Processi decisionali e scuola

Leggendo l’anima del cervello, di Elkhonon Goldberg, UTET 2004, troviamo che i problemi si distinguono in quelli che richiedono di trovare una soluzione (VDM: Veridical Decision Making) e quelli che si risolvono in base a criteri soggettivi (ADM: Adaptive Decision Making). Con i primi si cerca la verità, con i secondi si soddisfa qualcosa che è in noi allorché ci troviamo in determinate condizioni. Se le condizioni cambiano potremmo anche decidere diversamente.

Ebbene, la scuola addestra primariamente gli studenti alla soluzione di problemi VDM. Nella vita si affrontano invece principalmente problemi ADM.

L’autore sostiene che, come gli studiosi di scienze neurocognitive hanno largamente ignorato lo studio dei processi decisionali ADM, anche gli educatori hanno ignorato questo tipo di processo e che tutto il sistema educativo del mondo occidentale è basato sul sistema decisionale (VDM) deterministico che ammette una sola soluzione. Invece le strategie decisionali adattative centrate sull’attore non vengono insegnate ma sono acquisite dagli individui in un processo di sperimentazione personale basato su tentativi ed errori .

Amici che scrivono …

Un’amica mi scrive, a proposito di ciò che ho scritto in fondo al dubbio:

Stamani mentre andavo a Careggi ascoltavo Rete Toscana Classica: c’era un’intervista al maestro Bellugi che diceva la stessa cosa ! Continuava dicendo che si deve far scoprire come è bello partecipare e far rivivere insieme grandi musiche. Ha anche raccontato un aneddoto che gli è capitato quando era ricoverato in ortopedia per un piccolo intervento: un ragazzo di 15 anni era nel letto accanto e quando il maestro gli ha detto che nel walkman stava ascoltando musica classica, si è incuriosito. Quando gli ha passato gli auricolari e fatto ascoltare l’ultimo movimento della IX di Ludwig vB (Berliner Philarmoniker e C.Abbado) il ragazzo ha iniziato a piangere: “è un mondo bellissimo: non sapevo che esistesse”. Da allora il ragazzo ha scoperto Mozart, Dvorjak, Schubert e iniziato un epistolario con il maestro

Un’altra amica, sconsolata, scrive:

dal mio punto di vista, avendo a che fare con bambini che hanno difficoltà di apprendimento (quello che un tempo veniva schedato come “dislessia” o similari) ho saputo cose al limite dell’oscenità sul cambiamento dei metodi della didattica, a cominciare dal fatto che i pupetti vengono, quasi in tutti gli asili, bombardati di stronzate sulla scrittura, con la scusa di prepararli alla scuola … non si disegna, non si crea, non si usa l’emisfero destro… adesso neanche più si lascia che il bambino si sviluppi col proprio ritmo, che lo renderebbe, per un meraviglioso miracolo della natura, spontaneamente curioso e capace

E un altro amico ancora:

… essendo 18 anni che faccio l’allenatore di pallavolo giovanile ho notato una profonda rivoluzione del metodo scolastico…e cioè ai ragazzi viene imposto una maggior mole di lavoro alla quale solo i più predisposti alla applicazione costante riescono,spesso andando a ripetizione, a svolgere.
Credo però si siano dimenticati che quantità non è certo sinonimo di qualità…infatti questi ragazzi che poi vengono in palestra pur avendo degli ottimi voti a scuola e delle buone capacità fisiche/cordinative non riescono poi a risolvere problemi di natura logica sia legati al contesto del sport,che quello della loro vita relazionale quotidiana.
Io credo che questo dipenda fortemente dal metodo scolastico in cui è poco prevista l’interdisciplinarietà delle varie materie, e la stimolazione dell’alunno ad un ragionamento proprio.
L’alunno infatti viene spesso abbandonato con la sua mole di lavoro a leggere e ripetere dei concetti….sicuramente il metodo di più facile applicazione da parte dei professori,ma di sicuro il meno stimolante per gli allievi. Di certo ci sono professori in gamba che sanno fare bene ed in modo stimolante il loro mestiere…

Cari amici professori …

Mah, sentite, qui sul blog mi esprimo in modo diretto e non paludato …

Ho appena verbalizzato un esame ad uno studente. Era avvilito perché costretto a fare un mucchio di giri a vuoto.

“Come mai?” gli ho chiesto.

“Lei è il primo prof che trovo negli orari dichiarati di ricevimento”

Ora, il fatto che abbia trovato me e non altri è casuale. Io sono un noto pasticcione e questa volta ho solo avuto fortuna ad essere trovato. Non è questo il punto.

