Connessioni, reti, democrazia

Ho letto centinaia di testi con i pensieri dei miei studenti sul pamphlet Coltivare le connessioni che scrissi col desiderio di lasciar intravedere cosa possa voler dire “stare in rete” oggi.

La libertà di azione che offro agli studenti comporta uno straordinario vantaggio che è l’autenticità delle loro espressioni. Gli scritti che mi capita di leggere sono quindi tutti molto diversi ed innumerevoli sono le prospettive che offrono.

Non amo fare classifiche e definire categorie per cui mi sono sempre guardato dal dare voti a questi testi. Preferisco spendere il tempo nel fare tesoro della ricchezza delle reazioni nel loro insieme per correggere e migliorare, se possibile, il mio lavoro futuro.

Oggi tuttavia faccio un’eccezione estraendo dal mazzo un contributo che, per la sua qualità, per l’esperienza di impegno dell’autrice, Giulia, nelle presenti elezioni amministrative e per il coinvolgimento del sottoscritto nelle medesime elezioni, rappresenta un nodo che connette in modo molto interessante esperienze e prospettive diverse.

Riporto quindi per intero il testo di Giulia che considero come il quinto capitolo del pamphlet Coltivare le connessioni.


Università degli Studi di Firenze
Corso di laurea magistrale in Teorie della Comunicazione

Tecnologia della comunicazione on line

Coltivare le connessioni, alcune riflessioni

In latino il concetto di coltivare è espresso dal verbo colere, con tale termine si intende anche onorare gli dei, avere cura; colere vitam è tradotto con vivere. In tal senso si deve intendere l’espressione coltivare le connessioni. Il post-moderno con la sua complessità, articolazione, moltitudine di differenze imprevedibili diventa il luogo per eccellenza in cui l’io si protende verso il tu, diviene cosciente del proprio sé specchiandosi nel volto altrui e la coscienza diviene eterno ascolto. L’ordine-consiglio del titolo del pamphlet si riferisce sia a connessioni reali che virtuali e non rappresenta un rimando allo strutturalismo, ma la consapevolezza che qualsiasi categoria ha una propria identità perché è una rete, è un insieme di morfismi che si rapportano ad altrettanti legami nelle più svariate categorie, ridefinendo continuamente la propria identità. La rete è centrale per comprendere il mondo umano dal piccolo: le reti neurali, le sinapsi, al macro: gli eco-sistemi e il web che espande il reticolo cooperativo in tutto il globo. Il web 2.0 sembra proprio esplicare al meglio la natura dell’homo socius contemporaneo; esso, infatti, è caratterizzato da un modello di rete, non più arboreo: strutture assolute, alla base di un evolversi di differenze superficiali. Il web 2.0 è un’architettura democratica in continua crescita, dove ciascun nodo ha un ruolo unico e fondamentale. L’open source ha reso evidente che la connessione è collaborazione, è ordine, ma non ordinato secondo le tradizionali statiche gerarchie, quindi è dominato ad un tempo sia dal caos che dal cosmos. Questa è solo una delle innumerevoli antinomie irrisolvibili che per sua stessa definizione caratterizzano la rete, essa è individualità e socialità, privato e pubblico, incontro e scontro, frammentazione e continuità, proprio da tale natura dicotomica deriva l’essere in fieri del web, il suo evolversi, la sua potenza pervasiva e positivamente incontrollata. Ciò permette, almeno teoricamente, un’infinita espressività e libertà di informazione, non più infatti la conoscenza di ciò che accade nel mondo è etero-diretta staticamente gerarchizzata in mano di poche persone, bensì l’individuo, grazie al suo collaborare all’interno di una rete, irrompe nei meccanismi del processo informativo, sovvertendone la direzione a senso unico centro-periferia. Se inizialmente il web ha permesso una crescente democrazia poiché ha aumentato il flusso informativo, ha reso possibile l’accesso a qualsiasi genere di notizia, oltre ad avere permesso tempi e modi di fruizione più flessibili, il web 2.0 ha introdotto la possibilità di fornire e ricevere criticamente le informazioni; sistemi come WIKI e feed RSS, infatti, permettono agli stessi cittadini di strutturare le notizie in livelli secondo i loro interessi, mentre i blog, sempre Wiki e altri strumenti del social networking, come facebook o myspace, hanno trasformato ogni individuo in redattore di innumerevoli giornali personali o collettivi di portata planetaria ed hanno permesso a ciascun individuo di essere nodo attivo e collaborativo all’interno di una certa rete con determinate priorità (culturali, economiche, di divertimento). Il web 2.0 dà la possibilità ad un singolo davanti ad uno schermo di condividere col mondo le ingiustizie che sta vivendo. In Cina in questi giorni, grazie al web, si è formato un grande movimento contro le violenze commesse dalla nomenclatura del regime dittatoriale, soprattutto nei confronti delle donne. Gli utenti, quindi, se vogliono possono divenire anche produttori di creatività, cultura e informazione; ogni evento è narrato con immagini, suoni e parole, non più secondo un unico punto di vista ufficiale, ma con tanti sguardi e prospettive che negoziano tra loro. Questo, sebbene non assicuri l’oggettività, come verità assoluta trascendentale o empirica, introduce una reale pluralità. Si produce, così, una indefinita intelligenza collettiva necessariamente connettiva, che è superiore alla somma delle singole menti pensanti, un’immensa potenzialità presente proprio nelle relazioni. Levy definisce il mondo attuale come immerso nello spazio del sapere, dove i soggetti sono intellettuali collettivi che si confrontano tra loro, modificando costantemente le loro identità, quindi flettendo secondo ottiche diverse l’immenso spazio del sapere in cui sono immerse. Lo spazio della conoscenza si fa sempre più democratico, non solo perché accessibile a tutti, ma in quanto frutto di una collaborazione dal basso che attua costantemente la decostruzione dei testi della tradizione, portando l’attenzione sull’ombra, sugli scarti, sulle differenze, dando vita, così, al nuovo.

Tale processo illimitato non riguarda esclusivamente il mondo di internet, bensì è onnipresente. Il virtuale, per altro sempre più percepito come ambiente reale, ha, tuttavia, enfatizzato tale concetto prima solo filosofico, lo ha spinto ai confini estremi del pragmatismo, dando corpo ed evidenza a pensieri completamente astratti. La rete è divenuta a partire dal XX Secolo il principale paradigma di conoscenza. Oggi coinvolge tutte le discipline che non ricercano più, nell’ambito della riflessione su loro stesse, la Ur-struttura; parallelamente la logica tradizionale non è più considerata la regina assoluta, verità indiscutibile a partire dalla quale si sviluppa in primis la matematica, base per la chimica e la fisica che, a loro volta, permettono l’esistenza della biologia. Oggi esiste una moltitudine di logiche che si confrontano tra loro e crescono insieme.

La centralità data alla connessione significa riposizionare la comunicazione come fulcro di ogni discorso. Comunicazione come reciprocità, dunque costruzione di una interpretazione condivisa. Ciò non equivale a sostituire semplicemente il paradigma di trasmissione lineare sicura delle informazioni: costituito da mittente, canale, codice, messaggio, destinatario, codifica e decodifica con il paradigma relazionale, basato sul contesto, la situazione, la vaghezza della significazione, bensì approdare ad un modello generativo, per cui la comunicazione non è altro rispetto alle identità in gioco. In tal senso comunicazione significa messa in discussione della propria sfera intima per unirsi all’altro in modo da creare nuove identità nell’ambito di un costante sviluppo architettonico. La comunicazione non è riducibile ad una patina superficiale, un surplus che aiuta dal punto di vista della persuasione e della pubblicità, essa è connessione, quindi determina le identità stesse.

