosa la spinge a farlo? E … lo può fare? Queste sono domande che mi pongo ora, dopo aver già intrapreso il cammino, fermandomi a riflettere sulla scelta compiuta. Far parte del gruppo #linf12 è straordinario, è un’esperienza che coinvolge culturalmente ed emotivamente. I rapporti cosiddetti “virtuali”, che spaventano molti educatori non si sono per niente dimostrati asettici, ci siamo affiatate, ci siamo conosciute attraverso i nostri post e i nostri commenti e la riprova per alcune di noi è stata quando ci siamo viste per la prima volta in carne ed ossa e abbiamo cominciato a parlare: sembrava di conoscersi da sempre! Si parla tanto di pluralità di esperienze, pluralità di culture, pluralità di lingue, … beh l’università telematica, e nello specifico questo laboratorio informatico, ha permesso tutto ciò. Io ho seguito diversi corsi blended e pensavo che anche questo percorso avesse le stesse caratteristiche degli altri, ma invece si è dimostrato qualcosa di diverso, di sostanzialmente diverso! Abbiamo sperimentato un modo di apprendere veramente collaborativo che ci ha unite, ci siamo venute in aiuto quando ne avevamo bisogno, ci siamo date appuntamento nel pad per scambiarci informazioni immediate o solo per fare quattro chiacchiere, siamo cresciute all’ombra del regista che piano piano, giorno dopo giorno, ci lasciava più spazio, si ritraeva per concederci la libertà che avevamo conquistato.

Ecco io ho trovato questo modo di apprendere diverso rispetto alle altre esperienze compiute: la conoscenza è stata veramente costruzione collaborativa, non individuale. Il prof ci ha parlato della metafora del bosco, uno ci deve entrare e poi piano piano conosce tutto ciò che forma quel bosco; se dovessi utilizzare un’altra immagine per raccontare il nostro per-corso utilizzerei l’immagine dell’oceano: ecco noi siamo state portate nell’oceano, qualcuna di noi aveva i braccioli, altre il salvagente, altre ancora il giubbotto di salvataggio, qualcuna era su una barchetta e si guardava intorno timidamente; piano piano utilizzando le nostre dotazioni abbiamo preso conoscenza dell’oceano e non ci ha più spaventate, nonostante i pesci strani che ogni tanto ci giravano intorno.

Poi ognuna di noi ha cominciato a staccarsi dal suo appoggio, che a un certo punto limitava i nostri movimenti, e si è tuffata, riemergendo soddisfatta da quell’enorme massa d’acqua che rappresenta la conoscenza. Stupendo. Ecco la nuova sfida della scuola, la sfida che coinvolge direttamente noi insegnanti. La buona scuola secondo me non parte dall’Istituzione, dall’alto, ma dalla base, dai suoi attori, in primis gli insegnanti, i veri artefici del cambiamento. La scuola delle nuove generazioni dovrebbe essere un po’ come il nostro per-corso, un nuovo modo di apprendere e di imparare facendo.

Laura

La prendiamo alla lontana, molti anni fa ero una studentessa che ha sempre contestato la scuola diventata insegnante, sicuramente per la legge del contrappasso; contestatrice da studente, insofferente da insegnante, ma mai vinta; l’unica differenza è che da studente contestavo la scuola e non capivo perché, ora ho capito perché la contestavo e quindi sono insofferente; insofferente all’immobilismo in cui versa la scuola che continua a impostare l’apprendimento come un sapere enciclopedico che l’insegnante versa nel ragazzo, una scuola di stampo illuminista….
L’illuminismo… indubbiamente una grande rivoluzione del 1700 … ma che dite, saranno cambiati i nostri ragazzi da allora?
La mia insofferenza ai modelli preposti, mi ha sempre spinto a ricercare nuovi modelli, nuove strade per l’insegnamento: la ricerca, questo è sempre stato il pallino da passare ai bambini che ho avuto la fortuna d’incontrare, perchè io ho dato a loro, ma loro non sapete quanto hanno dato a me.
Questo è il background che mi ha portato quasi per caso ad iscrivermi alla IUL e frequentare questo corso.
Comincio a seguire il corso in ritardo, la mia idea di università era ovviamente la solita, studio sul libro, sulle dispense, ricerco informazioni, mi presento agli esami… decido di seguire il corso del Laboratorio informatico, l’informatica applicata alla didattica è sempre stata il mio pallino, penso: – Magari trovo qualcosa che m’interessa!
Niente libri, niente dispense, ma cosa richiede questo prof? Cosa devo fare per seguire il corso? Mando una mail, vedo cosa stanno facendo gli altri… non capisco… è richiesto di aprire un BLOG.
Ok so cos’è un blog, ma ne ho mai aperto uno, anche perché un blog è un diario, ho sempre odiato quelle ragazzine tutte fiocchi e scarpette rosa che scrivevano i propri segreti nei diari, figuriamoci se ne apro uno, pure on line.
Ma il gruppo degli studenti era già attivo, comincio a leggere, vedere i blog che aprivano, erano davvero interessanti, post bellissimi pieni di esperienze di vita vissuta in classe, proposte didattiche, sperimentazioni.
Ma mentre sono lì a fare tutte le mie elucubrazioni sul “se fare o non fare il blog”, già il blog era superato e si parlava di aggregatori …non avevo mai sentito parlare di aggregatori, mando ancora una mail, ma in un post leggo che la mail era superata e si parlava solo attraverso i post del blog…io ero indietro, per la prima volta in vita mia annaspavo, niente prof, niente libri, niente dispense, pensavo:
– Ti sta bene! Hai sempre combattuto il sapere enciclopedico? Ecco ora sei servita! Chiedo aiuto? A chi? Le colleghe sono bravissime, ma inarrivabili.. e ora che faccio? Decido di fare quello che ho sempre fatto: cerco su internet!!!
Già internet, grande panacea del nostro tempo! E così apro il blog, mi sentivo un dio, scrivo una cavolata per vedere l’effetto, nessun effetto, nemmeno un commento, penso:
– Ah già, devo mettermi in pari con gli aggregatori, vediamo sul blog del prof cosa devo fare , ma sul blog del prof vedo che l’aggregatore era già superato e si parlava di screenshot… ero all’esasperazione! Ma siccome Dio esiste, ecco finalmente il Natale e con lui le vacanze e mentre tutti parlano di panettoni e torroni, io decisa a non darla vinta, con il mio computer comincio a collegarmi, comincio a rispondere ai post sui blog, comincio ad inserire sul mio blog dei post e ad entrare in relazione con le mie colleghe inarrivabili e capisco che tutte avevamo le nostre incertezza, che tutte avevamo le nostre difficoltà, ma tutte avevamo 3 cose che ci accomunavano: la curiosità, la caparbietà e la determinazione.
Entro così a far parte del famoso #linf12, un gruppo d’insegnanti e non, che sta dimostrando che l’età fisica non corrisponde all’età mentale, che lo studio è esclusivamente ricerca e non può essere fine a se stesso, che ha talmente tanta passione che non può non essere trasportata nella scuola, perché la passione è un vento che travolge, non puoi evitarlo.
Cosa ha insegnato a me #linf12? Il “sapere collaborativo”, sempre proposto e perorato, ma mai sperimentato in prima persona; beh, è qualcosa a cui non puoi mettere confini, l’idea di uno è il punto di partenza per l’altro, è spettacolare poter trasportare questo in classe, è l’entusiasmo della scoperta, del poter contribuire a qualcosa, del saper di essere parte di qualcosa che coinvolge e fa volare le menti. L’artefice di tutto questo? Il nostro comandante che io personalmente ho odiato quando non ho visto i miei solidi appigli, libri dispense e quant’altro, ma non ringrazierò mai abbastanza per avermi tolto i braccioli ed insegnato a nuotare.

