Al margine di alcune vicende elettorali

11 giugno: per errore ieri avevo pubblicato una bozza non definitiva di questo post, mi scuso.

Qualche tempo fa mi trovai a discutere con alcuni colleghi sulla valutazione dei crediti da attribuire alle attività di studio online in un corso universitario. Uno di quei temi dove inevitabilmente ci si trova a fare delle disquisizioni minuziose e puntuali su entità che hanno scarso riscontro pratico con la realtà. Una discussione accademica appunto.

Controllo e valutazione sono elementi fondamentali in ogni tipo di organizzazione.  Per esempio, rimanendo solo per un istante nel campo dell’istruzione, quella della quantificazione è una vera e propria ossessione, iniziando con i voti inflitti ai bambini sin dalla più tenera età sino ai voti universitari che pesano le valutazioni positive con ben 14 valori possibili (da 18 a 30 e lode), per poi giungere alla quantificazione dello studio in crediti che dovrebbe servire a garantire un certo livello di apprendimento e di competenza per poi ridursi ad una mera misura delle ore di lezione.

Eppure, il pensiero che si è dipanato negli ultimi 50 anni nelle scienze attinenti alla formazione ed al suo ruolo nella società che evolve così rapidamente, ha percorso e sta percorrendo vie molto  diverse.

Le valutazioni servono per esercitare il controllo e il controllo è quasi universalmente considerato lo strumento principale per navigare nel mondo. C’è però un equivoco su questo. Ormai nell’immaginario collettivo il mondo è un mondo economico ed ogni attività umana è valutata e immaginata in esso. Invece il mondo nel quale viviamo è molto più grande, comprende il mondo economico ma è molto più grande.

Non è più grande nel solo senso del teatro, dell’ecosistema naturale, che va preservato e mantenuto affinché vi possano avere luogo le gesta dell’umanità. Il mondo vero nel quale viviamo è pervasivamente grande. L’ecosistema non è solo ecosistema di piante e animali, o, in accordo con la teoria Gaia, un ecosistema dove anche il mondo minerale inanimato svolge un ruolo attivo, bensì è un ecosistema che include la comunità umana come comunità sociale e come comunità economica, un ecosistema che include anche il dominio delle idee, il dominio delle culture in altre parole. Un mondo vertiginosamente complesso nel quale non si può escludere che un’idea apparentemente del tutto astratta possa avere influenza sulla popolazione di qualche specie animale e anche il viceversa.

Non si tratta solo di un’immagine, magari giusto suggestiva, ma di una visione che comporta implicazioni molto pratiche e concrete. Gli ecosistemi si distinguono dagli altri sistemi immaginati prima nelle scienze per una nozione precisa e molto importante: la rete. È attraverso l’opera degli studiosi di ecologia che la nozione di rete ha trovato cittadinanza nella scienza intorno agli anni 20 del secolo scorso.

La rete è un sistema particolare, diverso da tutti gli altri. Non è un qualcosa che si possa ridurre ad un meccanismo, cioè qualcosa che possa essere descritto come un incastro ordinato di elementi collegati da relazioni causa-effetto. Qualcosa che si possa descrivere a partire dalla conoscenza dei sottosistemi che lo compongono.

La rete non si progetta e non si costruisce. La rete sorge spontanea e cresce autonomamente. Non si può manovrare. Se ne può avere cura. La rete non si può dividere e smontare. Se si smonta cessa di esistere, se si rimonta non risorge. La rete può avvizzire e può fiorire. La rete è viva.

Sino alla fine del secondo millenio il paradigma dominante di ogni azione organizzata è stato quello del controllo ma l’esercizio del controllo presuppone la logica del meccanismo. La rete non è un meccanismo e non si può controllare. La rete reagisce agli stimoli esterni. Se è sana reagisce bene. Al controllo diretto reagisce eludendolo e se non può eluderlo muore. Si può solo tentare di lavorare a monte sui presupposti che la rendono sana.

