Al margine di alcune vicende elettorali

11 giugno: per errore ieri avevo pubblicato una bozza non definitiva di questo post, mi scuso.

Qualche tempo fa mi trovai a discutere con alcuni colleghi sulla valutazione dei crediti da attribuire alle attività di studio online in un corso universitario. Uno di quei temi dove inevitabilmente ci si trova a fare delle disquisizioni minuziose e puntuali su entità che hanno scarso riscontro pratico con la realtà. Una discussione accademica appunto.

Controllo e valutazione sono elementi fondamentali in ogni tipo di organizzazione.  Per esempio, rimanendo solo per un istante nel campo dell’istruzione, quella della quantificazione è una vera e propria ossessione, iniziando con i voti inflitti ai bambini sin dalla più tenera età sino ai voti universitari che pesano le valutazioni positive con ben 14 valori possibili (da 18 a 30 e lode), per poi giungere alla quantificazione dello studio in crediti che dovrebbe servire a garantire un certo livello di apprendimento e di competenza per poi ridursi ad una mera misura delle ore di lezione.

Eppure, il pensiero che si è dipanato negli ultimi 50 anni nelle scienze attinenti alla formazione ed al suo ruolo nella società che evolve così rapidamente, ha percorso e sta percorrendo vie molto  diverse.

Le valutazioni servono per esercitare il controllo e il controllo è quasi universalmente considerato lo strumento principale per navigare nel mondo. C’è però un equivoco su questo. Ormai nell’immaginario collettivo il mondo è un mondo economico ed ogni attività umana è valutata e immaginata in esso. Invece il mondo nel quale viviamo è molto più grande, comprende il mondo economico ma è molto più grande.

Non è più grande nel solo senso del teatro, dell’ecosistema naturale, che va preservato e mantenuto affinché vi possano avere luogo le gesta dell’umanità. Il mondo vero nel quale viviamo è pervasivamente grande. L’ecosistema non è solo ecosistema di piante e animali, o, in accordo con la teoria Gaia, un ecosistema dove anche il mondo minerale inanimato svolge un ruolo attivo, bensì è un ecosistema che include la comunità umana come comunità sociale e come comunità economica, un ecosistema che include anche il dominio delle idee, il dominio delle culture in altre parole. Un mondo vertiginosamente complesso nel quale non si può escludere che un’idea apparentemente del tutto astratta possa avere influenza sulla popolazione di qualche specie animale e anche il viceversa.

Non si tratta solo di un’immagine, magari giusto suggestiva, ma di una visione che comporta implicazioni molto pratiche e concrete. Gli ecosistemi si distinguono dagli altri sistemi immaginati prima nelle scienze per una nozione precisa e molto importante: la rete. È attraverso l’opera degli studiosi di ecologia che la nozione di rete ha trovato cittadinanza nella scienza intorno agli anni 20 del secolo scorso.

La rete è un sistema particolare, diverso da tutti gli altri. Non è un qualcosa che si possa ridurre ad un meccanismo, cioè qualcosa che possa essere descritto come un incastro ordinato di elementi collegati da relazioni causa-effetto. Qualcosa che si possa descrivere a partire dalla conoscenza dei sottosistemi che lo compongono.

La rete non si progetta e non si costruisce. La rete sorge spontanea e cresce autonomamente. Non si può manovrare. Se ne può avere cura. La rete non si può dividere e smontare. Se si smonta cessa di esistere, se si rimonta non risorge. La rete può avvizzire e può fiorire. La rete è viva.

Sino alla fine del secondo millenio il paradigma dominante di ogni azione organizzata è stato quello del controllo ma l’esercizio del controllo presuppone la logica del meccanismo. La rete non è un meccanismo e non si può controllare. La rete reagisce agli stimoli esterni. Se è sana reagisce bene. Al controllo diretto reagisce eludendolo e se non può eluderlo muore. Si può solo tentare di lavorare a monte sui presupposti che la rendono sana.