Lisa

22 febbraio 2013, primo incontro di formazione per imparare a redigere il Piano di Gestione delle Diversità che ogni Istituto dovrebbe inserire nel proprio Pof. Il relatore, dopo una premessa durante la quale ci parla di ambiente di apprendimento, atteggiamento del docente ecc, ci propone una simulata: tutti in cerchio lui recita una frase e poi esce dal gruppo per registrare la conversazione che scaturirà nel gruppo. “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”. Inizia il confronto, da una parte i conservatori dall’altra i progressisti, è tutto molto attuale siamo a tre giorni dalle elezioni politiche. Io inizio il mio viaggio introspettivo, ho provato sulla mia pelle cosa significa lasciare la strada vecchia, fidarsi, lasciarsi andare agli istinti: pura meta cognizione. Chi lascia la strada vecchia è spinto da un bisogno: il migrante, il malato, il ricercatore, io, tutti uniti dal bisogno di qualcosa. Ma il fil rouge non è solo il bisogno, questo è quello che si vede, ma dentro si sente la speranza; speranza di un cambiamento in meglio. La scuola di oggi dà abbastanza speranze? Riesce a trasmettere il bisogno di lasciare le vecchie strade con la speranza che quello che vivremo sarà migliore di quello che abbiamo lasciato? È la base per la costruzione del pensiero divergente, mettere in dubbio quello che ci appare per sperimentare il nuovo. Quanti luoghi comuni sul ruolo della rete, delle nuove tecnologie, dell’uso dell’informatica, alimentati da me per prima; lo spauracchio della perdita delle relazioni, del controllo, dell’incontro dello sconosciuto, magari il diverso. Come se da una parte ci fosse il sentimento, la relazione e dall’altra la razionalità, la freddezza, l’asetticità sentimentale. Mente e corpo scissi ancora una volta, secoli di storia della filosofia, di ricerca sembra siano trascorsi inutilmente. Perché? Eppure è ormai una certezza che la rete abbia dato vita ad una comunità. Comunità: deriva da comune con il senso di scambiare, distribuire, misurare; unito all’altro con l’obbligo di qualche prestazione e col diritto di ricevere beneficio. Allora noi di #linf12 nel nostro per-corso di laboratorio di informatica ci siamo riuscite, abbiamo costruito una comunità dove lo scambio è stato la base dalla quale si è alimentato il nostro lavoro. La novità introdotta è stata la natura della comunità, il tutto è nato e si evoluto in maniera virtuale senza per questo tralasciare le relazioni umane. Questo esperimento è stato la dimostrazione che scegliere la strada nuova non implica dimenticarsi di quello che abbiamo scoperta sulla strada vecchia, significa mettere a frutto le conoscenze pregresse, le conquiste, i principi e le vecchie scoperte in prospettiva di nuove conquiste. Qual è in questo quadro il ruolo del docente? L’educatore, come ci ha dimostrato eccezionalmente il nostro Professore, è quello di accompagnare, suggerire, rassicurare lo studente in un per-corso che dovrà lui stesso inventare. Tutte le colpe non sono dei docenti che guardano con diffidenza le nuove strade ma di chi ci vuol far credere che la rivoluzione sta nella fornitura dei mezzi, non si investe nella scuola assegnando una Lim spesso senza le infrastrutture che la supportino. Oggi assistiamo a realtà in cui si istallano Lim, videoproiettori, pc in plessi dove non arriva la connessione internet o in luoghi fisicamente inaccessibili e a insegnanti che a loro spese e senza alcun riconoscimento dovrebbero utilizzarle senza poter contare su aggiornamenti adeguati. La solitudine inevitabilmente separa, toglie fiducia, inibisce la ricerca. Durante il nostro viaggio abbiamo assistito a cambiamenti epocali solo grazie alla forza del gruppo, favorita dal mezzo; persone come me che anno agito per sfida, grazie alla comunanza. Voglio qui riportare un bellissimo esempio sempre stimolato da questo aggiornamento sul piano di gestione delle diversità tratto dal libro “Natura incompleta” di Terence Deacon. Nella presentazione si parla della scomparsa di un bambino nel mezzo di un bosco e della ricerca di un gruppo di 50 persone che avranno il compito di cercarlo attuando un piano secondo il quale ognuno cercherà da solo senza ripercorrere la stessa strada o la strada di altri. Uno solo troverà il bambino, la ricerca degli altri 49 è stata inutile eppure se lui solo si fosse messo alla ricerca probabilmente non lo avrebbe trovato. In quel bosco noi di #linf12 ci siamo avventurate per due mesi e certi insight sono arrivati alla mente solo di alcune, ma se si fossero avventurate nel bosco da sole avrebbero avuto le stesse intuizioni? Se non avessero potuto sfruttare gli errori delle altre, avrebbero trovato lo stesso il bambino? Cos’è stato allora questo per-corso? La dimostrazione che la scuola deve trovare nuove strade facendo tesoro di quelle percorse fino ad ora, imparare a fidarsi e imparare a gestire il nuovo per re-interpretarlo e utilizzare quello che di buono ci può suggerire. Ma per farlo la scuola deve ritrovare il proprio posto nella comunità ammettere di farne parte, ammettere che gli altri 49 rappresentati dalla famiglia, dalle nuove tecnologie, dalle altre istituzioni, dalle altre agenzie formative, dal territorio locale, nazionale e soprattutto mondiale, hanno pari dignità; spogliarsi della veste autoreferenziale, della presunzione che la connota, perché da quel bosco possiamo uscirne tutti insieme.

