Professore non si illuda di essere fuori dal circuito della comunicazione accattivante

Non male il quesito posto da Laura alla fine della lezione dopo essermi diligentemente impegnato a stigmatizzare il costume di rendere qualsiasi messaggio, sito o prodotto “accattivante”.

Traggo dal forum (chi vuole può sentire la discussione dal vero nella videoregistrazione a partire da 1h59’26”):

Riprendendo il discorso di ieri e facendo un breve sunto per chi non c’era: Professore non si illuda di essere fuori dal circuito della comunicazione accattivante. Come accennavo, per me la comunicazione non può non esserlo. Per forza di cose devi arrivare al mittente, e lo fai solo ed esclusivamente se attiri la sua attenzione. Non è accattivante solo un’immagine colorata o un aspetto piacevole dal punto di vista estetico, musicale ecc ecc. Lo è anche il Suo essere fuori dagli schemi, proprio perché stona col circostante, brilla e attira. Purtroppo (lo dico con una vena di malinconia), Lei è atipico perché ci sprona a pensare, prova a darci qualcosa che non sia una mera nozione accademica… e questo è molto triste perché invece dovrebbe essere la “normalità” (altro concetto su cui si potrebbe scrivere una tesi). Come dicevo ieri, lo studente che Le traduce alle due di notte l’articolo in italiano lo farà per due motivi: perché sa che aumenta il voto se dà un impegno ulteriore (e magari non gli pesa tanto) o perché lo fa per piacere personale. Nel primo caso ha messo in atto un meccanismo di ricompensa che può falsare un attimino l’analisi: quanto incide sulla motivazione? Forse si dovrebbe analizzare il peso che si dà al voto finale (tipicamente molto alto per lo studente medio) ma di poco valore per Lei. Nel secondo sarebbe da rispondere a domande del tipo: qual è la motivazione che spinge qualcuno a sforzarsi? Cosa piace? Per quel che mi riguarda la libertà di espressione, il clima rilassato che invita alla libera circolazione di idee. Va da sé che la base ci deve essere, e quindi è essenziale una buona dialettica, una capacità di espressione decente e una chiarezza espositiva minima che permetta di seguire il discorso.
La libertà: non è da sottovalutare. Ci sta lasciando liberi, per quanto il sistema lo possa permettere. E dal momento in cui si lascia un individuo libero ci sarà inevitabilmente il rischio di perderlo (se non è obbligatorio, chi me lo fa fare??? vedi l’esempio dei corsi di aggiornamento), ma se rimane lo fa per scelta e a quel punto vengono fuori le cose belle.

Formazione formale, informale, non formale: ha senso categorizzare? non possiamo forse trovare l’una all’interno dell’altra? non siamo forse all’interno dell’università (formale), ma stiamo mettendo in atto una miriade di occasioni di informale? E poi, sarà formalmente formale(che bel gioco di parole!!) per noi perchè abbiamo un esame, un voto e dei cfu, ma il feedback che riceve il professore non è forse esso stesso un episodio di formazione informale.

Nella discussione (disponibile nella videorgistrazione) Silvia avanza l’ipotesi che sia una questione di valore dei contenuti, che possono essere più o meno interessanti, quindi alfine accattivanti, ma Laura continua a difendere bene la sua tesi. 

Non riesco ad articolare una risposta decente al volo, sento il bisogno di riflettere. Sento l’irresistibile sapore del paradosso e intuisco la prossimità con pensieri che mi passano spesso per la mente, in questo periodo. Ho bisogno di tempo.

Immagine a bassa risoluzione di una natura morta di Giorgio Morandi
Immagine a bassa risoluzione di una natura morta di Giorgio Morandi

Giorgio Morandi viene considerato uno dei più grandi pittori del 900 italiano, da molti il più grande. È una figura di straordinario interesse. Ho letto molto di lui recentemente, ho guardato a lungo molte delle sue opere e sono andato a Bologna, al Museo Morandi, dove ho passato un bel po’ di tempo. Come fa uno che ha passato tutta la sua vita a dipingere praticamente sempre le stesse cose, gli stessi polverosi oggetti in una sorta di clausura, ad essere considerato uno dei maggiori pittori dell’epoca, uno dei pochissimi italiani invitati all’estero in un’epoca dominata dalle più spericolate esplorazioni artistiche (futurismo, astrattismo, minimalismo, arte povera…)? Cosa c’è in quelle opere?  Una domanda che mi ha ossessionato. Tanto inafferrabile mi pareva la risposta quanto palpabile l’intuizione che questa fosse strettamente attinente con i miei più profondi interessi. Inafferrabile la risposta certamente anche per via della mia sostanziale ignoranza in materia. Cerco di spiegare senza avventurarmi troppo lontano. Scrive Morandi (Recalcati, Il mistero delle cose, Feltrinelli, 2016, p. 21):

Ciò che noi vediamo, credo sia creazione, invenzione dell’artista, qualora egli sia capace di far cadere quei diaframmi, cioè quelle immagini convenzionali che si frappongo tra lui e le cose.

Morandi voleva avvicinarsi alla Cosa, che riteneva irrimediabilmente celata dalle molteplici immagini convenzionali che noi abbiamo di essa. Chi segue la sua strada è consapevole che non potrà mai raggiungere tale Verità ma è persuaso che non ci sia altro di sensato da fare che di cercarla indefessamente. Nel suo caso, la Cosa emerge dall’ostinata riproduzione di innumerevoli sue varianti, in una ricerca che si è protratta per tutta la sua vita. Ma il soggetto della sua pittura è sempre stato uno e uno solo: la Cosa, irraggiungibile, misteriosa. È l’esatto contrario di tutto ciò che nel ‘900 stava emergendo prepotentemente culminando alfine nel dominio incontrastato dell’immagine convenzionale, variata  e riprodotta infinite volte, infinitamente effimera, in una sorta di Biblioteca di Borges delle immagini, dove il senso della Cosa è ormai irrimediabilmente seppellito.

Ho provato a spiegare. Magari migliorerò in futuro ma dovrebbe bastare per arrivare al punto, che è questo: è da un quindicina d’anni che io insegno la stessa cosa. Poco importa che si trattasse di informatica di base ai medici o agli infermieri, tecnologie online agli studenti di Teorie delle Comunicazione, tecnologie didattiche agli insegnanti italiani in un MOOC o a Formazione Primaria, gestione dei processi formativi agli studenti di Scienze di Educazione degli Adulti o ad altri in altri diversi contesti. Non ho certo proposto gli stessi contenuti. I contenuti sono importanti sì, ma fanno parte del regno minerale. Sono indispensabili come lo sono i nutrienti per  una pianta, ma senza umidità perfettamente inutili, perché le radici non li possono assorbire. È il “gesto didattico” quello che mette i contenuti nel ciruito vitale e quel gesto è sempre il solito, e tende sempre a qualcosa di irraggiungibile, perché la forma che i contenuti potranno prendere forma nella mente dell’altro sarà sempre inaccessibile. 

Quando mi assegnano un nuovo insegnamento quasi mi disinteresso del titolo del medesimo, mi limito solo ad averne una generica percezione e mi astengo da approfondirne gli aspetti minuti. Cerco solo di intuire come potrò realizzare quel gesto didattico che è in realtà sempre lo stesso. Per fare questo ho bisogno di sapere molto dei miei studenti: chi sono, cosa sanno, come potrebbero beneficiare di ciò che io sono (forse) in grado di mostrare loro, con quali mezzi comunicativi posso mettermi in contatto con loro. Lavoro molto più su questo che sulla esatta delimitazione della disciplina che dovrebbe corrispondere al titolo dell’insegnamento. E quanto mi preoccupo del fatto che i miei messaggi siano accattivanti? Non me ne preoccupo per nulla, nella maniera più assoluta. Credo di avere preparato due dozzine di slide in vita mia, obbligato da contesti molto particolari, probabilmente poco accattivanti; ho invece sempre mostrato materiali in fieri, nel mio computer e nei luoghi da me vissuti nella rete. Oppure ho mostrato macchine che funzionano, cose che avvengono, codici che si materializzano. Fare una “presentazione” per me vuole dire “portare nel mio laboratorio”.

Io non posso ovviamente dire se l’effetto finale sia accattivante. Me lo possono dire gli studenti, oppure no. Se l’effetto è reale allora, secondo me, deriva solo dall’ascolto ostinato che quel gesto didattico, sempre il solito, teso verso l’impossibile, comporta. 

Altro per ora non so dire.  

2 thoughts on “Professore non si illuda di essere fuori dal circuito della comunicazione accattivante

  1. alardiz ha detto:

    “È il “gesto didattico” quello che mette i contenuti nel ciruito vitale e quel gesto è sempre il solito, e tende sempre a qualcosa di irraggiungibile, perché la forma che i contenuti potranno prendere forma nella mente dell’altro sarà sempre inaccessibile.”

    Forse perché in quel gesto c’è l’essenza umana della persona che lo produce; forse perchè, tu dici, tende all’irraggiungibile e quindi all’inconoscibile, in quel passaggio misterioso tra te e chi quel gesto raccoglie e fa suo, trasformandolo in altro. Inaccessibile a te; diventato suo.
    Questo mi sembra di avere intuito in quanto hai scritto. Questo è quanto mi sembra abbia prodotto in me il tuo gesto. Grazie, Andreas.

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