È ormai un fatto accertato che vi siano domini strategici per affrontare i quali gli strumenti usuali dell’organizzazione e delle competenze settoriali si stanno rivelando palesemente insufficienti. C’è crescente insoddisfazione sui risultati della formazione; in molti si stanno ponendo la domanda se fra dieci anni le università esisteranno ancora nella forma attuale e taluni sono pronti a scommettere di no. C’è preoccupazione per le quote di successo molto basse di progetti industriali ad alta tecnologia; i progetti costano molto a causa dell’elevata probabilità di insuccesso in termini di obiettivi conseguiti solo parzialmente, di scadenze disattese e di costi corretti al rialzo. C’è disorientamento per l’incapacità delle organizzazioni politiche di raccogliere e rappresentare istanze e aneliti che vadano oltre le banali convenienze del vivere quotidiano; l’incapacità cioè di entrare in contatto con un’anima popolare volta alla cooperazione civile e alla costruzione di un mondo migliore, un’anima che palesemente esiste, considerata la vitalità di fenomeni quale il volontariato o le aggregazioni online, come può essere quella del software open source, solo per fare un esempio.

La complessità del mondo ci sta presentando il conto. Non possiamo più pensare di affrontare le sfide che esso ci pone con le armi spuntate del controllo diretto, della manipolazione, della misurazione di cose non misurabili. Dobbiamo imparare, e per certi versi reimparare, ad ascoltare anziché solo comandare, a coltivare e allevare anziché solo progettare e costruire o istruire, ad addomesticare anziché solo addestrare.

Dobbiamo dare maggiore enfasi all’agire femminile e meno a quello maschile. Questo non significa dare maggiore potere alle donne e misurare quante di esse siano entrate nei parlamenti o nei consigli comunali o nei consigli di amministrazione. Le quote rose sono un tipico parto della mentalità maschile.

La soluzione non è nel trasformare le donne in uomini in un mondo dominato dalla logica maschile, fra l’altro al prezzo di un disagio personale della componente femminile dalle conseguenze difficilmente valutabili ma certo non molto promettenti. La soluzione semmai passa dall’adozione del pensiero e del sentire femminile a livello di istituzioni e organizzazioni.

Non è un discorso teorico bensì è molto concreto. In pratica questo significa esercitare attenzione per le reti, quando esse esistono, e intraprendere azioni rispettose della loro natura viva.

Queste considerazioni si attagliano perfettamente ai recenti accadimenti elettorali. Non si può pensare di coagulare l’interesse popolare mediante la mera manovra delle leve del potere convenzionale e la comunicazione basata sullo svilimento della parola se non l’esercizio spudorato della menzogna.

Questi metodi possono funzionare con coloro che sono sensibili solo alle istanze più banali: più soldi, meno tasse, meno immigrati, meno delinquenza; certo non con quell’amplissima parte di popolazione che percepisce la complessità del mondo e che è animata da aneliti di maggior respiro.

Oggi la tecnologia consente di dare corpo a sentimenti e aspirazioni comuni che difficilmente possono essere colti e interpretati da coloro che il sistema del potere politico seleziona. Le tecnologie necessarie sono oggi ubiquitarie, le abbiamo semplicemente in casa. Le competenze richieste sono minime e alla portata di chiunque. Lo testimoniano gli eventi di social networking che stanno coinvolgendo centinaia di milioni persone in tutto il mondo.

La tesi finale di questo breve scritto è che il potere politico esercitato in modo convenzionale può solo funzionare per raccogliere un consenso assimilabile a quello che, in modo molto sommario, indichiamo con destra.

Il potere politico convenzionale non ha gli strumenti adeguati per coagulare una forma di opposizione. Questa opposizione può invece crescere dalla base, con le modalità della rete, in modo spontaneo.