Mariantonietta

“SANA FOLLIA ”

“Voglio capire ciò che è vero e distinguerlo da ciò che è falso – Oggi ho iniziato un’avventura… il Laboratorio informatico – Occasione per misurare i miei limiti ed eventualmente superarli“

Così scrivevo il 6 Gennaio 2013 sul mio Blog.

Avevo scoperto da pochi giorni un mondo che pensavo fino a quel momento freddo, grigio, senza colore e sapore… forse anche senza forma.

Voglio farvi capire quello che ho vissuto in 60 giorni, quello che ho capito, che mi ha entusiasmato, che mi ha fatto avvilire, che mi ha fatta crescere… E già , a 42 anni suonati, 14 d’insegnamento… mi sentivo una bambina di primo anno della scuola primaria. Bene, quando aprendo l’email, trovai il benvenuto del prof mi sono sentita coccolata, ma non le solite mielosità, percepivo attenzione, pazienza e un progetto pensato a misura per me.

Andando su http://iamarf.org, il nostro “nido”, vidi subito un video di presentazione, bello, affascinante… ma dopo 5 minuti mi ritrovai con la testa fra le mani. Unico pensiero: “queste cose non le so fare”. Silenzio, provai a rivedere il video, aprivo e chiudevo. Poi iniziai a esplorare. In seguito il prof disse a noi tutte che dovevamo esplorare un “bosco”. Capii che all’inizio era una grande foresta piena di pericoli, appena sbagliavi, dovevi provare e riprovare. Notti intere a dipingere una tela che subito rischiava di sbiadire in un niente.

Ma c’era sempre un aiuto: un post, un commento, un articolo, un consiglio… e la rabbia di ognuna di noi; ci cercavamo… Da lì sicuramente la “genesi” del gruppo, forte e compatto che oggi siamo: #linf12. Per non parlare delle “favolose interazioni”.

Dodici disperate, tutte donne, tutte con un medio-basso livello di competenze informatiche. Non me ne vogliano le mie “amiche”… forse basso, bassissimo!!!

Sin da subito un blog! Ma chi ne aveva mai sentito parlare nei dettagli?

Eppure creai il Blog di Wittgens, giorni a cambiare, provare e poi è venuta fuori una creatura. Potevo cambiarne l’aspetto, i colori, farlo “mio”, farlo mutare.

Piano piano, mettere le foto, inserire articoli, anche qualche cavolata (dolce tipico del mio paese…), ma ogni volta era qualcosa di magico. Andavo a rivedere sempre quelle poche e misere cose che avevo inserito con fatica.

Il blog è stata la spinta, da quel momento iniziò la corsa… e che corsa! Che salita!

Post, foto, diario di bordo, screenshoot, aggregatori, feed, Rssowl, reader, codice, html, twitter, scrittura collaborativa, pad… boschi e marmellate e tante altre cose.

Ora qui, a Didamatica a raccontare un sogno, un’impresa, una sfida… una vittoria.

Si, ha vinto l’intelligenza di un percorso nuovo, fatto su misura, non un abito uguale per tutti, ma qualcosa fatto per noi, fatto per plasmare ed ammorbidire le menti irrigidite dal “sistema” oramai becero, stanco, arrugginito, superato… che vuole vedere le menti inzuppate di teorie, discorsi vuoti, povere del “fare”, del gusto di sfidare se stessi, di conoscere i propri limiti e le proprie potenzialità.

Concludo con una frase che mi è tornata spesso in mente in questi 60 giorni pieni di vita, di sensazioni, di emozioni, di crescita professionale e umana, di ricerca:

“Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe. Non vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quale messi di vantaggi ne derivi”

Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 1509

Noi di #linf12…siamo tra le pochissime.

Roberta

Sono un’insegnante di scuola primaria con 28 anni di esperienza.

Come è iniziata la mia storia interattiva di questo percorso informatico all’interno della piattaforma IUL?

Era da troppo tempo che, professionalmente parlando, sentivo una certa rigidità e fissità del mio ruolo. Mi sembrava di aver creato una barriera tra l”io insegnante” e i miei studenti. Questa parola mi ha fatto scattare il campanello d’allarme: barricata-barriera. Allora che fare? Nell’interazione educativa (e non solo) le barriere non portano a nulla di buono. Forse la soluzione era di tornare di nuovo studente: provare a vari livelli (emozionale, pratico…) quello che vivono i miei alunni: ciò potrà essere solo un Bene, perchè sono convinta che non ci sia altro modo per costruire relazioni proficue di ogni specie e per ogni scopo:provare sempre a mettersi in gioco stando nei panni degli altri. La parola chiave dunque per me è stata relazione. Nella mia pratica quotidiana ho sempre ricercato la relazione con gli studenti, i genitori e l’istituzione, perché l’apprendimento può passare solo da una spinta relazionale, motivazionale. Allora mi sono chiesta: – Come si stabiliscono nella nostra società odierna le relazioni? E mi sono data questa risposta: – Soprattutto con l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Io partivo letteralmente da zero. Le mie competenze si fermavano ad un corso lontano. Come è d’uopo per una ricerca di carattere storico, sono andata a rileggermi i documenti: i post del professore e i commenti che mi riguardavano all’inizio che poi si sono miracolosamente trasformati nel ci riguardavano. Ricordo ancora a dicembre quando timidamente ho inviato una e-mail a tutti i componenti della classe;non sapevo letteralmente da dove partire per rispondere alla prima richiesta: apertura di un blog. È ancora vivo lo stupore che ho provato nel leggere un post in cui il prof mi citava e chiedeva di utilizzare il blog iamarf per le nostre comunicazioni. Così ho iniziato a postare dei commenti, prima in forma anonima, dato che ancora non possedevo gli strumenti. Poi piano piano con l’apertura del mio blog, la mia identità si è resa presente e la cosa è stata reciproca con le altre corsiste. Guidate dal prof siamo riuscite a costituire un gruppo, che ora opera a livello di apprendimento cooperativo, scambio di materiali, condivisione nello studio, ma soprattutto di una relazione interpersonale, arricchente dal punto di vista umano. È possibile trasporre questa esperienza nella pratica quotidiana di apprendimento? Credo proprio di sì, anzi ne sono convinta, altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Quindi mettermi nei panni degli altri è stato utile per arricchire il mio bagaglio professionale al fine di tentare l’esperienza della blogoclasse con i miei alunni, superando e vincendo pregiudizi sull’uso delle nuove tecnologie che noi, non nativi digitali, ci portiamo dentro. Il titolo di un post del prof era abbiate fede che qualcosa germoglierà: queste parole me le porterò sempre dentro!