La questione è generale. Carissimi amici colleghi professori, non va bene che gli studenti non ci trovino. Io sento questi ragazzi come rassegnati al fatto che i prof appartengano ad una categoria difficilmente raggiungibile.

A me questo non sembra giusto e quando vengo colto in fallo, perché succede, eccome se succede, provo un grande disagio. Loro sono cittadini che hanno pagato le tasse e non solo per accedere al sapere (speriamo …) ma anche per avere un servizio che funziona. Se io non sono puntuale con gli studenti, loro sono abituati a subire, ed io sono cosciente che tanto non succede nulla. Non mi sembra una cosa normale. Anzi, non mi sembra una cosa civile, a prescindere dalla scienza che elargiamo loro, nel mio caso certamente poca.

Concordo molto con le tesi esposte in Lettera a una studentessa di Renato Stella. Un libro dedicato al rapporto fra studenti e professori. Un libro, mi pare poco noto, la cui lettura farebbe bene sia ai professori che agli studenti …

Pensare in immagini … o pensa diversamente e a scuola sei fritto!

Per circa mezzo secolo la scienza medica aveva ritenuto che negli autistici non vi fosse alcuna vita interiore e che comunque, da quell’interno, non vi fosse alcuno possibilità di comunicare con l’esterno.

Straordinaria la testimonianza di Temple Grandin, una donna autistica che è diventata una famosa esperta di sistemi di zootecnia. Al di là della sua vita professionale, ha scritto dei libri sensazionali perché rappresentano una voce proveniente proprio dal quel mondo che si riteneva non potesse comunicare con l’esterno. Un paio sono “La macchina degli abbracci, parlare con gli animali”, Adelphi 2007, e “Pensare in immagini, e altre testimonianze della mia vita autistica”, Erickson, 2001.

Nel decimo capitolo di quest’ultimo, Temple discute il legame tra autismo e genio, citando storie di vari personaggi famosi: Ludwig Wittgenstein, Vincent van Gogh, Albert Einstein, Richard Feynmann …

Argomenta Temple: “Oggi di Einstein che ne sono pochi. Forse vengono tutti bocciati agli esami di maturità o prendono voti molto bassi.”

E continua ricordando che numerosi scienziati, artisti e scrittori avevano avuto difficoltà a scuola: Charles Darwin, Gregor Mendel sono due esempi famosi.

Io trovo che la scuola oggi sia pessima ma a coloro che dicono “eh purtroppo non è più seria come una volta” oppure “è tutta colpa del 68” io dico che non trovo molto seria una scuola che mortifica e non riconosce l’ingegno e la fantasia. Non ha mai funzionato bene la scuola, nè prima, nozionistica e soprattutto fatta per chi la scuola la faceva già a casa (“Lettera ad una professoressa”, Don Milani), né oggi, solo apparentemente moderna e integrata con la società ma in realtà appiattita al minimo livello, assolutamente non formativa.

Ancora dalla giornata con Patch

Lo stesso giorno dell’incontro con Patch, la sera, degli amici ci portano ad uno spettacolo di Bobo Rondelli a Poggio a Caiano: Io Clown – te Down.

Sarebbe stato impossibile immaginare una giornata così! Una serata del genere dopo la mattina con Patch Adams … ma che burlone il caso, a volte sembra quasi affettuoso …

Non conoscevo niente di tutto ciò – eh lo so, che volete fare, non si può conoscere tutto – e mi trovo seduto davanti a un palco gremito di gente in maglietta rossa e tuta blu che ballano e cantano. Che roba e questa? Ma che versi fanno? Ah già, il titolo parla di down. Ma guarda quello come lo fa bene il down … ma anche quell’altra … ehi, ma quello la è “vero” … ma sono mezzi normali e mezzi down!

Strepitosi! E poi da quel marasma emerge Bobo e va avanti lo spettacolo … fino a quando: “Perché non ballate anche voi?” … e qui imborsito nel ruolo di spettatore vai come sempre in crisi … sì sì tutti bravi poi quando si va a contare quelli che si alzano sono una sparuta minoranza … ma questa volta altro che crisi! Son due ore che guardi una banda di diversi che si divertono e fanno divertire i normali ballando e cantando e te, normale, che fai? Inchiodato alla seggiola come uno stoccafisso … ma chi sono i normali qui?

Grande Bobo con la compagna teatrale AnffasAAMPS!