Come nel mondo dell’attuale istruzione si sta ipotizzando che il luogo della formazione si stia spostando fuori dalle aule scolastiche così forse il luogo dell’esercizio della democrazia si sta spostando fuori dai luoghi e dai momenti cosiddetti istituzionali. Almeno in qualche misura.

Certamente molti si sentono disorientati da una visione del genere e si sentono come mancare il terreno sotto i piedi ma questo è normale. Le novità vere hanno sempre creato sconcerto e, soprattutto, sono emerse spontaneamente senza che nessuno sia mai riuscito a progettarle a tavolino.

Connessioni, reti, democrazia

Ho letto centinaia di testi con i pensieri dei miei studenti sul pamphlet Coltivare le connessioni che scrissi col desiderio di lasciar intravedere cosa possa voler dire “stare in rete” oggi.

La libertà di azione che offro agli studenti comporta uno straordinario vantaggio che è l’autenticità delle loro espressioni. Gli scritti che mi capita di leggere sono quindi tutti molto diversi ed innumerevoli sono le prospettive che offrono.

Non amo fare classifiche e definire categorie per cui mi sono sempre guardato dal dare voti a questi testi. Preferisco spendere il tempo nel fare tesoro della ricchezza delle reazioni nel loro insieme per correggere e migliorare, se possibile, il mio lavoro futuro.

Oggi tuttavia faccio un’eccezione estraendo dal mazzo un contributo che, per la sua qualità, per l’esperienza di impegno dell’autrice, Giulia, nelle presenti elezioni amministrative e per il coinvolgimento del sottoscritto nelle medesime elezioni, rappresenta un nodo che connette in modo molto interessante esperienze e prospettive diverse.

Riporto quindi per intero il testo di Giulia che considero come il quinto capitolo del pamphlet Coltivare le connessioni.


Università degli Studi di Firenze
Corso di laurea magistrale in Teorie della Comunicazione

