Siamo sicuri di ascoltare gli studenti?

Temple Grandin, la nota autrice autistica di alcuni libri di successo, sostiene che le persone normali sono troppo astrattificate. Temple dice di pensare molto più per immagini ed è estremamente istruttivo vedere come sia riuscita a trasformare quello che poteva quasi sicuramente rappresentare un handicap in un fattore vincente nella sua professione.

Temple riesce a vedere cose che gli animali vedono ma i normali no, perché astrattificano troppo: costoro vedono l’astrazione che hanno in mente più della scena che stanno guardando. Dice Temple che

… gli enti amministrativi competenti (NdR: nel settore degli allevamenti di animali da carne) sono tutti diretti da gente che è stata al college, ma che in qualche caso non ha mai messo piede in un impianto per la macellazione, e meno che mai ci ha lavorato.

In sostanza Temple critica la società dei normali che, in un certo senso, si fida troppo dell’astrattificazione. La questione può concernere coloro che si ritrovano ad amministrare processi che non conoscono in pratica ma può anche riguardare scuole che sfornano persone con la mente ingolfata da astrazioni e che non sanno fare niente.

Mi viene in mente una conversazione avuta ieri con una studentessa di medicina. Una ragazza brillante, al VI anno, in corso, sta facendo la tesi, ha studiato il V anno in un altro paese europeo.

È rimasta affascinata da come si studia in quel paese. Esempio di lezione: in circolo, il professore discute a lungo una serie di casi clinici con gli studenti, solo nell’ultimo quarto d’ora la proiezione di alcune diapositive per commentare e generalizzare gli elementi discussi prima. La ragazza è depressa: qui si continua a stare a scuola. Pratica: zero o quasi.

Là, già dal primo anno, gli studenti vengono coinvolti nelle attività di reparto, qui passano almeno tre anni prima di vedere dei pazienti.

La ragazza pensa di andarsene appena laureata.

Ho citato l’ultima conversazione ma questo è ciò che pensa la maggioranza di coloro che vanno a studiare all’estero.

Due osservazioni:

1) i problemi dell’insegnamento ci sono in tutti i paesi (Papert non è italiano … tanto per fare un esempio), ci sono tuttavia delle differenze

2) Ho fatto del tutto casualmente un esempio riferito a medicina perché ci vivo, ma la prevalenza delle chiacchere sul fare è una cosa che concerne più o meno tutte le scuole.

Ma che bello in Internet …

Continuo a ricevere lettere da quando ho posto in rete IAM. Riporto qui l’ultima.

Non sono portato a gongolare per ogni novità tecnologica, anzi … ma è innegabile che scoprire di avere pensieri in comune con tante persone è un fatto entusiasmante. Persone sconosciute ma anche persone conosciute, con le quali non ti saresti probabilmente mai messo a parlare di quei pensieri, chiusi in relazioni stereotipate.

Non gongolo ma che bello …

Caro Andreas,
sono al mare, in Sicilia; dalla finestra vedo solo il mare e le isole Eolie davanti a me. Il tuo messaggio, articolato, elaborato, strutturato, è “semplicemente” bello, come quello che sto ora vedendo dalla finestra.
Quanto c’è da pensare, ripensare e fare per assolvere al compito di insegnare! E’ una responsabilità che ho sempre sentito, perchè nella mia esperienza il ruolo del docente, cioè della persona che ti guida nel procedimento dell’apprendere ( o meglio del crescere, o forse meglio ancora del cambiare e trasformarsi), è stato un ruolo chiave. La tecnologia, il prodotto, power point sono solo degli strumenti e come tali vanno considerati. Di questi puoi utilizzare o comprare o impiegare il migliore. Ma sei te, il docente, che devi metterti in gioco ad ogni lezione, insieme con gli allievi che hai davanti.
Un’osservazione sul ruolo della lettura: purtroppo non tutti hanno la possibilità di arricchirsi leggendo e di arricchirsi solo quanto un libro ti può consentire di fare: il libro è una traccia, i personaggi non hanno un volto preciso, sei te che leggi che costruisci le tue immagini, che ascolti i suoni del libro, che senti le voci e le inflessioni dei personaggi, sei tu lo sceneggiatore, il costumista e il regista. Quanta creatività ti viene richiesta dal libro che stai leggendo!
Grande l’iniziativa del 18 giugno (passato in ambulatorio interamente , ma mi sentivo coinvolta “a distanza”): messaggio quanto mai attuale “voler bene al malato”(in senso fisico, quindi toccare, carezzare, giocare, ridere), atteggiamento quasi improponibile in certe realtà mediche anche a noi vicine!!