È inevitabile, quindi, riportare l’attenzione sul linguaggio, come facoltà umana e come atto, in tutte le sue possibili declinazioni, verbali e non. Quanto affermato non vuole essere un tentativo di restituire valore ontologico al linguaggio, ma semplicemente un ribadire la sua importanza circa i fatti di conoscenza, il soggetto e i rapporti tra loro. Le ideologie del passato, come le culture dominanti del presente, non sono altro che narrazioni retoriche, ovvero linguaggio:

Ogni reale sconvolgimento delle attese ideologiche è effettivo nella misura in cui si realizza in messaggi che sconvolgono anche i sistemi di attese retoriche. E ogni profondo sconvolgimento delle attese retoriche è anche un ridimensionamento delle attese ideologiche.
[1]

Qualsiasi struttura sociale è riconducibile alla comunicazione, al tessere rapporti linguistici non solo verbali. L’analisi delle interrelazioni può suggerire numerose caratteristiche di una certa comunità o individuo. Tutto è deducibile dalla vaghezza dei giochi linguistici, dall’uso della lingua, che in ultima analisi non sono che la causa e conseguenza di legami in determinati contesti. Qualsiasi legame linguistico non significa, però, automaticamente connessione. Molto frequentemente si hanno liaisons verbali prive di profondità, inutili e ingannevoli impieghi di energia, talvolta, invece le vere connessioni sono nascoste, poiché ancora solo in potenza, oppure particolarmente riservate ed espresse tramite linguaggi molto raffinati, poco vistosi, lo sguardo dolce del cane mentre allunga la zampa per attirare l’attenzione, la foglia pendula che si rialza alla prima goccia di pioggia, l’abbraccio senza parole dell’amato.

La connessione è espressione di vita, è dia-logo secondo una moltitudine di logiche e passioni, porta alla crescita di sé grazie al confronto secondo un percorso imprevedibile.

Discutere sulle connessioni significa quindi affrontare la questione della formazione: il rapporto dialogico con la guida, con la natura, con l’amico, con la persona amata, presente nel link, è stato il fulcro prima della paideia classica, poi della bildung romantica ed infine lo è ancora oggi nella categoria pedagogica della neo-bildung. La rete sembra assumere il ruolo di alternativa realmente formativa nei confronti di una scuola bloccata su organizzazioni obsolete riproduttrici di differenze sociali e di quei valori che già nel 1965 Don Milani ripudiava:

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini, né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.[2]

Questa citazione è emblematica per tutta la rete, ciascun nodo in essa si mette in gioco, assume su se stesso la totalità della responsabilità senza avere velleità imperatrici. La scuola di Barbiana ruota intorno ad una pratica eccezionale, quella della cura: la cura verso l’altro che conduce alla cura sui. Il ragazzo ricevendo amore, attenzione e responsabilità, apprende ciò che veramente conta, la cura di sé, ovvero l’occuparsi autonomamente della propria formazione con l’obiettivo di innestare nuove connessioni in cui si dona gratuitamente, in modo disinteressato all’altro. La relazione formativa è sempre anche di amicizia e certo non può essere ridotta alle ore trascorse in una classe, ad un voto sommario, alla trasmissione di nozioni aride destinate ad essere dimenticate. La connessione che dà vita al rapporto formativo è costantemente presente nelle parti in gioco, anche nell’assenza fisica dell’altro. Formare non è conformare ad un modello, ma è spingere l’altro a cercare la propria strada, quindi la propria identità. Il maestro, basti pensare a Socrate, deve, attraverso il dialogo, rendere il giovane riflessivo e capace autonomamente di scegliere le proprie connessioni, quelle da coltivare e quelle da abbandonare. La stessa relazione tra maestro e allievo, benché il percorso formativo in generale sia di per sé infinito, è ben delimitata nel tempo; questa infatti è anche scontro, sfida fino all’inevitabile e dolorosa rottura che conduce alla conquista della libertà e autonomia necessarie per la costruzione di nuove connessioni. In questo lavoro di tessitura, di negoziazione, si delineano e trasformano identità, mai determinata ma sempre in fieri, all’interno di un dramma costantemente da scrivere, che corrisponde alla vita stessa,

E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche,ch’io li facessi entrare nel mondo dell’arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella.

Nati vivi volevano vivere.[3]

La scuola, invece, ignora la formazione, persevera nel rimanere attaccata ai tradizionali concetti di educazione e istruzione, finendo per essere un’isola solitaria nell’oceano della realtà. Essa, malgrado il suo stato d’isolamento è lungi dall’essere un’arcadia felice, bensì racchiude in sé tutti gli elementi deleteri della società: è un concentrato di furbizia, arrivismo e abitudinarietà, un luogo che rende gli uomini automi sordi, incapaci di ascoltare la propria coscienza, di protendersi verso l’altro per costruire, così, il proprio io. La collettività-massa, unita e diversa allo stesso tempo, attraverso la conformazione scolastica diventa un insieme di individui non autenticamente comunicanti tra loro, incapaci di ascoltarsi, quindi completamente estranei al fare rete. Studenti, come elettroni impazziti, seguono inconsapevoli percorsi individuali ed etero-diretti, attaccati ad una vaga illusoria idea di realizzazione personale, finendo così, nella loro estenuante ricerca dell’eccezionalità rispetto alla massa, per essere tutti uguali, pateticamente omologati ad un modello unico, un pensiero unico, ad una forma paradigmatica imposta. Quelli che Foucault chiama dispositivi di disciplinamento sono oggi sempre più raffinati, nascosti dietro solo apparenti libere scelte, ma, proprio per questo, ancora più incisivi e pericolosi.

L’antidoto per un mondo scolarizzato incapace di avere una mente dinamica, flessibile, critica che pone in questione il dato, prefigurando in modo creativo nuove prospettive ottiche inedite, è la connessione. Solo dall’attenzione per le relazioni tra sfere di sapere, esperienze, emozioni e ragione trae origine la creatività necessaria per recuperare una dimensione autenticamente formativa[4]. La scuola non ha mai potenziato il creativo, anzi, spesso, lo ha classificato come devianza da sanare al più presto; per il sistema educativo ciò che è non rientra in parametri pre-stabiliti è solo errore, magari da spiegare, da non demonizzare, ma non è concepibile il poter stare nell’errore, questo è negativo perché tradisce la logica imperante. L’errore nasce dall’incongruenza del risultato ottenuto con quello previsto, questa incoerenza deve essere eliminata attraverso metodi educativi più o meno tradizionali, non c’è spazio per la valorizzazione delle connessioni mentali creative che hanno condotto a quel risultato. L’incapacità di dare rilievo alla creatività è proporzionalmente diretta al susseguirsi dei vari gradi d’istruzione. Se nella scuola primaria è ancora concesso scrivere i pensierini personali e dipingere un cielo verde ed un prato blu, al liceo, il tema è solo di critica letteraria: per avere un buon voto è necessario compiere un raffinato lavoro totalmente impersonale di copia-incolla dei saggi studiati, mentre a greco una parola non tradotta come l’insegnante desidera toglie punti alla valutazione finale. All’università, infine, si giunge all’apice del nozionismo, all’assenza di qualsiasi connessione personale, addirittura in molti casi colui che non ha passione, non riflette su ciò che studia, ha maggiori possibilità di successo e soprattutto terminerà prima il corso di studi.