Rosaria

Insegno nella scuola primaria da appena diciottenne, sono tanti anni, ne ho 40! Ho iniziato a studiare all’università di Palermo e contemporaneamente iniziavo a lavorare presso un istituto religioso della mia città, cominciando ad insegnare in una seconda elementare. Facevo la maestra! Volevo farlo da sempre…Insegnare deve essere per forza qualcosa che se lo fai, devi proprio volerlo dal profondo, come dire una “passione”; questo perchè di ostacoli ne ho incontrati diversi, forse non li chiamerei ostacoli, ma percorsi obbligati, casi della vita… un incrocio di scelte dovute e volute. Quella di iscrivermi alla IUL è stata proprio una scelta voluta! Ponderata, avevo già chiesto l’anno accademico scorso… ma l’unica perplessità era stata la paura di non poter coinciliare tutti gli impegni: figli, lavoro, casa… anche marito. Alla fine è stato proprio mio marito che nella sua visione lineare, ottimistica e motivante, mi ha convinto che dopo tutto non sarebbe stata una cattiva idea ultimare un corso di studio, pensare un po’ di più a me stessa. Ed eccomi qui con voi a condividere la mia voglia di conoscere, imparare e crescere. Emblematico è stato l’incontro, il giorno del primo esame, con la collega fino a quel punto “virtuale”: ci siamo guardate, “riconosciute”…. “Ma tu sei…?” e abbracciate! Come si fa proprio con i vecchi amici. Questo fa capire la relazione che si è instaurata nel nostro gruppo. Il senso di appartenenza lo dobbiamo al creatore del gruppo #LINF12, il prof, che già dai primissimi contatti, si è prodigato a fare in modo che tale esperienza non restasse una trasmissione di sapere unidirezionale, ma che diventasse circolare! I continui feedback, chiamate esercitazioni, la sua giornaliera “presenza” nonostante i km che ci dividono, con stimolanti sfide, occasioni per… è la vera rivoluzionaria differenza di questo per-corso!! Adesso non siamo più un elenco di iscritti, ci lega un rapporto di scambi continui, di confronti e di esperienze di vita da condividere con gli altri.

Questo è “Cooperative Learning”: positiva interdipendenza, interazione, responsabilità individuale, uso appropriato delle proprie abilità nella collaborazione.

Il clima collaborativo che è nato è davvero speciale, in questo particolare momento di esami lo è ancora di più, il sostegno e la “vicinanza” di qualcuno che sa in prima persona, come te , cosa provi e come ti senti, ti rafforza!

Sabrina

Contrariamente alle altre io non sono una docente, sono un’amministrativa, tutto il giorno tra Dare/Avere, bilanci, registrazioni. Ho intrapreso questo percorso per curiosità, volevo conoscere il mondo scolastico dall’interno e non solo come appare a noi genitori. La volontà di iscrivermi a questo corso di laurea è una cosa che è cresciuta lentamente dentro di me, un bisogno di mettermi di nuovo in gioco e per insegnare a mia figlia che non è mai troppo tardi per fare una cosa a cui tieni, ma che è sicuramente meno faticoso ed impegnativo farlo nei tempi giusti.

Mi ricordo ancora il primo collegamento in sincrono, sull’Ipad, non avevo l’audio, quello che riuscivo a capire era che, ad eccezione di una o due colleghe, le altre erano tutte docenti di scuola elementare. Al termine ho pensato, ma che cosa ho fatto? Cosa ci faccio io qui? Che cosa ho io in comune con loro? Come potrò mai relazionarmi sui problemi lavorativi o di studio?

Poi il 9 dicembre 2012 mi è arrivata la prima mail del prof che esordiva così:

Cari studenti, sono “quello” del Laboratorio Informatico, uno degli insegnamenti del corso di laurea al quale vi siete coraggiosamente iscritti: Metodi e Tecniche delle Interazioni Educative” – omissis – Leggendo questo primo post, non vi fate prendere dall’ansia delle istruzioni per l’uso. Esplorate semplicemente. Durante il (per)corso, benché forzatamente breve, cercheremo di fare varie cose ma non sarà mai questione di studiare prima le istruzioni per l’uso, bensì di scoprirle insieme.

Cari saluti

Andreas

Ora la parola ansia in quel momento per me era un eufemismo …. terrore, non ansia. L’ansia fai due o tre respiri razionalizzi e la superi, il terrore no, non lo razionalizzi.

Il panico era già iniziato dal giorno in cui per caso ero andata a vedere sul sito della IUL il programma del laboratorio informatico. La presentazione era un video dove venivano illustrate le attività che avremmo dovuto imparato a svolgere con alla fine una schermata dove ruotavano parole come: Blog, open source, Web feed, twitter, social network, editing, linguaggio e chi più ne ha più ne metta. Fitta alla bocca dello stomaco ed il pensiero fisso: “My God! come farò io che il computer lo uso solo per lavoro e per ogni programma che imparo ad utilizzare, sia office o zucchetti, mi sembra sempre di aver fatto una delle fatiche di Ercole, se non tutte insieme?”

Non faccio in tempo a calmarmi e ripetermi come un mantra non ti preoccupare tanto c’è tempo adesso vedrai che piano piano le cose si faranno che il 10, dico 10 dicembre, appena 24 ore dopo, mi arriva una seconda mail con un “semplice” invito da parte di “Quello” del Laboratorio Informatico ovvero “…Vi propongo quindi uesto primo post dove siete invitati a leggere una riflessione sui servizi web in generale e quindi ad aprire un blog”. Le gambe sono diventate gelatina, la salivazione si è bloccata, i capelli dritti già li avevo dal giorno prima, quindi non si sono abbassati e ho preso visione di una cosa… Si stava facendo sul serio! Che fare? Dovevo provare. Così il 10 dicembre stesso è nato il mio blog. Semplice, semplice ma mio. Che conquista! Ero orgogliosa di me stessa. Ma era solo l’inizio dell’avventura.

Da quel giorno,sono trascorsi poco più di due mesi, in ordine ho imparato ad usare Google Reader; i famosi feed; lo screenshot, inserire nel blog link, immagini, video; mi sono sporcata con i colori come dice il prof, passo da un tweet ad una chattata sul piratepad, sembro posseduta dall’animo di Bill Gates. Ma soprattutto, sono diventata una #linf12 dipendente.

Perché all’interno di tutto questo percorso sono stata accompagnata, guidata, sostenuta dal prof, da Claude e dalle altre mie care compagne di avventura.

Oggi le mie domande iniziali: “Che ci faccio io qui? Che cosa ho in comune con loro?” hanno trovato una risposta: dovevo far parte del #linf12, dovevo essere anch’io all’interno della creatura del prof; un gruppo unito, curioso di scoprire cose nuove. Perché tramite questo modo di insegnare ho testato che niente è impossibile se uno viene portato a fare piuttosto che a memorizzare sterili concetti fini a se stessi. La teoria è utile ma solo se complementare alla sperimentazione, quando diventa caratteristica unica dell’insegnamento perde efficacia. Se oggi tutte noi siamo un gruppo unito che si cerca, trova, aiuta, operando in una sorta di apprendimento cooperativo con scambi quotidiani di sensazioni, emozioni, lavori e questo grazie ai mezzi ed alla passione donataci dal prof. Il suo modo dinamico di insegnare ci ha incoraggiato a misurarci in cose nuove, sconosciute e quando ci siamo trovate titubanti c’è sempre stato il conforto che se avessimo fatto qualche “guaio” ne saremmo sicuramente venute fuori tramite la forza del gruppo guidato dal suo Capitano.


Note

[1] Antonio Fini, Andreas Formiconi, Alessandro Giorni, Nuccia Silvana Pirruccello, Elisa Spadavecchia, Emanuela Zibordi, Open Educational Resources e comunità virtuali: riflessioni su un’esperienza, Journal of e-Learnin and Knowledge Society — Vol. 4, n. 1, 2008 (pp. 101 – 109)
[2] Maria Grazia Fiore, Andreas Robert Formiconi, Insegnare Apprendere Mutare: la blogo-classe va in scena! (pdf), Journal of e-Learnin and Knowledge Society — Vol. 4, n. 3, 2008 (pp. 51 – 59).
[3] Jenny Mackness, Sui Fai John Mak, Roy William, The Ideals and Reality of Participating in a MOOC (pdf), Proceedings of the 7 the International Conference on Networked Learning 2010, Edited by: Dirckinck-Holmfeld L, Hodgson V, Jones C, de Laat M, McConnell D & Ryberg T, Proceedings of the 7 the International Conference on Networked Learning 2010, Edited by: Dirckinck-Holmfeld L, Hodgson V, Jones C, de Laat M, McConnell D & Ryberg

Da Agorà: Firma la petizione contro ACTA il bavaglio mondiale ad internet

Leggete questo testo tratto da Agorà Digitale, poi guardate con molta attenzione il video seguente, quindi, se siete d’accordo, andate nel link successivo al video, che conduce al modulo per firmare la petizione in Agorà. Sarebbe un grave errore considerare questi problemi lontani dalla propria realtà.

È urgente una mobilitazione anche in Italia dopo quella contro l’emendamento Fava.
Oggi a Tokyo l’Unione Europea ha firmato ufficialmente il trattato ACTA (Accordo Commerciale Anti Contraffazione). Una decisione grave, perchè avviene pochi giorni dopo le grandi mobilitazioni in Italia e negli Stati Uniti che hanno mostrato la contrarietà dei cittadini in tutto il mondo contro provvedimenti che, con il pretesto della proprietà intellettuale, impediscono l’accesso ai farmaci dei paesi in via di sviluppo e mettono un bavaglio ad internet. La questione ancora più preoccupante è che l’Unione Europea trascura completamente la diffusa critica presente contro ACTA, proveniente non solo da parte delle ONG che si occupano dell’accesso ai farmaci, come Oxfam o Health Action International, ma anche dai principali partner commerciali dell’UE.
È urgente che le diverse mobilitazioni nazionali come quella italiana contro l’emendamento Fava e quella americana contro SOPA e PIPA si uniscano contro il liberticida trattato ACTA che avrà un impatto negativo sulla libertà di espressione, l’accesso alle medicine ma anche alla cultura e alla conoscenza. I cittadini europei devono reclamare un processo democratico, contro le influenze delle multinazionali. Ci saranno diverse votazioni al Parlamento Europeo prima del voto finale di quest’estate e speriamo che non solo Agorà Digitale ma tutte le forze politiche unite in questi giorni contro i bavagli alla Rete vogliano fare pressione sui nostri parlamentari europei.
IL VIDEO CHE SPIEGA COS’E’ A.C.T.A. SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

Attivati qui!!!


Da Agorà: No al Bavaglio ad Internet e al SOPA Italiano

No al Bavaglio ad Internet e al SOPA Italiano
No al Bavaglio ad Internet e al SOPA Italiano

Da Agorà Digitale:

Abbiamo pochi giorni per convincere i parlamentari ad abrogare l’emendamento Fava, che introduce un nuovo bavaglio al Web. Firma la petizione rivolta ai parlamentari italiani affinche sottoscrivano gli emendamenti che abrogano la nuova norma bavaglio.

Oggi 4 associazioni (Agorà Digitale, Articolo 21, Liberiamo, il Futurista) e alcuni parlamentari (tra i primi Beltrandi (Radicali), Giulietti (Misto), Perina (FLI)) alle 11.30 terranno una conferenza stampa alla Camera (in diretta su webtv.camera.it) per lanciare una mobilitazione che fermi l’emendamento. Ma è fondamentale che da subito si mobilitino associazioni, giornalisti, imprenditori, politici e semplici imprenditori.

Firma e fai girare!

Unisciti alla pagina facebook http://www.facebook.com/pages/nofava-No-al-Bavaglio-ad-Internet-e-al-SOPA-Italiano/348602321824568?sk=info

Ed ecco il testo della petizione

Gentile Onorevole,

deputati e senatori di quasi tutti i gruppi (Fli, Gruppo Misto, IDV, PD, PDL e Radicali) hanno presentato alla Camera molti emendamenti volti ad abrogare dalla legge comunitaria l’emendamento dell’On. Fava, che, in contrasto con le direttive europee vuole obbligare i siti web a controllare preventivamente i contenuti pubblicati dagli utenti, rimuovendoli in base ad una semplice segnalazione di una parte interessata. Se è importante la difesa del diritto d’autore questa non può avvenire a scapito dei diritti degli utenti e degli hosting provider (siti come Wikipedia, Google, Facebook) che saranno costretti ad una rimozione “selvaggia” di contenuti.