Festa al manicomio criminale

PROLOGO

Ieri al manicomio criminale di Montelupo. Anzi all’opg, ospedale psichiatrico giudiziario. Tipico, cambia il nome ma non la sostanza: la cultura dell’immagine.

C’era la Festa del grano all’opg di Montelupo ieri.

Liberi nel campo sportivo, loro e noi, alcuni chiaramente loro, altri non ho nemmeno capito se loro o noi.

Nuvola, amico clown, attratto dalla pazzia perché terrorizzato dalla pazzia della normalità, non sta nella pelle. Imbrocca uno di loro. Questo fa:

“Sei uno del I piano? Io sto al II, quelli del I li conosco poco …”

Nuvola si è montato la testa, non gli si sta più intorno …

Sorriso. Amaro sorriso.

LA FESTA

Bravi bravi bravi quelli di noi che si impegnano per tirar fuori loro da quel buco nero.

Musicisti, saltimbanchi. Noi? loro? Non so, sono uomini che si divertono. Grande lavoro state facendo.

Ballano loro. Si divertono come matti. Noi, inchiodati alle seggiole come stoccafissi. Accidenti a me, non ce l’ho fatta questa volta. Un mio limite, troppo intimorito dall’ambiente.

CONGEDO

Mi siedo in macchina. Regolo la temperatura, scelgo la musica, comunico con chi mi va di sentire … pieni di lussi queste macchine. Cose normali oggi, quasi per tutti noi. Quasi.

Loro sono rimasti là. Quelli gravi, mai fuori, nemmeno sul prato di oggi. In otto in stanze di otto per tre metri, col cesso nel mezzo.

Ci sono cinque (sei, non ricordo) opg in Italia. Uno di essi femminile. Totale 1200 persone. Un buco nero con 1200 persone dentro.

Un buco nero. Anzi un piccolo buco nerissimo dentro ad un grande buco nero: il pianeta carcere. Nerissimo e piccolissimo quel buco: 0.02 per mille del popolo italiano. Che costerebbe trattarli come esseri umani? Praticamente niente.

PS: In tali buchi neri c’è anche gente che ci deve lavorare, mi ha ricordato giustamente un amico …

Clown: dalla teoria alla pratica

Ricordando la bellissima mattina del 18 giugno ove Patch Adams fu con noi, rammento anche di essere stato un pò critico, o meglio esortativo, con i cari studenti che si sono occupati dell’organizzazione dell’evento.

Il succo era: sì va bene l’evento ma il mondo e oggi pieno di eventi; più importante è agire per davvero, cimentarsi.

Che bello quando i giovani ti prendono in contropiede e sopravanzano le tue aspettative, professorino saccente! Sono contentissimo d’essere stato così rapidamente smentito …

Pongo qui un messaggio rapinato dal forum degli STUnFi all’inizio della vicenda e il resoconto della prima uscita, appena scritto da Nuvola.

PROGETTO M’ILLUMINO D’IMMENSO

Allora ci siamo!
Nuvola, quel matto che all’incontro con Patch ha fatto un capitombolo memorabile, si è offerto volontario, gratis, di accompagnarci in una struttura ospedaliera a fare clownerie coi pazienti, col primo obiettivo di esercitarci a trovare il contatto migliore possibile col “paziente”!!