Solo la rete può assumere l’importante ruolo di detonatore di questa situazione, in parte già oggi sconvolge gli statici equilibri socio-educativi. La rete, poiché si nutre di strade alternative quindi creative, diviene l’emblema di rapporti formativi autentici lungo tutto l’arco della vita, al di là delle istituzioni adibite ad educare ed istruire. Occorre, tuttavia, prestare attenzione a quei segnali di pericolo che già emergono; il rischio che lo status quo economico educativo sociale politico investa con forza la rete e la pieghi alla propria volontà, introducendovi superficialità, omologazione culturale e differenziazioni sociali è elevato anche nel web 2.0, ma per scorgere tale minacce il focus deve essere spostato dal web alla realtà tradizionale: all’incapacità dell’uomo di fare sistema autentico, senza secondi fini con altri uomini e con la natura in toto. L’essere umano si è evoluto grazie alla sua capacità di controllare la natura, piegarla con la sua conoscenza ai propri bisogni, homo faber fortunae suae, ma già Rousseau, aveva compreso nel ‘700 la possibilità che tutto il sistema sociale fosse portatore di valori corruttori in grado di trasformare il naturale amore per sé in competizione con gli altri uomini. Pasolini stesso narra come il mondo occidentale con il fascino abbagliante del mito del progresso e della ricchezza sia entrato in equilibri naturali millenari, distruggendoli,

[…] ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza « espressiva », orribile, della modernità:una lebbra di pali della luce piantati caoticamente – casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c’erano le mura della città – […] e naturalmente i miei occhi hanno dovuto posarsi anche su altre cose, più piccole o addirittura infime: oggetti di plastica, scatolame […] Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più infelici. [5]

Occorre, però, non cadere in nostalgie per un’arcadia perduta, nessun mezzadro rimpiangerà il suo duro lavoro nei campi in cambio di pochi frutti. La madre-natura è onnipotente per questo spaventosa ed il rapporto dell’uomo con essa non può essere idilliaco: non lo è mai stato; l’umanità deve necessariamente per sopravvivere intervenire su questa. Il problema, allora, è la modalità con cui l’uomo si rapporta agli equilibri ecologici; nuovamente l’ascolto e l’empatia sono le chiavi per una svolta connettiva, per definire sistemi umani capaci di stabilire relazioni proficue con la natura.

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent[6].

L’umanità interviene senza prima ascoltarla, cercando di comprenderla, decretando così prima ancora della fine del naturale, la propria morte. Il sistema umano aperto ha rifiutato di rapportarsi proficuamente alla natura, di coglierne i feedback per mutare il modo di intervenire su questa, la natura dall’altra parte ha cercato invano di mantenere il proprio sistema intatto; ogni suo grido, lamento è stato ignorato. L’uomo occidentale si è posto per secoli in una posizione di arrogante e ottuso dominio della natura e di qualsiasi cultura altra. La rete offre oggi non solo un modello democratico di scambio espressivo e produttivo, ma soprattutto l’opportunità di sovvertire quella concezione, interna alla cultura greco-cristiano-borghese occidentale, di voler porsi in modo statico e rassicurante al vertice di una gerarchia inesistente, organizzandosi così in un sistema solo apparentemente in crescita, in realtà incapace di rinnovarsi radicalmente perché privo di capacità di ascolto ed evoluzione non volta alla conservazione.


[1] Umberto Eco, La struttura assente, Bompiani, Bologna, 2008, p. 97.
[2] Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Lettera ai miei Giudici, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1978, p51.
[3] Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Mondadori, Milano, 1993, p. 3.
[4] C.f.r Ken Robinson , Do Schools Kill Creativity?,
[5] Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Gennariello, Einaudi, Torino, 2003, pp. 39-40,
[6] Charles Baudelaire, Correspondances, Fleurs du mal, .

Valutazione corso, caos, ordine, poesia … assignment 8 bis

Venerdì scorso abbiamo fatto il seminario sulla valutazione dell’insegnamento. C’era un po’ meno della metà degli studenti, in 94 hanno compilato i moduli per la valutazione del corso.

Un dato che, a fare le cose sul serio, dovrebbe essere sconfortante ma che invece va preso con soddisfazione visto le condizioni letargiche nelle quali versano gli atenei.

Su questo non ho molto altro da dire che non abbia già detto. Voglio invece aggiungere qualcosa al seminario che avevo “nascosto” nel precedente e che si potrebbe intitolare

Seguiamo le orme del caos

L’idea mi era venuta ripensando ad alcune delle tante e piacevoli discussioni fatte nel corso del semestre. Gli spunti erano due:

  1. Mi sembrava utile tornare ad approfondire nei limiti del possibile l’idea che un sistema possa produrre qualcosa di superiore alla mera somma delle sue parti e quindi che l’approccio riduzionista di studiare le parti per dedurne l’insieme possa essere utile ma insufficiente, specialmente nel caso dei sistemi complessi. Che è come dire quasi tutto. Poiché questo concetto è strettamente legato alla nozione di caos che è molto più vicina a noi, ubiquitaria e molto meno “caotica” di quanto si possa pensare, ho provato a farne una semplice introduzione. Mi sono servito dell’equazione logistica che nasce dalla necessità di vedere come evolve una popolazione di creature in un ambiente dalle risorse limitate. Abbiamo fatto un po’ di conti alla lavagna utilizzando la matematica che si studia nei primi anni del liceo per rendersi conto che il caos è proprio lì, dietro l’angolo, indissolubilmente e mirabilmente intrecciato con l’ordine. Lo scopo era di mostrare che se non si tiene ugualmente conto di questa duplice faccia della Natura, la nostra speranza di capire qualcosa dei sistemi vitali è vana.
  2. Inoltre volevo precisare meglio la critica ai programmi scolastici laddove sostengo che non danno un’idea corretta della conoscenza dell’uomo del XX secolo (non ho sbagliato, non del XXI ma nemmeno del XX). In pratica sostengo che la scuola, nel suo insieme, contribuisce molto poco a quello che in taluni, troppo pochi, un giorno diverrà un atteggiamento della vita che potremmo chiamare, forse, cultura. Tutto questo al netto di alcune donne e uomini eccezionali che nella scuola fanno un lavoro straordinario. Tante donne e tanti uomini che nella massa di un sistema sono pur sempre delle eccezioni. La precisazione che volevo fare concerneva il fatto che non è questione di aggiungere ennesime materie, tipo relatività o fisica quantistica. Giustamente alcuni studenti ipotizzavano che sarebbero state materie troppo difficili. Certo, e aggiungo io ennesime scatole chiuse. Si potrebbe arricchire la vita scolastica con queste straordinarie visioni ma non per la via delle materie. Prima, c’è da rivedere il modo di strutturare l’organizzazione dell’insegnamento che in realtà deriva dal modo di concepire la conoscenza stessa del mondo. Ed allora, per dare un’idea di questo ho cercato di portare gli studenti sulle orme del caos con la testa ben alta, non perdendo mai occasione di cogliere i nessi con varie discipline.