Tecnologia della comunicazione on line

Coltivare le connessioni, alcune riflessioni

In latino il concetto di coltivare è espresso dal verbo colere, con tale termine si intende anche onorare gli dei, avere cura; colere vitam è tradotto con vivere. In tal senso si deve intendere l’espressione coltivare le connessioni. Il post-moderno con la sua complessità, articolazione, moltitudine di differenze imprevedibili diventa il luogo per eccellenza in cui l’io si protende verso il tu, diviene cosciente del proprio sé specchiandosi nel volto altrui e la coscienza diviene eterno ascolto. L’ordine-consiglio del titolo del pamphlet si riferisce sia a connessioni reali che virtuali e non rappresenta un rimando allo strutturalismo, ma la consapevolezza che qualsiasi categoria ha una propria identità perché è una rete, è un insieme di morfismi che si rapportano ad altrettanti legami nelle più svariate categorie, ridefinendo continuamente la propria identità. La rete è centrale per comprendere il mondo umano dal piccolo: le reti neurali, le sinapsi, al macro: gli eco-sistemi e il web che espande il reticolo cooperativo in tutto il globo. Il web 2.0 sembra proprio esplicare al meglio la natura dell’homo socius contemporaneo; esso, infatti, è caratterizzato da un modello di rete, non più arboreo: strutture assolute, alla base di un evolversi di differenze superficiali. Il web 2.0 è un’architettura democratica in continua crescita, dove ciascun nodo ha un ruolo unico e fondamentale. L’open source ha reso evidente che la connessione è collaborazione, è ordine, ma non ordinato secondo le tradizionali statiche gerarchie, quindi è dominato ad un tempo sia dal caos che dal cosmos. Questa è solo una delle innumerevoli antinomie irrisolvibili che per sua stessa definizione caratterizzano la rete, essa è individualità e socialità, privato e pubblico, incontro e scontro, frammentazione e continuità, proprio da tale natura dicotomica deriva l’essere in fieri del web, il suo evolversi, la sua potenza pervasiva e positivamente incontrollata. Ciò permette, almeno teoricamente, un’infinita espressività e libertà di informazione, non più infatti la conoscenza di ciò che accade nel mondo è etero-diretta staticamente gerarchizzata in mano di poche persone, bensì l’individuo, grazie al suo collaborare all’interno di una rete, irrompe nei meccanismi del processo informativo, sovvertendone la direzione a senso unico centro-periferia. Se inizialmente il web ha permesso una crescente democrazia poiché ha aumentato il flusso informativo, ha reso possibile l’accesso a qualsiasi genere di notizia, oltre ad avere permesso tempi e modi di fruizione più flessibili, il web 2.0 ha introdotto la possibilità di fornire e ricevere criticamente le informazioni; sistemi come WIKI e feed RSS, infatti, permettono agli stessi cittadini di strutturare le notizie in livelli secondo i loro interessi, mentre i blog, sempre Wiki e altri strumenti del social networking, come facebook o myspace, hanno trasformato ogni individuo in redattore di innumerevoli giornali personali o collettivi di portata planetaria ed hanno permesso a ciascun individuo di essere nodo attivo e collaborativo all’interno di una certa rete con determinate priorità (culturali, economiche, di divertimento). Il web 2.0 dà la possibilità ad un singolo davanti ad uno schermo di condividere col mondo le ingiustizie che sta vivendo. In Cina in questi giorni, grazie al web, si è formato un grande movimento contro le violenze commesse dalla nomenclatura del regime dittatoriale, soprattutto nei confronti delle donne. Gli utenti, quindi, se vogliono possono divenire anche produttori di creatività, cultura e informazione; ogni evento è narrato con immagini, suoni e parole, non più secondo un unico punto di vista ufficiale, ma con tanti sguardi e prospettive che negoziano tra loro. Questo, sebbene non assicuri l’oggettività, come verità assoluta trascendentale o empirica, introduce una reale pluralità. Si produce, così, una indefinita intelligenza collettiva necessariamente connettiva, che è superiore alla somma delle singole menti pensanti, un’immensa potenzialità presente proprio nelle relazioni. Levy definisce il mondo attuale come immerso nello spazio del sapere, dove i soggetti sono intellettuali collettivi che si confrontano tra loro, modificando costantemente le loro identità, quindi flettendo secondo ottiche diverse l’immenso spazio del sapere in cui sono immerse. Lo spazio della conoscenza si fa sempre più democratico, non solo perché accessibile a tutti, ma in quanto frutto di una collaborazione dal basso che attua costantemente la decostruzione dei testi della tradizione, portando l’attenzione sull’ombra, sugli scarti, sulle differenze, dando vita, così, al nuovo.

Tale processo illimitato non riguarda esclusivamente il mondo di internet, bensì è onnipresente. Il virtuale, per altro sempre più percepito come ambiente reale, ha, tuttavia, enfatizzato tale concetto prima solo filosofico, lo ha spinto ai confini estremi del pragmatismo, dando corpo ed evidenza a pensieri completamente astratti. La rete è divenuta a partire dal XX Secolo il principale paradigma di conoscenza. Oggi coinvolge tutte le discipline che non ricercano più, nell’ambito della riflessione su loro stesse, la Ur-struttura; parallelamente la logica tradizionale non è più considerata la regina assoluta, verità indiscutibile a partire dalla quale si sviluppa in primis la matematica, base per la chimica e la fisica che, a loro volta, permettono l’esistenza della biologia. Oggi esiste una moltitudine di logiche che si confrontano tra loro e crescono insieme.

La centralità data alla connessione significa riposizionare la comunicazione come fulcro di ogni discorso. Comunicazione come reciprocità, dunque costruzione di una interpretazione condivisa. Ciò non equivale a sostituire semplicemente il paradigma di trasmissione lineare sicura delle informazioni: costituito da mittente, canale, codice, messaggio, destinatario, codifica e decodifica con il paradigma relazionale, basato sul contesto, la situazione, la vaghezza della significazione, bensì approdare ad un modello generativo, per cui la comunicazione non è altro rispetto alle identità in gioco. In tal senso comunicazione significa messa in discussione della propria sfera intima per unirsi all’altro in modo da creare nuove identità nell’ambito di un costante sviluppo architettonico. La comunicazione non è riducibile ad una patina superficiale, un surplus che aiuta dal punto di vista della persuasione e della pubblicità, essa è connessione, quindi determina le identità stesse.

È inevitabile, quindi, riportare l’attenzione sul linguaggio, come facoltà umana e come atto, in tutte le sue possibili declinazioni, verbali e non. Quanto affermato non vuole essere un tentativo di restituire valore ontologico al linguaggio, ma semplicemente un ribadire la sua importanza circa i fatti di conoscenza, il soggetto e i rapporti tra loro. Le ideologie del passato, come le culture dominanti del presente, non sono altro che narrazioni retoriche, ovvero linguaggio:

Ogni reale sconvolgimento delle attese ideologiche è effettivo nella misura in cui si realizza in messaggi che sconvolgono anche i sistemi di attese retoriche. E ogni profondo sconvolgimento delle attese retoriche è anche un ridimensionamento delle attese ideologiche.
[1]

Qualsiasi struttura sociale è riconducibile alla comunicazione, al tessere rapporti linguistici non solo verbali. L’analisi delle interrelazioni può suggerire numerose caratteristiche di una certa comunità o individuo. Tutto è deducibile dalla vaghezza dei giochi linguistici, dall’uso della lingua, che in ultima analisi non sono che la causa e conseguenza di legami in determinati contesti. Qualsiasi legame linguistico non significa, però, automaticamente connessione. Molto frequentemente si hanno liaisons verbali prive di profondità, inutili e ingannevoli impieghi di energia, talvolta, invece le vere connessioni sono nascoste, poiché ancora solo in potenza, oppure particolarmente riservate ed espresse tramite linguaggi molto raffinati, poco vistosi, lo sguardo dolce del cane mentre allunga la zampa per attirare l’attenzione, la foglia pendula che si rialza alla prima goccia di pioggia, l’abbraccio senza parole dell’amato.

La connessione è espressione di vita, è dia-logo secondo una moltitudine di logiche e passioni, porta alla crescita di sé grazie al confronto secondo un percorso imprevedibile.

Discutere sulle connessioni significa quindi affrontare la questione della formazione: il rapporto dialogico con la guida, con la natura, con l’amico, con la persona amata, presente nel link, è stato il fulcro prima della paideia classica, poi della bildung romantica ed infine lo è ancora oggi nella categoria pedagogica della neo-bildung. La rete sembra assumere il ruolo di alternativa realmente formativa nei confronti di una scuola bloccata su organizzazioni obsolete riproduttrici di differenze sociali e di quei valori che già nel 1965 Don Milani ripudiava:

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini, né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.[2]

Questa citazione è emblematica per tutta la rete, ciascun nodo in essa si mette in gioco, assume su se stesso la totalità della responsabilità senza avere velleità imperatrici. La scuola di Barbiana ruota intorno ad una pratica eccezionale, quella della cura: la cura verso l’altro che conduce alla cura sui. Il ragazzo ricevendo amore, attenzione e responsabilità, apprende ciò che veramente conta, la cura di sé, ovvero l’occuparsi autonomamente della propria formazione con l’obiettivo di innestare nuove connessioni in cui si dona gratuitamente, in modo disinteressato all’altro. La relazione formativa è sempre anche di amicizia e certo non può essere ridotta alle ore trascorse in una classe, ad un voto sommario, alla trasmissione di nozioni aride destinate ad essere dimenticate. La connessione che dà vita al rapporto formativo è costantemente presente nelle parti in gioco, anche nell’assenza fisica dell’altro. Formare non è conformare ad un modello, ma è spingere l’altro a cercare la propria strada, quindi la propria identità. Il maestro, basti pensare a Socrate, deve, attraverso il dialogo, rendere il giovane riflessivo e capace autonomamente di scegliere le proprie connessioni, quelle da coltivare e quelle da abbandonare. La stessa relazione tra maestro e allievo, benché il percorso formativo in generale sia di per sé infinito, è ben delimitata nel tempo; questa infatti è anche scontro, sfida fino all’inevitabile e dolorosa rottura che conduce alla conquista della libertà e autonomia necessarie per la costruzione di nuove connessioni. In questo lavoro di tessitura, di negoziazione, si delineano e trasformano identità, mai determinata ma sempre in fieri, all’interno di un dramma costantemente da scrivere, che corrisponde alla vita stessa,

E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche,ch’io li facessi entrare nel mondo dell’arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella.

Nati vivi volevano vivere.[3]

La scuola, invece, ignora la formazione, persevera nel rimanere attaccata ai tradizionali concetti di educazione e istruzione, finendo per essere un’isola solitaria nell’oceano della realtà. Essa, malgrado il suo stato d’isolamento è lungi dall’essere un’arcadia felice, bensì racchiude in sé tutti gli elementi deleteri della società: è un concentrato di furbizia, arrivismo e abitudinarietà, un luogo che rende gli uomini automi sordi, incapaci di ascoltare la propria coscienza, di protendersi verso l’altro per costruire, così, il proprio io. La collettività-massa, unita e diversa allo stesso tempo, attraverso la conformazione scolastica diventa un insieme di individui non autenticamente comunicanti tra loro, incapaci di ascoltarsi, quindi completamente estranei al fare rete. Studenti, come elettroni impazziti, seguono inconsapevoli percorsi individuali ed etero-diretti, attaccati ad una vaga illusoria idea di realizzazione personale, finendo così, nella loro estenuante ricerca dell’eccezionalità rispetto alla massa, per essere tutti uguali, pateticamente omologati ad un modello unico, un pensiero unico, ad una forma paradigmatica imposta. Quelli che Foucault chiama dispositivi di disciplinamento sono oggi sempre più raffinati, nascosti dietro solo apparenti libere scelte, ma, proprio per questo, ancora più incisivi e pericolosi.

L’antidoto per un mondo scolarizzato incapace di avere una mente dinamica, flessibile, critica che pone in questione il dato, prefigurando in modo creativo nuove prospettive ottiche inedite, è la connessione. Solo dall’attenzione per le relazioni tra sfere di sapere, esperienze, emozioni e ragione trae origine la creatività necessaria per recuperare una dimensione autenticamente formativa[4]. La scuola non ha mai potenziato il creativo, anzi, spesso, lo ha classificato come devianza da sanare al più presto; per il sistema educativo ciò che è non rientra in parametri pre-stabiliti è solo errore, magari da spiegare, da non demonizzare, ma non è concepibile il poter stare nell’errore, questo è negativo perché tradisce la logica imperante. L’errore nasce dall’incongruenza del risultato ottenuto con quello previsto, questa incoerenza deve essere eliminata attraverso metodi educativi più o meno tradizionali, non c’è spazio per la valorizzazione delle connessioni mentali creative che hanno condotto a quel risultato. L’incapacità di dare rilievo alla creatività è proporzionalmente diretta al susseguirsi dei vari gradi d’istruzione. Se nella scuola primaria è ancora concesso scrivere i pensierini personali e dipingere un cielo verde ed un prato blu, al liceo, il tema è solo di critica letteraria: per avere un buon voto è necessario compiere un raffinato lavoro totalmente impersonale di copia-incolla dei saggi studiati, mentre a greco una parola non tradotta come l’insegnante desidera toglie punti alla valutazione finale. All’università, infine, si giunge all’apice del nozionismo, all’assenza di qualsiasi connessione personale, addirittura in molti casi colui che non ha passione, non riflette su ciò che studia, ha maggiori possibilità di successo e soprattutto terminerà prima il corso di studi.

Solo la rete può assumere l’importante ruolo di detonatore di questa situazione, in parte già oggi sconvolge gli statici equilibri socio-educativi. La rete, poiché si nutre di strade alternative quindi creative, diviene l’emblema di rapporti formativi autentici lungo tutto l’arco della vita, al di là delle istituzioni adibite ad educare ed istruire. Occorre, tuttavia, prestare attenzione a quei segnali di pericolo che già emergono; il rischio che lo status quo economico educativo sociale politico investa con forza la rete e la pieghi alla propria volontà, introducendovi superficialità, omologazione culturale e differenziazioni sociali è elevato anche nel web 2.0, ma per scorgere tale minacce il focus deve essere spostato dal web alla realtà tradizionale: all’incapacità dell’uomo di fare sistema autentico, senza secondi fini con altri uomini e con la natura in toto. L’essere umano si è evoluto grazie alla sua capacità di controllare la natura, piegarla con la sua conoscenza ai propri bisogni, homo faber fortunae suae, ma già Rousseau, aveva compreso nel ‘700 la possibilità che tutto il sistema sociale fosse portatore di valori corruttori in grado di trasformare il naturale amore per sé in competizione con gli altri uomini. Pasolini stesso narra come il mondo occidentale con il fascino abbagliante del mito del progresso e della ricchezza sia entrato in equilibri naturali millenari, distruggendoli,

[…] ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza « espressiva », orribile, della modernità:una lebbra di pali della luce piantati caoticamente – casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c’erano le mura della città – […] e naturalmente i miei occhi hanno dovuto posarsi anche su altre cose, più piccole o addirittura infime: oggetti di plastica, scatolame […] Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più infelici. [5]

Occorre, però, non cadere in nostalgie per un’arcadia perduta, nessun mezzadro rimpiangerà il suo duro lavoro nei campi in cambio di pochi frutti. La madre-natura è onnipotente per questo spaventosa ed il rapporto dell’uomo con essa non può essere idilliaco: non lo è mai stato; l’umanità deve necessariamente per sopravvivere intervenire su questa. Il problema, allora, è la modalità con cui l’uomo si rapporta agli equilibri ecologici; nuovamente l’ascolto e l’empatia sono le chiavi per una svolta connettiva, per definire sistemi umani capaci di stabilire relazioni proficue con la natura.

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent[6].

L’umanità interviene senza prima ascoltarla, cercando di comprenderla, decretando così prima ancora della fine del naturale, la propria morte. Il sistema umano aperto ha rifiutato di rapportarsi proficuamente alla natura, di coglierne i feedback per mutare il modo di intervenire su questa, la natura dall’altra parte ha cercato invano di mantenere il proprio sistema intatto; ogni suo grido, lamento è stato ignorato. L’uomo occidentale si è posto per secoli in una posizione di arrogante e ottuso dominio della natura e di qualsiasi cultura altra. La rete offre oggi non solo un modello democratico di scambio espressivo e produttivo, ma soprattutto l’opportunità di sovvertire quella concezione, interna alla cultura greco-cristiano-borghese occidentale, di voler porsi in modo statico e rassicurante al vertice di una gerarchia inesistente, organizzandosi così in un sistema solo apparentemente in crescita, in realtà incapace di rinnovarsi radicalmente perché privo di capacità di ascolto ed evoluzione non volta alla conservazione.


[1] Umberto Eco, La struttura assente, Bompiani, Bologna, 2008, p. 97.
[2] Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Lettera ai miei Giudici, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1978, p51.
[3] Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Mondadori, Milano, 1993, p. 3.
[4] C.f.r Ken Robinson , Do Schools Kill Creativity?,
[5] Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Gennariello, Einaudi, Torino, 2003, pp. 39-40,
[6] Charles Baudelaire, Correspondances, Fleurs du mal, .

Viaggio surreale nella politica locale

Ieri sera alla casa del popolo di Greve in Chianti. Una sala grande, una persona che parla sul palco, nelle prime file persone che ascoltano. È la presentazione di una delle sei liste per le elezioni amministrative. Ad un certo punto l’oratore si ferma e chiede di limitare il brusio in fondo alla sala. Dove la luce arriva meno intensa, quattro uomini, due seduti e due appollaiati sulle sedie accatastate, ridacchiano e commentano sarcasticamente. Non rispondono alla richiesta dell’oratore limitandosi a fare finta di niente. Guardandoli negli occhi stornano lo sguardo.

Mi capita di dover uscire un attimo e vedo che il bar e il giardino prospiciente sono pieni di gente. Strano, penso. Disimpegno, forse. Più tardi mi viene spiegato che molte delle persone fuori sono a favore di un’altra lista.

Apprendo successivamente che taluni dal bar sbirciano in sala e magari chiedono ragguagli a qualcuno che esce.

Uno degli oratori successivi è un responsabile della gestione della casa del popolo. Eloquio vernacolare, ricchezza di chi ha seguito con passione tante stagioni, limpidezza di pensiero. Un piacere ascoltarlo. Narra purtroppo che nel pomeriggio, mentre allestiva la sala, qualcuno lo aveva informato che poi verranno fatti i conti.

Dove siamo? Niente da fare, siamo nella casa del popolo di Greve in Chianti riuniti per la presentazione di una lista di centro sinistra per le elezioni amministrative del 2009. Non è uno spettacolo cinematografico purtroppo. È la realtà.

La lista, questa, pare insieme ad altre due liste, raccoglie il dissenso per la lista ufficiale del PD grevigiano (mi scuso per non avere sotto mano i riferimenti alle altre liste, se qualcuno me li passa aggiorno volentieri questo post) che fa riferimento al sig. Alberto Bencistà, un signore del quale mi hanno narrato più volte il percorso politico, troppo circonvoluto perché lo possa rammentare.

Sarebbe troppo lungo entrare nei dettagli dei fatti che hanno condotto a questa situazione ed io non la conosco abbastanza per poterlo fare. Del resto non è questione di particolari bensì di fatti fondamentali attinenti al dialogo civile fra persone libere che agiscono nel rispetto e nella fiducia incondizionata per la democrazia.

La democrazia c’è laddove c’è il confronto, anche aspro ma sempre confronto. I partiti stanno dentro la democrazia e non viceversa. Le regole ed i meccanismi interni ai partiti non possono soverchiare la libertà di aggregazione, di dissenso, di confronto. Confronto su fatti riscontrabili da chiunque. Confronto su prospettive credibili. Non scontro basato sul discredito reciproco.

Il clima respirato ieri alla casa del popolo di Greve in Chianti era un clima intimidatorio. Ho appreso che lo stesso sig. Bencistà era presente nel giardino della medesima. Sono sicuro che il sig. Bencistà sia la migliore persona del mondo ma ieri ha sbagliato. Un leader democratico vero induce i suoi sostenitori al confronto aperto e leale con chi dissente e non si stanca mai di farlo.

E tutto questo nella situazione in cui si trova il nostro paese che, per esempio in Germania stanno vedendo così:

berlusconi
Potere&Amore: Come Berlusconi governa il nostro paese di vacanze preferito

Mi viene in mente un bel messaggio scritto da una studentessa, iscritta anche lei in una lista del PD nel comune di Dicomano, intitolato Il naufragio del Pd; volpi, leoncini e speranzosi agnelli, della quale ieri sera ho letto dei brani nel mio intervento.

Mi viene in mente di come in questo paese si stia dissipando quella che sarebbe la nostra principale risorsa per il futuro: la passione e l’immaginazione di tanti e tanti giovani.

E mi viene una grandissima tristezza.