Un laboratorio didattico per l’integrazione di richiedenti asilo

Non bastavano 400 e passa studenti in quattro corsi di laurea, con il proposito di rispondere rigorosamente a tutti più in fretta possibile. Non bastavano 30 tesi da seguire, con il proposito di controllare anche le virgole – circa 3000 pagine da leggere. Non bastavano incarichi vari nell’università o in progetti europei. Non bastavano idee varie che chissà quando si realizzeranno mai… Ci voleva anche il Centro di Accoglienza Straordinaria nel villaggio, subito sconvolto dall’evento, come succede dappertutto. Ma quando ti tocca ti tocca. Dopo 40 anni di lavoro inquadrato in una precisa e irrinunciabile visione etica delle tecnologie e di quello a cui possono servire per gli uomini, dopo quasi una ventina d’anni di ricerca sulle comunità di apprendimento, in ogni contesto  possibile, nel segno della libera condivisione delle idee e dell’inclusione dei più svantaggiati, con svariate migliaia di studenti, che fai? Dici che questo non ti riguarda? Impossibile. Sarebbe come negare se stessi. Non c’è tempo? Non è vero. Fra manager c’è un detto: affida sempre un lavoro a coloro che sono più occupati, quelli il tempo lo trovano. È un’affermazione un po’ brutale ma è vero, di modi ce ne sono. Banalmente: somma le ore di televisione quotidiana (che non servono a informarsi realmente) e il tempo passato sui social (peggio ancora) e vedrai quanto viene fuori! Questioni di priorità e di quello che vuoi fare della tua effimera esistenza.

Quindi eccoci. Tralascio le cronache, diverse delle quali per nulla divertenti. Due parole invece su alcune delle cose imparate in due o tre mesi di attivismo. Il sistema di accoglienza italiano è di fatto un “sistema escludente”, congegnato per dare un colpo al cerchio e  uno alla botte, scontentando alfine tutti, a spese degli sfortunati che vi rimangono impigliati. Vari particolari si possono trovare nel blog che abbiamo appositamente creato, ma anche altrove. “Sistema escludente” non lo dico io, l’ha detto una persona di grande esperienza che si occupa di questi fenomeni da tanti anni. Una delle venti e passa che abbiamo intervistato per cercare di capirci qualcosa, prima di prendere posizione, attraverso interviste reali a soggetti attivi nel settore, a vario titolo, con un nome e un cognome.

Qualche dettaglio del primo mese di vita del CAS di Poggio alla Croce può essere trovato in questo post, dove concludiamo con l’idea che interessa invece qui:

Viene spontaneo, per deformazione professionale forse, pensare alla creazione di un laboratorio  didattico interculturale, quale strumento di facilitazione della convivenza se non dell’integrazione.

Viene spontaneo pensare una cosa del genere dopo i primi contatti veri con questi ragazzi. Su una trentina capita un matematico e uno che sa di tecnologia. È la perenne lotta contro gli stereotipi (da leggere in toscano…): – Ma quelli che vengano da noi non sanno far nulla…”.  Non credo che troverei molti matematici facendo una retata a caso di trenta persone in una qualsiasi sagra paesana. Sono proporzioni normali. Non si nega che queste cambino da un contesto all’altro ma è l’applicazione dello stereotipo che offende. Un po’ come i miei colleghi che sostengono che oggi gli studenti non sanno più scrivere e basta. Non mi risulta. Quest’anno ho letto, per ora, circa 200 elaborati. Numerosi sono formidabili. Anche questa mi pare una proporzione normale. Non mi risulta che quando andavo a scuola io fosse poi così diverso, se fai la tara rispetto alle contingenze, ovvero senza scambiare per esempio il proprio liceo blasonato (non il mio caso) di una grande città con la scuola italiana in generale.

Insomma, ti avvicini alle persone e scopri universi diversi. Perché quindi non organizzare centri dove chi vuole e può mette a disposizione le proprie competenze per dare una mano a questi ragazzi. Non nella solita ottica accademica in scala ridotta: voi sedete io parlo. Piuttosto in un’ottica laboratoriale, dove il discente è molto più vero discente perché in realtà insegna anche, e il  docente è molto più docente perché in realtà impara anche. Certo, ognuno offrendo ciò che ha. A me viene in mente di aiutare Alì (nomi inventati) a usare la posta elettronica o Samir a attivare Skype. Al matematico chissà, forse dei libri? Ad altri verrà in mente altro. Comunque cose che servono nell’immediato, magari potenziando così efficacemente l’apprendimento della lingua.