Appena avrò sistemato il materiale rinfrescherò questo post con link alle versioni audio e video di questo seminario.

Qui vorrei aggiungere alcune suggestioni che avevo omesso al volo per non appesantire il discorso poiché a fine semestre mi pare di vedere che questi ragazzi non ne possano proprio più di lezioni!

Orbene, per introdurre la mappa logistica abbiamo preso le mosse dal caso di una popolazione che si moltiplica senza vincoli alcuni, dai conigli di Fibonacci. Abbiamo accennato a come la serie di Fibonacci che descrive questo fenomeno sia al limite di natura esponenziale e come la esponenzialità sia un concetto ubiquitario nelle scienze, da quelle fisiche a quelle sociali.

Abbiamo messo in luce come in questo contesto l’esponenzialità sia legata al concetto di linearità che si esprime in un ritmo di crescita di una popolazione che è costante e non dipende da niente altro. Il ritmo di crescità è costante e da questo segue la crescita esponenziale.

L’esponenzialità porta all’esplosione e quindi in natura può essere utilizzata in modo molto limitato per descrivere i fenomeni. Un fatto che l’economia fa ancora fatica a digerire.

È utile avere presente la potenza devastante dell’esplosione esponenziale ed allora vi suggerisco di leggere questa paginetta delle dispense dove, prendendo le mosse da quante cose si possono contare con una serie di bit e passando, grazie a due terzine di Dante Alighieri, per la novella indiana del re, del matematico e degli scacchi, si appura che raddoppiando i chicchi di grano per ognuna delle 64 caselle di una scacchiera si ottengono 10 miliardi di mililardi di chicchi e che tale quantità equivale al fabbisogno di grano dell’Italia per 10000 anni.

Incidentalmente, nel seminario avevamo notato che 10 miliardi di milardi è il numero delle molecole d’acqua in una delle nostre cellule, unità fondamentale della vita delle creature complesse. In ogni cellula 10 miliardi di miliardi di molecole che sbattendo caoticamente l’una contro l’altra favoriscono gli incontri casuali fra gli altri miliardi di miliardi di molecole strutturali di ogni tipo per alimentare la rete di reazioni biochimiche nel processo globale che è poi la vita della cellula medesima. Il moto caotico di questa miriade di molecole alimenta la vita. Il caos è il motore della vita.

Poi siamo tornati alla crescita di una qualsiasi popolazione introducendo un limite costituito dalle risorse disponibili. Ed è così venuta fuori l’equazione logistica. Essa nasce dall’ammissione che il ritmo di crescita dipenda anche dalle risorse e, quindi anche dalla popolazione esistente: se è vicina alla saturazione delle risorse cresce poco o nulla, se è scarsa cresce come se non vi fossero limiti. Abbiamo commentato come questa dipendenza non lineare del ritmo di crescita coinvolga un meccanismo di feedback del sistema e come le reti, di ogni genere si nutrano e vivano di feedback multipli.

Avevo previsto di giocare nel seminario con l’equazione logistica in una sorta di laboratorio del caos ma dall’aula non è stato possibile accedere al sito che ci serviva 😦 ed abbiamo fatto con la lavagna.

Chi vuole può recuperare la suggestione qui: questa è una descrizione dell’equazione logistica e questo il laboratorio. In quest’ultimo, provate a seguire l’evoluzione della popolazione con i valori per r uguali a 1.45, 2.75, 3.2, 3.5, 4; per il valore iniziale x_0 usate 0.1 e usate numeri di iterazioni N fra 20 e 100 per vedere che succede.

Questo semplice esperimento matematico serve ad esplorare quei punti magici nei quali la natura si affida al caso per passare da  una certa configurazione di un sistema ad un’altra. Sono punti di biforcazione nei quali un sistema può dare vita all’emergenza di un fenomeno del tutto nuovo del quale nelle sue parti non v’è traccia alcuna.

Nel seminario avevamo messo in relazione questo concetto con l’intuizione di Giacomo Leopardi che abbiamo fatto risuonare in aula recitando le sue parole:

Scomponete una macchina complicatissima, toglietele una gran parte delle sue ruote, e ponetele da parte senza pensarvi più; quindi, ricomponete la macchina, e mettetevi a ragionare sopra le sue proprietà, i suoi mezzi, i suoi effetti: tutti i vostri ragionamenti saranno falsi, la macchina non è più quella, gli effetti non sono quelli che dovrebbero, i mezzi sono indeboliti, cambiati, o fatti inutili; voi andate arzigogolando sopra questo composto, vi sforzate di spiegare gli effetti della macchina dimezzata, come s’ella fosse intera; speculate minutamente tutte le ruote che ancora lo compongono, ed attribuite a questa o quella un effetto che la macchina non produce più, e che le avevate veduto produrre in virtù delle ruote che le avete tolte ecc. ecc. Così accade nel sistema della natura, quando l’è stato tolto e staccato di netto il meccanismo del bello, ch’era congegnato e immedesimato con tutte le altre parti del sistema, e con ciascuna di esse. (4 Ottobre 1821, Zibaldone di pensieri, pagina 1837)

Stamani ho ritrovato lo stesso concetto in un brano del fumetto (in realtà è un libro) Watchmen di Alan Moore, nell’incipit dell’appendice al volume VII, concetto che qui si collega anche alla nostra metafora della passeggiata nel bosco:

Is it possible, I wonder, to study a bird so closely, to observe and catalogue its peculiarities in such minute detail, that it becomes invisible? Is it possible that while fastidiously calibrating the span of its wings or the length of its tarsus, we somehow lose sight of its poetry? That in our pedestrian descriptions of a marbled or vermiculated plumage we forfeit a glimpse of living canvases, cascades of carefully toned browns and golds that would shame Kandisnsky, misty explosions of color to rival Monet? I believe that we do.  I believe that in approaching our subject with the sensibilities of statisticians and dissectionists, we distance ourselves increasingly from the marvelous and spell-binding planet of imagination whose gravity drew us to our studies in the first place.

This is not to say that we should cease to establish facts and to verify our information, but merely to suggest that unless those facts can be imbued with the flash of poetic insight then they remain dull gemms; semi-precious stones scarcely worth collecting.

Il bello di cui scrive Leopardi deriva dalla percezione dell’emergenza del nuovo, che oggi sappiamo essere un meccanismo fondamentale della Natura.

La sterilità di tanto insegnamento scolastico deriva, in buona parte ed escluse le eccezioni, dall’assenza di visione immaginifica e poetica dei fatti scentifici e dall’astrazione degli insegnamenti umanistici dal resto del mondo.

Donne e reti

Nella blogoclasse si possono tranquillamente accogliere studenti che appaiono quando il corso è finito non per colpa loro ma a causa delle imperscrutabili organizzazioni delle università italiane.

Accogliamo quindi anche Giulia (Teorie della Comunicazione), come tanti altri, che propone subito una riflessione interessante sul ruolo delle donne nella vita pubblica.

Mi è venuto spontaneo scrivere un commento e poi mi sono accorto che l’immagine che Giulia ha posto in testa al suo blog dice la stessa cosa del mio commento.