Le chiediamo di apporre la sua firma su tali emendamenti o quantomeno su alcuni di essi, per dare forza alla richiesta di abrogazione in modo che sia chiaro che la difesa del web, non come luogo di assenza di regole, ma come risorsa anche per l’informazione è condivisa da tutti gli schieramenti politici.

Internet è e sarà una risorsa fondamentale per la nostra democrazia e deve essere tutelata.

Per saperne di più:

Gli ultimi posti in Agorà – agoradigitale.org

Roberto Saviano – Repubblica.it

Antonio Castaldo – Corriere della sera

Il Messagero – Il Messaggero.it

Luca Dello Jacopo – Il Sole 24Ore

Federico Mello – Il Fatto Quotidiano.it

Il Secolo XIX – Ilsecoloxix.it

Libero Quotidiano.it

Libertiamo – Libertiamo.it


Attivati qui!!!


La neomacchina e il codice


Leggo dal Webster’s Ninth New Collegiate Dictionary:

code: a system of signals or symbols for communication. Ovvero, codice: un sistema di segnali e simboli per la comunicazione, in generale.

Per esempio, il numero di telefono è un codice, inserito nel contesto giusto e nel modo giusto dà vita a un contatto telefonico, mentre se lo vediamo scritto su un muro è solo un numero. Potrebbe anche non sembrarci un numero di telefono, se per esempio fosse scritto in maniera un po’ scompaginata. L’IBAN è un codice, un indirizzo email è un codice. I codici funzionano se vengono inseriti nel contesto giusto e nel modo giusto. Noi usiamo codici per dare istruzioni alle macchine che popolano la nostra vita. Un numero di telefono consente di dare luogo ad una precisa sequenza di accadimenti in una rete telefonica. Il numerino stampato su un biglietto di un parcheggio (caro) di Firenze Parcheggi può essere digitato su di una tastiera che consente di accedere alla toilette (sporca) del parcheggio.

Anche Internet è una macchina, una macchina complicatissima sparpagliata per tutto il pianeta, composta da un gran numero di macchine diverse, computer, telefoni, tablet e tanti altri tipi e ibridi possibili immaginabili. Forse molto presto, oppure già ora, anche frigoferi, forni, magari orologi o parti di indumenti … E queste macchine sono tutte collegate fra loro mediante una miriade di connessioni diverse, realizzate con cavi di rame, fibre ottiche, canali radio, anche questi in una grande varietà.  Come non chiamare macchina tutto ciò? In fin dei conti tutte le macchine sono composte da tante sottomacchine. Internet è solo tanto tanto più complicata ed eccezionalmente sterminata.

A pensarci bene però non è proprio così. Un’automobile, che è innegabilmente una macchina, funziona se c’è un conducente che la guida, ovviamente. Poi può essere parcheggiata e dimenticata per ore, giorni – mesi no perché la batteria si scarica – per essere poi ripresa e usata. Tutte le macchine sono così. Il decespugliatore ora se ne sta buono in cantina, come inutile e stupidamente aggrovigliata composizione di metalli, cavi e plastiche. Tuttavia, quando lo riprenderò in mano, in primavera, lui ripartirà docile, spero.

Internet non è così. Internet funziona sempre. Se all’improvviso cessasse di funzionare, cioè se improvvisamente, tutti questi nostri browser si congelassero e così tutti i cellulari e tutte queste finestre e finestrine divenissero come la finestra che, qui davanti a me dà sul buio della notte, allora penseremmo che sarebbe successo qualcosa di terribile, penseremmo ad una qualche catastrofe planetaria, un conflitto nucleare,  un grande meteorite. In altre parole, noi attribuiamo ad Internet la stessa certezza di esistenza che attribuiamo all’umanità, nel senso che se Internet improvvisamente sparisse, immediatamente paventeremmo un grande pericolo per l’umanità intera, per come noi la conosciamo, per come noi siamo ormai abituati a starci dentro, a questa umanità.

E questo accade perché Internet dà luogo ad un nuovo spazio, che è uno spazio immateriale, ma che gli umani possono colonizzare, esattamente come gli spazi fisici, perché gli umani vivono di materialità ma anche e forse più di immaterialità, generata dai loro pensieri e dai loro sentimenti. Gli umani hanno colonizzato il cyberspazio, substrato immateriale ospitato dal substrato fisico di Internet, come i pensieri popolano la mente, substrato immateriale ospitato dal substrato fisico della rete neuronale del cervello.

Internet quindi non è una macchina e lo è allo stesso tempo. Diciamo che non è solo una macchina, ma qualcosa di più. Molto di più. È una neomacchina. Poiché la neomacchina è nuova, nel senso che non se ne era mai vista una simile prima, essa genera tutta una serie di prospettive nuove. Per esempio presenta molte delle caratteristiche delle cose vive. Parti di essa nascono, crescono, maturano, interagiscono in maniera complessa, spesso solo in parte prevedibile, con altre parti, si indeboliscono, muoiono. Internet è viva ed ha due nature che non possono essere isolate, quella umana e quella della macchina. Se si toglie una di queste due parti dal sistema essa scompare come una bolla di sapone.

Essendo una macchina ci aspettiamo che ad essa si possano comunicare delle cose, come siamo abituati a comporre il numero di telefono all’apparecchio telefonico. Tuttavia, non essendo, allo stesso tempo, una macchina, ci aspettiamo di poterci comunicare come comunichiamo fra di noi, per esempio scrivendo una lettera al direttore di un’organizzazione, o intervenendo a Prima Pagina, Su Radio 3. Ovvero ci aspettiamo di poter scrivere lettere, pronunciare discorsi e così via.

Ma come possiamo fare questo? Come possiamo esprimerci naturalmente attraverso una macchina. Beh, direte come il telefono. Quando si fa una telefonata si instaurano due tipi di comunicazione, la prima banale, con la macchina, che necessita solo l’inserimento del numero di telefono, essa ci risponde attraverso sequenze di toni – libero, occupato … – e, se le cose vanno bene, stabilisce il contatto con la persona che vogliamo chiamare. Da qui in poi parte una comunicazione normale, anche se limitata alla sola voce.