Spettatore imborsito non hai scelta! Non ti resta che saltare sul palco … tranquillo! ti fanno vedere loro, i diversi, come si fa a divertirsi!

Che giornata ragazzi …

A proposito di empatia …

Ancora risuonano gli echi dell’incontro con Patch Adams che mi capita di leggere un articolo sulla rivista Rocca: “Quando il malato non esiste” di Francesco Delicati.

… nell’anticamera della sala operatoria devo aspettare. L’attesa mi sembra interminabile… forse pochi minuti, ma per me un’eternità. Un dottore che passa prova a rassicurarmi, ma non lo sento credibile, è come impacciato. Comincio a sentire freddo, e un tremito continua a scuotermi. Quando entro nella sala operatoria la luce di una grande lampada piatta e rotonda è abbacinante. Getto uno sguardo qua e là, ma i dottori sembrano indaffarati a preparare il tutto: c’è una sorta di frenesia da formica, efficiente, determinata, quasi ansante. Non c’è uno sguardo che mi incroci, né una parola che mi incoraggi. E io mi sento scosso da tremiti sempre più incontrollabili.
Un dottore prova a chiedermi: “Hai paura?”. Certo che ce l’ho. Non lo vedi, il mio corpo lo sta dicendo con tutto se stesso. E mi manca tanto una mano da stringere e uno sguardo di un altro essere umano che mi dica attraverso gli occhi: “Dai, ce la farai! Facciamo il tifo per te. siamo con te!” …

Patch Adams incontra la Facoltà di Medicina

E così il 18 giugno scorso abbiamo avuto Patch Adams nella nostra facoltà. L’hanno voluto gli studenti, fortemente. L’idea era nata in ottobre dell’anno scorso quando eravamo andati a partecipare all’incontro di Patch Adams con la città di Piacenza.

Non c’è dubbio. C’era veramente una bella atmosfera. I post sui forum degli studenti l’hanno descritta con grande euforia. Bello! ce ne fossero di più di eventi del genere …

Benvenuta l’euforia. Ma ci vuole anche la riflessione, per individuare ciò che poteva forse andare meglio.

Per continuare un percorso, l’euforia dà l’energia che ci vuole ma è la riflessione su ciò che poteva andare meglio a chiarire la direzione.

1) La riflessione di un ragazzo, credo laureato da poco e da anni attivo come clown in corsia.

Illuminante il sondaggio che ha improvvisato sulla platea: c’erano quasi solo studenti del I e del II anno. Questo è un argomento di seria riflessione, forse soprattutto per noi docenti.

2) Le domande a Patch.

Ma è possibile che le domande le abbiano fatte tutte (eccetto una) “operatori del settore” a vario titolo? Come è possibile che questi studenti così entusiasti e così determinati non avessero niente da chiedere? Questo mi ha stupito moltissimo e, direi, turbato non poco.

3) Successo?

L’atmosfera era davvero bella. Ma in termini numerici, possiamo dirci contenti? Ad occhio e croce ci saranno state 250 persone. Non sono poche, a vederle tutte insieme e, soprattutto, così prese. Ma la facoltà di medicina è grande: centinaia di docenti e migliaia di studenti. Secondo me, con un evento del genere ci dovevano essere i grappoli di persone fuori della porta e dentro tutta la gente anche per terra. Soprattutto i docenti erano quattro gatti.

4) Assessore.

È successo che, alla fine (l’incontro è stato molto lungo, più di tre ore), sia riapparso l’assessore alla sanità della Regione Toscana ed abbia prospettato insieme a Patch Adams, la possibilità di realizzare in Toscana un Ospedale del Sorriso, del tipo descritto da Patch Adams.

Ok, è una bella notizia. Ma è una notizia che va presa con molta prudenza e con gli occhi aperti. Gli amministratori italiani sono una specie che vive di tattica. La capacità di definire e, soprattutto, di portare a compimento progetti coraggiosi è pressocché inesistente. Senza nulla togliere al sincero trasporto dell’uomo che è nell’assessore, al quale credo, costui dovrà comunque fare i conti con un contesto nel quale è difficile pensare possa nascere qualcosa del genere. Mi sto riferendo al contesto amministrativo italiano in generale, non a quello di una parte. Quindi, una buona e curiosa notizia. Niente di più. Tempi molto lunghi, nella migliore delle ipotesi … voi studenti oltre il III anno … laddove sono ormai tutti ben narcotizzati …

Beninteso: le utopie sono fondamentali ma al tempo stesso la realtà non va ignorata …

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