Mi piace e riporto tutto qui sotto “rubando” a Giulia l’intestazione del blog …

lisistrata

… voi donne siete molto più di noi uomini “animali di rete”

sapete “fare rete” molto più di noi

potete stabilire e seguire più connessioni

siete infatti notoriamente molto più multitasking di noi

credo che sia legittimo sperare in un miglioramento del mondo se voi lo perfondete

ma lo dovete appunto perfondere e non conquistare

perché se lo conquisterete vorrà solo dire che vi sarete mutate in uomini

e questa forse sarebbe la fine per tutti …

Precisazione su assignment 8

Il corso non è finito. O forse sì. Non lo so.

Cosa so allora?

So che l’assignment 8 non è *necessariamente* l’ultimo.

Che l’otto di maggio, giorno del “seminario sulla valutazione”, non è una scadenza.

Che chi è in ritardo non è in ritardo perché in questo corso non c’è ritardo.

Che non avete finito finché vi sembra che non sia bastato.

Che avete finito quando vi è bastato.

Che avete finito se il vostro percorso burocratico impone che vi dia un numero ad una certa scadenza, per esempio se state per laurearvi.

Insomma, non voglio intorno gente angosciata.

🙂

Assignment 8: Valutazione corso

La valutazione dei corsi da parte degli studenti è fondamentale per l’evoluzione e il miglioramento dell’insegnamento.  È importante che tutti si faccia uno sforzo cercando di vivere questo momento nel modo più serio possibile.

Il metodo che avete sperimentato in questo corso è frutto in buona parte delle reazioni degli studenti che vi hanno preceduti dal 2001 in poi perché la loro valutazione ha giocato un ruolo fondamentale per gli sviluppi degli anni successivi.

Anche a voi quindi chiedo di lavorare un po’. Qui di seguito descrivo cosa dovreste fare, specificando eventuali differenze relative a corsi di laurea diversi.

  1. Discussione e schede di valutazione dell’Ateneo.
    • Venerdì 8 maggio alle 10:30 nell’Aula Grande del CEP (Cubo) in Viale Pieraccini 6, avrà luogo un seminario sulla valutazione del corso. In quella occasione chi lo vorrà potrà esprimere le proprie opinioni ed io sarò disponibile per discuterne.
    • Nella stessa occasione potrete compilare le schede di valutazione della didattica predisposte dall’ateneo. Saranno disponibili quelle relative al CdL in Medicina e al CdL in Odontoiatria. Tali schede, una volta compilate verranno subito riunite e chiuse in una busta che verrà recapitata all’ufficio dell’Ateneo pertinente. Io non leggerò le vostre risposte.
  2. Questionario sul corso. Vi chiedo di rispondere ad un questionario online che unitamente a quello che avete riempito all’inizio del corso mi servirà a migliorare le future edizioni.  Quest’anno abbiamo differenziato i questionari: uno per coloro che hanno scelto la modalità web 2 ed uno per lo “zoccolo duro” :-). Per compilare il questionario non avete che da seguire il link pertinente fra questi due:
  3. Post sul vostro blog. Facoltativamente, cioè solo se ne sentite l’esigenza, potete scrivere le vostre opinioni su questa esperienza in un post sul vostro blog.

Deve essere chiaro che tutte le opinioni che voi esprimerete saranno completamente ininfluenti sulle valutazioni che io darò del vostro operato. Le opinioni positive sono gradite ma quelle negative sono più utili per eventuali correzioni di rotta, sempre che siano motivate solidamente e poste con spirito costruttivo.

Algoritmi e protocolli (Assignment 5 e 7)

La distinzione che Lorenzo ha fatto fra algoritmi e protocolli è ottima. L’algoritmo è un concetto eminentemente tecnico che sta di casa in mondi come quelli della progettazione software, del software scientifico, della matematica applicata, della fisica, dell’ingegneria.

L’algoritmo medico è qualcosa di rigido, schematico, organizzato secondo una struttura “se… allora”, e che conduce ad un risultato. Il protocollo è invece un insieme di linee guida per decisioni mediche nell’ambito della diagnosi e del trattamento del paziente, continuamente riviste e aggiornate sulla base delle più recenti evidenze in materia di trattamenti, dei test diagnostici, delle pratiche più efficaci (es. stime del rapporto rischi/benefici etc.). In definitiva, il protocollo è qualcosa di più ampio ed elastico rispetto all’algoritmo.

Quando scoprii che esiste una raccolta di algoritmi per la medicina, fra l’altro così ricco di esempi, fui sorpreso anche se poi, ripensandoci, sono tantissime le circostanze dove possa essere necessario fare qualche calcolo o frugare in qualche tabella in medicina.

Tuttavia, il fatto che esista una tale messe di algoritmi non deve dare l’impressione che la medicina stia diventando una “scienza esatta” perché sarebbe un grave errore. La complessità della materia e il nostro grado di ignoranza sono tali dall’essere lontanissimi da poter ritenere di affrontare i problemi medici con spirito ingegneristico (e anche in quel campo spesso c’è da esser prudenti) e certamente saremmo in grave errore ritendendo di poter un giorno raggiungere una conoscenza meccanicistica e deterministica di tutti gli aspetti dell’organismo umano e delle sue patologie.

In questo senso la distinzione di Lorenzo è molto importante e si ricollega brillantemente all’assignment 5 sulla letteratura medica.

Assignment 5 bis: Risorse bibliografiche

Leggendo i vostri contributi relativi all’assignment 5 (ricerche con PubMed) mi pare che in molti casi ci sia un atteggiamento del tipo: “Oh, vediamo come funziona questo motore di ricerca …”

Forse mi sbaglio ma, poiché la questione è molto importante per chiunque si dedichi a qualsiasi tipo di professione nell’ambito medico, richiamo la vostra attenzione sull’articolo che avevo indicato nelle pagine wiki e che riporto qui per esteso. Va studiato.

Quando dico qualsiasi professione intendo anche il medico di famiglia perché oggi la conoscenza medica, come tutte le altre forme di conoscenza, è in tumultuoso sviluppo e il medico ha il dovere di non omettere niente. Si veda in proposito il concetto di Evidence Based Medicine nell’articolo qui sotto.


Le risorse bibliografiche

La letteratura scientifica

I fondamenti essenziali della conoscenza scientifica, introdotti con chiarezza da Galileo Galilei, implicano l’uso di un linguaggio non ambiguo per descrivere i fatti della natura e di uno strumento per porre domande alla natura.

Il linguaggio usato per descrivere i sistemi e i fenomeni naturali deve essere universale al fine di garantire la trasmissibilità della conoscenza al riparo da qualsiasi valutazione soggettiva. Il linguaggio idoneo è quello matematico. Purtroppo la scuola non insegna la matematica in modo che le persone la percepiscano come un linguaggio ma questo è un problema che, seppur di grandissima importanza, esula da queste considerazioni. La concezione della matematica come linguaggio consente di applicarla con correttezza, di comprendere quando il contesto non consente di utilizzarla utilmente, di evitare di utilizzarla per dare una falsa impressione di scientificità. Andate a leggere le considerazioni sul valore del contesto in proposito.