I tecnici chiamano questo modo di comunicare a commutazione di circuito. La macchina si limita a stabilire un contatto, se questo funziona si crea un micromondo virtuale popolato da due persone. La neomacchina è completamente diversa sotto questo aspetto. I tecnici dicono che funziona mediante la commutazione di pacchetto. Con questo sistema l’informazione viene segmentata in tanti piccoli pacchetti che grazie a ciò che è stato “scritto sul loro involucro” trovano autonomamente la loro strada nella rete, anche se questa è sterminata e aggrovigliata. Così, in ogni istante di tempo, lungo un qualsiasi tratto di linea della rete, si trovano una miriade di pacchetti appartenenti a comunicazioni diverse, un pezzo di questo post che sto caricando sui server wordpress, un frammento di voce di una mamma che parla con un figlio dall’altra parte del mondo, una scheggia di un tutorial sulla realizzazione di un calzino e via e via … tutto insieme mescolato in un caotico mostruoso bazar. Come si fa a comunicare a questa cosa senza poter usare un numero di telefono?

Grazie al codice, che è mutato velocemente nel corso del tempo, diversificandosi, stratificandosi e apparentandosi in una varietà di modi con il testo. Le mutazioni del codice stanno avendo luogo ad una velocità crescente, credo in modo esponenziale. Nuovi strati di codice nel giro di pochi mesi dilagano e dopo pochi anni vengono usati da milioni di persone nel mondo.

Ecco perché ci siamo messi a fare dei piccoli esercizi con i quali si può vedere l’HTML. La scrittura in HTML non è certo un obiettivo di un corso del genere, ma qualche semplice esempio di questo tipo di codice è ottimo per dare sostanza ai discorsi che andiamo facendo. Poi, se qualcuno, grazie a questi banali esempi, finisce che riesce a scrivere commenti inserendo parole in grassetto o a confezionare qualche link in un qualsiasi luogo del cyberspazio, tanto di guadagnato.

Ho detto “questo tipo di codice” ma è scorretto. È proprio questo il punto, un documento scritto in HTML non è né testo puro né codice puro, è tutti e due.

Il testo HTML di questa frase dove la parola grassetto è scritta in grassetto è questo:

Il testo HTML di questa frase dove la parola <b>grassetto</b> è scritta in <b>grassetto</b> è questo:

Questa riga è composta da testo, trattandosi di una normalissima frase, ma vi sono degli elementi estranei, <b> e </b>, che non avrei mai incluso in una lettera alla mia nonna. L’insieme di tali elementi costituisce il codice di questo piccolo documento, fatto di una riga sola. Per inciso, il codice che istruisce i browser a rappresentare in grassetto i caratteri è <b> … </b> perché in inglese grassetto si dice bold.

I comandi HTML non concernono solo la rappresentazione del testo ma possono conferirgli funzionalità.

Ecco come si rappresenta il link a questo preciso punto di questa pagina:

<a name="QUESTO_PUNTO">Ecco</a> come si rappresenta il <a href="https://iamarf.org/2011/11/21/la-neomacchina-e-il-codice#QUESTO_PUNTO">link a questo preciso punto</a> di questa pagina:

La parola ecco è circondata dal codice che le assegna il nome QUESTO_PUNTO e la parola link è circondata dal codice che dice dove deve finire chi clicca su di essa.

Così si comunica con la neomacchina: inviando commistioni di testo e di codice.

L’HTML non è l’unico esempio di scrittura codificata. Noi lo usiamo qui perché è molto pertinente, essendo destinato a rappresentare i testi nelle pagine dei browser. Ve ne sono altri e di almeno uno di questi vorrei dire qualcosa, in seguito. Soprattutto, daremo un’occhiata con la stessa semplicità ma con altrettanta attenzione a qualche successiva stratificazione di codice, emersa su HTML. Per ora basta. Meglio magari andare a fare qualche balocco con i link, sulla paginetta sfrucugnata.

L’Italia è ferma ma in quanto a censura …

Sito Non raggiungibile

Cliccate sul banner qui sopra per firmare!

Scopro questa iniziativa grazie alla segnalazione di ScambioEtico: una petizione con la quale ci si  appella all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni affinché effettui una moratoria sulla nuova regolamentazione sul diritto d’autore. Traggo dalla pagina web della petizione:

Se il diritto d’autore non sarà regolamentato in modo da garantire che anche nella sfera digitale ci sia il giusto equilibrio tra i diversi interessi presenti nella società, da strumento di emancipazione dei produttori di contenuti, esso diverrà inevitabilmente un sistema di controllo e censura pervasivo.

La corruzione delle istituzioni pubbliche, di tante organizzazioni private e dei poteri finanziari è un problema conclamato nelle democrazie occidentali. Il recupero di valori di integrità e trasparenza nella conduzione di qualsivoglia organizzazione, pubblica o privata, è riconosciuta in tutto il mondo come un’impellente e inderogabile necessità.

La nostra triste storia ammorbata da tante agghiaccianti stragi, tutte inspiegate, da una strisciante simpatia popolare per le “scorciatoie”, maniere spicce e censura, e infine, dall’attuale torbido marasma nel quale sta errando l’azione del presente governo, non fanno presagire nulla di buono riguardo allo

sforzo congiunto e illuminato per imparare a regolamentare il cyberspazio con un’armonica composizione di legislazione e codice (software), al fine di mettere a frutto le straordinarie proprietà del suo ecosistema e salvaguardare i diritti e la libertà, secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani e secondo le costituzioni delle democrazie

di cui dicevo poco tempo fa guardando quello che succede nel mondo.

E, sempre riguardo alla big picture, ragionando di colonizzazione di Internet

Di conseguenza, le amministrazioni pubbliche dei paesi democratici, desiderano limitare lo sconfinamento della criminalità nel cyberspazio, ma sono sostanzialmente prive di strumenti tecnici adeguati. Inoltre, sono sottoposte alla pressione delle lobby delle corporation, e così finiscono per adeguarsi agli interessi di quest’ultime.

Vale la pena di leggere quello che ha scritto Guido Scorza su Daily Wired per capire cosa sta succedendo dalle nostre parti.

Il potere del codice

Google e Twitter scavalcano la censura e ridanno voce agli egiziani
Google e Twitter scavalcano la censura e ridanno voce agli egiziani

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Il discorso che avevo fatto sulla colonizzazione di internet era era teso a mettere in luce il potere del codice – codice software. Dicevo:

Qui compare l’argomento fondamentale di Lessig: le leggi che sono scritte per regolamentare la vita nella realtà fisica, si rivelano insufficienti nel cyberspazio, dove la regolamentazione si attua principalmente attraverso il modo con cui esso è costruito, vale a dire attraverso il “codice”.

Occorre dire che il vocabolo “codice” è usato qui nella suo significato tecnologico, vale a dire di codice software: il cyberspazio è regolamentato attraverso il software (il codice) che lo fa funzionare.

Questo potere lo tocchiamo ora con mano seguendo gli eventi nordafricani. Carla Rumor ci racconta in maniera chiara e concisa come Google e Twitter scavalcano la censura e ridanno voce agli egiziani.

Se avete ancora un attimo di tempo, può valer la pena di approfondire il tema leggendo il racconto Scroogled (originale in inglese) di Cory Doctorow, da cui …

Se Google avesse speso quindici miliardi di dollari per prendere i cattivi alla frontiera, ci si poteva scommettere che li avrebbero presi… è che i governi proprio non sono attrezzati per Effettuare Ricerche Appropriate.

If Google had spent $15 billion on a program to catch bad guys at the border, you can bet they would have caught them–governments just aren’t equipped to Do Search Right.

Non è questione di demonizzare il cyberspazio e nemmeno di considerarlo un paradiso. È invece auspicabile uno sforzo congiunto e illuminato per imparare a regolamentare il cyberspazio con un’armonica composizione di legislazione e codice (software), al fine di mettere a frutto le straordinarie proprietà del suo ecosistema e salvaguardare i diritti e la libertà, secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani e secondo le costituzioni delle democrazie.

È da qui che passa la gestazione della società della conoscenza ed è da qui che deve necessariamente passare qualsiasi progetto politico che voglia essere veramente proiettato nel futuro.

Volantino di LQDN su ACTA

La Quadrature du Net
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[Aggiornato 30/1/2011 (testo aggiunto in rosso)]
La gente de La Quadrature du Net, di cui ho parlato a proposito della colonizzazione di Internet e dell’accordo anti-contraffazione ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), distribuisce un volantino (pdf) che riassume i principali elementi di preoccupazione.

Riporto di seguito la taduzione in italiano. Chi è interessato trova il testo aggiornato di ACTA qui (pdf), l’analisi del medesimo fatta dalla Quadrature du Net qui e il volantino riportato di seguito in formato pdf qui.

Sul blog di ScambioEtico si trova la traduzione di un articolo di David Hammerstein che spiega bene le questioni citate nel volantino della Quadrature du Net.

Leggi il volantino …

La colonizzazione di Internet

Logo dell'associazione La Quadrature du Net che lavora pr la difesa dei diritti e della libertà dei cittadini in Internet. Il logo raffigura la lettera pi-greco inscritta in un cerchio.Non-italian readers, try the English Google translation, please.


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La Quadrature du Net è una di molte associazioni che lavora per la difesa dei diritti e della della libertà dei cittadini in Internet. In questo post cerco di spiegare cosa questo significhi a chi ne sa poco o niente.

Probabilmente io non ci riuscirò, ma sarebbe invece importante, perché paradossalmente oggi, nella società dell’informazione (che ancora non è la società della conoscenza, purtroppo), l’opinione comune è sorprendentemente stereotipata. Questo crea barriere che non facilitano la comprensione dei fenomeni nuovi.

Un’altra barriera importante è quella linguistica, particolarmente in un paese come l’Italia, nel quale le persone che sono in grado di comunicare in inglese sono troppo poche, rispetto agli standard internazionali.

Se scrivo in italiano perdo lettori stranieri. Se scrivo in inglese perdo quelli italiani. La scrittura di tutti i post di un blog in due lingue è defatigante.

Allora proviamo a fare un  esperimento, con il quale scrivo in italiano ma penso anche in inglese e, allo stesso tempo, chiedo l’opinione di Google Translator, con l’obiettivo della chiarezza nelle due lingue. Può essere che perda eleganza in ambedue le lingue. Non importa, non ho particolari ambizioni letterarie o accademiche, ma solo il desiderio di scrivere chiaramente per il maggior numero di persone possibile.

Continua a leggere …

La misura di Internet

Questa grafica è stata prodotta dalla gente di Focus e l’ho scoperta grazie a Mashable, dove si cita anche una versione testuale degli stessi dati, disponibile su Royal Pingdom.

Onde evitare confusione con i numeri:

  • 1M = Million = Milione = 1000 x 1000 = 10^6 in notazione scientifica (Mega)
  • 1B = Billion = Miliardo = 1000 x 1000 x 1000 = 10^9 (Giga)
  • 1T = Trillion = 1000 miliardi = 1000 x 1000 x 1000 x 1000 = 10^12 (Tera)

Una visione grafica delle misure di Internet nel 2010. Nel breve testo che segue l'immagine, c'è anche un link ad una versione testuale dei dati.

La questione fondamentale posta da Wikileaks

La questione sollevata dalla pubblicazione in Internet di ingenti quantità di documenti riservati da parte di Wikileaks ha sollevato una questione cruciale, che supera in importanza tutte le altre pur gravi faccende che sono sul tappeto in varie parti del mondo, ivi compresa l’impasse nella quale si trova l’amministrazione politica del nostro paese.

La questione attiene alla libertà espressione, sancita nell’articolo n. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani:

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Il problema della trasparenza e dell’eticità del comportamento delle istituzioni e delle grandi organizzazioni è un tema che molti osservatori ritengono oggi critico per la sopravvivenza dell’intero sistema economico e per la stabilità politica nel pianeta.

La prima ondata di documenti rilasciati da Wikileaks ha travolto in primo luogo la diplomazia americana ma è veramente miope ritenere che sia un problema che concerne esclusivamente gli Stati Uniti, per due motivi: in primo luogo perché stanno comparendo e compariranno documenti provenienti da molte altre origini e in secondo luogo perché in materia di strategia politica, di economia, di innovazione culturale e tecnologica, i problemi degli Stati Uniti sono anche i problemi del mondo, volenti e nolenti.

Per iniziare ad approfondire la questione, mi rifaccio ad un post molto interessante scritto da un giovane studioso, Aaron Bady, un africanista che sta completando il PhD in letteratura presso la University of California a Berkeley e che tiene un blog molto seguito, zunguzungu.

Ho tradotto questo post che pone la questione di Wikileaks nei termini corretti, molto meglio di quanto avrei saputo fare io.

Aggiungo solo che, anche se questo testo è scritto da un cittadino americano che si riferisce al governo del proprio paese, il contenuto è assolutamente generale ed ha valore a prescindere dal paese nel quale ci si trovi.

Leggi il post di Aaron Bady …