Di cosa si tratta in soldoni:
QUANDO: da Luglio prossimo fino a Luglio del prossim’anno
DOVE: nell’ospedale di S. Maria Annunziata, a Bagno a Ripoli
DI CHI E’ IL PROGETTO: non si tratterebbe di un progetto di Castellinaria, ma di CASTELLINARIA & STUnFi! ASSIEME!!!
DI COSA SI TRATTA: 1 volta a settimana – max 2 – 1 di loro (Nuvola o Formaggino: esperti con 13 di attività alle spalle (e sulle palle!)!) e 1 di noi andremo in reparto (lavorando sia con bambini sia con adulti: cosa molto importante!) ad esercitare il contatto con il paziente, e le basi della clownerie
QUANTI DOVREMO ESSERE: minimo 2 o 3, massimo 800 milioni: il discorso è che più saremo, meno turni a testa avremo (cosa che può anche aiutarci in quanto siamo molto impegnati!!!).
Vi sarà al 99% anche una donna laureata in psicologia: suo principale scopo è quello di fare il clown, ma è anche una persona a cui chiedere aiuto nel caso avessimo dei dubbi con un particolare paziente..
QUANDO IL PRIMO INCONTRO: in settimana! Bisogna incontrarci con Nuvola perché ci deve parlare di persona! Deve anche vedere QUANTI siamo e CHE VOGLIA abbiamo (tanta!). Inoltre si guarderà per ciascuno il modo migliore di prestare e recepire questo servizio.
La prossima settimana Nuvola ha un appuntamento col direttore sanitario, e bisogna che ci vada informato!!!
ULTERIORI IMPEGNI: una volta al mese ci dovremo riincontrare tutti assieme
OBIETTIVO (oltre quello della cura al prossimo): dopo un anno, dovremo essere indipendenti e potremo continuare l’attività da soli, senza obbligatoriamente la presenza di Nuvola o Formaggino!!!
CREDITI: eventualmente la cosa ci varrà dei crediti formativi, guardiamo un po’ se sarà possibile.

PRIMO INTERVENTO IN OSPEDALE

Dice Nuvola:

Buooooongiorno a tutti voi, vi informo che da stamani è partito ufficialmente il progetto “M’illumino d’immenso” con la prima uscita che è stata fatta da me e Sandro che da ora in poi sarà denominato Dott. Bombo(loncammello), mi pare che sia andato tutto molto bene, per adesso ancora non siamo partiti con la maternità ma abbiamo avuto stamani il primo contatto con il primario del reparto che avviserà i suoi collaboratori e ci farà sapere quando partiremo anche nel suo reparto (speriamo prima possibile). Stamani abbiamo lavorato soprattutto con i bambini che dovevano fare le prove allergiche e nessuno di loro è risultato allergico a noi due. In allegato trovate il programma del mese di Luglio, per quello di agosto ancora dobbiamo decidere i giorni anche se penso che rimarranno i soliti (lunedì e sabato mattina). Stamani abbiamo fatto un intervento di tre ore (9/12) ma sto pensando di portarlo a 4 (8/12) poiché ci siamo rientrati strettie se avessimo dovuto fare anche la maternità non ci sarebbe bastato il tempo, vedremo la prossima volta e poi tutti insieme decideremo quanto fare.

Processi decisionali e scuola

Leggendo l’anima del cervello, di Elkhonon Goldberg, UTET 2004, troviamo che i problemi si distinguono in quelli che richiedono di trovare una soluzione (VDM: Veridical Decision Making) e quelli che si risolvono in base a criteri soggettivi (ADM: Adaptive Decision Making). Con i primi si cerca la verità, con i secondi si soddisfa qualcosa che è in noi allorché ci troviamo in determinate condizioni. Se le condizioni cambiano potremmo anche decidere diversamente.

Ebbene, la scuola addestra primariamente gli studenti alla soluzione di problemi VDM. Nella vita si affrontano invece principalmente problemi ADM.

L’autore sostiene che, come gli studiosi di scienze neurocognitive hanno largamente ignorato lo studio dei processi decisionali ADM, anche gli educatori hanno ignorato questo tipo di processo e che tutto il sistema educativo del mondo occidentale è basato sul sistema decisionale (VDM) deterministico che ammette una sola soluzione. Invece le strategie decisionali adattative centrate sull’attore non vengono insegnate ma sono acquisite dagli individui in un processo di sperimentazione personale basato su tentativi ed errori .