Noi descriviamo il mondo mediante delle spiegazioni che chiamiamo teorie. Appena concepite, le teorie possono essere tutte vere o false. Il buon ricercatore è spregiudicato nel pensiero e privo di pregiudizi. L’unico mezzo che ha a disposizione per giudicare della verità delle teorie è l’esperimento ma attenzione:

Il risultato positivo di un esperimento non dimostra la verità di una teoria bensì la conferma solamente

Le due cose sono molto diverse. Chi non capisce questo fatto stia ben lontano dalla ricerca ma forse anche dalla professione del medico e anche da tutte le attività che pongono l’uomo di fronte agli enigmi della natura. Per capire bene questo concetto bisogna chiarire che

  1. basta un solo esperimento negativo per mandare a gambe all’aria qualsiasi teoria, anche la più affascinante, la più geniale, anche la teoria che ha garantito il maggior numero di successi;
  2. ogni esperimento positivo aggiunge una conferma della teoria ma non la dimostra e non la dimostrerà mai.

Il ricercatore di valore è sempre pronto a rivedere la propria visione se il contesto lo impone. A dire il vero, il fatto è molto più generale, anche l’uomo di valore è sempre pronto a rivedere la propria visione se il contesto lo impone.

Il mondo è tuttavia complesso e pieno di trabocchetti. Come occorre giudizio per impiegare correttamente il linguaggio matematico, occorre giudizio nella formulazione e esecuzione degli esperimenti. In altre parole, le domande devono essere poste in maniera corretta alla natura. Spesso non è affatto semplice.

Tecnicamente, si usa dire che l’esperimento deve essere condotto in condizioni controllate di modo che chiunque altro lo possa ripetere. Vi sono tuttavia contesti nei quali è difficile eseguire correttamente un esperimento, data l’intrinseca complessità della materia. La sperimentazione in ambito clinico è un esempio di questo tipo. Sperimentazione clinica è la traduzione del termine “clinical trial” secondo la voce ripresa dal “Dizionario Enciclopedico Zanichelli di Scienze Mediche e Biologiche e di Biotecnologie” che riporto qui:

Studio clinico controllato in cui i risultati ottenuti in uno o piu’ gruppi di individui sottoposti a trattamento vengono confrontati con quelli di un gruppo di controllo o gruppo placebo, e in cui i soggetti sottoposti ad osservazione sono ignari del gruppo di cui fanno parte.

È molto difficile realizzare ed interpretare correttamente esperimenti di questo tipo. La cosiddetta letteratura scientifica ha costituito sino ad ora lo strumento principale di accreditamento dei risultati scientifici. Occorre porre la massima enfasi sul ruolo di tale letteratura in un epoca nella quale la grande facilità di accesso ad enormi quantità di informazioni può confondere le idee. Oggi è sufficiente porre un quesito qualsiasi in un motore di ricerca per avere a disposizione articoli di ogni genere. È tuttavia importante distinguere fra articoli apparsi nella letteratura scientifica vera e propria e altri tipi di scritti. Cosa distingue un articolo del genere? Il processo di revisione fra pari, ossia di “peer-review”. Le riviste cosiddette peer-reviewed, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto. L’editore della rivista, in base a questi pareri, decide se pubblicare senz’altro il lavoro (sulle riviste serie accade raramente), se subordinare la pubblicazione alla scrittura di una seconda versione con tutta una serie di variazioni proposte dai revisori o se rifiutare il lavoro. Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che tutto questo processo richieda molti mesi od anche più di un anno.

Il processo di peer-review costituisce una delle principali garanzie della serietà di un lavoro ma non è certo perfetto. Il valore reale del lavoro scientifico emerge solo con la quantità delle verifiche e delle conseguenze che si confermano nel tempo. Non prendete gli articoli scientifici per oro colato. Sono state pubblicate anche bufale colossali su riviste molto serie. Nonostante la letteratura scientifica giochi un ruolo fondamentale nella diffusione e trasmissione della conoscenza scientifica, oggi presenta alcuni grossi problemi che è necessario conoscere.

Il conflitto di interessi

La situazione sin qui descritta è quella classica nella quale il maggiore artefice della ricerca scentifica è stato il mondo accademico delle università e degli istituti di ricerca. Con il passare degli anni sono aumentate moltissimo le interazioni con il mondo delle aziende che impiegano le tecnologie derivate dalla conoscienza scientifica. Generalmente questo tipo di interazioni è visto come un bene in quanto le sperimentazioni oggi sono sempre più costose per i finanziamenti pubblici e quindi un apporto economico da parte delle industrie non poteva non costituire un elemento di grande interesse. È qui tuttavia che nasce il grande problema del conflitto di interessi. La partecipazione industriale (segnatamente di case farmaceutiche, in questo contesto) gioca oggi un ruolo fondamentale nel finanziamento della sperimentazione clinica. Poiché il risultato di una ricerca può avere conseguenze massiccie sugli esiti di vendita di un farmaco o su di una certa prassi clinica, emerge il problema dell’effettiva indipendenza dei ricercatori dalle organizzazioni che finanziano le loro ricerche. In effetti non si può non porre il problema di quanto un’industria farmacologica sia disposta a finanziare una costosa sperimentazione clinica i cui risultati, se pubblicati, possano influire in modo pesantemente negativo sulla vendita di un proprio prodotto.

La necessità di pubblicare

Le pubblicazioni nella letteratura scientifica sono il prodotto fondamentale dei ricercatori, i quali vincono concorsi e adiscono a fondi di ricerca pubblici e privati nella misura in cui pubblicano. Una cosa abbastanza ovvia e sicuramente corretta ma con il progressivo scivolamento verso il mercato della ricerca, questa medaglia sta presentando un notevole rovescio: ogni pretesto è buono per pubblicare un lavoro in più. È una questione di sopravvivenza che si è esasperata da quando anche le risorse per reclutare nuovi ricercatori devono essere reperite dai ricercatori strutturati a suon di pubblicazioni.

Esiste senza dubbio un aspetto positivo perché la competizione dovrebbe stimolare l’attività e scoraggiare coloro che tendono a sedersi. Si creano tuttavia meccanismi abnormi che fanno proliferare la letteratura scientifica al di là del necessario che è una cosa molto dannosa: non solo esiste oggi il problema oggettivo del volume di letteratura causato dalle dimensioni dello scibile e dal suo ritmo di espansione ma ora abbiamo anche il problema di dover navigare in una quantità di articoli che non aggiungono nulla se non rumore che confonde e fa perdere tempo.

Anche la qualità della letteratura tende a scadere: la stragrande maggioranza delle pubblicazioni descrivono esperimenti coronati da successo o sono scritti in modo da enfatizzare il successo. Una cosa poco credibile e che riduce di molto il credito scientifico degli articoli. Quest’ultimo è un aspetto ulteriormente amplificato dalle questioni discusse prima a proposito del conflitto di interessi. Sfortunatamente è un fenomeno che affligge in notevole misura la letteratura scientifica medica.

C’è poi da menzionare la proliferazione degli autori. Sono relativamente rare le circostanze nelle quali una persona sola può firmare un articolo, oggi da soli si combina poco e, in certi settori, è semplicemente impossibile.  Per esempio nella fisica delle particelle elementari, dove gli esperimenti sono condotti da team internazionali sui grandi acceleratori, gli articoli possono avere centinaia di autori. Anche in campo medico non si scherza. Non raramente, il meccanismo con il quale si include un autore non ha molto a che vedere con il suo reale contributo al lavoro. Si assiste talvolta ad una sorta di meccanismo di scambio dove gruppi più o meno collaboranti si firmano a vicenda i lavori: un metodo semplice per incrementare con poca fatica il proprio curriculum scientifico.