Sembra impossibile? O troppo difficile? Va bene. Ma se si volge lo sguardo al passato, e si è mai combinato qualcosa di buono, si ricorderà che c’era sempre stato qualche scettico che ti voleva scoraggiare. Però poi lui è rimasto triste e tu sei diventato allegro.

Bibliografia ragionata su coding e pensiero computazionale – versione 0.3

Questa bibliografia ragionata serve:

  • a contribuire alla discussione sul tema del coding e del pensiero computazionale nella scuola in  base a quanto viene scritto nella letteratura scientifica
  • a fornire ai miei studenti che fanno la tesi su argomenti affini una base bibliografica commentata in italiano
  • a diffondere la cultura della letteratura scientifica, sviluppando gli strumenti critici per trarne profitto ma anche per individuarne i problemi
  • a rimanere aggiornato su un tema che studio e insegno

La bibliografia è distribuita con licenza CC 3.0 e può essere scaricata da questo link. Chi vuole accedere agli articoli originali citati nella bibliografia può scrivere al mio indirizzo email: arfATunifi.it.

Segue un elenco di cosa è cambiato rispetto alla versione 0.2.

  • 0. Premessa intorno alla letteratura scientifica: delle critiche di Ioannidis. In questa nuova sezione si approfondisce la questione delle valutazioni quantitative e degli abusi che vengono fatti  in molta letteratura, segnatamente nell’ambito biomedico e in quello degli studi sociali. Si prendono le mosse dai contributi di John Ioannidis, epidemiologo e esperto di metaletteratura e ci si procura qualche minimo strumento di comprensione e di valutazione degli articoli scientifici che fanno uso di test statistici. Strumenti che poi applichiamo su alcuni articoli della bibliografia ragionata. Le illustrazioni sulla significatività dei test statistici sono state realizzate con LibreLogo. I calcoli di dimensione dei campioni e di potenza dei test statistici sono stati fatti con R.
  • 1. Scraping di scratch.mit.edu. Si commentano i risultati dei lavori di Scaffidi & Chambers e di Matias et al alla luce degli strumenti  di metanalisi discussi nella sezione 0.
  • 2.2 Kalelioğlu e Gülbahar (2014) – The Effects of Teaching Programming via Scratch on Problem Solving Skills: A Discussion from Learners’ Perspective. I risultati di questi autori sono ora commentati calcolando la potenza dei test da loro impiegati.
  • 4.5 S. G. Djorgovski (2005) – Virtual Astronomy, Information Technology, and the New Scientific Methodology. Aggiunto questo lavoro il quale, pur riferendosi al campo dell’astrofisica, aiuta a capire come stia cambiando il modo di pensare di chi fa ricerca, e non solo. Una questione oscura ai più, ancora.

Professore non si illuda di essere fuori dal circuito della comunicazione accattivante

Non male il quesito posto da Laura alla fine della lezione dopo essermi diligentemente impegnato a stigmatizzare il costume di rendere qualsiasi messaggio, sito o prodotto “accattivante”.

Traggo dal forum (chi vuole può sentire la discussione dal vero nella videoregistrazione a partire da 1h59’26”):

Riprendendo il discorso di ieri e facendo un breve sunto per chi non c’era: Professore non si illuda di essere fuori dal circuito della comunicazione accattivante. Come accennavo, per me la comunicazione non può non esserlo. Per forza di cose devi arrivare al mittente, e lo fai solo ed esclusivamente se attiri la sua attenzione. Non è accattivante solo un’immagine colorata o un aspetto piacevole dal punto di vista estetico, musicale ecc ecc. Lo è anche il Suo essere fuori dagli schemi, proprio perché stona col circostante, brilla e attira. Purtroppo (lo dico con una vena di malinconia), Lei è atipico perché ci sprona a pensare, prova a darci qualcosa che non sia una mera nozione accademica… e questo è molto triste perché invece dovrebbe essere la “normalità” (altro concetto su cui si potrebbe scrivere una tesi). Come dicevo ieri, lo studente che Le traduce alle due di notte l’articolo in italiano lo farà per due motivi: perché sa che aumenta il voto se dà un impegno ulteriore (e magari non gli pesa tanto) o perché lo fa per piacere personale. Nel primo caso ha messo in atto un meccanismo di ricompensa che può falsare un attimino l’analisi: quanto incide sulla motivazione? Forse si dovrebbe analizzare il peso che si dà al voto finale (tipicamente molto alto per lo studente medio) ma di poco valore per Lei. Nel secondo sarebbe da rispondere a domande del tipo: qual è la motivazione che spinge qualcuno a sforzarsi? Cosa piace? Per quel che mi riguarda la libertà di espressione, il clima rilassato che invita alla libera circolazione di idee. Va da sé che la base ci deve essere, e quindi è essenziale una buona dialettica, una capacità di espressione decente e una chiarezza espositiva minima che permetta di seguire il discorso.
La libertà: non è da sottovalutare. Ci sta lasciando liberi, per quanto il sistema lo possa permettere. E dal momento in cui si lascia un individuo libero ci sarà inevitabilmente il rischio di perderlo (se non è obbligatorio, chi me lo fa fare??? vedi l’esempio dei corsi di aggiornamento), ma se rimane lo fa per scelta e a quel punto vengono fuori le cose belle.