Amici che scrivono …

Un’amica mi scrive, a proposito di ciò che ho scritto in fondo al dubbio:

Stamani mentre andavo a Careggi ascoltavo Rete Toscana Classica: c’era un’intervista al maestro Bellugi che diceva la stessa cosa ! Continuava dicendo che si deve far scoprire come è bello partecipare e far rivivere insieme grandi musiche. Ha anche raccontato un aneddoto che gli è capitato quando era ricoverato in ortopedia per un piccolo intervento: un ragazzo di 15 anni era nel letto accanto e quando il maestro gli ha detto che nel walkman stava ascoltando musica classica, si è incuriosito. Quando gli ha passato gli auricolari e fatto ascoltare l’ultimo movimento della IX di Ludwig vB (Berliner Philarmoniker e C.Abbado) il ragazzo ha iniziato a piangere: “è un mondo bellissimo: non sapevo che esistesse”. Da allora il ragazzo ha scoperto Mozart, Dvorjak, Schubert e iniziato un epistolario con il maestro

Un’altra amica, sconsolata, scrive:

dal mio punto di vista, avendo a che fare con bambini che hanno difficoltà di apprendimento (quello che un tempo veniva schedato come “dislessia” o similari) ho saputo cose al limite dell’oscenità sul cambiamento dei metodi della didattica, a cominciare dal fatto che i pupetti vengono, quasi in tutti gli asili, bombardati di stronzate sulla scrittura, con la scusa di prepararli alla scuola … non si disegna, non si crea, non si usa l’emisfero destro… adesso neanche più si lascia che il bambino si sviluppi col proprio ritmo, che lo renderebbe, per un meraviglioso miracolo della natura, spontaneamente curioso e capace

E un altro amico ancora:

… essendo 18 anni che faccio l’allenatore di pallavolo giovanile ho notato una profonda rivoluzione del metodo scolastico…e cioè ai ragazzi viene imposto una maggior mole di lavoro alla quale solo i più predisposti alla applicazione costante riescono,spesso andando a ripetizione, a svolgere.
Credo però si siano dimenticati che quantità non è certo sinonimo di qualità…infatti questi ragazzi che poi vengono in palestra pur avendo degli ottimi voti a scuola e delle buone capacità fisiche/cordinative non riescono poi a risolvere problemi di natura logica sia legati al contesto del sport,che quello della loro vita relazionale quotidiana.
Io credo che questo dipenda fortemente dal metodo scolastico in cui è poco prevista l’interdisciplinarietà delle varie materie, e la stimolazione dell’alunno ad un ragionamento proprio.
L’alunno infatti viene spesso abbandonato con la sua mole di lavoro a leggere e ripetere dei concetti….sicuramente il metodo di più facile applicazione da parte dei professori,ma di sicuro il meno stimolante per gli allievi. Di certo ci sono professori in gamba che sanno fare bene ed in modo stimolante il loro mestiere…

Cari amici professori …

Mah, sentite, qui sul blog mi esprimo in modo diretto e non paludato …

Ho appena verbalizzato un esame ad uno studente. Era avvilito perché costretto a fare un mucchio di giri a vuoto.

“Come mai?” gli ho chiesto.

“Lei è il primo prof che trovo negli orari dichiarati di ricevimento”

Ora, il fatto che abbia trovato me e non altri è casuale. Io sono un noto pasticcione e questa volta ho solo avuto fortuna ad essere trovato. Non è questo il punto.

La questione è generale. Carissimi amici colleghi professori, non va bene che gli studenti non ci trovino. Io sento questi ragazzi come rassegnati al fatto che i prof appartengano ad una categoria difficilmente raggiungibile.

A me questo non sembra giusto e quando vengo colto in fallo, perché succede, eccome se succede, provo un grande disagio. Loro sono cittadini che hanno pagato le tasse e non solo per accedere al sapere (speriamo …) ma anche per avere un servizio che funziona. Se io non sono puntuale con gli studenti, loro sono abituati a subire, ed io sono cosciente che tanto non succede nulla. Non mi sembra una cosa normale. Anzi, non mi sembra una cosa civile, a prescindere dalla scienza che elargiamo loro, nel mio caso certamente poca.

Concordo molto con le tesi esposte in Lettera a una studentessa di Renato Stella. Un libro dedicato al rapporto fra studenti e professori. Un libro, mi pare poco noto, la cui lettura farebbe bene sia ai professori che agli studenti …

Pensare in immagini … o pensa diversamente e a scuola sei fritto!

Per circa mezzo secolo la scienza medica aveva ritenuto che negli autistici non vi fosse alcuna vita interiore e che comunque, da quell’interno, non vi fosse alcuno possibilità di comunicare con l’esterno.