È ormai un fatto accertato che vi siano domini strategici per affrontare i quali gli strumenti usuali dell’organizzazione e delle competenze settoriali si stanno rivelando palesemente insufficienti. C’è crescente insoddisfazione sui risultati della formazione; in molti si stanno ponendo la domanda se fra dieci anni le università esisteranno ancora nella forma attuale e taluni sono pronti a scommettere di no. C’è preoccupazione per le quote di successo molto basse di progetti industriali ad alta tecnologia; i progetti costano molto a causa dell’elevata probabilità di insuccesso in termini di obiettivi conseguiti solo parzialmente, di scadenze disattese e di costi corretti al rialzo. C’è disorientamento per l’incapacità delle organizzazioni politiche di raccogliere e rappresentare istanze e aneliti che vadano oltre le banali convenienze del vivere quotidiano; l’incapacità cioè di entrare in contatto con un’anima popolare volta alla cooperazione civile e alla costruzione di un mondo migliore, un’anima che palesemente esiste, considerata la vitalità di fenomeni quale il volontariato o le aggregazioni online, come può essere quella del software open source, solo per fare un esempio.

La complessità del mondo ci sta presentando il conto. Non possiamo più pensare di affrontare le sfide che esso ci pone con le armi spuntate del controllo diretto, della manipolazione, della misurazione di cose non misurabili. Dobbiamo imparare, e per certi versi reimparare, ad ascoltare anziché solo comandare, a coltivare e allevare anziché solo progettare e costruire o istruire, ad addomesticare anziché solo addestrare.

Dobbiamo dare maggiore enfasi all’agire femminile e meno a quello maschile. Questo non significa dare maggiore potere alle donne e misurare quante di esse siano entrate nei parlamenti o nei consigli comunali o nei consigli di amministrazione. Le quote rose sono un tipico parto della mentalità maschile.

La soluzione non è nel trasformare le donne in uomini in un mondo dominato dalla logica maschile, fra l’altro al prezzo di un disagio personale della componente femminile dalle conseguenze difficilmente valutabili ma certo non molto promettenti. La soluzione semmai passa dall’adozione del pensiero e del sentire femminile a livello di istituzioni e organizzazioni.

Non è un discorso teorico bensì è molto concreto. In pratica questo significa esercitare attenzione per le reti, quando esse esistono, e intraprendere azioni rispettose della loro natura viva.

Queste considerazioni si attagliano perfettamente ai recenti accadimenti elettorali. Non si può pensare di coagulare l’interesse popolare mediante la mera manovra delle leve del potere convenzionale e la comunicazione basata sullo svilimento della parola se non l’esercizio spudorato della menzogna.

Questi metodi possono funzionare con coloro che sono sensibili solo alle istanze più banali: più soldi, meno tasse, meno immigrati, meno delinquenza; certo non con quell’amplissima parte di popolazione che percepisce la complessità del mondo e che è animata da aneliti di maggior respiro.

Oggi la tecnologia consente di dare corpo a sentimenti e aspirazioni comuni che difficilmente possono essere colti e interpretati da coloro che il sistema del potere politico seleziona. Le tecnologie necessarie sono oggi ubiquitarie, le abbiamo semplicemente in casa. Le competenze richieste sono minime e alla portata di chiunque. Lo testimoniano gli eventi di social networking che stanno coinvolgendo centinaia di milioni persone in tutto il mondo.

La tesi finale di questo breve scritto è che il potere politico esercitato in modo convenzionale può solo funzionare per raccogliere un consenso assimilabile a quello che, in modo molto sommario, indichiamo con destra.

Il potere politico convenzionale non ha gli strumenti adeguati per coagulare una forma di opposizione. Questa opposizione può invece crescere dalla base, con le modalità della rete, in modo spontaneo.

Come nel mondo dell’attuale istruzione si sta ipotizzando che il luogo della formazione si stia spostando fuori dalle aule scolastiche così forse il luogo dell’esercizio della democrazia si sta spostando fuori dai luoghi e dai momenti cosiddetti istituzionali. Almeno in qualche misura.

Certamente molti si sentono disorientati da una visione del genere e si sentono come mancare il terreno sotto i piedi ma questo è normale. Le novità vere hanno sempre creato sconcerto e, soprattutto, sono emerse spontaneamente senza che nessuno sia mai riuscito a progettarle a tavolino.

10 thoughts on “Al margine di alcune vicende elettorali

  1. maialinporcello ha detto:

    mi dà molto da pensare anche la tua affermazione che le reti nascono spontaneamente,
    questo non lo avevo capito affatto,
    ci devo ragionare su, perché sto cercando di capire come creare una nuova rete,
    ma loro nascono da sole…
    ma allora è vano il mio sperare?

    forse si tratta di navigare più che di creare,
    di sperimentare tratte nell’oceano della vita
    più che di tracciarle a tavolino
    o forse è un po’ e un po’, chi lo sa

    sono un navigatore ancora molto inesperto
    non ho ben capito come si fa

    meno male ce ne sono *navigati* come te

  2. maialinporcello ha detto:

    magnifico post, magnifico post

    caro iandreamarfs come spesso ti capita produci scritti da assaporare, centellinare, gustare, interiorizzare

    condivido particolarmente l’idea – o forse meglio la percezione – della vastità del mondo e della realtà, e dell’impossibilità di racchiuderlo nelle nostre istituzioni
    regolamentazioni
    idee
    idea di società.

    la Società è un qualcosa di più vasto che non riesce ad essere racchiusa e rappresentata nella nostra piccola idea di società, e con essa non sono rappresentate tutte quelle persone considerate ai margini [della società] ma che in realtà all’interno della vera Società prendono parte in una forma molto attiva ed importante.
    di queste persone fanno parte gli immigrati e i poverelli, ma anche i fuorilegge i santi e i rivoluzionari.

    per far un esempio delle implicazioni pratiche di questo concetto, si può pensare a quanto sia sciocco tentare di tenere fuori gli immigrati foss’anche clandestini dalla nostra società, dalle nostre piccola, amata Italia, e dalle sue barriere: siamo noi piuttosto che ci teniamo al di fuori della vera Società. è come se il mondo ci stesse bussando alle porte e lo tenessimo fuori.
    ahiahiahi rinchiudersi fa male,
    mai sentito parlare delle rane in fondo al pozzo che pensano di nuotare nell’intero mondo?

    questo concetto è tanto tanto importante, non l’hanno capito tutti, neanche i poveri
    io credo che tu abbia capito questo concetto
    io credo di averlo capito un pochino anche io questo concetto

    io credo che la rivoluzione, nella quale credo e sta già avvenendo, non starà nel ribaltamento simmetrico degli assetti economico-sociali mondiali, come qualcuno di noi ricchi teme, bensì nell’allargamento della nostra *concezione di società*: non più “noi e loro” bensì “noi tutti insieme in questo mondo che ci comprende”, e quello che succede a te si riflette su me, e come tratto te va a finire che tratto anche me.
    e così le ricchezze saranno ridistribuite, o forse per meglio dire le persone saranno ridistribuite, a rete, a maglia, largamente, in tutto il mondo.

    io non sono un fun di Gesù ma lui lo aveva capito 2000 anni fa
    questo particolare concetto
    e anche Buddha e altri
    poeti
    di fatto
    già già.

    non so quanto possa disorientare tutto questo ma mi pare una presa di coscienza importante, tanto importante da risolvere forse i nostri più grandi problemi
    persino
    quelli
    elettorali.
    per non parlare della rivoluzione che scuoterà gli attuali sistemi di rappresentanza e di gestione del potere,
    che troppe persone considerano gli unici possibili e reali, e se li contrasti ti tratteranno da antipolitico, da utopista, da ragazzino infantile.

    rane
    in fondo
    al pozzo.

    interessante anche quel discorso che facevi sulla destra, e sulla sua opposizione in via di costituzione dalla base,
    pensavo a qualcosa di molto simile anch’io
    sì pensavo a qualcosa di molto simile anch’io.

    non ho letto ancora gli altri commenti.
    leggerò presto gli altri commenti.

  3. Martino Sapaskj ha detto:

    @gian francesco
    Sono d’accordo. I comportamentisti ci hanno insegnato che il comportamento umano (e quindi la scelta e quindi l’opinione) può essere veicolato attraverso opportuni “rinforzi”. E’ quello che succede con la pubblicità dei prodotti di consumo e della politica “da consumo”(penso al populismo?).
    La cosa rassicurante è che questo processo ha dei limiti. E’ indiscutibile che la mente umana sia troppo complessa e mutevole per essere plasmata completamente. Se do la forma ad un oggetto mutevole la stessa forma da me data cambierà e diventerà qualcos’altro. Probabilmente mi si ritorcerà contro. Staremo a vedere…

  4. gian francesco ha detto:

    La rete è cosa viva, autonoma e quindi libera. Non si lascia controllare facilmente perchè costituita da milioni di menti connesse tra loro, che la alimentano, che insieme crescono. Ma il “potere” sempre quello, anche se indossa altre vesti, è attento. Mal sopporta la libertà di espressione, mal sopporta l’aggregazione, la cooperazione. Si insinua, introduce elementi di confusione, cerca di guidare la rete, di manipolarla, di piegarla ai suoi interessi. Ma se perde il controllo, se vede che gli sfugge di mano, allora è pronto come sempre ad imporsi. Questo è il mio timore.

  5. omniaficta ha detto:

    Un post veramente stimolante, una riflessione che connette temi e prospettive in modo convincente. Credo che la rete (o le reti?) sia “ingannevole” quando si fa strumento di qualcuno o qualcosa, mentre è autentica quando funziona come ambiente, come spazio pubblico di relazioni più complesse. Vorrei sottolineare che l’individuo non ha mai un’identità in sé, ma sempre nell’accoppiamento strutturale (per dirla con Maturana e Varela) con le cose del mondo esterno con cui viene in contatto. Anche la rete è, in questo senso, “cosa del mondo” che costituisce identitariamente chi la “vive”.
    Sono stato abbastanza confuso?
    Saluti

  6. iamarf ha detto:

    Bella domanda e come spesso accade per le domande sostanziali, credo che non vi possa essere una risposta al tempo stesso onesta ed esaustiva. In altre parole non credo che vi possa essere una ricetta.

    Credo che ognuno di noi debba perseverare nell’esercizio dell’ascolto degli echi provenienti dalla rete e nell’esercizio della riflessione, imparando progressivamente a riconoscere le voci stonate, le voci di coloro che sostengono di avere “la ricetta giusta”, di coloro che in realtà sono lì per vendere qualcosa anche non necessariamente in cambio di denari.

  7. Giulia ha detto:

    “…senza che mai nessuno sia riuscito a progettarle a tavolino.” Questa frase è illuminante, l’incertezza e l’imprevidibilità sono le componenti centrali della vita del singolo e dell’intera comunità.
    Ritornando ai fatti elettorali, da cui la mia mente ancora non riesce a staccarsi, i risultati nel mio paese hanno dimostrato che l’urna si fa sempre più segreta e imprevedibile: gli iscritti non seguono più le direttive del partito, danno le loro preferenze secondo la propria coscienza, secondo un evolversi di rapporti e dialoghi che finiscono per costituire una reta sommersa non visibile ai più, ma realmente autentica e partecipata. Molti ormai rifiutano le tradizionali fonti d’informazione ortodosse e cercano, così, vie alternative: labirinti faticosi e difficili da percorrere. La rete emerge dall’abisso della vita sociale intrappolando positivamente tutti e spiazzando i vecchi topoi fisici e mentali. Se la rete è vera, non può essere né progettata né manipolata perché dentro sé possiede le potenzialità per respingere qualsisiasi tentativo di dominio. Il vero problema sono allorai fasulli reticoli ricchi di nodi e connessioni che come i vecchi ipertesti sono in realtà legami aridi, falsi, imposti, quindi pre-stabiliti.
    Come è possibile riconoscere la rete universale sempre in fieri da quella ingannevole?

  8. iamarf ha detto:

    Infatti una rete non si può né si deve “manovrare. Si può manovrare una macchina, mediante leve, pulsanti, istruzioni. Ad una rete si possono invece sottoporre degli stimoli alla quale lei reagirà autonomamente e nei modi che le sono propri, eventualmente trasformandosi, in qualche misura. Stimoli che potrebbero rivelarsi nutrimento come veleno. Colui che ha a cuore quella rete ed è nella posizione di fornirle degli stimoli deve mettersi in grado di discernere quali possano essere nutrimento e quali invece veleno.

  9. Martino Sapaskj ha detto:

    Temo che invece non si possa manovrare “le reti”. Se ci si pensa, anche chi si lascia suggestionare e manipolare dai proclami fa parte della rete. Anche se probabilmente ne è meno consapevole di altri. Temo che nell’affermare il contrario si tenda a mitizzare ed astrarre il concetto di società. Di certo è vero che le reti nascono e periscono spontaneamente.

    “Le novità vere hanno sempre creato sconcerto e, soprattutto, sono emerse spontaneamente senza che nessuno sia mai riuscito a progettarle a tavolino”

    Sono d’accordo: sono i periodi storici a partorire le persone/idee e non viceversa.

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