Formazione formale, informale, non formale: ha senso categorizzare? non possiamo forse trovare l’una all’interno dell’altra? non siamo forse all’interno dell’università (formale), ma stiamo mettendo in atto una miriade di occasioni di informale? E poi, sarà formalmente formale(che bel gioco di parole!!) per noi perchè abbiamo un esame, un voto e dei cfu, ma il feedback che riceve il professore non è forse esso stesso un episodio di formazione informale.

Nella discussione (disponibile nella videorgistrazione) Silvia avanza l’ipotesi che sia una questione di valore dei contenuti, che possono essere più o meno interessanti, quindi alfine accattivanti, ma Laura continua a difendere bene la sua tesi. 

Non riesco ad articolare una risposta decente al volo, sento il bisogno di riflettere. Sento l’irresistibile sapore del paradosso e intuisco la prossimità con pensieri che mi passano spesso per la mente, in questo periodo. Ho bisogno di tempo.

Immagine a bassa risoluzione di una natura morta di Giorgio Morandi
Immagine a bassa risoluzione di una natura morta di Giorgio Morandi

Giorgio Morandi viene considerato uno dei più grandi pittori del 900 italiano, da molti il più grande. È una figura di straordinario interesse. Ho letto molto di lui recentemente, ho guardato a lungo molte delle sue opere e sono andato a Bologna, al Museo Morandi, dove ho passato un bel po’ di tempo. Come fa uno che ha passato tutta la sua vita a dipingere praticamente sempre le stesse cose, gli stessi polverosi oggetti in una sorta di clausura, ad essere considerato uno dei maggiori pittori dell’epoca, uno dei pochissimi italiani invitati all’estero in un’epoca dominata dalle più spericolate esplorazioni artistiche (futurismo, astrattismo, minimalismo, arte povera…)? Cosa c’è in quelle opere?  Una domanda che mi ha ossessionato. Tanto inafferrabile mi pareva la risposta quanto palpabile l’intuizione che questa fosse strettamente attinente con i miei più profondi interessi. Inafferrabile la risposta certamente anche per via della mia sostanziale ignoranza in materia. Cerco di spiegare senza avventurarmi troppo lontano. Scrive Morandi (Recalcati, Il mistero delle cose, Feltrinelli, 2016, p. 21):

Ciò che noi vediamo, credo sia creazione, invenzione dell’artista, qualora egli sia capace di far cadere quei diaframmi, cioè quelle immagini convenzionali che si frappongo tra lui e le cose.

Morandi voleva avvicinarsi alla Cosa, che riteneva irrimediabilmente celata dalle molteplici immagini convenzionali che noi abbiamo di essa. Chi segue la sua strada è consapevole che non potrà mai raggiungere tale Verità ma è persuaso che non ci sia altro di sensato da fare che di cercarla indefessamente. Nel suo caso, la Cosa emerge dall’ostinata riproduzione di innumerevoli sue varianti, in una ricerca che si è protratta per tutta la sua vita. Ma il soggetto della sua pittura è sempre stato uno e uno solo: la Cosa, irraggiungibile, misteriosa. È l’esatto contrario di tutto ciò che nel ‘900 stava emergendo prepotentemente culminando alfine nel dominio incontrastato dell’immagine convenzionale, variata  e riprodotta infinite volte, infinitamente effimera, in una sorta di Biblioteca di Borges delle immagini, dove il senso della Cosa è ormai irrimediabilmente seppellito.

Ho provato a spiegare. Magari migliorerò in futuro ma dovrebbe bastare per arrivare al punto, che è questo: è da un quindicina d’anni che io insegno la stessa cosa. Poco importa che si trattasse di informatica di base ai medici o agli infermieri, tecnologie online agli studenti di Teorie delle Comunicazione, tecnologie didattiche agli insegnanti italiani in un MOOC o a Formazione Primaria, gestione dei processi formativi agli studenti di Scienze di Educazione degli Adulti o ad altri in altri diversi contesti. Non ho certo proposto gli stessi contenuti. I contenuti sono importanti sì, ma fanno parte del regno minerale. Sono indispensabili come lo sono i nutrienti per  una pianta, ma senza umidità perfettamente inutili, perché le radici non li possono assorbire. È il “gesto didattico” quello che mette i contenuti nel ciruito vitale e quel gesto è sempre il solito, e tende sempre a qualcosa di irraggiungibile, perché la forma che i contenuti potranno prendere forma nella mente dell’altro sarà sempre inaccessibile. 

Quando mi assegnano un nuovo insegnamento quasi mi disinteresso del titolo del medesimo, mi limito solo ad averne una generica percezione e mi astengo da approfondirne gli aspetti minuti. Cerco solo di intuire come potrò realizzare quel gesto didattico che è in realtà sempre lo stesso. Per fare questo ho bisogno di sapere molto dei miei studenti: chi sono, cosa sanno, come potrebbero beneficiare di ciò che io sono (forse) in grado di mostrare loro, con quali mezzi comunicativi posso mettermi in contatto con loro. Lavoro molto più su questo che sulla esatta delimitazione della disciplina che dovrebbe corrispondere al titolo dell’insegnamento. E quanto mi preoccupo del fatto che i miei messaggi siano accattivanti? Non me ne preoccupo per nulla, nella maniera più assoluta. Credo di avere preparato due dozzine di slide in vita mia, obbligato da contesti molto particolari, probabilmente poco accattivanti; ho invece sempre mostrato materiali in fieri, nel mio computer e nei luoghi da me vissuti nella rete. Oppure ho mostrato macchine che funzionano, cose che avvengono, codici che si materializzano. Fare una “presentazione” per me vuole dire “portare nel mio laboratorio”.

Io non posso ovviamente dire se l’effetto finale sia accattivante. Me lo possono dire gli studenti, oppure no. Se l’effetto è reale allora, secondo me, deriva solo dall’ascolto ostinato che quel gesto didattico, sempre il solito, teso verso l’impossibile, comporta. 

Altro per ora non so dire.  

Una precisazione sulla mia posizione rispetto alle “telematiche”

Qualche tempo fa mi è capitato di fare il retweet di una notizia concernente le università telematiche:

Diverse persone, fra cui vari amici, mi hanno fatto notare la contraddizione insita nel fatto che io da anni, precisamente dal 2007, collaboro con una delle 11 telematiche italiane, precisamente la Italian University Line. Spiego.

Qual è la notizia? Si tratta della proroga approvata dal ministro Valeria Fedeli dell’applicazione di nuove regole alle telematiche come predisposto in un decreto firmato dal ministro Stefania Giannini il 12 dicembre 2016. L’aspetto più rilevante di tale pacchetto consiste nell’imporre agli atenei telematici proporzioni studenti-docenti analoghe a quelle in vigore per gli atenei convenzionali. Una difformità largamente denunciata da tempo da tutti gli organi di informazione: attualmente, nelle telematiche in media ci sono 90 studenti per docente mentre negli atenei convenzionali tale rapporto è di 30 a uno; ma se si considerano solo i docenti di ruolo il rapporto medio nel caso delle telematiche sale addirittura a 320 a uno.

Quindi confermo: quella è una pessima notizia.

Per la IUL la situazione è diversa. In primo luogo i docenti sono tutti professori dell’Università di Firenze o ricercatori e specialisti di Indire, quindi si parla di un corpo docente altamente qualificato. Poi ogni docente è affiancato da un tutor in tutte le attività di insegnamento. Infine, ad oggi, il rapporto fra studenti e docenti vale 6 e quello fra docenti e tutor vale 7.

Poi, io penso molte altre cose in materia di didattica online nelle università, telematiche e convenzionali. E non sono buone, per quanto concerne lo stato delle cose. Tendo a mettere in evidenza i problemi perché mi piace provare a immaginare il futuro. Ne ho scritto in un articolo apposito sul periodico Studi sulla Formazione: La tortuosa via della didattica online nell’università. Inutile ripetersi qui.

Invito a contribuire ad un censimento sul coding a scuola

Traggo da un post di Stefano Penge su Facebook:

Abbiamo raccolto delle domande (e delle risposte) sul coding e il pensiero computazionale.
Abbiamo iniziato a esporre delle tesi che esplicitano il nostro punto di vista.
Stiamo raccogliendo delle risorse (bibliografie ragionate, tutorial, articoli, buone pratiche).
Stiamo costruendo degli esempi di attività didattiche in diversi linguaggi.

Tutto questo, a dire il vero, richiederebbe una conoscenza del quadro reale un po’ più estesa di quella che ci deriva dalle esperienze personali di ciascuno e da quanto andiamo raccogliendo sul web. D’altra parte, non abbiamo trovato da nessuna parte delle informazioni significative.
Chi sta facendo coding? In che scuole, a che età? Con che strumenti? Che tipo di conoscenze e formazione pregressa hanno i docenti? Che obiettivi si pongono, e come monitorano le attività?
Quali sono i risultati, sia in termini di outcomes che di valutazione da parte dei partecipanti (studenti o altri docenti)?

Abbiamo perciò preparato un censimento anonimo che trovate linkato sotto e chiediamo a quanti hanno sperimentato con il coding a scuola di compilarlo. Non tutte le informazioni richieste sono obbligatorie, ma più ne inserite, meglio è per tutti. Non servono a valutarvi, ma ad avere un quadro più preciso possibile.
I dati elaborati verranno pubblicati su queste stesse pagine.
Un grande grazie fin da ora a chi vorrà contribuire oppure diffondere il questionario tra i propri contatti.

Questo è il link al censimento.

Com’è che siamo così primitivi?

Non c’è solo il problema dell’analfabetismo funzionale. C’è un problema più generale che definirei di una fondamentale e profonda arretratezza culturale. Ma non intendo la cultura (banale) di sapere a domanda questa o quell’altra cosa, no, intendo piuttosto la piena consapevolezza delle priorità che hanno alcuni, pochi, valori fondamentali, e la volontà di osservare e confermare fattivamente tali priorità nella vita privata e professionale.

Stavo ragionando con una delle studentesse di Scienze della Formazione Primaria che mi raccontava della sua esperienza di tirocinio all’estero: là i tirocinanti sono accolti con calore e sono realmente coinvolti nelle attività del lavoro. Non ti mandano solo a fare fotocopie o a pulire i pennelli. La sapevo già questa cosa, sia per avere udito le storie di tanti altri, anche in altri corsi di studio, per esempio medicina, e per conoscere altre storie ancora. relative alle esperienze di tirocinio come vengono vissute in altri Paesi europei.

Perché in Italia è quasi totalmente assente il concetto della cura di coloro che in fondo sono i propri figli? Com’è possibile che professionisti, che hanno studiato e seguito anche percorsi formativi complessi, vedano la presenza di giovani nei propri ambienti di lavoro come un fastidio? Come può succedere che, andando in là con gli anni, non si provi piacere a comunicare la propria esperienza a coloro che ti sostituiranno?

Cos’è che non va in questo Paese?

Leggendo i compiti degli studenti…

Sono sconvolto da quanto hanno lavorato molti di questi studenti nel laboratorio di tecnologie didattiche a Scienze della Formazione Primaria, centrato su Logo ma senza farsi mancare una quantità di esplorazioni diverse, anche estemporanee. Per l’esame devono inviare un diario dove narrare il percorso, esponendo i successi ma anche le difficoltà e i momenti di sconforto – come dice M.:
Il professore ci ha chiesto di scrivere un diario su questo percorso laboratoriale; deve essere un diario che non rispetti il linguaggio accademico! Deve essere un diario spontaneo, in cui emergano le emozioni, le sensazioni vere, non le idee teoriche mai messe in pratica. Questa cosa mi emoziona. Credo che sia importante interrogarsi sempre sul senso delle attività che svolgiamo all’università. Questa mi comunica sicuramente qualcosa: fare per parlare di me e parlare di me per poi fare. Mi sento immersa nel compito.
Segue il diario di M.: 52 pagine piene zeppe di esperimenti con la descrizione minuziosa degli errori e la loro successiva correzione, con riferimenti a altre discipline e esperienze.
Così molti altri.
Morale? Troppi discorsi tecnici in giro. Forse anche troppi dibattiti. Specialmente intorno a tecnologie, coding, pensiero computazionale e via dicendo. Basta uno strumento molto semplice, approfondito e sperimentato bene in pochi suoi aspetti fondamentali. Il resto, diciamo l’80%, deve essere cura della comunità di apprendimento e cura del percorso dei singoli laddove necessario, sia nella difficoltà che nell’eccellenza.