La proliferazione delle conoscenze

Oggi la conoscenza cresce ad un ritmo spaventoso. È stato stimato che ogni due anni raddoppia la quantità prodotta di nuova informazione tecnica (interessante in proposito il video Did you know? http://www.youtube.com/?v=xHWTLA8WecI). In ogni campo di ricerca i nuovi risultati si susseguono ad un ritmo frenetico. Il processo di peer-review è lento, ci sono articoli che vengono pubblicati un anno dopo la prima proposta. In moltissimi settori un anno è un tempo nel quale possono accadere moltissime cose e un articolo può essere obsoleto prima ancora che esso possa essere letto. Il ritmo di produzione di conoscenza e il numero sterminato di attori rende i ricercatori sempre più impazienti inducendoli a pubblicizzare subito i propri risultati: nel corso della gestazione del proprio articolo un altro ricercatore potrebbe pubblicizzare gli stessi risultati in qualche altra parte del mondo.

In ampi strati del mondo della ricerca è invalso l’uso di pubblicare in Internet i risultati prima che questi siano stati accettati da una rivista convenzionale. Sta anche crescendo il numero delle riviste che consentono di prepubblicare i testi in forma pre-review e che consentono l’accesso ai testi anche dopo che questi hanno superato il processo di peer-review. È nato così e sta crescendo rapidamente il mondo delle riviste  Open Access.

Esiste anche un altro problema derivato dalla quantità e dalla velocità della produzione scientifica. Gli esperti di tutto il mondo ai quali vengono chieste le revisioni dei nuovi lavori in attesa di pubblicazione, i “pari” appunto, vengono scelti dalle redazioni delle riviste in base al loro prestigio scientifico. Succede che i leader dei grandi gruppi di ricerca devono affrontare un grande numero di richieste di revisione, talvolta così grande da indurli a cooptare i propri collaboratori più giovani nel processo di revisione assegnando a ciascuno di loro una parte dei lavori in base alle competenze specifiche. Queste sono tutte persone molto indaffarate e necessariamente sono costretti a revisionare i lavori in tempi brevi quando invece per fare una revisione seria può occorrere molto tempo. Succede che inevitabilmente, nella fretta, si tenda a privilegiare i lavori proposti dai gruppi di ricerca più importanti e sui filoni di ricerca altrettanto popolari. Il lavoro degli outsider rischia notevolmente di essere penalizzato. Si rischia cioè di penalizzare una caratteristica fondamentale del progresso scientifico: la serendipity, vale a dire le scoperte avvenute per caso. Questo è un effetto deteriore che rischia di soffocare l’innovazione invece di favorirla. Le persone che hanno svolto il lavoro di revisore ad un certo livello conoscono bene il problema.

Per questi motivi oggi c’è anche chi sostiene che, meglio di un processo di peer-reviewing con il quale si affida la revisione a due o tre esperti sarebbe un processo di selezione di massa basato sui principi di social networking. In questo modo funziona il sistema di diffusione di informazioni di scienza, tecnologia e informatica Digg (vedi la descrizione in Wikipedia) nel quale la qualità degli articoli è sancita dai lettori con un sistema di votazione.

La vastità della produzione scientifica, è un problema particolarmente sentito nel mondo medico perché si vorrebbe che un dottore di fronte al problema di un paziente fosse un grado di utilizzare il massimo della conoscenza prodotta dal mondo sino a quel momento. È per questo motivo che è nata la Evidence Based Medicine, un movimento culturale che cerca di favorire la diffusione dei risultati della letteratura scientifica medica e delle evidenze scientifiche, con l’obiettivo di impiegare in modo coscienzioso le migliori evidenze cliniche disponibili per prender le decisioni necessarie alla cura dei pazienti ed alla organizzazione dei servizi sanitari.

Sempre a causa della mole dei risultati è nato il concetto di lavoro di meta-analisi, cioè di lavoro che analizza e fonde insieme i risultati di tanti altri lavori al fine di massimizzare l’impatto di questa imponente mole sperimentale sparpagliata nel mondo. Una organizzazione non profit che sta svolgendo un’attività importante a riguardo è la Cochrane collaboration.

Conclusioni

Concludiamo questa rapida escursione sul mondo della letteratura scientifica con le seguenti affermazioni.

  • Classicamente, la qualità della letteratura scientifica propriamente detta è garantita da un processo di revisione fra pari (peer-review) che sfrutta le competenze di personaggi dalla credibilità scientifica comprovata.
  • Il sistema di peer-reviewing, pur rimanendo ancora il meccanismo fondamentale, sta iniziando a soffrire a causa della vastità, della dinamicità ed dei costi della produzione scientifica.
  • Il processo di peer-reviewing oggi non fornisce una garanzia assoluta. La quota di lavori inutilmente ripetitivi, sbagliati o con dati artefatti è tutt’altro che trascurabile.
  • Stanno apparendo forme più dinamiche di pubblicazione e diffusione della letteratura scientifica, che potrebbero anche basarsi su processi di selezione di tipo social networking.
  • Le informazioni scientifiche si trovano anche liberamente disponibili in rete ma in questo caso deve essere chiaro che non vi è nessuna forma di garanzia sulla loro veridicità. Occorre rendersi conto del contesto in cui queste sono offerte. Dall’analisi dei siti in cui sono presentate un lettore attento può capire molte cose sulla credibilità dell’ambiente da cui provengono.

Ultimissima conclusione: qualsiasi cosa si legga occorre senso critico, mai prendere niente per oro colato, certamente nei testi reperiti nel pubblico dominio ma nemmeno nella letteratura scientifica classica.

Le risorse bibliografiche della letteratura scientifica

Abbiamo visto che la letteratura scentifica medica soffre di un certo numero di problemi, tuttavia offre anche un vantaggio: tutti i lavori scientifici di interesse medico che sono stati sottoposti a processo di peer-review sono riuniti in un insieme di database nei quali è possibile fare liberamente qualsiasi ricerca mediante un ottimo servizio di ricerca di voci bibliografiche: PubMed, offerto dalla U.S.National Library of Medicine.

È fondamentale che tutti gli studenti si abituino ad utilizzare questo strumento di ricerca. Potete utilizzare uno dei tanti ausili disponibili:

  • il più completo è certamente l’aiuto di PubMed o uno dei suoi tutorial
  • il più veloce è il corso, periodicamente ripetuto, organizzato dalla Biblioteca Biomedica
  • il più digeribile è forse un ottimo tutorial (pdf) scritto da Renato Fianco, della Biblioteca della Sezione di Psichiatria e Psicologia Clinica dell’Università di Verona
  • c’è anche un tutorial (entrate nella pagina come Guest) scritto da me ma soffre ormai degli anni ed io preferisco il precedente
  • anche i consigli di una studentessa dell’anno scorso sono buoni.

Leggete bene una o alcune delle precedenti risorse e poi giocate con PubMed divertendovi a porvi quesiti di ogni sorta.

Il valore del dubbio

Ecco, Irene commentando scrive

… temo (ma spero) che andando avanti in questa esperienza risulterò contradditoria rispetto all’inizio …

e poi chiude il suo interessante post amplificato in una pagina wiki

Continui a darci l’opportunità di capire.

A me basta darvi l’opportunità di dubitare, di dubitare di ciò che sembra certo, di alzare la testa per guardarsi intorno, di provare a domandarsi se in ciò che a tanti sembra così ovviamente futile o ostile non possa in realtà celarsi qualcosa di buono.

La conseguenza principale di quella che ho chiamato scolarizzazione è credere che esista il “modo giusto”, che esista il manuale, che esista colui che sa come si deve fare, che non possano esistere altre categorie all’infuori di quelle che si sono studiate o quelle di cui tutti parlano, che vivere sia come guidare: tenere la destra e rispettare i cartelli stradali.

La vita non è così. Non lo è in particolare quella del medico, quella dell’insegnante, quella dello scienziato. Di fronte alle decisioni importanti, malgrado tutte le possibili competenze acquisite, il manuale non ci sarà mai ma ci sarà solo l’ignoto.

Non è un problema di competenze. Ovviamente le competenze servono ma il loro possesso costituisce il problema minore. La mia critica alla scolarizzazione non concerne la ovvia necessità di acquisire delle competenze bensì la mancanza di occasioni per formare l’uomo.

Un grande medico (insegnante, scienziato, …) è tale in virtù di molto più che il mero possesso di competenze. È una persona in grado di ascoltare tutti i possibili segni quando si trova di fronte all’ignoto, è una persona che dubita per abitudine, è una persona sempre capace di fare un passo indietro di fronte ad un segno imprevisto.

In realtà quando uno studente reagisce come sta facendo Irene, e ce ne sono molti, per così dire frenando la propria corsa e, pur continuando nella stessa direzione, alzando la testa, guardandosi intorno, soffermandosi, facendo magari un passo indietro per poi ripartire, ebbene a quel punto il mio compito è finito.

Non mi importa che lo studente mi dica se ho ragione o meno e non ho la presunzione di rivelare alcunché, a me interessa che dia un segno di essere capace di fermarsi, dubitare, fare un passo indietro perché se rivela anche una sola volta questa capacità allora potrà divenire un buon medico o insegnante o scienziato, forse.

Oggi non volevo scrivere niente

Sì, oggi non volevo scrivere niente perché volevo perdermi tutto il giorno fra le Hidden Connections di Fritjof Capra, un modo per prolungare i tre giorni offline che mi ero regalato per Pasqua.

Ma la rete è viva e travolge, è bastato un attimo, un’occhiatina e inciampo in un post di Gianni Marconato, Antonio Saccoccio e la crisi dell’apprendimento. Non mi resta che leggere, un po’ perché da qualche tempo Gianni è entrato prepotentemente nel mio “PLE” e un po’ perché quest’anno ho passato notevole tempo a ossessionare la gente con le magagne della “scolarizzazione” e il tema mi stuzzica alquanto.

E così vengo a conoscenza dell’esistenza di Antonio Saccoccio, insegnante net-futurista e del suo blog Liberi dalla Forma, dal quale riprende

…. Il problema è che la scuola stava entrando in crisi anche prima della rivoluzione neotecnologica (anzi, per me l’insegnamento non è mai stato di buon livello). I nuovi media non hanno fatto altro che accelerare la crisi. Ora certe metodologie davvero sono inaccettabili agli occhi di chiunque abbia un minimo di senso critico.

a proposito

… di crisi della scuola, di insegnamento che non è mai stato di buon livello, di metodologie didattiche inaccettabili.

Come allora non rammentarmi del post di Enrico, studente nel mio corso di Editing Multimediale presso la IUL, che era perplesso riguardo alla seguente citazione tratta da un testo che sta studiando …

“E se l’educazione è in crisi, questo è dovuto, in parte, anche alle frequenza dei nonluoghi nell’esperienza giovanile. “Lo spazio che il giovane abita è in gran parte costituito da nonluoghi, uno spazio che non gli offre alcuna identità e non gli pone particolare richieste situazionali ma solo prescrizioni astratte e impersonali, che non sono in grado di connetterlo ad uno spazio oggettivo e lo lasciano in balia della sua soggettività e di quelle a lui prossime”

… e di come avevo condiviso le sue perplessità sostenendo che

  1. L’educazione è sempre stata carente in quanto grossolana approssimazione di quello che dovrebbe essere un percorso formativo reale. La mia formazione è stata pessima se esco dal metro della mera istruzione, peraltro carente, rigida, spesso fine a se stessa. La formazione dei nostri padri, fra cui mio padre (laureato nel 53), ottimo medico, mi è sempre sembrata del tutto carente, estremamente parziale. Una mera semplificazione burocratica basata su di una concezione della conoscenza banalizzata. Oggi l’educazione appare ancora più carente perché l’evoluzione della società si è fatta impetuosa.
  2. I “luoghi” li abbiamo scippati noi ai nostri ragazzi ben prima che si rendessero loro accessibili i non luoghi. I luoghi son tali quando sono vissuti in autonomia come è capitato alla mia generazione in parte e del tutto per le precedenti, quando, dopo la scuola, fatti un po’ di compiti (una quantità sensata) si andava fuori a ruzzare con gli altri. La vita dei nostri figli che noi gestiamo è priva di luoghi: il tennis dove si “lavora sul rovescio”, la chitarra per il prossimo saggio, la preparazione per il torneo di calcio, lo studio di danza che costringe ad alimentarsi come un professionista e via dicendo non sono luoghi … i luoghi propri gli abbiamo eliminati noi adulti con la nostra mania di rendere competitivi i nostri figli!

Connessioni nascoste che si svelano.

Torno da Fritjof.

Assignment 7: algoritmi per la medicina

Segnalo agli studenti della Facoltà di Medicina Medal.org, un sito web dedicato agli algoritmi medici.

Un algoritmo medico è qualsiasi procedura di calcolo, formula matematica o tavola che possa essere utile in un contesto medico. Tanto per fare un esempio banale, una delle varie formule per il calcolo del peso “ideale” in funzione di altezza, sesso, età e magari altri parametri.

Il sito Medal.org raccoglie più di 10000 algoritmi suddivisi in 45 categorie. Per ogni algoritmo è riportata una scheda tecnica con riferimenti bibliografici ad articoli della letteratura scientifica. In fondo alla scheda c’è anche un link a PubMed per verficare le fonti ed eventualmente ampliare le ricerche. Il sito fornisce per ogni algoritmo un foglio di lavoro che si può scaricare e utilizzare nel proprio computer.

Se nel corso dei vostri studi verrete a conoscenza di qualche formula o metodo di calcolo, potrete utilizzare questa risorsa per vedere di che si tratta.

Potrebbe essere una buona occasione per “giocare” un po’ con i fogli di lavoro su argomenti che vi potrebbero servire.

Il sito funziona correttamente con browser IE4.1+, Netscape 7.1+.

In questo momento non dispongo di tali software ma questo non è un problema, siete voi che dovete giocarci.

Non è obbligatorio che scriviate per forza qualcosa sull’argomento. Piuttosto, se qualcuno di voi prova ad utilizzare qualcuno di questi algoritmi, scriva un post spiegando agli altri  cosa ha fatto, se ha avuto problemi e come eventualmente li ha risolti.