Straordinaria la testimonianza di Temple Grandin, una donna autistica che è diventata una famosa esperta di sistemi di zootecnia. Al di là della sua vita professionale, ha scritto dei libri sensazionali perché rappresentano una voce proveniente proprio dal quel mondo che si riteneva non potesse comunicare con l’esterno. Un paio sono “La macchina degli abbracci, parlare con gli animali”, Adelphi 2007, e “Pensare in immagini, e altre testimonianze della mia vita autistica”, Erickson, 2001.

Nel decimo capitolo di quest’ultimo, Temple discute il legame tra autismo e genio, citando storie di vari personaggi famosi: Ludwig Wittgenstein, Vincent van Gogh, Albert Einstein, Richard Feynmann …

Argomenta Temple: “Oggi di Einstein che ne sono pochi. Forse vengono tutti bocciati agli esami di maturità o prendono voti molto bassi.”

E continua ricordando che numerosi scienziati, artisti e scrittori avevano avuto difficoltà a scuola: Charles Darwin, Gregor Mendel sono due esempi famosi.

Io trovo che la scuola oggi sia pessima ma a coloro che dicono “eh purtroppo non è più seria come una volta” oppure “è tutta colpa del 68” io dico che non trovo molto seria una scuola che mortifica e non riconosce l’ingegno e la fantasia. Non ha mai funzionato bene la scuola, nè prima, nozionistica e soprattutto fatta per chi la scuola la faceva già a casa (“Lettera ad una professoressa”, Don Milani), né oggi, solo apparentemente moderna e integrata con la società ma in realtà appiattita al minimo livello, assolutamente non formativa.

Ancora dalla giornata con Patch

Lo stesso giorno dell’incontro con Patch, la sera, degli amici ci portano ad uno spettacolo di Bobo Rondelli a Poggio a Caiano: Io Clown – te Down.

Sarebbe stato impossibile immaginare una giornata così! Una serata del genere dopo la mattina con Patch Adams … ma che burlone il caso, a volte sembra quasi affettuoso …

Non conoscevo niente di tutto ciò – eh lo so, che volete fare, non si può conoscere tutto – e mi trovo seduto davanti a un palco gremito di gente in maglietta rossa e tuta blu che ballano e cantano. Che roba e questa? Ma che versi fanno? Ah già, il titolo parla di down. Ma guarda quello come lo fa bene il down … ma anche quell’altra … ehi, ma quello la è “vero” … ma sono mezzi normali e mezzi down!

Strepitosi! E poi da quel marasma emerge Bobo e va avanti lo spettacolo … fino a quando: “Perché non ballate anche voi?” … e qui imborsito nel ruolo di spettatore vai come sempre in crisi … sì sì tutti bravi poi quando si va a contare quelli che si alzano sono una sparuta minoranza … ma questa volta altro che crisi! Son due ore che guardi una banda di diversi che si divertono e fanno divertire i normali ballando e cantando e te, normale, che fai? Inchiodato alla seggiola come uno stoccafisso … ma chi sono i normali qui?

Grande Bobo con la compagna teatrale AnffasAAMPS!

Spettatore imborsito non hai scelta! Non ti resta che saltare sul palco … tranquillo! ti fanno vedere loro, i diversi, come si fa a divertirsi!

Che giornata ragazzi …

A proposito di empatia …

Ancora risuonano gli echi dell’incontro con Patch Adams che mi capita di leggere un articolo sulla rivista Rocca: “Quando il malato non esiste” di Francesco Delicati.

… nell’anticamera della sala operatoria devo aspettare. L’attesa mi sembra interminabile… forse pochi minuti, ma per me un’eternità. Un dottore che passa prova a rassicurarmi, ma non lo sento credibile, è come impacciato. Comincio a sentire freddo, e un tremito continua a scuotermi. Quando entro nella sala operatoria la luce di una grande lampada piatta e rotonda è abbacinante. Getto uno sguardo qua e là, ma i dottori sembrano indaffarati a preparare il tutto: c’è una sorta di frenesia da formica, efficiente, determinata, quasi ansante. Non c’è uno sguardo che mi incroci, né una parola che mi incoraggi. E io mi sento scosso da tremiti sempre più incontrollabili.
Un dottore prova a chiedermi: “Hai paura?”. Certo che ce l’ho. Non lo vedi, il mio corpo lo sta dicendo con tutto se stesso. E mi manca tanto una mano da stringere e uno sguardo di un altro essere umano che mi dica attraverso gli occhi: “Dai, ce la farai! Facciamo il tifo per te. siamo con te!” …

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: